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Walter Bonatti, K2. La verità, storia di un caso - - 31 luglio 1954 la spedizione italiana in Pakistan guidata da Ardito Desio, geologo ed esploratore, conquista l’inviolata vetta del K2 – la seconda ... I'm here monica longerI have my ...

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Apr 30, 2012, 4:29:56 PM4/30/12
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31 luglio 1954 la spedizione italiana in Pakistan guidata da Ardito
Desio, geologo ed esploratore, conquista l’inviolata vetta del K2 – la
seconda montagna piu alta del mondo ma la prima per difficoltà –
conquista portata a termine da Achille Compagnoni, guida valtellinese
e Lino Lacedelli, dei mitici Scoiattoli di Cortina D'Ampezzo.

«Ore 23 cinque cuori esultano per la stessa conquista, nella stessa
tenda all’ottavo campo. I loro nomi sono Abram, Gallotti, Compagnoni,
Lacedelli ed io in questo momento e solo per questo momento mi impongo
di dimenticare il resto. Ma cancellare per sempre dalla mente una
simile esperienza sarebbe ingiusto. Fatti come questo segnano
indelebilmente l’anima di un ragazzo e ne scuotono l’assetto
spirituale, ancora acerbo». Cosi Walter Bonatti conclude il resoconto
degli ultimi avvenimenti relativi alla fase finale della conquista,
descritti nel capitolo K2.Gli ultimi campi. Una conclusione amara,
come amaro è, del resto, il libro. Amaro perché questo è il sapore
della verità sulla spedizione italiana al K2. E’ una storia, come
afferma Rob Buchanan, redattore di «Climbing», «di confusione,
tradimento e spudorata ipocrisia come nessun’altra nella storia
dell’alpinismo».

La descrizione di Bonatti è accurata e, nonostante la severità degli
argomenti, il libro scorre come la piacevole ed avvincente lettura a
cui Bonatti ci ha da tempo abituati, guidandoci attraverso 50 anni di
emozioni, amarezze, polemiche, denunce e tribunali. Cinquant’anni di
tutto ciò e altro ancora; agli occhi di un profano può sembrare
assurdo prendersela tanto per una montagna. Ma la montagna in
questione si chiama K2 e a conquistarla per “prima” è stata
“l’Italia”. Già, ma perché allora tanto disturbo e così grandi
conflitti?

Nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954 W. Bonatti e l’hunza Mahadi
sono stati costretti al bivacco notturno a quota 8100 m a causa di un
incomprensione sulla posizione del nono campo. Ma facciamo un salto
indietro, al 29 luglio: essendo rimasti gli unici in grado di
proseguire, Walter Bonatti e Pino Gallotti (Erich Abram e Ubaldo Rey
sono malmessi e rientrano a campo 7), raggiungono Compagnoni e
Lacedelli all’ottavo campo, lasciando però le bombole d’ossigeno in
prossimità del settimo campo, dato che il loro peso sarebbe stato
eccessivo. Alla sera i quattro (Compagnoni, Lacedelli, Gallotti e
Bonatti) si accordano per sistemare il nono campo più in basso
rispetto alla posizione decisa in precedenza, per consentire ai
compagni di scendere a recuperare l’ossigeno e risalire al nono campo.
«Si tratta di scendere 200 m di quota verso il settimo campo, quindi
superare un dislivello di 500 m in salita (tali erano le previsioni ma
in realtà diventeranno oltre 700) con un peso sulle spalle di oltre
venti chili, ormai sugli ottomila metri. Una prova severa, direi una
follia, data la situazione sarà proprio da questa follia che dipenderà
la riuscita del K2».

Durante la risalita Gallotti esausto si ferma all’ottavo campo con
l’hunza Isakhan, mentre Abram, Bonatti e l’hunza Mahadi continuano
l’ascesa per raggiungere i due di vetta, Compagnoni e Lacedelli. Ma i
due non ci sono, sono più in alto, molto più in alto, come
constateranno più tardi Bonatti e Mahadi. Abram sfinito ridiscende
verso l’ottavo campo, ora sono rimasti soli. Walter Bonatti e l’ hunza
Mahadi , nonostante i ripetuti richiami ottengono in risposta solo un:
«più in alto, seguite le tracce …» e poi il silenzio. Con il calare
dell’ oscurità, il freddo si fa sempre più intenso e con esso
l’angoscia. Bonatti fatica non poco a controllare Mahadi, ormai in
preda alla disperazione. La loro posizione è estremamente pericolosa,
un passo falso e ci si ritrova al campo base.

