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L'INFILTRAZIONE NEOFASCISTA DELLE CURVE - I parte: 1995-2000
di Ugo Maria Tassinari* Italia-germania43.jpg
[Questo testo è tratto dalle pp. 430-444 di FASCISTERIA. I protagonisti,
i movimenti e i misteri dell'eversione nera in Italia (1945-2000) (ed.
Castelvecchi, 2001). Nelle prossime puntate Tassinari lo aggiornerà fino
ad oggi.]
[...] È proprio il movimento ultrà l’altro luogo di riaggregazione dei
naziskin, anche se forse è più semplice parlare di un gruppo umano
polimorfo, le cui vicende si intrecciano tra violenza politica, devianza
sociale e criminalità comune. Pochi giorni prima del fermo del leader
dei naziskin per l’attacchinaggio pro Priebke, il pm di Brescia Paola De
Martiis aveva concluso l’inchiesta per il raid squadristico al margine
dell’incontro calcisticio Brescia–Roma del 20 novembre 1994, segnata da
ben 19 arresti, chiedendo il rinvio a giudizio di “Boccacci+26” per
reati che comportano pene fino a un massimo di 15 anni e che vanno
dall’apologia di fascismo alle lesioni gravissime e alla resistenza
aggravata, dalla detenzione e dal porto d’arma all’attentato alla
pubblica sicurezza.
La maggior parte degli elementi di prova a carico degli ultrà è
costituita da fotografie e riprese televisive, che l’accusa usa con
criterio estensivo: ogni partecipante all’assalto è stato ritenuto
ugualmente responsabile senza valutare il grado di effettiva
partecipazione. Il saluto romano, gli inni cantati, lo schieramento a
falange non appena la banda è scesa dal pullman costituiscono per il pm
manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. Un’applicazione
estensiva di questa valutazione giuridica porterebbe a denunciare ogni
domenica alcune decine di migliaia di persone per violazione della legge
Scelba. gpboniperti.jpgL’intero comando della spedizione punitiva,
programmata da mesi, è costituito da militanti neofascisti: con Maurizio
Boccacci figurano Alfredo Quondamstefano, Corrado Ovidi, Paolo Consorti,
Massimiliano D’Alessandro e Giuseppe Meloni. Quest’ultimo, con Luca
Alberti, Armando Sagrestani (un altro candidato di AN alle elezioni
circoscrizionali, accusato di aver portato le armi a Brescia) e Daniele
De Santis sono considerati responsabili dell’accoltellamento del
vicequestore Selmin. Due di questi, Meloni e D’Alessandro, sono
riconosciuti come leader di una “ciurma” ultrà, l’Opposta fazione, un
centinaio di “duri e puri”, slogan preferito “meno calcio e più calci”.
Meloni detto “pinuccio la rana” ha trentun anni e un passato militante.
Ex consigliere circoscrizionale del MSI nel centro storico, supervotato
ma costretto a dimettersi per i precedenti di violenza politica. Opposta
fazione fa base nella sua pizzeria al Tiburtino, “Mezzanotte e dintorni”
da cui parte la spedizione punitiva, condotta da lui e Boccacci.
Accusato di aver accoltellato Selmin nega e rivendica l’amicizia con il
sottosegretario agli Interni Gasparri (che due anni prima aveva
organizzato il convegno Una patria chiamata curva). A Radio Incontro
Bruno Ripepi detto “il comandante” il giorno dopo gli scontri di Brescia
informa gli ultrà che “Pinuccio la rana” è stato ferito alla testa con
30 punti di sutura. Quando la magistratura allarga l’indagine ai
rapporti tra società e capi ultrà il centravanti Andrea Carnevale
racconta che la sua presenza a Trigoria era abituale. Massimiliano
D’Alessandro, detto “er polpetta”, ha 25 anni ed è un ex di MP. Tra i
suoi precedenti una rissa allo stadio nel 1990 ma anche l’arresto nel
1994 per diverse rapine col taglierino a banche e uffici postali. Lo
accusano di aver bastonato per primo Selmin. Nega di essere fascista e
di avere partecipato agli scontri. Si difende: sono cardiopatico.
