di GIUSEPPE D'AVANZO
NAPOLI - Pariare. Dalla Sanità a Melito, dal cuore greco della città
alla periferia di case e monnezza, monnezza e case, il verbo "pariare"
è come un mantra misterioso. A dieci o a trenta anni, quel verbo lo
ripetono in ogni frase, lo inzuppano in ogni smozzicato discorso e io
non so che cosa significa, purtroppo. Me ne sto qui, come un babbeo,
non so dire nemmeno dove, davanti un disco-pub in un angolo della
periferia nord di Napoli e semplicemente non capisco che cosa mi stanno
dicendo. Nel dialetto napoletano dell'altro ieri, "pariare" aveva un
solo significato: digerire.
Oggi quell'unico, indiscutibile significato si è smarrito nell'impura
neolingua della Napoli lazzara, che soltanto per il 12 per cento parla
in italiano e per il resto impasta gerghi - il gergo della malavita e
delle canzoni neomelodiche, soprattutto - storce il dialetto melodioso
dei Salvatore Di Giacomo, degli Eduardo, dei Domenico Rea per farne uno
slang che annega significati, scolora esperienza, scioglie nell'acido
muriatico la memoria.
Pariare ora significa, apparentemente, divertirsi, ma parla di un
curioso divertimento.
Più che una parola con un nuovo significato è il significato di un
nuovo modo di stare al mondo, di sopravvivere a Napoli nel perenne,
penoso conflitto con gli altri, tutti gli altri. "Bisogna pur pariare
un po', se non vuoi morire di noia; se vuoi mettere tra te e la
difficoltà di vivere uno spazio, uno stacco senza pensieri; se vuoi
stordirti subito, oggi, ora, per non pensare a quello che ti aspetta
domani".
Questo capisco sta dicendo, più o meno, S. che non vuole il suo nome
sul giornale e preferisce essere chiamato "Roberto o Loris o
Papiluccio, tanto per te è lo stesso, no? Che cambia?". Si può
"pariare con gli amici" (organizzare una serata, uno scherzo) o
"pariare" (pomiciare) una vrenzola (ragazza). Si può "pariare in
cuollo a uno", a danno di uno o di molti. Si può "pariare in modo
esagerato", pippare cocaina, impasticcarsi fino ad andare fuori di
testa, fino "a fare intorno a te il coprifuoco". "Pariare" è una
formula multiuso che, però, definisce quasi sempre un atteggiamento
aggressivo o autodistruttivo. "Pareano" i merdilli - adolescenti tra i
dieci e i tredici anni - che per Carnevale lanciano, fuori di una
scuola, non la farina o le uova (abitudine nazionale già di per sé
assai censurabile) ma arance "rinforzate" con lamette da barba. Finisce
che arrivano i vigili urbani e cercano di bloccare i "merdilli". Quelli
fuggono e chiamano fratelli e genitori che, inviperiti, malmenano i
vigili urbani: i bambini stavano soltanto pariando, no?
Pareano quei tipi che, lungo via Toledo, si danno battaglia colpendosi
reciprocamente con i sacchetti dell'immondizia, e centrando gli
sventurati passanti o assalendoli direttamente con buste gonfie di
piscio. "Parea" soltanto quella banda di giovanissimi disperati in
motorino che, alla salita dell'Ospedale militare, blocca il traffico
già lento, monta sul marciapiede, si esibisce su una sola ruota o
schiaffeggia a ripetizione e senza motivo chiunque abbia la sventura di
essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. "Pariare" diventa
allora un'abitudine giovanile diffusa in alto e in basso e ormai
vissuta come un fenomeno naturale, come se fosse pioggia o vento.
Meritevole di un suo hit "neomelodico". Lo gorgheggia dallo schermo di
Televolla un bambino di nove anni che non ho capito come si chiama.
Canta più o meno così: "Io me ne vado con gli amici alla Ferrovia/
simm 'a banda dei malamente/ ma non simm' delinquenti/ sfuttimm' solo a
brava gente". "Pariare" significa soprattutto infastidire, dunque,
sfottere, deridere e, a quanto pare, nessuno si chiama fuori dal gioco.
Sono qui per cercare di capire perché un ragazzino di sedici anni, nel
pieno della sua vita, se ne va in giro con un coltello in tasca e alla
prima, o seconda, occasione lo estrae, spezza una vita, mutila
un'altra, sfregia la sua. Quale senso o immagine della vita, pur
deforme, convince quel ragazzo ad armarsi?
Quelli con cui parlo non capiscono nemmeno il problema. Dice Roberto o
Papiluccio: "Il coltello è tranquillo". Come dire, è logico, è
evidente che devi portartelo dietro, che ne hai bisogno. Come fai a non
capirlo?
