Se sei un grande appassionato di montagna,
se mentre percorri i sentieri rifletti e pensi,
se quando cammini non pensi solo alla meta ma a cio' che vedi lungo il
cammino
se sei passato lungo la strada della Val d' Assa da Asiago alle
Vezzene
se ti sei accorto della presenza di una casara lungo la strada...
...allora ti consiglio questa lettura
...magari dopoaverla stampata per leggerla in tutta tranquillità
per me e' pura poesia. Buona lettura
L’ O S T E RI A D E L T E R M I N E
di Mario Rigoni Stern
Il fabbricato è lungo la via che sin dai tempi più remoti collega il
Veneto con il Tirolo; allora il sentiero passava a mezza costa sotto il
Bosco della Chiesa e tra faggi e abeti raggiungeva il fondovalle dove il
torrente che scendeva dalle Forcelle si univa a quello che scendeva
dalla Porta; proseguiva per quella valle e si inoltrava ancora tra i
boschi, poi per pascoli alti e per il Passo menava verso il Tirolo. Con
il decorso dei secoli divenne mulattiera e ai tempi delle epidemie di
Peste, nel 1631, dove c'è l'Osteria venne costruito il ricovero in
tronchi per la Guardia Sanitaria che doveva controllare tutti quelli che
volevano entrare nei nostri territori. Poi, sempre in tronchi squadrati,
venne edificata l'Osteria per ristoro e rifugio dei viandanti. Dopo
ancora molti decenni, quando i tronchi incominciarono a guastarsi si era
nell ' epoca della Rivoluzione francese e fu uno degli ultimi atti della
Reggenza, l' edificio venne ricostruito in muratura.
Gli inverni erano sempre molto lunghi a passare e, tra novembre e
Pasqua, l' oste e la sua famiglia rientravano al paese per svernare. Per
ordine della Reggenza, come era scritto nei Capitolati, bisognava
lasciare aperto un vano con scorta di legna e paglia, e la porta che
dava accesso al locale doveva essere chiusa dall’ ' esterno con un
paletto in alto, perché la neve non lo coprisse, in modo da dare
possibilità di rifugio e di salvezza a chi ne avesse necessità.
Già era accaduto, se non proprio qui poco lontano, che tre uomini
sorpresi da una tormenta mentre ritornavano a casa dalle terre
dell'Impero, perdessero la loro vita addossa- ti alle rocce. L 'Osteria
diventava anche ricovero per qual- che emigrante disperato che per far
mangiare i figli picco- li era costretto a non osservare le leggi degli
uomini; come quel nostro compaesano detto Nane Prussia che in Tirolo,
sulla strada del ritorno, per non intaccare il magro guadagno aveva
rubato un pezzo di lardo esposto fuori da una bottega ed era uscito dal
fornaio senza pagare due forme di pane; cosi che nell'anno 1855 con
foglio centrale pubblicato dall'I. R. Dicastero supremo di Polizia in
Vienna, mercedi 3 gennaio, ne veniva ordinato l'arresto per cri- mine di
furto, segnalandolo: «... d'anni 25, di statura ordinaria, corporatura
complessa, viso e mento tondi, occhi bigi, naso piccolo, bocca grande,
capelli neri. Sullo stinco della gamba sinistra ha una macchia
proveniente da un'antica contusione».
Al tempo dell ' Austria per quella mulattiera si andava e veniva senza
alcun vincolo. Chi si incamminava per luoghi lontani bastava portasse
con se Il libretto di scorta che rilasciava il Capitanato distrettuale,
valido per tutti i do- mini dell'Impero austriaco e per gli Stati della
Confederazione germanica e della Svizzera.
Le cose cambiarono dal 1866 perchè poche decine di metri dopo l'Osteria
fecero passare il nuovo confine di stato, lungo le proprietà dei due
comuni vicini, e al di qua e al di là dell'impluvio si costruirono le
gendarmerie.
La condotta di tronchi di larice perforati che portava l'acqua fino nei
pressi dell'Osteria venne sostituita con tu- bi in ferro; venne pure
costruito un abbeveratoio in ce- mento per i cavalli che trascinavano i
legnami, ma anche tutti quelli che la stanga voleva dividere poterono
bere. Con il passare degli anni, in seguito a un accordo tra i comuni
confinanti e con il parere favorevole delle superiori autorità, la
mulattiera divenne una carrozzabile e nei me- si estivi una diligenza
internazionale faceva servizio di posta e di passeggeri unendo i due
paesi che, divisi dal con- fine, avevano interessi comuni di pascoli e
di boschi.