Giuseppe Meloni quando si è sposato ha rinunciato alla militanza
politica ma non alla leadership di Opposta fazione. Le prime condanne
per il raid di Brescia arrivano nel marzo 1996: Armando Sagrestani (20
mesi) Alfonso Argentino (18 mesi) Luigi Falchi (un anno) patteggiano la
pena e godono di un sostanzioso sconto, visti i capi di imputazione
(lesioni, resistenza, detenzione di armi ed esplosivo ma anche apologia
di fascismo). Un mese dopo due giovanissimi tifosi calabresi della Juve
sono accoltellati dopo la partita da quattro ultrà giallorossi,
all’uscita della curva Nord.
La repressione non piega gli irriducibili ultrà giallorossi che – del
tutto indifferenti alle ragioni del tifo anche più esasperato – si
distinguono nei festeggiamenti per la promozione del Bologna
partecipando a un raid nel capoluogo emiliano che si conclude con
l’accoltellamento di un algerino e l’aggressione di altri otto
extracomunitari e di un italiano. Sono 11 i bolognesi arrestati per
tentato omicidio e lesioni aggravate da motivi razzisti. Allo stadio
spicca uno striscione giallorosso, marchiato con un simbolo di destra:
Una grande amicizia, un grande ritorno: onore. Dopo la partita si
scatena la caccia al nero. La vittima più grave, Jachine Sabi, 26 anni,
aveva la bandiera rossoblù addosso: un rene bucato da una coltellata, la
faccia gonfia di botte. L’esistenza di un piano preordinato è evidente:
le aggressioni ai danni degli extracomunitari si consumano in quattro
distinti punti della città. L’allenatore del Bologna Ulivieri, fama di
rosso, un milione donato ai carabinieri per risarcire un auto sfasciata
dagli ultrà sbotta: «Meglio chiudere la curva». A fine luglio scattano
le manette per quattro ultras di Opposta fazione: Giulio Moretti, 23
anni, figlio di un ingegnere con lussuosissima casa, il già noto
Corradetti, Fabio “Sudo” Giglio, disoccupato di 25 anni, Roberto
“Robertino” Fuligni, barista di 28 anni. Nel corso delle perquisizioni
sono sequestrati fumogeni, bombe carte e pallottole calibro 9. I quattro
erano già stati coinvolti nelle indagini sul raid di Brescia e membri di
Opposta fazione erano stati identificati dalla polizia in occasione
della partita Bologna– Brescia, a conferma di una organica alleanza con
i Mods emiliani, un’altra banda di ultras fascisteggianti e di un conto
aperto con i bresciani. La curva bolognese è un’altra tifoseria con una
spiccata attitudine violenta: quando alla tradizionale carica data dai
derby si aggiunge l’odio politico per gli ultrà rivali, la miscela
esplode. E’ il caso dei rapporti con i modenesi, uno dei pochi club in
cui il tifo è ancora egemonizzato dagli “autonomi”. Gravissimi gli
scontri nel derby dell’aprile 1995, in serie C: gli ultrà calano su
Modena in assetto di guerra. Alle 11 i Mods assaltano il centro sociale
22 aprile, nei pressi dello stadio: una rissa che coinvolge 100 persone
ed è già finita quando arriva la polizia «Cretini, fascisti e cretini –
commentano i giovani autonomi – Tutte le volte la stessa cosa. I
bolognesi vengono prima per fare a botte. Ma stamattina sono arrivati
con le spranghe e i coltelli. Ci hanno sparato con le pistole
lanciarazzi, tirato i sassi e le pile. Che cosa volessero non si sa. Il
Bologna è oltretutto già in B». I modenesi non si limitano al lamento ma
replicano attaccando il corteo dei bolognesi arrivati con il treno delle
15, nonostante le forze dell’ordine abbiano mobilitato un uomo per ogni
dieci spettatori (240 contro 2500, compresi vecchi e bambini: è come se
