Cap. 7 - La fabbrica a gas italiana
Ho firmato per la Aki nel settembre del 1995 al Concorde - Lafayette di
Parigi. Dall'inizio le cose erano chiare. Assieme al contratto mi avevano
dato le coordinate di un medico toscano. In Italia lo chiamano "il
preparatore".
Gli italiani conoscono bene il senso della formula.
Mi è stato detto di fare almeno duemila chilometri in agilità durante tutto
ottobre; poi ho raggiunto la squadra a Montebelluna, in Veneto, per fare una
serie di test. I miei risultati erano fra i migliori, al livello del vecchio
campione del mondo russo Konyshev. Lo studio del medico sembrava un
laboratorio per astronauti. Biciclette ergometriche, computers, stampanti,
strumenti di misura di ogni genere. Hanno calcolato la mia percentuale di
grasso e di acqua, analizzato bene il mio sangue. Verdetto: manchi di
muscoli. Dovrai prendere degli anabolizzanti. Associati al testosterone, con
un allenamento rigoroso e un regime alimentare appropriato il tuo grasso
sarà trasformato in muscolo. La tua percentuale di grasso dovrà scendere dal
12% all'8% la prossima stagione.
Ho risposto di si a tutto. Non avevo il tempo per pensare. Anche se nulla
era specificato nel mio contratto. Non avevo mai preso questi prodotti
perché non sapevo come utilizzarli. Conoscevo il Durabolin, ma sapevo che
restava otto mesi nelle urine. Ed era un prodotto iniettabile, mentre là mi
proponevano anabolizzanti in pasticche. Il dottore mi disse che avremmo
cominciato il trattamento più pesante all'avvicinarsi delle prime
competizioni, secondo il mio stato di forma. Ero contento che ci si
occupasse di me così.
In allenamento lavoravo molto sulla qualità; giravo il pignone fisso come
mai. Ero così felice che, anche una volta rientrato a Brest, non ho fatto
una festa per tutto l'inverno. Mi allenavo controllando il cuore con il
cardiofrequenzimetro.
Era la seconda volta che mi allenavo in maniera sistematica e scientifica.
La prima era stato l'anno precedente con Alain Vayer, professore di
ginnastica a Laval, divenuto preparatore fisico alla Festina. Un idealista,
che pensava che si potesse fare dello sport ad alto livello senza prendere
niente. E' stato lui a rimettermi in piedi per la Quattro Giorni di
Dunkerque. Il suo ruolo avrebbe potuto essere determinante per me, ma io non
ho capito. Credevo troppo alla magia dei prodotti, così non seguii per
troppo tempo il suo programma.
In Italia ho capito che l'allenamento e l'alimentazione rappresentano circa
il 70% della performance. Per il resto è l'organismo di ciascuno che fa la
differenza ed è là che si interviene con i prodotti. Si tratta di fare del
"boosting" (incrementare molto) alle proprie qualità naturali, nel modo più
efficace.
Gli italiani mi avevano convinto anche a buone abitudini. La sveglia alle
sette del mattino, footing prima del pranzo, palestra e muscolazione, bici e
pignone fisso il pomeriggio. Un cambiamento radicale per uno che era più
incline al fannullismo. E ne ho subito sentito i benefici. Inoltre, viste le
mie origini italiane da parte di madre, mi sentivo a casa, anche se parlo
meglio lo spagnolo che l'italiano. In Italia l'arte di vivere non è una
vuota parola, e lo sport è un'arte.
A dicembre certi corridori sono partiti per il Messico. Era un buon luogo di
allenamento e un modo per evitare i controlli a sorpresa che in Italia
vengono fatti fuori stagione. Ma non sapevo, allora, che Toluca era il luogo
ideale per procurarsi facilmente gli ultimi prodotti alla moda: e
specificamente l'IGF1, un ormone della crescita, molto pericoloso per la
salute, che cominciava ad apparire nel gruppo.
A gennaio '96, nello stage di allenamento con la squadra a Castagneto
Carducci, in Toscana, ero fra i più preparati. Durante i test, ero sempre
fra i primi cinque sulle salite. Verso la fine del ritiro, un dirigente
della squadra mi annunciò: "La tua prima corsa sarà l'Etoile de Bessege. Poi
tu comincerai la cura".
