TRE VOLTE SEVESO
Non cominceremo dai grandi numeri della grande fabbrica. Dai dodici milioni
di tonnellate di acciaio l�anno e dai tredicimila dipendenti del centro
siderurgico Ilva, il pi� grande d� Europa . Racconteremo una storia
all�incontrario, che metta al primo posto ci� che finora al primo posto non
� stato messo mai.
Cominceremo dalla salute. Nemmeno dall�ambiente, che Dio ce lo conservi, ma
proprio dalla salute. Cosa respirano, cosa mangiano, cosa bevono e come
vivono gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani di Taranto, la citt�
pi� inquinata d�Europa per emissioni industriali. Per una volta, cominciamo
da qui. Perch� � gi� troppo tardi. Perch� non si pu� pi� accettare che il
fatto stesso di trattare questi argomenti venga considerato allarmismo.
Perch� chi liquida questi discorsi come passatisti e antindustrialisti �
semplicemente in malafede.
A Taranto, ognuno dei duecentodiecimila abitanti, ogni anno, respira 2,7
tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica.
Gli ultimi dati stimati dall�Ines, l�Inventar io nazionale delle emissioni
e loro sorgenti, sono spietati. Taranto � come la cinese Linfen, chiamata
�Toxic Linfen�, e la romena Copsa Mi�a, le citt� pi� inquinate del mondo
per le emissioni industriali. Ma a Taranto c�� qualcosa di pi� subdolo. A
Taranto c�� la diossina. Qui si produce il 92 per cento della diossina
italiana e l�8,8 per cento di quella europea. Qui, negli ultimi dieci anni,
i tumori sono aumentati del trenta per cento. La diossina si accumula nel
tempo e a Taranto ce n�� per 9 chili, il triplo di Seveso, la citt� alle
porte di Milano contaminata dalla fuga di una nube tossica dallo
stabilimento Icmesa, il 10 luglio 1976. (�) I dati Ines spaventano. Ma i
limiti legali di emissione della diossina terrorizzano. E� questo il cuore
del problema, i limiti di legge. Il limite europeo � di 0,4 nanogrammi (un
miliardesimo di grammo) per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi.
(�) Il siderurgico di Taranto produce e vende acciaio come non mai,
soprattutto a due giganti come la Cina e l�India, e le stime dicono che la
produzione crescer� ancora. Nel 2007, l�Ilva ha realizzato utili per 878
milioni, 182 milioni in pi� dell�anno prima e il doppio del 2005.(�)
L�Europa � dal 1996 che ha fissato il limite a 0,4 nanogrammi.
L�Inghilterra, per esempio, si � adeguata. E la Germania ha fatto ancora
meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori. In
Italia, invece, in tutti questi anni si � andati avanti a colpi di �atti
d�intesa�, che sono come le chiacchiere, non servono a nulla. E infatti mai
nulla hanno prodotto. (�) I risultati sono davvero scarsi. La �campa gna di
ambientalizzazione�, per esempio, � andata a rilento e l�Ilva ha fatto di
tutto per concluderla nel 2014, proprio quando scadr� il Protocollo di
Aarhus, recepito anche dall�Italia, che impone ai Paesi membri di adottare
�le migliori tecnologie disponibili� per portare le emissioni a 0,4-0,2
nanogrammi. Scaduto l�accordo di Aarhus, scadrebbe anche l�obbligo di
dotarsi delle migliori tecnologie. E si ricomincerebbe da capo. Come nel
gioco dell�oca.
KAPUTT
La giornata � piuttosto fredda e il cielo � coperto, ma questa volta le
nuvole sono naturali. Arrivano in fila. Due volanti e due furgoni della
polizia, due camion per il trasporto del bestiame, le auto dei veterinari e
degli ispettori sanitari, quelle dei giornalisti. Sembra un corteo funebre.