per il derby romano si schierassero 7–8mila agenti). Bilancio finale:
due poliziotti feriti, 5 ultrà finiti in ospedale e 8 arrestati (tre
minorenni denunciati) per la solita sfilza di reati da scontro di
piazza. Per tutti scatta il divieto per due anni di frequentare gli
stadi. Lungo è anche il contenzioso con la tifoseria fiorentina,
considerata “rossa”, da quando un lancio di molotov contro il treno,
all’ingresso della stazione di Firenze, ridusse in fin di vita un
quatordicenne bolognese, Ivan Dell’Olio, nel giugno 1989. Nell’ottobre
1996 il presidente del Bologna, Giuseppe Gazzoni Frasca, confortato dal
presidente di AN, Gianfranco Fini, tifoso rossoblù, protesta con la
polizia: come mai nello stadio blindato gli ultrà viola in trasferta
hanno potuto introdurre e lanciare una decina di razzi contro la curva
rossoblù dopo il gol di Batistuta? Il questore parla di razzi
folcloristici ma una dozzina di spettatori finiscono in ospedale feriti
da oggetti lanciati e alcuni tifosi fiorentini sono denunciati per porto
di mazze e coltelli. Nel giugno 1995 il collettivo autonomo viola
Valdarno, 17 ultrà tra i 20 e i 29 anni, operai e disoccupati, sono
denunciati per associazione a delinquere. Il disegno criminoso unitario
si era manifestato in una lunga catena di episodi: incidenti fuori e
dentro lo stadio, l’incendio dell’auto di un calciatore, la lettera di
condanna a morte a un ultrà juventino, una rissa selvaggia nel grill di
Montepulciano, in 50 contro una trentina di romanisti. I pullman
viaggiavano su corsie opposte e il luogo dello scontro è la galleria
prensile che congiunge le due stazioni di servizio. La maxirissa è
registrata dall’impianto di sicurezza. Sei i romanisti leggermente
feriti, fermati tutti i partecipanti: e per i tifosi viola salta la
trasferta a Foggia. Nel marzo 1996 il pm Fleury ordina un’altra serie di
perquisizioni nelle sedi di Collettivo viola e di Viola korps. A un
ultrà di San Giovanni Valdarno è sequestrato un machete. La fama di
sinistra non preclude una forte pulsione securitaria: nel marzo 1996 due
spacciatori sorpresi in servizio sotto la curva, alla fine di
Fiorentina– Sampdoria, sono pestati a sangue. Uno, italiano, aveva
appena scontato il divieto di accesso allo stadio: col socio libanese
chiede soccorso alle volanti ma i giustizieri circondano i poliziotti
per continuare il pestaggio. L’attitudine violenta dei tifosi viola sarà
punita con cattiveria dagli ultrà della Salernitana, nell’ottobre 1998:
inferociti dai pestaggi subiti a Firenze dopo una partita senza storia
(finita 4 a 0 per la Fiorentina) approfittano di una clamorosa svista
regolamentare per vendicarsi. A brevissima distanza dagli incidenti,
infatti, è previsto che la Fiorentina, campo squalificato per le
intemperanze dei tifosi, giochi la partita di ritorno di Coppa Uefa a
Salerno. La sede non può essere cambiata nonostante gli evidenti rischi
di ordine pubblico. L’esito agonistico è scontato: la squadra toscana ha
già vinto in Svizzera e conduce alla fine del primo tempo ma il lancio
dal settore dei tifosi locali di una bomba carta contro il quarto uomo
determina la perdita della partita a tavolino e la beffarda eliminazione
dei viola, puniti da un’interpretazione ottusamente letterale del
principio della responsabilità oggettiva del club ospitante. La polizia,
sotto accusa per gli insufficienti controlli, individua dai filmati 5
presunti responsabili, entrati allo stadio forzando il varco disabili e
denuncia un parcheggiatore abusivo di 24 anni, senza precedenti penali.