L'ora dell'Epo era suonata. E questo mi pose un vero caso di coscienza,
anche se mi ero già iniettato nelle vene qualsiasi intruglio. Sapevo che in
Belgio e in Olanda alcuni corridori erano morti. L'eritropoietina è un
ormone naturale, somministrata in alte dosi permette di aumentare il
trasporto dell'ossigeno nel sangue, moltiplicando i globuli rossi.
Immediatamente puoi rimpiazzare uno stage di tre settimane in altitudine con
una sola iniezione. Ecco un bel risparmio per un manager, soprattutto se è
il corridore che paga per la sua fiala. Il rischio è che il sangue coaguli;
i vasi si chiudono e c'è l'arresto cardiaco. Contro-pubblicità indesiderata
dagli sponsor se dovesse avvenire al Tour. Signori sportivi, siete pregati
di morire con discrezione, se possibile nelle stagioni di passaggio. E
tuttavia, l'effetto sulle prestazioni è tale che tutti si sono tuffati
nell'Epo. Fare la cura vuol dire mettere un turbo al proprio motore. Chi
rifiuta? Ero tra due fuochi. Da una parte il mio compagno di squadra Gilles
Délion, un originale che non prendeva assolutamente niente; dall'altra Bruno
Roussel, stella sua malgrado dell'estate '98 (lo scandalo Tour n.d.r.). Il
primo mi implorava di non cedere, il secondo, una volta su un aereo nel
quale ci siamo ritrovati vicino mi ha detto: "Tutti la fanno, l'Epo. Non
devi avere preoccupazioni. Se non la prendi, sei fuori gioco". La scelta era
presto fatta.
In Spagna al Tour di Valencia ho cominciato a "sparare il cannone". Le prime
iniezioni di Eprez si facevano sotto forma di due endovenose: 2.000 unità
ciascuna; poi la stessa dose con iniezione sottocutanea, a giorni alterni.
All'epoca non c'erano controlli sul sangue. Non era necessario controllare
il proprio ematocrito con la centrifuga portatile, bastava un controllo al
mese. All'inizio della cura scoprii che il mio tasso di ematocrito era già
al 51% (un anno più tardi l'Uci metterà il limite al 50%). Nel marzo del
1996 alla Parigi-Nizza, ero salito al 54%. In giugno al Giro di Svizzera
sforavo già il 60%. Con l'Epo, scoprii un altro sport. Andavo fortissimo, mi
allenavo con impegno e recuperavo rapidissimamente. Acquistai fiducia in me
stesso. Non mi accontentavo di finire la corsa, andavo all'attacco, specie
davanti alle telecamere, come nei miei sogni da bambino. E di colpo gli
altri si accorsero di me. Tutti erano impressionati e volevano sapere dei
miei programmi, delle mie intenzioni. Al Criterium International di fine
marzo, ero leader della squadra. Ma nella prova in salita mi staccai dal
gruppo di testa a 4 chilometri dall'arrivo. Grossa contrarietà. Il
pomeriggio, per rifarmi, chiusi al settimo posto nella prova a cronometro,
confermando le mie attitudini. Ma, come sempre nella mia carriera, un
granello si sabbia venne a fermare un meccanismo ben oliato. Era un nodulo,
una ciste un indurimento al soprassella che mi torturava dalla Parigi-Nizza.
Morozov, un vecchio "soigneur" russo nella Aki, mi faceva delle iniezioni
anti infiammatorie di cortisone e analgesici perché la ciste non si
ingrossasse, Ma al Tour dell'Armorique, il dolore divenne insopportabile. La
ciste si era ingrossata divenendo come un grosso testicolo. Tornai a casa.
Il medico di famiglia non ebbe esitazioni: "Bisogna operare". Mi telefonò il
dottore della squadra Aki: "Dopo l'intervento bisogna che aspetti una
settimana prima di risalire in bici: Poi, dal momento che hai attinto alle
tue riserve a causa del cortisone, dovrai rifare una cura di anabolizzanti e
restare 5 settimane senza correre". Ma la voglia era troppa. Due giorni dopo
l'intervento martirizzavo i miei punti di sutura su una bici da camera.