Nelle belle giornate d'autunno, quando la selva incomincia a vestirsi di
tanti colori, in questa Osteria si dava- no appuntamento nobili veneti
che salivano da Venezia, Padova o Vicenza, con quelli austriaci che
scendevano da Vienna, Salisburgo e Merano. Al seguito avevano cani,
cuochi e servitori; portavano a gara cibi prelibati e vini di qualità.
Alla sera mangiavano, bevevano, fumavano sigari Virginia fino a tardi e
poi andavano a dormire un poco nelle quattro stanze dell'Osteria e nelle
quattro delle gendarmerie che per l' occasione venivano rinfrescate e
riassettate con biancheria di bucato; gli italiani andavano da- gli
austriaci e gli austriaci dagli italiani. Al mattino si alzavano che era
ancora buio, bevevano un brodo e il rituale bicchierino di grappa
attorno al focolare dell'Osteria do- ve vampeggiava un bel fuoco. E dopo
il Weidmannsheifl uscivano a caccia.
Nei primi anni del nostro secolo, anche se era stata firmata tra i
governi la Triplice Alleanza, dall'una e dall'al- tra parte nei punti
più strategici si incominciarono a costruire fortezze di calcestruzzo
con cupole d'acciaio, si tracciarono strade per le artiglierie pesanti
campali, si scavarono nella roccia ricoveri e polveriere. Ingegneri e
generali diressero il lavoro di centinaia di operai. Quando la diligenza
passava il confine salivano in serpa due gendarmi che avevano il compito
di abbassare le tendine per pre-cludere ai passeggeri la vista dei
grandi lavori in corso. In- fine, il 28 luglio del 1914, detonò la
Grande guerra.
// Dall'Osteria, in quell'autunno, passarono centinaia e
centinaia di emigranti che ritornavano dai territori degli Imperi
centrali. Si fermavano a mangiare un piatto di minestrone con due fette
di polenta, a bere mezzo litro di vi- no, per poi riprendere la strada
verso casa. Nella sosta raccontavano che i Krupp avevano fabbricato
cannoni così potenti che riuscivano a sparare a trenta chilometri bombe
da sette quintali; che il Kaiser e i suoi generali aveva- no un esercito
invincibile, ma che anche lo zar Nicola ave- va milioni di soldati.
Raccontavano ancora che tedeschi e austriaci temevano che l'Italia
tradisse l'alleanza. Ma come avrebbero potuto combattere contro chi dava
loro lavoro ? Insomma era tutto un ramloch, che tradotto vorrebbe dire
una gran confusione, come quella che fanno i corvi di sera attorno ai
loro rifugi.
Per la prima volta nella sua lunga storia l'Osteria quell'inverno rimase
aperta. Un paio di compagnie di alpini si erano accampate sui confini e
ogni tanto le pattuglie con i sergenti venivano a rifocillarsi. Gli
austriaci avevano mandato sulle alture qualche plotone di Standschiitzen
e, nei giorni di sole, dall'una e dall'altra parte si scambiava- no
saluti e battute. Verso la primavera del 19 I 5le cose in- cominciarono
a cambiare; chi comandava impose rigorosa disciplina, non più saluti,
non più battute o scherzi. Nelle fortezze dedicarono attento studio alle
tavolette di tiro, i cannoni dentro le torrette vennero ripuliti e
ingrassati, si fecero prove d'allarme e sempre più «esercitazioni in
bianco». L 'oste e la sua famiglia vennero allontanati, il fabbricato
requisito. Il generale che comandava il settore si fece costruire dal
Genio, nel cuore del bosco più fitto e ben defilata ai tiri dell '
artiglieria, una villetta in tronchi e tavoloni che volle chiamare
Pinetta (proprio così, con due t, non Pineta, forse a ricordo di una
Giuseppina), con dentro tutte le comodità, compreso un «bidet da campo».
Il 24 maggio del 1915, alle ore 4, con il crepuscolo dell' alba, il
primo colpo di cannone sparato dal forte di Monte Verena segnò nella
storia la nostra entrata in guerra contro l' Austria-Ungheria.
Molti uomini, centinaia di migliaia di tonnellate di materiali passarono
in quegli anni davanti all'Osteria. Giorno dopo giorno, tante storie
andarono ad aggiungersi a quelle remote nei secoli.