Il questore si giustifica: avevamo disposto gli agenti per scongiurare
risse tra ultrà (e infatti ai viola erano stati sequestrati coltelli,
bastoni e uno striscione offensivo: Ma che gemellaggio, terroni di merda
e non sono mancate scaramucce, con 4 salernitani feriti). Pochi giorni
dopo, riconosciuto in fotografia, è arrestato un liceale diciottenne,
Antonio Avossa: si difende sostenendo che lui non è mancino, come il
lanciatore e che poi l’ordigno è stato scagliato dall’anello superiore
della tribuna, cinque o sei metri più in alto di dove si trovava con i
suoi amici.
E sono proprio quattro ragazzi salernitani le ultime vittime della
follia che accompagna il calcio e che non è riduci. Morti carbonizzati,
all’alba di lunedì 24 maggio 1999, nel rogo del vagone del treno che li
riporta a Salerno dopo la sconfitta di Piacenza, che ha deciso la
retrocessione in serie B. Probabilmente nelle menti di qualcuno c'è un
orrido piano: incendiare tutto il treno a pochi metri dalla stazione di
Salerno, per emulare gli ultrà laziali, autori di un simile attentato
una settimana fa, nella stazione di Campo di Marte a Firenze. C’erano
già stati morti di trasferta in circostanze analoghe, due ragazzini, ai
primordi del movimento ultrà. Entrambi vittime di giochi pericolosi, per
alleviare la noia del ritorno, quando l’adrenalina e le “sostanze” per
tenersi su sono finite: il 21 marzo 1982 nei pressi di Civita Castellana
un petardo aveva causato l'incendio di un vagone del treno Milano-Roma
carico di tifosi dl ritorno dalla partita Bologna-Roma. Nell'incendio
Andrea Vitone, 14 anni, muore per soffocamento. Il 13 aprile 1986 ancora
un tifoso della Roma, Paolo Saroli, di 16 anni, è carbonizzato
nell'incendio di un vagone del treno Pisa-Roma, anche questo provocato
dall'esplosione di un petardo. Alla stazione di Piacenza c'è ressa. La
polizia riesce a dirottare 200 esagitati su un treno verso Sud, gli
altri però restano sui marciapiedi, guardati a vista dagli agenti. E’
allestito un convoglio speciale con undici vagoni. Salgono tutti senza
biglietto e molti sono costretti a viaggiare nel corridoio. Ci sono solo
una dozzina di poliziotti a fare da scorta armata. Dagli zaini iniziano
a spuntare pietre, razzi, qualche spinello. L'età media è sui diciotto
anni, ma c'è chi non raggiunge i sedici. Tra i molti studenti c’è anche
qualcuno che lavora già. A Bologna sno aggiunti altri cinque vagoni per
evitare il sovraffollamento ma la ciurma ormai è scatenata e semina il
terrore in quasi tutte le stazioni. Pietre contro i treni in transito,
stazioni (come quelle di Firenze e Prato) devastate dai teppisti. Ad
ogni fermata scattano i controlli della Polfer, ma si continua così per
tutta la notte. All'alba si contano i danni e si arriva in Campania.
Ancora scaramucce a Napoli, nella stazione dei Campi Flegrei, e quindi a
Torre Annunziata. Poi l'arrivo a Nocera Inferiore, intorno alle 6,50.