Appena tolti i punti mi rimisi subito sulla via dei Pirenei per allenarmi a
dovere. Quando mi mancava il coraggio cercavo un po’ di sostegno nelle
vecchie care anfetamine. Il mio programma di anabolizzanti durò due
settimane, si fermò quindici giorni prima della ripresa delle gare, per
evitare possibili positività ai controlli. Alla Quattro Giorni di Dunkerque,
dove avrei dovuto meritare il posto per il Giro d'Italia e, successivamente,
il Tour, riuscii ad essere nel gruppo. Nella seconda tappa Denis Zanette
prese la maglia di leader e Amadio mi comandò di difenderlo. Andavo spesso
in testa al gruppo. Mi ricordo un testa a testa con Francis Moreau dalle
parti di Boulogne sul mare. In cima ad una salitella avevamo così allungato
il gruppo che alla ruota non restava che il solo Chris Boardmann. Poi
attendemmo il gruppo. Thierry Laurent partì in contropiede. Lo lasciai
andare: faceva parte di una piccola squadra l'Agrigel, nella quale avevo due
amici, Jacky Durand e Thierry Marie. Amadio andò su tutte le furie. La corsa
fu vinta da Philippe Gaumont, con l'aiuto insperato di Zanette, che passò
alla cassa, come avevo fatto io l'anno precedente. Vittoria per nulla:
Gaumont fu squalificato perché positivo per anabolizzanti. Nonostante questo
fui scelto per il Giro, che quell'anno partiva da Atene.
E ancora una volta la sfortuna. Nella prima tappa fui coinvolto in una
caduta generale: ne uscii conciato malissimo, ma non volevo lasciare il mio
primo Giro d'Italia. Fu una notte terribile, vomito, nausea, giramenti di
testa. Il cuore a riposo era salito a 115 quando normalmente segnavo 40
battiti al minuto. Incrociai Gianetti al raduno di partenza, mi vide così
male che avvisò i dottor Tredici il quale a sua volta intervenne presso
l'Aki perché io non partissi.
Al ritorno in Italia, via nave, con sbarco a Brindisi, per la prima volta il
Giro fu attraversato dal timore di controlli alla dogana. Affollamento
generale. Tutte le squadre si sono messe alla ricerca di automobili da
noleggio per trasportare i prodotti dopanti via terra. Un viaggio
allucinante via Yugoslavia e la frontiera di Trieste. Falso allarme. A
Ostuni neppure un poliziotto. Ma per me il Giro era finito. Da quel momento
in testa avevo un solo pensiero: il Tour. Ho chiesto, dunque ai responsabili
dell'Aki di mettermi in contatto con il medico più celebre d'Italia in
materia di doping, il Dottore. Sempre di più, come d'abitudine. (…)
Il Dottore mi fornì i prodotti e i programmi corrispondenti. Una
consultazione da 20.000 franchi, non rimborsabili dalla Sanità Pubblica!
Tanto meglio per loro e peggio per me! Non mi restava che raggiungere
Montebelluna dove Stefano Zanatta seguiva i corridori che non partecipavano
al Giro.
L'allenamento prevedeva più di 40 ore la settimana di bici, ma il
trattamento era così potente che io non ero neppure stanco. Non mi ricordo
più di tutti i prodotti. C'era, certamente l'eritropoietina, l'ormone della
crescita, ma anche un fattore di crescita che prendevo per la prima volta.
Avevo deciso di chiudere gli occhi e di ingurgitare tutto quello che mi
veniva prescritto senza farmi domande. Se mi avessero detto: per finire fra
i primi cinque al Tour devi bere un litro di benzina, l'avrei bevuto.
Seguivo alla lettera il programma di allenamento che prevedeva dei
cambiamenti di ritmo molto precisi sulle salite, molto simili a quelli che
avevo letto nelle interviste di Tony Rominger.