"Il coltello è tranquillo e quasi tutti se lo portano dietro, mica
soltanto il fetente o il criminale, nemmeno parlo del camorrista
perché lo sai che quelli hanno sempre la pistola infilata nella
cintura dietro la schiena. Ti spiego, allora. Tu sei con la tua
ragazza. Lei è tutta in tiro. È bella. Lo sai e lo sanno anche gli
altri. Se vuoi startene senza problemi, ti scegli in discoteca o al
disco-pub una serata di hip-hop. Vai sul sicuro, quella musica la danno
il venerdì. È un giorno calmo, il venerdì, e non ci sono problemi.
Se invece vuoi pariare in modo esagerato, ed è sabato, te ne vai a
sentire house-music. Sai di che parlo, vero? Allora stai a sentire. Sei
in discoteca con lei e sai che, prima o poi, ci saranno anche quelli
che arriveranno lì soltanto per pariare.
Non hanno ragazze con loro, non voglio averne con loro quella sera.
Sono lì - e sono cinque o magari dieci - soltanto per pariare,
prendere di mira qualcuno, mettere su una tarantella. Sì, una
tarantella: un litigio, una rissa, un pestaggio. Così per passare la
nottata... Non c'è chi di tanto in tanto non se ne vada in giro in
questo modo, in gruppo, solo maschi, per pariare un po'. Non lo so
perché. Forse perché è divertente? Ora, ascolta, tu hai il coltello,
ti senti sicuro. Se le cose si mettono male, sai di poter cercare di
cavartela, ma naturalmente fai di tutto per non arrivare a quel punto.
Allora è molto importante lo sguardo.
Al primo sguardo devi saper valutare quanto è davvero malamente
(cattivo) quello che ti sta pariando in cuollo. Se sei responsabile, e
tutti qui cerchiamo di esserlo, appena ti accorgi che l'altro è più
'bbuono di te - sì, più 'bbuono, più fetente, più tosto, più
determinato, più coraggioso - devi buttare giù il boccone schifoso e
trovare un modo per andartene senza danni, e non tutti lo fanno. Ma
dovrebbero farlo e fidarsi dello sguardo. A Napoli lo sguardo è tutto.
Appena ti fermi al semaforo - faccio un esempio - stai certo che
qualcuno ti guarderà fisso. Non sai che vuole. Vuole pariare soltanto
o magari dietro di te, e tu non lo sai, non te ne sei ancora accordo,
quello ha un amico e ti vogliono provocare per prenderti la macchina o
il motorino o il cellulare o l'orologio o soltanto darti un po' di
mazzate. Non sai dirlo. Puoi far finta di niente e guardare le mani sul
volante o sul manubrio o guardarlo a tua volta e dirgli: "Che fai
guardi? Stai guardando?".
La stessa cosa fai in discoteca con quelli che pareano. Li metti alla
prova, per così dire. Quello guarda la tua ragazza e tu gli fai: stai
guardando? Dalla risposta capisci se è uno 'bbuono, quanto è 'bbuono,
o se si atteggia o se un malamente, in questo caso sei già nei guai.
Però, c'è molta gente che si atteggia... Guarda quello lì...".
Non so dire se "quello lì" è uno che si atteggia. Mi sembrano tutti
uguali, in verità. Hanno stessa faccia cotta dalle lampade solari, gli
stessi occhi vuoti, gli stessi volti inespressivi, le stesse scarpe
(Silver Nike), gli stessi crani rasati o capelli fonati e scolpiti, le
stesse basette, le stesse maglie di Zara e gli stessi cappellini a
visiera, gli stessi anellini d'oro ai lobi delle orecchie con la sola
differenza per la grandezza del brillante (più è grande, più sei
'bbuono). Parlano la stessa incomprensibile lingua. Allo stesso modo
gesticolano e gridano (ma per loro è soltanto "parlare"). Hanno le
stesse teste rincitrullite dalla televisione, non dal reality che già
basterebbe, ma dalle tv dei neomelodici che in quanti abbiamo scambiano
per rappers in rivolta salvo poi scoprire che sono il veicolo
dell'infezione plebeo-criminale.
Non so neanche che se possa soccorrermi Pier Paolo Pasolini per
afferrare almeno qualche filo. Quel Pasolini che scriveva dei giovani
italiani, già trenta anni fa: "Orribili pelami, capigliature
caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di una
integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà. Nei casi
peggiori, sono dei veri e propri criminali. In realtà, potrebbero
esserlo quasi tutti. Non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti
sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale
li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro
silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto o può precedere
una coltellata".
La scena ora sembra peggiore e peggiori gli attori. I ragazzi di
Pasolini ancora erano parte di un sistema comunitario. Giusto o
ingiusto, progresso o sviluppo, che fosse, era qualcosa. Questi che ho
di fronte sono come precipitati in un vuoto assoluto di socialità.
Nelle loro vite, l'egemone sottocultura criminale ha scavato a fondo
lasciando in movimento soltanto il simulacro della loro mediocre,
feroce e impaurita individualità, che appare loro principio e fine di
ogni cosa. Per questi disgraziati figli della Napoli conquistata dal
lazzarismo - più che una condizione economica, un atteggiamento
psicologico, uno spirito morale - c'è soltanto (come per i camorristi)
l'affermazione di sé.