E in effetti lo �, perch� ci� che accadr� dopo, il rastrellamento di pecore
e agnelli e la loro deportazione nei mattatoi pi� vicini, evocher� scenari
di morte. I pi� svelti sono i cineoperatori. Microfoni e telecamere per
documentare tutto di questa giornata nera, per fissare i volti di Vincenzo
e Vittorio Fornaro e per ascoltare il loro pap� Angelo, che invece nasconde
il volto e gli occhi rossi dietro le lenti scure di un vecchio Ray Ban. Il
clima � teso, nervoso, pesante. (�) Sul muro di uno dei locali della
masseria � stato affisso un lenzuolo bianco con una scritta di vernice
rossa spruzzata da una bomboletta spray. Dice: �Vergogna! Punite le vittime
e salvate i carnefici�. Le telecamere inquadrano il lenzuolo. L�ispettore
sanitario e un poliziotto in borghese chiedono di sapere chi lo ha messo
l�. �Lo abbiamo messo noi - rispondono i Fornaro -, per ribadire il
concetto che a pagare sono le vittime, mentre le industrie che hanno
avvelenato pascoli e bestie continuano a lavorare indisturbate�. E� vero,
la diossina � dentro alle carni di queste pecore. Ma alle pecore,
attraverso la contaminazione dell�erba, l�ha regalata l�industria. Il 98
per cento della diossina, infatti, si assorbe per via alimentare, soltanto
il due per cento per via respiratoria.(�) Le pecore, le capre e gli agnelli
hanno capito che questa � una giornata particolare. Tremano di paura. Non �
la solita selezione periodica dei capi da macellare. Oggi li stanno
portando via tutti. Aperto l�ovile, le pecore vengono separate dagli
agnelli. Ma nella masseria si sente un unico belato. Sono molti gli animali
che non vogliono salire sui camion, devono afferrarli per la lana,
all�altezza del collo, e trascinarli dentro. Non � vero, mi dico, ci� che
pensiamo delle pecore. Non bisogna credere a quel che si dice di loro, e
cio� che basta che una pecora vada in una direzione affinch� tutte le altre
la seguano senza un motivo. Questo � un luogo comune, che diffama le pecore
e ne intacca la reputazione. Invece queste pecore oppongono una dignitosa
resistenza agli uomini che le stanno rastrellando.
IL LATTE DI ROSALINDA
�Che culo, noi in Calabria abbiamo la �ndrangheta . Voi invece a Taranto
avete l�Ilva �. Adesso lo racconta ridendo e facendo ridere chi la ascolta.
Ma quando gli amici, i parenti e la gente di Rocca Imperiale, il suo paese,
in provincia di Cosenza, la prendevano in giro con questa battuta,
Rosalinda Scim� ci rimaneva male. Non capiva perch� lei, calabrese, avesse
sbagliato a scegliere di vivere a Taranto. Prima di lei, ci erano venuti a
vivere sua madre e suo padre, che faceva il ferroviere e a causa del suo
lavoro era stato trasferito in Puglia. (�) I genitori di Rosalinda si
ritenevano fortunati per non essere finiti a Torino, a Milano o in
Germania, dove erano dovuti emigrare tanti altri loro conterranei, e
benedicevano la grande industria che permetteva loro di vivere al Sud come
fossero operai del Nord. Erano a due ore di macchina dal paese in cui erano
nati, dove potevano ritornare anche ogni fine settimana, ma godevano di
opportunit� e vantaggi che al paese non avrebbero mai avuto. La casa
popolare nel quartiere Tamburi, per esempio. Ottenerla, era stato quasi un
privilegio. (�) Oggi, al quartiere Tamburi, nella stessa palazzina, abita
anche Rosalinda. Con il marito Paolo Russo e i loro due figli, Sara e Ivan.
Rosalinda e Paolo sono al secondo piano. Al terzo, c�� la mamma di
Rosalinda, ammalata di leucemia. E nella stessa palazzina, in quelle
vicine, in tutto il quartiere, c�� molta gente che si sta spegnendo cos�,
specialmente bambini. �Non avevamo mai vissuto direttamente il dramma della
leucemia�, dicono Paolo e Rosalinda. Sono giovani, trentadue anni lui e
ventinove lei. Adesso per� sono impauriti da quello che accade intorno a
loro. (�) Dieci mesi prima, mentre allattava Ivan, Rosalinda pensava che
fosse toccato a lei e al suo bambino. Il medico di famiglia le aveva
chiesto di far analizzare il suo latte, spiegandole che c�era il fondato
sospetto che potesse risultare contaminato da diossina e policlorobifenili.
Lei, che � una donna intelligente e una mamma premurosa, accett�. Ma quando
conobbe i risultati delle analisi � valori di diossina molto pi� alti della
norma � si sent� subito una �mamma al veleno�, prima ancora che i giornali
definissero cos� lei e le altre due donne che si erano sottoposte al test.
�La presi male, molto male, e istintivamente smisi di allattare Loris al
secondo mese di vita�, dice Rosalinda. Poi, la rabbia. Ogni giorno davanti
al computer a vedere filmati, a leggere articoli, a consultare studi sui
veleni di Taranto e persino su quelli del Giappone. A confrontare i parchi
minerali e l�acciaieria di qui con quelli che hanno l�, dall�altra parte
del globo. A entrare e a uscire da Facebook, per tenersi in contatto con
gli amici del gruppo �Ci svegliamo la mattina respirando la diossina�. (�)
Rosalinda non fa mangiare ai suoi bambini i latticini e un sacco di altre
cose in cui � pi� facile che si accumuli la diossina. E per la carne,
chiede al pap� di portargliela, tutte le volte che il pap� va in Calabria.