Durante la ricognizione per il prologo del Giro di Svizzera, però, mi
accorsi che il mio corpo non rispondeva molto bene. Per prudenza non feci
alcuna iniezione: presi due animine (caffeina n.d.r.) e un persantine
(vasodilatatore n.d.r.). In corsa faceva un caldo feroce. Ma io andavo. Gli
ultimi due chilometri piatti prima del traguardo li completai a 61
chilometri l'ora di media spingendo il 55/11! Fui settimo, precedendo di 25
secondi Ullrich! Con l'Epo spingevo sui pedali senza sforzo.
Ero fra i primi quindici della classifica al Giro di Svizzera la sera che
gli organizzatori comunicarono che l'Aki non era ammessa al Tour. Una
non-selezione che fece scandalo. Il giorno dopo mi feci staccare dal gruppo
e terminai fuori tempo massimo. Ero così abbattuto per il sogno che si era
infranto che non capii l'occasione che avevo davanti: fare bene ad una corsa
importante come il Giro di Svizzera.
Tre settimane dopo ero in contatto con Marc Madiot per entrare nella sua
nuova squadra la Francaise des Jeux. Il mio programma prevedeva il Giro del
Portogallo e la Vuelta di Spagna, ma Madiot mi chiese di sollevare il piede
dall'acceleratore e sospendere i prodotti perché voleva che arrivassi fresco
nella sua formazione. D'altro conto quelli dell'Aki volevano che corressi
per fare i risultati, il che significava una nuova cura di anabolizzanti, di
Epo e ormoni della crescita. Fu una decisione facile: prima del Portogallo
mi iniettai un po’ di siero fisiologico sotto pelle nel ginocchio e ho
sfregato a lungo per far credere ad un versamento sinoviale.
La mia stagione delle corse era finita.
Cap. 8 - Epo S.V.P. !
Alla fine dell'estate 1996 non ero più lo stesso uomo. I corridori della mia
generazione appartenevano ad un'epoca di grandi cambiamenti. Avevamo
cominciato con i prodotti storici del doping, già utilizzati dagli anziani
del plotone, e ci stavamo lanciando verso una nuova era. Fino a quel momento
i corticoiodi, le amfetamine non influivano fondamentalmente sulla gerarchia
dei valori; mentre ora apprendisti stregoni della provetta potevano
"fabbricare" i campioni. Era arrivato il tempo di Robosport.
Così ho conosciuto alla Aki un corridore che era soprannominato "Il
suonato". Fra le altre abitudini bizzarre lui era solito scrivere sul
manubrio delle frasi quanto meno originali, che si ripeteva fra sé e sé
correndo in bici: "In culo alla balena", per esempio. Capirete…Si serviva di
strani metodi di relax e si rasava tutto il corpo, come i nuotatori, quando
fra i corridori al massimo ci si rasavano le gambe.
Dopo una stagione di fermo completo, "Suonato" aveva ripreso le gare da
dilettante solo da un anno. Si era allenato come un forsennato tutto
l'inverno, seguendo un programma differente dal nostro, perché aveva un suo
preparatore. All'inizio della stagione veniva staccato in tutte le corse
senza sapere neppure perché. Alla Tirreno-Adriatico, a Marzo, pensai che non
ce l'avrebbe fatta a passare la primavera. Troppo depresso. E io conosco
bene la questione.
Qualche giorno più tardi prima della Milano-Sanremo mi sono ritrovato in
camera con lui. Mi confidò che quest'anno lui si pronosticava fra i primi
dieci al Giro e al Tour. Con delle prestazioni così scadenti? (…)
Non volle dirmi nulla dei suoi metodi di lavoro, ma io lo avevo visto
rifornirsi ad una ghiacciaia e ho pensato subito all'eritropoitina, che deve
essere conservata al fresco.
Qualche tempo dopo, fedele alle sue previsioni, esplose nelle classifiche.
Quinto al Giro d'Italia e quarto alla Vuelta di Spagna! Impressionante per
una prima stagione fra i professionisti. E istruttivo. D'ora in avanti si
sarebbe potuto leggere l'avvenire sportivo nelle ampolle di cristallo.