Qui succede di tutto, con due donne che vengono ferite mentre si trovano
a bordo delle proprie auto, ferme ad un passaggio a livello. Volano
pietre, bottiglie ed anche qualche sciacquone, divelto dai wc delle
carrozze. I poliziotti tentano di far scendere dal treno i più
facinorosi per identificarli ma ogni tentativo di stanarli è
impossibile. Dopo un'ora di nuovo tutti a bordo, si entra nel tunnel
della morte. Dalla quinta carrozza si sprigiona una fiamma. Il fumo acre
avvolge tutto il convoglio, c'è chi tira il freno d'emergenza. Il
macchinista capisce il dramma e riesce a portare il treno fuori dalla
galleria. Ma per Simone Vitale, di 21 anni, giocatore della squadra di
A2 di pallanuoto Rari Nantes Salerno, Vincenzo Lioi di 15 anni, Giuseppe
Diodato, di 23 anni, e Ciro Alfieri, 16 anni, è già troppo tardi. I loro
corpi sono già carbonizzati, li ha soffocati il fumo mentre dormivano
rannicchiati in uno scompartimento zeppo di gente. Scatta l'allarme
lungo tutta la linea, le fiamme sono alte cinque metri: le lingue di
fuoco avvolgono i 1500 ragazzi che fuggono, arrancando tra i binari,
tendendo mani verso qualcuno che non c'è. Scatta la caccia ai
responsabili: l'accusa è di omicidio. L’inchiesta si risolve in una
decina di giorni. Sarà una maglietta nera, una Nike, a tradire Raffaele
Grillo, l’incendiario che girava come un forsennato per la carrozza
numero cinque. Lo incastrano alcuni testimoni oculari, come il teste
Alfa, uno dei nove feriti nel vagone della morte, o S.N., altro giovane
salernitano. La maglietta nera è trovata dagli inquirenti a casa di
Grillo il giorno dell’arresto. Un indumento cercato dagli stessi
investigatori: gli incendiari erano stati visti con abbigliamento
sportivo. Son quattro in tutto gli arrestati: Grillo, Massimo Iannone, e
due minorenni L.M. e V.N. Le indagini partono da una videocassetta della
polizia scientifica: le forze dell’ordine, infatti, aspettavano il
convoglio ferroviario alla stazione con tanto di videocamera per
riprendere e identificare i tifosi più facinorosi.
rivabonimba2.jpgUtilissima la deposizione di S.N. che ha dichiarato di
aver visto «personalmente un ragazzo appiccare il fuoco prima nel bagno
e poi nella cabina al centro del vagone del treno», fornendo anche un
identikit di Raffaele Grillo: «un tipo biondino, con i capelli rasati e
la maglietta nera». S.N. era sul quinto vagone, nella stessa cabina dove
erano altri ragazzi feriti, Andrea, Oreste e Gianluca. Lo stesso S.N. in
una dichiarazione successiva, presentatosi spontaneamente, racconta una
storia particolare: recatosi in ospedale a trovare il testimone Alfa
(quello che accusa i quattro) si ritrova con lui su tutti i passaggi
avvenuti in quei drammatici momenti. I due ragazzi però riferiscono ai
giudici due versioni totalmente differenti. Da una parte S.N. dice di
aver visto soltanto due ragazzi appiccare il fuoco, vale a dire Raffaele
Grillo e Giuseppe Diodato, una delle quattro vittime. Dall’altra c’è
Alfa che dice di conoscere personalmente tre dei quattro arrestati (e
dell’ultimo, V.N. descrive un particolare riscontrato, 4 o 5 nei in
faccia) e di averli visti nel corridoio della carrozza «con una matassa
di carte e un accendino tenuto da Raffaele mentre gli altri reggevano
pezzi di spugna e altro materiale infiammabile». Il bagno incendiato è
quello della carrozza successiva alla sua: non ha visto direttamente il
gruppo appiccare il fuoco, ma ne ha percepito distintamente le presenza
e l’azione mentre tornano sui propri passi per appiccare il fuoco nella
parte centrale del vagone. Raffaele Grillo dà ogni colpa a Giuseppe
Diodato, riferendo che erano presenti anche Vincenio Lioi e Ciro
Alfieri, vale a dire tre delle quattro vittime. Massimo Iannone, da
parte sua, dice di essere rimasto da Nocera Inferiore a Salerno nel
quarto vagone e di essersi reso conto delle fiamme affacciandosi dal
finestrino. Dichiarazioni smentite dai due minorenni. V.N. ha riferito
di trovarsi nella terza carrozza: «Tra il mio vagone e quello incendiato
ce n’era un altro».