Fino a una decina d' anni fa arrivavano da lontano dei signori molto
anziani; lasciavano parcheggiate le macchi- ne dove un tempo sorgeva la
gendarmeria e, levandosi il cappello, entravano nell'Osteria come fosse
una chiesa. Dopo aver sorseggiato il caffè domandavano al signor oste il
permesso di salire le scale e di entrare in una certa stanza. Li si
sedevano in silenzio sul pavimento di legno e sta- vano raccolti come in
preghiera, senza parlare. Quando scendevano per mangiare avevano gli
occhi umidi di pianto. L 'oste, per loro, preparava personalmente il
tavolo vicino al focolare e accendeva il fuoco anche se non era
necessario. Mangiavano parlando ogni tanto sottovoce. Prima di ritornare
da dove erano venuti salivano nel bosco dietro l'Osteria. Ma anno dopo
anno il loro numero diminuito; finche non vennero più.
Oggi nei lunghi mesi invernali, come pure accadeva nei tempi lontani,
l'Osteria rimane chiusa e silenziosa. La ne- ve, le colonne di ghiaccio
sui fianchi rocciosi della strada, le interminabili notti e il sole che
non prima di gennaio e per pochi minuti si affaccia dall'alto della
montagna dal bel nome che tanto piaceva a Robert Musil, rendono quel
luogo molto appartato, lontano, come in altra epoca. L' o- ste, per
consuetudine, com'era prescritto nei Capitolati della Reggenza, prima di
chiudere la porta lascia vicino al focolare un bel mucchio di legna
secca. Già nei giorni di fine ottobre quasi nessuno si ferma, non
turisti o viaggiatori. Alla sera due boscaioli e il guardaboschi sostano
un poco per riposare e bere assieme mezzo litro di vino, e poi vanno via
in fretta perchè viene subito notte. In alto, dove il bosco finisce e
incominciano i pascoli, arriva la neve e la montagna diventa selvatica e
inospitale.
L 'ultimo giorno di apertura la moglie dell ' oste sistema le sedie
attorno al focolare, sul tavolo vicino pone il lume a petrolio, una
scatola di fiammiferi, qualche bottiglia di vino, una di grappa, un
cestello di pane biscotto e un bel pezzo di formaggio stagionato. È un
rito che vide compiere dalla suocera la prima volta che venne quassù
nel- l'estate dell' 45, quand'era sposa novella: È per gli spiriti che
si ritrovano in questa casa, -le aveva detto. -Li avrai sentiti anche
tu. Sono tutti buoni.
L' oste, mentre la moglie prepara la tavola per gli ospiti delle notti
invernali, controlla se le finestre e le imposte sono ben chiuse, da
fronteggiare le bufere; guarda se il fuoco in cucina è ben spento e se i
tubi hanno scaricato tutta l'acqua. Che silenzio ora! È il momento in
cui il bosco intorno fa sentire il sospiro del vento che muove i rami in
attesa della neve.
Quella notte, quando l'oste e la moglie avranno abbandonato l'Osteria,
dall'ampio sottotetto, dalle stanze disadorne, dai corridoi ma anche da
strade che partono da lontano, gli spiriti si ritroveranno davanti al
focolare -è sempre quello da secoli, l'unico manufatto rimasto dopo
guerre e incendi! -dov'è acceso il fuoco che non si consuma; come non si
consuma il petrolio che alimenta la lampada, e il vino e la grappa, il
pane e il formaggio.
Le sedie di legno con il fondo di paglia verranno occupate da chi primo
arriva accanto al fuoco. Potrà capitare che il feldmaresciallo barone
Franz Conrad von Hotzendorf si segga sulla pietra del focolare e il
contrabbandiere Tonle nella comoda sedia, che Musil rimanga in piedi
appoggiato alla cornice di marmo, il generale conte Luigi Cadorna
accanto a Tonle, e Barba Matto, cosi, per abitudine piacevole, curi il
fuoco e la sua pipetta. Parleranno della vita trascorsa, dei fatti
grandi e piccoli e di molte altre cose. Tutti, chi più chi meno, hanno
avuto rapporti con questa Osteria di confine.
Una sera giungerà anche il conte Pula Dolfin a parlare delle sue cacce
al Polo Nord; un'altra Brocca il partigiano a spiegare perchè e come ha
vendicato il padre ucciso dai fascisti sull'uscio di casa; anche Nello,
il casaro del Dosso che vuole raccontare di pascoli, vacche e formaggi.
Una sera Tan, il boscaiolo, discuterà con l'Ispettore forestale su come
vorrebbe vedere governati i boschi che incominciano a infittirsi troppo.
Insomma, queste ombre diranno delle cose passate e delle presenti.