Il suo esempio mi fece comprendere che gli italiani avevano davvero un reale
know-how in materia di preparazione e fu per quello che non esitai a
sottomettermi al loro regime. Certo, c'è sempre un gran lavoro dietro il
successo dei grandi campioni e spesso si trovano i nomi dei più noti
professionisti anche nei palmares dei dilettanti. E, cercando bene, si
possono anche trovare le ragioni di una esplosione tardiva. A condizione di
credere ai miracoli, però. Come nel caso di Rodolfo Massi, ultimo al suo
primo Tour de France ne 1990 e miglior scalatore nell'edizione '98 (dopo
l'abbandono di Richard Virenque), prima di finire nelle maglie della
giustizia ordinaria per traffico di prodotti dopanti.
E' per beneficiare del "metodo italiano" che un corridore desidera far parte
di una formazione transalpina, anche se lo stipendio è generalmente più
basso che nelle squadre francesi.
Il ciclismo, d'altronde, non è il solo sport a beneficiare di questa bella
organizzazione e la sala d'attesa del Dottore non è mai vuota di sportivi di
tutti i generi. La prima volta che li vidi, seduti con compostezza, con la
loro espressione da verginelle alla prima visita ginecologica, quasi quasi
sbottai dal ridere. Era dunque là che lo sport di alto livello andava a
trovare le proprie risorse. Che bella foto di famiglia! Dormite tranquilli
fans dei gol soprannaturali e dei record polverizzati a ripetizione. Se un
paparazzo fosse riuscito a scattare una simile foto, nessuna rivista, nessun
giornale avrebbe avuto il cattivo gusto di pubblicarla. Perché infrangere i
sogni di milioni di spettatori nel mondo, soprattutto quando questi
producono così tanto danaro?
A suo tempo Giovanni Agnelli l'aveva ben compreso. La Juventus non era certo
uno sfizio da mecenate, ma un investimento. Il lunedì mattina, quando la
"loro" squadra aveva vinto, gli operai della Fiat tornavano in fabbrica
felici e contenti.
Panem et circenses: era la Roma antica, ma da allora non è cambiato granché.
L'Epo ha fatto la sua comparsa in Italia verso il 1990. La "rinascita
italiana", l'hanno chiamata. Questo paese dalle grandi tradizioni nel
ciclismo, dove Tullio Campagnolo ha inventato il cambio salendo verso il
passo Croce d'Aune, all'incirca negli anni venti; che ha conosciuto rivalità
leggendarie, quasi religiose fra Coppi e Bartali, dove milioni di tifosi si
appassionano alle gesta della maglia rosa al Giro, ogni primavera, ha
conosciuto un lungo periodo di vacche magre. Moser e Saronni hanno fatto
quello che hanno potuto per ravvivare la fiamma, come Moreno Argentin,
vincitore del mondiale di Colorado Spring, ma non avevamo visto un italiano
vincitore ai Campi Elisi dal 1965, con Felice Gimondi!
Dopo le prime esitazioni mi ero, dunque, convertito all'Epo, come tutti. Nel
febbraio 1996 partecipammo al Tour dell'Alto Var. La vigilia della prova
Ullrich era nella hall dell'albergo intento a guardarsi a lungo in uno
specchio. Incrociai il suo sguardo e feci la mossa di mandargli un bacio con
le dita: "Non ti arrabbiare, il più bello sei tu!".
Rientrando nella camera che dividevo con Dante Rezze, mi sono gettato sul
letto ed ho aperto un libro. Ridevo ancora, tra me e me, pensando alla testa
di Ullrich, quando d'improvviso vidi delle grosse macchie rosse tingere le
pagine del libro, contemporaneamente sentii subito l'acre sapore del sangue
nella gola. Avevo un'emorragia nasale! Chiamai subito il Dottore che mi
rispose subito: "E' normale. Il tuo sangue è troppo denso e non passa più
nei vasi capillari. Occorre adoprare dei prodotti fluidificanti per evitare
che il sistema circolatorio non si danneggi".
Quando si comincia a prendere Epo si ha l'impressione che i reni diventino
due palloncini pieni d'acqua che sballottolano incontrollabili nel tuo fondo
schiena. Si avvertono dolori alle articolazioni e problemi alla vista. Al
Giro di Svizzera, quando il mio ematocrito era salito al 60% avevo delle
terribili emicranie. In certi momenti si è davvero in uno stato pietoso.