Bonatti è giovane, ma dentro di lui cova la forza e la tenacia di uno
spirito bellicoso e, con fermezza e carattere, decide per l’unica
azione possibile. Pur essendo una follia, prepara una piazzola dove
poter stare seduti, si, seduti solo con l’equipaggiamento per la
salita e nulla per potersi riparare in un bivacco, un bivacco a
strapiombo a 8100 m. Un breve dialogo con Lacedelli ad una distanza
indefinibile scatena una nuova crisi in Mahadi che Bonatti fatica a
calmare. Poi gelo, neve, una bufera spazza il canalone dove si trovano
ed incredibilmente la notte passa. Poco prima dell’alba, Mahadi scende
da solo, distrutto nel fisico e nell’animo(subirà diverse amputazioni
a causa del congelamento di mani e piedi). Bonatti attende il levare
del sole. Prima di partire, libera dalla neve i trespoli con
l’ossigeno perché i compagni li possano trovare e poi anch’egli si
cala al campo otto.

Pino Gallotti scrive nel suo diario: «Sabato 31 luglio: giornata
dall’inizio drammatico: poco prima delle sette siamo svegliati dallo
spalancarsi della tenda. E’ Mahadi che si affaccia con aria stravolta,
ci mostra i piedi e le mani martoriati dal gelo, i piedi specialmente
hanno le dita annerite, gia intaccate in modo preoccupante. Le sue
spiegazioni – dette con voce affannosa – non risultano chiare, ci
lasciano in uno stato di profonda apprensione … Non passa però molto
tempo che ecco giungere Walter; ha un aspetto più che normale e il
solo vederlo ci rassicura… Penso che ben pochi al mondo potrebbero
mostrare un aspetto così fresco (è il caso di dirlo) e normale alla
mattina dopo una simile notte. Walter può ringraziare il suo fisico e
forse qualcuno che questa notte lo ha vegliato dall’alto. Compagnoni e
Lacedelli giungono in vetta grazie all’ossigeno trasportato da Bonatti
e Mahadi , ossigeno che nelle dichiarazioni di Compagnoni e Lacedelli
“finirà” 200 m sotto la vetta rendendo drammatica l’ ascensione
(distanza coperta in solo due ore, cosa impossibile senza ossigeno a
quella altezza); ossigeno che “soffocherà” la verità per oltre trent’
anni. Le bombole non finirono 200 m sotto la vetta bensì durarono sino
in cima, dato che esistono fotografie che testimoniano il fatto, la
menzogna. Una menzogna inutile, il K2 era vinto».

Più di una versione è stata scritta su questa faccenda. Nel 1964, un
giornalista della «Nuova Gazzetta del Popolo della domenica di
Torino», Nino Giglio, con un articolo a dir poco assurdo oltre che
infamante, scatena l’ira di Bonatti che indignato lo cita in giudizio.
Dopo tre anni nelle aule di giustizia, nel 1967, il Tribunale di
Torino gli da finalmente ragione.«Giustizia è fatta» titolano i
quotidiani e anche Bonatti è soddisfatto. La “verità” è ora pubblica.
Ma il mondo alpinistico istituzionale (il CAI) rimane zitto e fermo
sulla sua verità, quella ufficiale, scritta da Desio, capo della
spedizione nel 1954. E’ cosi che nel 1984 viene pubblicato Processo al
K2 il primo libro-dossier in cui Bonatti denuncia le ingiustizie
subite.

Nel 1994 il Club Alpino Italiano annuncia la tanto attesa revisione
storica dell’ avvenimento K2. Ahimè! Il Cai si ferma ad un
riconoscimento per l’apporto dato da Walter Bonatti, finora escluso ed
isolato, preferendo continuare a tacere su quello che è il nocciolo
della questione: «lo scandalo dell’ossigeno falsamente esaurito
anzitempo sul K2» . E’ per questo che nel 1995 esce K2 storia di un
caso prima edizione, che dopo 10 anni prende il titolo di : K2 La
verità, storia di un caso.

In questa ultima edizione, aggiornata e riveduta, Bonatti consegna
alla storia tutto il vissuto di questa imbarazzante faccenda che dopo
cinquant’anni cerca ancora la verità. Già, perché sui libri ufficiali
la storia è ancora la stessa. Qui Bonatti chiama in gioco le
istituzioni più alte, dal Cai alla Presidenza della Repubblica, li
chiama a ciò che, come istituzioni, dovrebbero fare: a riscrivere la
storia ufficiale che non fa onore all’alpe ed agli uomini, una verità
che protegge falsi miti e falsi eroi. “Tipicamente italiano”, si legge
tra le righe. La propensione verso l’arte dell’arrangiarsi, dove chi è
svelto è un mito da esaltare. Nella denuncia di Bonatti troviamo anche
spunti per un analisi della società, una società a cui manca veramente
l’ossigeno. Il messaggio, la richiesta si può dire, di Bonatti, non è
una revisione storica perché meglio figuri la sua immagine, anche
perché nessuno mai ha dubitato del suo valore come uomo e come
alpinista, ma la liberazione dall’oscurità di quella dignità umana che
ancora oggi vaga triste e solitaria tra gli immensi e minacciosi
seracchi del Baltoro.

Nel 2004 cade il cinquantennio della conquista. Ci auguriamo che al
fantasma della dignità venga finalmente concesso di salire sulle alte
vette del Karakorum.
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