Sembrano quasi i rifornimenti clandestini di viveri nella striscia di Gaza,
ma cos� �, sopravvivere qui deve farlo come se fosse in guerra.
TABAGISTA A 11 ANNI
Silvio aveva undici anni quando gli diagnosticarono un tumore da fumo. Fu a
marzo del 2007. Ovviamente, Silvio non aveva mai fumato una sigaretta in
vita sua. Ma era gi� conciato come un fumatore incallito. Un caso simile,
Patrizio Mazza, primario di ematologia all�ospedale �Moscati�di Taranto,
non lo aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo
contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta � negativa: �No items
found�. Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no.
Quel bambino aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del
rinofaringe. Come tanti altri tarantini. E Silvio non proveniva nemmeno dal
quartiere Tamburi, il pi� a rischio, dove, dice Mazza, �io non ci
costruirei nemmeno le scuole�, ma da una zona molto pi� lontana dall�Ilva.
�In dieci anni - dice Mazza - leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati
del trenta per cento. Per colpa di tutti gli inquinanti e anche per colpa
della diossina, che danneggia il Dna. Un caso come quello di Silvio � da
considerare come un codice rosso ed � sicuramente collegato alla presenza
di diossina. Se nei genitori c�� un danno genotossico non � in loro che
quel danno emerge, ma nei figli�. La diossina, spiega il dottor Mazza, � un
�danneggiatore� del Dna. E le cellule germinali danneggiate possono
trasmettere il tumore alla progenie, per esempio inviando al Dna del
nascituro il �messaggio� di ammalarsi prima di tumore. Esistono test
genotossici che lo dimostrano. Mazza � di Reggio Emilia e fa il medico a
Taranto come fosse in trincea. Sa che la salute di un�intera popolazione �
in pericolo, e il suo sangue romagnolo ribolle di fronte alla mollezza
sibaritica della Taranto magnogreca, che a volte disconosce il problema, a
volte ci convive con stolto fatalismo, altre volte si lascia sprofondare
nella disperazione muta, vissuta nel recinto delle quattro mura di casa
propria. (�) Nel suo ambulatorio � una processione. Due o tre casi di
leucemia alla settimana. Tutte le settimane. Tutte leucemie acute. Anche la
ragazza di diciannove anni che usciva piangendo dallo studio di Mazza,
quando sono andato a incontrarlo per la prima volta nell�ospedale
�Moscati�, aveva la leucemia. Era al quinto mese di gravidanza. I casi sono
sempre pi� vari e numerosi, l�et� dei pazienti sempre pi� bassa. Con un
diagramma Mazza fa vedere come a Taranto, per i principali tumori
ematologici, si sia passati dall�et� media di 64 anni nel periodo 1998-2001
ai 61 anni del periodo 2002-2005, fino a crollare a 55 anni nel biennio
2006-2007. Il numero globale di tumori ematologici registrati da Mazza fino
alla fine del 2008 � di 964 casi. Con una incidenza sulla popolazione �
qualora la medesima non subisca variazioni nel tempo � di 480 casi su
centomila abitanti. Il dato pi� alto � naturalmente quello del quartiere
Tamburi.(�) Quando visit� Silvio, Patrizio Mazza pens� proprio a un
linfoma. Poi esamin� le cellule e credette di aver sbagliato tutto. Alla
fine, dovette convincere se stesso che quel bambino aveva un
adenocarcinoma. ( �)
VADA VIA L�ILVA
Di Silvio si accorge suo padre Franco Gissi, una sera in pizzeria. E� il 26
febbraio 2007. Sul lato sinistro del collo di Silvio, il pap� nota uno
strano rigonfiamento. Lo tocca lievemente, non gli piace, porta suo figlio
dal dottore. (�) Il 30 marzo 2007, la diagnosi che lascia tutti increduli:
adenocarcinoma del rinofaringe. (�) Cominciano i cicli combinati, tre, di
chemioterapia. Fino a giugno. Poi, la radioterapia, associata ad altri
sette cicli di chemio. La radioterepia Silvio la fa a Parma, perch� a
Taranto l�apparecchiatura c��, ed � anche all�avanguardia , ma non ci sono
i medici e il personale per farla funzionare. Radioterapia a Parma
significa anche fare il pendolare fino a Reggio Emilia, dove Silvio si
sottopone alla chemio. In tutto, Silvio e i suoi stanno fuori casa quattro
mesi.(�) A Silvio, i genitori hanno sempre detto che aveva soltanto un
linfonodo. Ma lui pian piano ha capito. Un giorno, in ospedale, con la
bocca e la gola che gli bruciavano e gli impedivano persino di parlare e di
deglutire, ha detto: �Mamma, io voglio lottare. Non mi voglio abbattere.