Al Giro del Trentino uno dei miei compagni di squadra rischiò di morire
durante la notte. Il sangue non ossigenava più i suoi polmoni ed era in
procinto di soffocare. I suoi rantoli svegliarono il suo compagno di
squadra, Giuseppe Citterio, che diede l'allarme. Fu trasportato
all'ospedale.
Gli antidoti per l'eccesso di Epo sono conosciuti. Trinital in Italia,
miscuglio di soluzione fisiologica, Daflon, Persantina e grosse dosi di
aspirina in Francia. Il problema è che la combinazione fra anticoagulanti e
vasodilatatori fa correre il rischio di emorragia grave in caso di caduta e
di ferita.
All'inizio dell'era-Epo, alcuni atleti erano obbligati al alzarsi la notte e
fare degli esercizi fisici per mantenere la frequenza del loro cuore su
certi livelli. Oggi il cardiofrequenzimetro ha sostituito questa pratica,
degna dei Marines americani. Normalmente l'allarme di cui lo strumento è
munito serve nell'allenamento, per mantenere il cuore alla frequenza
prefissata, stabilita dall'allenatore. La notte può essere utilizzato come
allarme; nel caso che il cuore scenda sotto i 25 battiti per minuto. Il
minimo vitale per la maggior parte degli uomini, anche se uno come Mauro
Gianetti è stato testato a 27 pulsazioni al minuto in una visita per il Tour
de France. Certamente il ciclista dal cuore più lento.
In cinque anni l'Epo si è diffusa, quasi banalizzata e ha varcato le
frontiere. Medici e soigneurs francesi, belgi e spagnoli hanno imparato i
protocolli necessari per amministrarla. I suoi effetti secondari negativi
sono stati presto ammortizzati nelle coscienze dei corridori e del loro
entourage. Ma restano ancora del tutto sconosciuti gli effetti a lungo
termine.
In Italia circolano molte storie di corridori che hanno sfiorato la morte.
Ma, certamente, nessuno confermerà mai. La sola cosa di cui sono sicuro è
che un certo numero di noi negli ultimi anni, ha avuto la fortuna di avere
buoni medici vicino nei momenti di pericolo. La morte di un grande campione
avrebbe certamente fatto più torti all'Epo di quanti non ne abbia fatto la
Polizia francese nell'estate del 1998.
Ma la scalata continua. Nel 1996 ho preso l'ormone della crescita, venduto
sotto il nome di Saizen o Genotropina. Trasforma il grasso in zucchero e può
provocare una "deregulation" totale della glicemia individuale oppure forti
calcificazioni ossee. Le persone affette da nanismo ne assumono quattro
unità al giorno. Io facevo delle cure di dieci o quindici giorni, in ragione
di una mezza fiala ogni due giorni, perché una delle proprietà di questo
ormone è quella di agire insieme all'Epo.
Questo cocktail, programmato durante la stagione e completato l'inverno con
la cura di anabolizzanti/testosterone, consente di produrre a tempo di
record una massa muscolare impressionante, pur restando estremamente magri.
Come conseguenza, mi capita ora di essere impaurito dal numero delle
sostanze che ho fatto ingurgitare al mio fisico, ma all'epoca tutte queste
alchimie mi sembravano perfettamente normali, perfino banali. Tutti i
ciclisti sanno che sono obbligati a passare delle cure per essere
competitivi. Il problema, oggi, è che la deriva ha assunto proporzioni
allarmanti. Si mettono in circolazione prodotti, derivanti dall'ingegneria
genetica di cui gli stessi scienziati non conoscono gli effetti secondari.
Su Internet si trovano tante informazioni a proposito del perflouorocarburo,
o PFC, che viene dall'America e che sta facendo il suo ingresso nel plotone
via Messico, villeggiatura favorita dagli italiani. Si apprende che lì i
laboratori sono solo al primo stadio dell'elaborazione dei prodotti, ovvero
sui test per le molecole.