-Per conto mio, -dirà una sera Tonle a Vittorio Emanuele e a Francesco
d' Asburgo, -avete sbagliato a dichiararvi guerra. Non eravate anche
parenti ? E poi, cosa credete di avere risolto ? Niente. Tanto di guerra
ne hanno fatta un'altra più brutta. Non vedete com'è andata a finire ?
lo stavo bene con la gente. Con tutti, di qua e di là dei confini.
-Vedi, caro amico, -risponderà Francesco Giuseppe, -non ero io che
volevo la guerra. Nella tua Italia c'erano alcuni che alzavano la voce,
echi grida più forte viene ascoltato anche se ha torto. lo, in Austria,
avevo i generali con in testa Conrad von Hotzendorf che voleva
addi-rittura che vi attaccassi al tempo del terremoto di Messina. E poi
non si fidavano dell' Alleanza. Avevano ragione, siete stati voi a
tradire il patto.
-Non noi, non noi mein lieber Franz, quelli che governavano. Insieme mi
avete distrutto la casa e disperso la famiglia.
-Vedi cugino, -interverrà Vittorio Emanuele, -nel mio proclama dicevo
che seguivo l' esempio del mio gran- de Avo e chiedevo ai miei soldati
di compiere l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri. Tu ai
tuoi popoli richiamavi la memoria di Novara, Mortara, Custoza, Lissa,
battaglie gloriose della tua gioventù, lo spirito di Radetzky. Ci dicevi
perfidi nemici e chiedevi la benedizione dell 'Onnipotente. ..
Barba Matio ascolterà tirando il fumo dalla sua pipetta e a un certo
punto interverrà dicendo: -Ma come fate adire «miei soldati», «mio
popolo» ? Credete di essere pa- droni della vita degli uomini ? Se è
vero, come andate ragionando, che è stata tutta colpa dei generali, dei
ministri e degli industriali, delle banche, dei poeti, che re e
imperatori eravate mai voi ? N on contavate proprio niente ? Era meglio
se vi giocavate il Trentino a dama e Trieste a briscola...
-Bambinate, ignoranza storica, -si intrometterà a questo punto il
feldmaresciallo Conrad, -il mio imperatore doveva mettere in atto la mia
proposta: lasciare pure avan- zare l'esercito italiano fino a Lubiana o
anche oltre verso Vienna, e poi sferrare il nostro attacco da qui.
Sarebbe tutto finito in fretta. ..
Robert Musil, fino a quel momento un po' appartato, - uscirà dall'ombra,
accenderà una sigaretta sottile prendendo il fiammifero dalla scatola
che è sul tavolo, con un cenno del capo saluterà, sorriderà a Tonle, e
dopo aver espirato il fumo dirà sottovoce alla compagnia:
Miei signori, ascoltate qui rivolti,
batte l' orologio i suoi dodici colpi.
Fate attenzione alla luce e al fuoco,
che una sventura è questione di poco !
Detto questo ritornerà nell ' ombra.
Nevicherà quella notte che appariranno i quattro ufficiali del 27°
Reggimento imperiale di fanteria Konig der Belgier con sede a Graz.
Attorno al fuoco che non si consuma ci sarà anche un signore anziano con
la divisa di capitano del genio pionieri che si presenterà ai quattro
salu-tando militarmente. Capirà dalle loro divise che sono del- la 6a
Infanteriedivision, quella che ha tenuto il fronte più alto di queste
montagne. Staranno a lungo, quella notte, a parlare delle loro avventure
ai convenuti.
Il capitano ingegnere Anton Jacobi racconterà come hanno fatto,
nell'estate del '16, a costruire la strada di arroccamento che saliva
fino alle quote più alte, dopo che a causa della controffensiva su
questo tratto di fronte e su quello russo furono costretti a ritirarsi
su posizioni più facilmente difendibili: -Mi aveva chiamato il nostro
co- mandante dandomi un mese di tempo per concludere i lavori. Dopo i
primi calcoli dissi che mi occorrevano mille- settecentotrentacinque
uomini e tra questi almeno una compagnia di esperti minatori; e tanto
esplosivo. Me ne assegnarono milletrecento. Lavorammo anche quattordici
ore al giorno per trentadue giorni. Certe mattine l'ac- qua si cambiava
in neve, piogge, temporali, frane. Abbia- mo fatto esplodere migliaia di
mine per sgretolare la roccia. Una compagnia fu colpita dalla diarrea,
in un tratto esposto fummo sotto il tiro dell'artiglieria italiana...
Cosi racconterà il capitano Jacobi e gli altri assentiranno con il capo.