Devo essere pi� forte�. Franco e Rosanna Gissi, da quando hanno realizzato
qual � stata la fonte della malattia del figlio, dicono di sentirsi in
colpa. �S�, perch� fino a quel momento siamo stati degli ignoranti.
Cittadini di Taranto che ignoravano, letteralmente, i gravissimi problemi
di inquinamento della propria citt� e che non facevano nulla per
informarsi, per capire�. E� anche vero per� che l�informazione su queste
cose � sempre stata una merce rara da trovare. Non solo per colpa di
rilevazioni mai fatte o fatte male, o dei dati sempre nascosti, ma anche
per il maledetto coro della GPI, la Grande e Piccola Informazione, che
salvo qualche eccezione, immediatamente isolata come un virus, alla gente
non ha mai veramente detto e spiegato nulla. Per tante ragioni. Perch� la
GPI si compra e si vende, perch� le ragioni inconfessabili della politica
consigliano sempre che �non � questo il momento�, perch� il ricatto della
perdita del posto di lavoro spaventa come la minaccia di un atto
terroristico. O per tutte queste cose insieme. Va a finire che un�intera
comunit� vive i suoi drammi collettivi come altrettante disgrazie
individuali, stordita dalla tv, ingannata dai giornali e speranzosa
soltanto in un colpo di fortuna alla lotteria o in un quarto d�ora di
celebrit� in televisione. Ecco, forse non dappertutto � proprio cos�, ma di
sicuro a Taranto � cos�. Spiace dirlo, ma a Taranto sembrano essere rimaste
soltanto due speranze: essere baciati dalla fortuna di una lotteria, non
doversi misurare con la roulette russa della malattia.
Un�altra conferma, se ce ne fosse bisogno, viene proprio dalla vicenda di
Silvio. Superata la fase pi� delicata, ai suoi genitori qualche tv ha
chiesto di raccontare la propria storia. Rosanna e Franco hanno accettato e
subito dopo sono stati subissati di telefonate e fermati per strada anche
da chi non li conosceva. Ma non per solidariet�. No. Li hanno rimproverati.
�Va bene, siete stati duramente colpiti. Ma se qui chiudono l�Ilva noi come
mangiamo?�. �Per andare in tv vi hanno pagato, vero ? �. �Di sicuro non vi
hanno dato meno di duemila euro�. �Tu, Rosanna, hai fatto la tintura ai
capelli?�. �E a te, Franco, ti hanno truccato?�. A Franco sono cadute le
braccia. Ma Rosanna un giorno � scoppiata a piangere e ha reagito con
rabbia. Gliel�ha urlato in faccia: �A questo siete ridotti! Se ho parlato
in pubblico di mio figlio l�ho fatto per me, per buttar fuori il mio
dolore, ma l�ho fatto anche per voi e i vostri figli. Svegliatevi. Non sono
andata al Grande Fratello, capito?�. Oggi si pu� dire che Silvio sta bene.
Ha tredici anni, frequenta la terza media, gioca a calcio con gli amici. Ma
deve sottoporsi a frequenti controlli periodici. Appuntamenti che gli
creano tensione gi� dalla settimana prima. E allora, per farcela, chiede
con discrezione a sua madre se in quei giorni pu� dormire con lei. Oppure
prega. In camera sua, in ginocchio, con il Vangelo tra le mani. Come lo ha
trovato un giorno sua madre, aprendo la porta senza bussare. Superati i
controlli, Silvio si trasforma in un ragazzino dalla vitalit�
incontenibile. I suoi insegnanti dicono che sembra voler riempire le sue
giornate del doppio delle cose che un ragazzo della sua et� fa normalmente.
E lui stesso lo rivendica: �Io devo fare tutto ci� che mi sento di fare.
Dopo quello che ho passato, devo fare tutto�. (�)
Le cose a Taranto non sono cambiate e chiss� se cambieranno in tempi
ragionevoli. Ma Rosanna e Franco non accettano l�idea che l�unica via
d�uscita sia quella di andarsene. I figli, magari, appena diventano pi�
grandi. Ma loro no. �Perch� dovremmo andar via noi? Vada via l�Ilva. E se
non si riesce a migliorarne gli impianti, visto che sono vecchi e superati,
la si demolisca. Non � una soluzione semplicistica, � l�unica scelta logica
e onesta�.
Sono sempre di pi� quelli che ragionano cos�. Anche se sanno che questa
sar� la causa della prossima guerra di Taranto. Un�altra guerra tra poveri.
�Ci metteranno gli uni contro gli altri - dice Franco Gissi -. Quelli che
hanno perso il lavoro contro quelli che hanno perso la salute, o una
persona cara. Non dobbiamo permetterglielo�. Mentre parliamo, il 10 marzo
2009, l�Ilva mette in cassa integrazione cinquecento persone. E minaccia di
farle diventare cinquemila. Matematico.
--
Saluti
Taranto Rossoblu
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