Senza il minimo scrupolo alcuni hanno saltato a più pari lo stadio due, la
sperimentazione sugli animali, per passare direttamente all'applicazione sui
corridori ciclisti che rimpiazzano molto meglio i topi bianchi da
laboratorio negli esperimenti. Come apparso su "Le Monde" è proprio in virtù
di questa roulette russa che un corridore svizzero fu vittima della
toxoplasmosi durante il Giro di Lombardia nel maggio del 1998. Ricoverato
presso l'ospedale di Losanna, fu salvato per un pelo.
Quali che siano i pericoli, tutti sanno che il PFC sta ormai rimpiazzando
l'Epo. Più discreto, agisce solo sulle emoglobine e non fa aumentare
l'ematocrito. Il progresso non si ferma…
Ora accade che un prodotto dopante non dia più grandi vantaggi se è
utilizzato da tutti e, quasi per caso, ecco che sono gli italiani quelli più
favorevoli ai controlli del sangue. L'importante è avere sempre un prodotto
più avanzato. Rispetto agli altri e rispetto alla legge e alle regole.
Nel corso di una riunione fra corridori, nel febbraio del 1997 al Giro di
Valencia, alla quale parteciparono Rodolfo Massi, Claudio Chiappucci, Gerard
Rué, Bjarne Riis, Mauro Gianetti e Pascal Richard, io tentai di resistere.
"Il mio tasso di ematocrito naturale è già attorno al 50% - dissi - se
accettiamo i controlli non potrò più correre".
Riis e Rué, amici dopo la comune esperienza nella Castorama, dove facevano
da gregari per Fignon, litigarono. Rué voleva i controlli il prima
possibile: era già a fine carriera. Riis non era d'accordo. Altri non
comprendevano affatto come mai un corridore di secondo piano come me fosse
seduto al tavolo dei grandi.
Mancò l'unità, come sempre e l'Uci stabilì il limite dell'ematocrito al 50%;
chi fosse testato sopra quel valore sarebbe stato sospeso per 15 giorni, ma
non sanzionato.
Sotto il pretesto della legge si finiva per legalizzare l'Epo per tutti
coloro che avevano la fortuna di avere un tasso di ematocrito basso.
La vigilia del Giro dell'Alto Var, Marc Madiot venne nella mia camera per
farmi firmare il formulario dei controlli del sangue. Cominciai col
rifiutare, ma dopo una mezz'ora di discussione Madiot disse: "O firmi, o te
ne torni a casa".
E' quello che i filosofi chiamano libera scelta…
G
E la cosa che mi rende ancora + triste è che si diffonde sempre più l'idea
di una formidabile limitatezza delle capacità naturali del nostro corpo: ci
sono moltissimi tra noi ciclisti che credono che il semplice "percorrere"
(cioè NON correre a ritmo di gara..) 200 km in un giorno sia impossibile
senza ricorrere a supporti farmaceutici, da quelli + innocenti (tipo sali
minerali) a quelli doping...
ogni giorno c'è qualcuno in più che si convince d non potersi avvicinare ai
propri sogni senza passare in farmacia... e questo mi dispiace quanto non
riesco a spiegare... :_( ... soprattutto xkè conosco persone che fanno
imprese grandiose senza alcun supporto farmaceutico (ed io stesso, senza
andare troppo lontano, allenandomi solo il sabato e la domenica ho fatto
raid di 1300 - 1500 km in una settimana con tanto di zaino...).
i sogni, i miei almeno, cominciano su una cartina stradale e poi diventano
realtà con allenamento e volontà... quando riesco a realizzarli so che li ho
fatti davvero con il totale equilibrio tra il mio corpo e la mia mente e con
i loro limiti, limiti che mi appartengono non meno dei miei sogni...
OVVIAMENTE NON VOGLIO DARE LEZIONI A NESSUNO.. QUESTO E' SOLO QUELLO CHE
SENTO DENTRO.
"G" <g...@o.sm> ha scritto nel messaggio
news:9n394j$eri$1...@fe1.cs.interbusiness.it...
