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«I miei killer prendevano soldi da una cassa comune»

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Hidalgo Velázquez

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Jun 5, 2008, 4:25:21 PM6/5/08
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Fare il killer è un ruolo che non tutti possono avere. Inoltre i
sicari di professione guadagnano di più rispetto ad un semplice
affiliato. Giuseppe Misso “’o nasone”, nel suo verbale del 16 aprile
del 2008 fa riferimento proprio ai «suoi killer», ai giovani prescelti
che lavoravano per lui. Lo fa proprio parlando dell’omicidio di Mario
Ferraiuolo, ex collaboratore di giustizia assassinato in piazza
Calenda. «Solitamente io davo l’ordine di assassinare qualcuno ma poi
non me ne curavo di chi fosse stato realmente ad assassinarlo o anche
chi preparasse la fase organizzativa del delitto - ha detto Giuseppe
Misso senior al pubblico ministero Paolo Itri - Però per l’omicidio di
Mario Ferraiuolo avevo dato l’ordine di fare fuoco a Ciro De Marino».
Scattò quindi la fase esecutiva. «Sapevamo che Ferraiuolo si era
rifugiato al Parco Verde di Caivano e così decisi che a fare la filato
dovevano essere “pesciolino” - continua il collaborante - Dopo un po’
di tempo venimmo a sapere che era solito giocare ad un bar della zona
di piazza Calenda, nei pressi del Trianon e allora lo appostammo e lo
ammazzammo». Poi parla dei compensi che spettavano ai sicari della
cosca. «Noi del clan avevamo una cassa comune e i sicari quando
compivano il loro dovere potevano prelevare qualche soldo in più». C’è
poi un altro collaboratore di giustizia che parla dell’omicidio
Ferraiuolo ed è Gennaro Spinosa. «All’epoca in cui il Missi mi diede
l’incarico, il Ferraiuolo abitava ancora a Caivano, al Parco Verde. Il
Missi mi disse che dovevo andare a Caivano per localizzare il
Ferraiuolo, in quanto la sua intenzione iniziale era quella di
ammazzarlo proprio a Caivano. Ricevuto l’incarico, io mi recai a
Caivano dove contattai Alfredo Mauro, un ragazzo della Sanità che si
era poi trasferito a Caivano, e gli chiesi di indicarmi l’abitazione
del Ferraiuolo, cosa che fece, tanto che io lo vidi anche davanti
casa».

C’era più di una ragione per la quale Mario Ferraiuolo doveva morire.
I motivi erano tutti legati alla sua scelta di collaborare con la
giustizia. Lo racconta il mandante del delitto, reo-confesso, perché
collaborante con la giustizia. È uno dei suoi primi verbali, datato 16
aprile 2006. Lo ha redatto Giuseppe Misso senior detto “’o nasone”
alle 11,30 al carcere di Rebibbia a Roma, ascoltato dal pubblico
ministero della Dda Paolo Itri. Il verbale è stato depositato nel
processo che vede imputati lo stesso Misso, Vincenzo Pirozzi, Ciro De
Marino e Maurizio Di Matteo anch’egli pentito. C’è alla sbarra anche
Salvatore Savarese che però non risponde di omicidio ma solo di armi.
Nel verbale racconta non solo il movente, ma anche dove fu deciso di
eliminare la “gola profonda” e chi dovesse essere l’esecutore
materiale. «L’idea di assassinare Mario Ferraiuolo risale a metà degli
anni Ottanta quando fummo arrestati per la rapina al Monte dei Pegni e
per l’associazione finalizzata alle rapine - dice Giuseppe Misso
senior - C’erano diversi pentiti che mi accusavano Maurizio Vigna,
Ciro Barbarossa, Lucio Luongo e Mario Ferraiuolo e poi mio fratello
Umberto. In quel periodo fummo arrestati io, Giulio Pirozzi, Nino
Galeota, Vito Lo Monaco. Fu allora che decidemmo di ammazzarlo». Misso
allora si sofferma nel suo preciso racconto sul luogo dove hanno
deciso di decretare la morte del pentito. «Visto che eravamo tutti
detenuti decidemmo di eliminarlo quando eravamo in Tribunale dietro
alle sbarre». Ci fu poi un altro motivo che forse fu scatenante, le
accuse contro Misso per la strage del Rapido 904. «In quel periodo
c’era il processo che mi vedeva imputato a Firenze. Con me c’erano
anche Giulio Pirozzi e Nino Galeota - dice Misso - Fu allora che venni
a sapere che Ferraiuolo, avvicinato da servizi segreti deviati e
alcuni della polizia, aveva deciso di accusarmi di quella strage. La
sua ritrattazione fu poi lacunosa». Quindi si decise di passare alle
vie di fatto e al piano omicidiario: «Chiunque era autorizzato ad
assassinarlo, tutto avrebbero potuto farlo se lo avessero incontrato».
Nella scorsa udienza Misso aveva rilasciato una dichiarazione
spontanea dichiarando di aver firmato un verbale nel novembre scorso e
che aveva dato il via al suo periodo di “prova generale da
collaboratore di giustizia”. Il pubblico ministero d’udienza era Paolo
Itri che ha ascoltato le dichiarazioni dell’imputato. «Voglio essere
ripreso in volto ogni volta che parlo». Per questo si è voltato ed ha
fissato lo schermo che riproduceva l’aula dove si teneva il processo.
Dopo le dichiarazioni spontanee di Giuseppe Misso e quelle di Maurizio
Frenna fu la volta di altri due collaboratori di giustizia. Gennaro
Lauro e Maurizio Capuozzo, entrambi volti noti del clan Mazzarella. I
due avevano già fatto dichiarazioni accusatorie nei confronti di “’O
nasone” quale mandante del delitto e le hanno ribadite dinanzi al
collegio. Anche Gennaro Spinosa con molta probabilità sarà chiamato a
testimoniare, lui che da uomo libero ha deciso di presentarsi in
Procura e di dichiarare quando sapeva di omicidi, delitti, crimini,
estorsioni e droga. Si è accusato anche lui dell’omicidio di Mario
Ferraiuolo. «Il mandante dell’omicidio è stato Giuseppe Misso,
capoclan, detto “’o nasone”».

(Dal quotidiano Il Giornale di Napoli del 05/06/2008 )

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