-Ma poi, -dirà un capitano con il distintivo dello stato Maggiore,
-venne quell'inverno con sette metri di ne-
ve. Era difficile far funzionare le teleferiche e tenere transitabile la
linea d'arroccamento. Le truppe in prima linea vennero alleggerite e
cinque battaglioni furono messi a spalare la neve dalle strade.
-Ricordo, ricordo tutto, -dirà l'ufficiale più anziano, un maggiore con
l' ordine di Maria Theresia che gli pende dal collo- quest'opera
stradale l'avevamo dedicata al- j'\AC) l'arciduca Eugenio d' Asburgo, e
proprio giu per questa strada abbiamo portato in spalle, fin dentro
quest'Oste- ria, il nostro comandante tenente maresciallo Artur Edler
von Macenseffy colpito a morte il6 ottobre del' 17. In una stanza qui
sopra l' abbiamo vegliato noi quattro qui pre- senti in rappresentanza
di tutta la 6" Divisione principe Schonburg, prima dei solenni funerali
in Santo Stefano, a Vienna...
lMentre sottovoce e con solennità dirà questo, si farà largo una figura
intabarrata: -Fatemi un po' di posto, ho freddo, -chiederà Carlo, il
pastore che per tanti anni su questi alti monti ha d'estate condotto il
suo gregge. I quattro ufficiali staranno zitti, come imbarazzati dalla
sua pre- senza. -Dopo che voi siete andati via, nel '19, sono ri-
tornato con le mie pecore, -dirà Carlo. -Ho trovato tanti rifugi dove
poter comodamente dormire, strade, mulattiere selciate, vasche per
raccogliere l'acqua; c'erano an- che molti depositi di munizioni sparsi
per le montagne, baracche e case; persino la chiesa tutta in tronchi che
avete dedicato a Santa Zita, patrona della vostra ultima imperatrice. Ma
anche cimiteri di soldati e ancora soldati mor-ti tra le rocce e i
mughi. Ma perche ? Questo mi doman-davo evi domando. Sapete dirmi
perchè? - No, non sapranno rispondere. Non riusciranno, in quel
momento, a pronunciare con leggerezza parole come onore, difesa della
patria, gloria, fedeltà, In una di queste notti invernali arriverò là in
sogno. Scenderò a scavezzacollo con gli sci dalla montagna dal bel nome,
entrerò senza aprire la porta e mi troverò davanti, come mi
aspettassero, Barba Matio e Carlo che ragionano di pecore e di vacche:
-Se continua cosi ancora qualche anno, -dirà Carlo, -su queste montagne
non ci saranno piu pascoli e quindi nemmeno pastori e malghesi. Le mughe
stanno coprendo tutto, anche i lavori che hanno fatto i soldati nella
Gran- de guerra.
-Questo è niente, poco male, - dirà Barba Matio, -l'altra notte davanti
a questo fuoco ho sentito dal Bandiera che quest'anno i pastori hanno
dovuto pagare per far di- struggere la lana che avevano tosato. Ed era
anche molto bella! Nessuno vuole piu comperarla. Neanche per niente !
Non s,i vende che la carne degli agnelli.
-E vero, -interverrò, -me l'hanno detto anche gli Ava che in agosto
avevano il gregge sui Rivoni. Ma pensate che c'è una legge che obbliga a
pastorizzare in malga la panna prima di fare il burro.
-Cosa vuoI dire pastorizzare ? -chiederà Carlo. -Non c'entra niente con
i pastori. VuoI dire che prima di fare il butirro occorre portare la
panna a settanta gradi e poi raffreddarla.
-E come si fa ? E perche ? -In malga credo che non si possa fare. È
perche, di- cono, il burro come si è sempre fatto potrebbe far ammalare
chi lo mangia.
-Abbiamo sempre mangiato burro fatto all'antica e non ho mai sentito
dire che qualcuno si sia ammalato, -concluderà Barba Matio.
Guarderemo in silenzio il fuoco e a un tratto Carlo mi chiederà: -Ma tu,
Mario, scrivi ancora ?
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Grazie,
Stefano
>
>
>Se sei un grande appassionato di montagna,
E se sei un appassionato di buona cucina, fermati e ordina una
grigliata!!! Sono una roba spaventosa!
E' aperto solo d'estate.
Mario Rigoni Stern è una persona veramente eccezionale!
Esperto conoscitore delle montagne e degli animali dell'Altopiano, e
sa raccontare anche le cose più semplici in un modo a dir poco
appassionante.
E' molto legato a quel ristorante, come si può notare dalle numerose
sue foto appese in giro lì dentro.
Rotzo
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Pochi uomini pensano.
Ciononostante,
tutti hanno un'opinione
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