Ogni rapporto - amicizia, amore - è possesso e misura del dominio. È
potere sugli altri, l'unica cosa - a quanto pare - per cui valga la
pena vivere (o morire). Ne è la conseguenza il pavoneggiarsi perenne,
l'esibirsi sempre e comunque, il rumoreggiare, il vociare, il
prevaricare, l'aggredire anche senza motivo. Pariare in modo esagerato
in cuollo a uno non è esibire se stessi contro l'altro, dominando
l'altro, possedendolo? Questa nuova condizione (o la si può chiamare
ideologia?) scaccia la sopravvivenza antica di un modo di vita della
plebe, ragione di molti problemi irrisolti ma di qualche non
disprezzabile peculiarità.
Nell'intrico dei vicoli, lungo le grandi tangenziali, nei quartieri
delle periferia non c'è più traccia di quella plebe che pure fu, come
sempre ha sostenuto Raffaele La Capria, immaginazione, fantasia,
vitalità, "humus fertilizzante" capace di custodire le radici della
città, la sua memoria, la sua cultura, il passato da cui è venuto
fuori il carattere dei napoletani, con i loro vizi e le loro virtù. Il
nuovo plebeismo violento di oggi non sa da dove viene, non sa dove
vuole andare, non ha nulla da ricordare, non ha nulla da custodire.
Riconosce nell'orizzonte vuoto, un solo senso: il potere come principio
di tutti i rapporti. È questa appare la più disastrosa vittoria della
camorra. È una vittoria che afferri anche là dove questo processo di
deculturazione dovrebbe e potrebbe essere contenuto.
Raccontano che alcuni ragazzi del liceo Umberto I di via Carducci, che
è come dire il Berchet a Milano o il Mamiani a Roma, hanno stretto un
rapporto di scambio con certo tamarri (diciamo, zotici) con orecchini
dai grossi "brillanti". Il tamarro se lo sogna di mettere piede nelle
discoteche più esclusive di Chiaia o di Posillipo. Ci pensa il
chiattillo. Fa in modo, con il buttafuori, che possa entrare. In cambio
il tamarro gli darà un mano se avrà problemi: un nemico personale da
picchiare; un gruppo che "parea" da intimorire o, più semplicemente,
l'ex della sua morosa che non vuole arrendersi e che quindi merita di
essere indommato di mazzate, massacrato di botte.
Per Roberto o Papiluccio questa appartenenza a una sottocultura
criminale è così evidente da non potere essere nascosta a se stessi.
Dice: "Siamo tutti camorristi. Lo penso anch'io. "Camorristi" nella
capa. Io me ne rendo conto. Studio, mi sento un tipo responsabile,
considerato i tempi e queste strade. Sono istintivo. Ho la tendenza a
prendere fuoco e so che è sbagliato, so che è pericoloso, so che uno
scatto d'umore nel momento sbagliato può costare caro. Cerco di stare
lontano dai guai.
Sono capace di abbassare lo sguardo e venire via quando incontro un
"malamente" epperò mi accorgo, nei momenti di maggiore lucidità, di
avere la stessa aggressività di quelli là. Mi muovo in ogni cosa che
mi tocca fare come in una sfida continua. Mi accorgo di guardare a
lungo quel tipo fermo accanto a me nel traffico. Mi sorprendo a voler
sopra di ogni altra cosa che abbassi lo sguardo. È una cosa senza
senso, è vero, lo so. Perché lo faccio? Perché mi piace. Mi fa
sentire bene".
(3 novembre 2006)
Mi pare che sono stato proprio io fargli lo "zecchinetto"....
Gli ho venduto pure un mattone per trecento euri....
Si, sembrava proprio robert de niro in tacsi draiver.....
Poi e' tornato il giorno dato e mi ha chiesto se gli potevo vendere altri
mattoni perche' doveva fare un tramezzo, naturalmente 300 euri l'uno .
E io indovina cosa gli ho messo nel pacco invece del mattone?
Uno stereo!
ROTFL
Ma poi la macchina l' hai trovata?
Può darsi.
Ma a me sembra più che questo D'Avanzo voglia sfruttare la situazione
per stilare uno pseudo articolo-shock, che vanno tanto di moda oggi,
piuttosto che fare un'analisi seria e storico-descrittiva della
situazione.
Chi dovebbero schockare o colpire queste sue paure al semaforo?
Lo studentello figlio di papà di Robecco sul Naviglio?
Guarda che Giuseppe D'Avanzo è il giornalista di Repubblica che
conduce le inchieste più scottanti. E credo che sia anche napoletano
doc. Quindi, figurati se si lascia facilmente impressionare da uno
sguardo al semaforo.
La verità è che in questa città tutti corriamo grossi pericoli per
futili motivi.
Se tu sei, invece, imparentato con Tore 'e Criscienzo, e quindi niente
ti fa paura, questo è un altro discorso.