La violenza degli ultrà e la leadership esercitata in numerose tifoserie
da militanti neofascisti non sono riconducibili a un disegno strategico
o alla ricerca a tavolino di una massa di manovra. Sono autentici tifosi
romanisti e leader riconosciuti dei Feddayn, due ex leader del Fuan come
Guido Zappavigna e Mario Corsi che si sono fatti anni di carcere per i
NAR (il primo prosciolto in istruttoria, il secondo condannato per reati
minori e assolto dall’accusa di omicidio del militante del Pci Ivo Zini)
ma anche Bruno Petrella consigliere provinciale di AN e vicepresidente
della quarta circoscrizione, uno dei protagonisti del comitato di difesa
di Valerio e Francesca per la strage di Bologna (sarà lui a consegnare
la loro lettera al Papa). Nell’autunno 1996 la magistratura romana
presenta il conto a Corsi e alla sua banda. Una prima raffica di 7
arresti scatta a fine settembre: per le pressioni e le violenze
esercitate per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte
pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare
così la società. Un mese dopo per 4 leader ultrà scatta un nuovo arresto
(domiciliare), per i ricatti, le botte e le minacce ai cronisti del
calcio, costretti talvolta a firmare articoli sotto falso nome per paura
di rappresaglie: Corsi, Fabrizio “er Mortadella” Carroccia, 26 anni,
Giuseppe “Peppone” De Vivo, 36 anni, leader di Frangia ostile, già
sospettato per il raid di Brescia, Fabio “er Mafia”, Mazzei, 33 anni.
Guglielmo “Willy” Criserà, già in libertà vigilata, si vede interdetto
per un anno l’accesso alle manifestazioni sportive. Gli episodi
contestati sono numerosi: il blitz a Tele Roma Europa nel gennaio 1993,
dove la presenza in video di De Vivo e Criserà è imposta minacciando di
sfasciare tutto, telefonate minatorie alle redazioni di Radio Incontro,
Radio Radio, Tolk Radio e Spazio Aperto, un’irruzione nel gennaio 1996 a
Radio Radio per imporre la messa in onda di un comunicato registrato con
pesanti accuse a un cronista del Messaggero (Corsi, Carroccia e
Criserà), il lancio in aria per tre volte di un radiocronista tra
insulti, sputi, pugni e slogan fascisti durante il derby di febbraio
1996, l’ordine agli addetti di aprire i cancelli della tribuna Monte
Mario durante Roma–Torino per fare entrare gratis una pattuglia di una
ventina di ultras (Mazzei), un capannello minaccioso in tribuna stampa
il 12 maggio 1996, dove nonostante la vittoria sull’Inter “er
Mortadella” insulta il presidente Sensi, gli insulti contro un
giornalista dell’Unità (aveva fatto un’inchiesta sui giri di hashish e
di prostituzione minorile in curva, nella zona controllata dai Boys, gli
dedicano uno striscione: Tua sorella è qui con noi). Il giornalista
aveva raccontato così l’approccio con una delle ragazzine («giovani,
giovanissime, potrebbero avere 15, 16 anni… sono vestite alla moda, il
look è quello della ragazze che frequentano lo stadio, due sono
truccatissime, la terza per niente: esitiamo, a metà delle scale.
Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino
(avrà al massimo 18 anni, proprio a esagerare) ma i modi da duro, alla
vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata: con lui c’è un
piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola.