>Così ho conosciuto alla Aki un corridore che era soprannominato "Il
>suonato". Fra le altre abitudini bizzarre lui era solito scrivere sul
>manubrio delle frasi quanto meno originali, che si ripeteva fra sé e sé
>correndo in bici: "In culo alla balena", per esempio. Capirete…Si serviva di
>strani metodi di relax e si rasava tutto il corpo, come i nuotatori, quando
>fra i corridori al massimo ci si rasavano le gambe.
io l'ho sempre amato, era un idolo assoluto; completamente matto.
sempre con ruota tradizionale davanti ed alto profilo in carbonio
dietro. mi ricordo una sua intervista dopo un arrivo in salita; aveva
tirato tutta la salita col 53x19 a velocita' folle. a De Zan che gli
chiedeva come mai fosse stato battuto allo sprint (su un tratto molto
ripido) rispose: "mi sentivo ancora bene, ho buttato il 53x15 ma era
un pelo lungo" !!
un saluto a Stefano Faustini, sperando che gli intrugli presi
concedano lunga vita a lui e a tutti gli altri forzati della bomba.
--
Ciao. 30x26.
una curiosità..... mo l'hai battuto tutto a mano??????
o l'hai scritto tu il libro?????
:))))))))
E' facile per questi corridori come ad esempio Mentheour o lo stesso Pippo
Simeoni guadagnare col ciclismo, mettersi da parte i soldi e poi sputare sul
piatto nel quale si è mangiato per anni. Lo chiamiamo pentimento? No non ci
credo almeno non per corridori come simeoni che dopo aver navigato a centro
gruppo godendo cmq di buoni stipendi ora è arrivato alla fine della carriera
e cerca un bel pò di notorietà in questo modo
Ciao
>E' facile per questi corridori come ad esempio Mentheour o lo stesso Pippo
>Simeoni guadagnare col ciclismo, mettersi da parte i soldi e poi sputare sul
>piatto nel quale si è mangiato per anni. Lo chiamiamo pentimento? No non ci
>credo almeno non per corridori come simeoni che dopo aver navigato a centro
>gruppo godendo cmq di buoni stipendi ora è arrivato alla fine della carriera
>e cerca un bel pò di notorietà in questo modo
Eccolo! Proprio il ragionamento mafioso su cui si basano corridori,
manager , sponsor e giornalisti per tenere coperta tutta la merda che
c'e' sotto.
Speravo che la pensassero' cosi' solo quelli direttamente coinvolti;
invece no, anche gli amatori di alto livello fanno proprio questo
discorso.
Che delusione :-((
--
Saluti dimessi.
--
"Marco" <gwu...@yahoo.com> ha scritto nel messaggio
news:9n5ito$26n$1...@pegasus.tiscalinet.it...
Fausto
"Marco" <gwu...@yahoo.com> ha scritto nel messaggio
news:9n5ito$26n$1...@pegasus.tiscalinet.it...
questo dimostra che C40 aveva ragione quando parlava di podismo abbinato
alla bici e non sbagliavo io quando parlavo di agilita'.
Fausto
cut
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Inviato via http://usenet.iol.it
Errore! Si parla di doping ed antidoping dalla fine degli anni '70
Marco
Fausto
"Marco" <gwu...@yahoo.com> ha scritto nel messaggio
news:9n7f34$j66$1...@pegasus.tiscalinet.it...
@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@
Gentili signore e signori, buongiorno.
(A.De Zan)
"alberto" <alb...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:9ndea7$j0f$1...@lacerta.tiscalinet.it...
chi si deve scaricare un messaggio con 28k quotati e 6 righe di testo!... e
in aggiunta a tutto cio' una sign di 52 @ indivise!
... e chi si deve scaricare la risposta al messaggio suddetto: tutto il
testo quotato per scrivere "grazie"!
capisco che a qualcuno manchino le conoscenze. ma il buon senso non dovrebbe
esserci dalla nascita?
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_ _ ___________ cauz. ______________________________ _ _
__GiR #74____BiR #6 (?)___primo minchione di tutta Usenet_____
- - "Rendere odio per odio moltiplica l'odio, aggiungendo un'oscurita'
piu' profonda ad una notte gia' senza stelle" (Martin Luther King) - -
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