“Che caz…fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi pagà, scegli chi ti
piace, caccia i soldi e te le porti ar cesso. Sennò vaff… e gira al
largo”. L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì
in silenzio»). Ad ogni modo, il cronista aveva avuto il tempo di
contare, prima dell’incidente, una decina di “marchette” in mezz’ora. Le
radio dei tifosi smentiscono la Digos: per l’editore di Radio Radio gli
ultras chiesero di partecipare a un dibattito e lo ottennero
pacificamente, sulla stessa linea Tele Roma Europa: anzi, il conduttore
ebbe persino il premio Cuore di curva.
Dalla curva nerazzurra di San Siro, dai Boys SAN, proviene il gruppo
dirigente di Azione Skinhead, nata come organizzazione dalla fusione,
alla fine degli anni ’80, tra una sparuta pattuglia di fedelissimi dello
stile skin, sopravvissuti a una decennale selezione naturale e le truppe
fresche degli ultrà. Le fedine penali e le vicende dei più facinorosi
permettono di individuare una vasta gamma di nemici ma anche esiti umani
assai variegati. Paolo Coliva, detto “l’armiere”, è arrestato nel marzo
1990 insieme ad altri due boys, Massimiliano Bergomi e Adone Gagliardi,
per il pestaggio di due extracomunitari a Varese. Nove mesi dopo i primi
due tornano in galera per aver accoltellato durante un attacchinaggio un
“leoncavallino”. Si fanno più di un anno di carcere e all’uscita escono
dal giro. Franco Caravita, altro leader storico dei Boys, rifiuta la
scelta neofascista: inquisito nel 1983 per l’accoltellamento di un
tifoso austriaco in un incontro di Coppa, al convegno degli ultrà dopo
l’uccisione del tifoso genoano “Spagna” a Marassi è contestato per le
sue posizioni pacifiste. Garante dell’armistizio che dal 1983 ha
assicurato la fine delle violenze nel derby, ha finito per mettersi in
affari con l’amico nemico rossonero, Giancarlo Capelli, leader delle
Brigate: per anni gestiscono in società la Bottega del tifo. Erano skin
duri e puri il manipolo di interisti responsabili della morte di un
tifoso ascolano nel novembre 1988, Nazareno Filippini, ucciso da un
calcio alla nuca. All’epoca dei fatti la stampa dà gran risalto alla
figura imponente di “Metallica”, muscoli ipertrofici e testa pelata,
considerato il capo della banda. Poi, con l’ingrossarsi del fascicolo di
polizia, ha preso rilievo la figura del più giovane del commando. “Nino”
Ceccarelli, nato a Pescara nel 1969, cresciuto a Quarto Oggiaro. Primo
arresto a 19 anni, a Como, per armi improprie. Incarcerato per
l’omicidio di Ascoli, se la cava con una condanna per rissa. Leader dei
Viking, un’altra banda di estrema destra, “Nino” manifesta un
temperamento violento anche fuori degli stadi. Nel febbraio 1990 è
arrestato per il tentato omicidio di un “pusher” libanese di hascisc:
gli ha bucato un polmone. Nel dicembre 1994 è lui ad essere accoltellato
fuori una discoteca. Tre mesi dopo, il 5 marzo, è arrestato con due
coltelli nei pressi dei pullman dei tifosi juventini a San Siro:
qualcuno vede la lama e chiama la polizia. Gli era scaduto da poco il
divieto di accesso allo stadio. Nel novembre 1997, mentre è già detenuto
per altri reati, gli arriva un ordine di cattura per lo spaccio di
hashish sulle gradinate di San Siro. A tirare le fila un boss calabrese,
Vittorio Boiocchi, arrestato in un blitz antindrangheta. Al suo servizio
altri ultrà: “Metallica”, ovvero Marcello Ferrazzi, e un altro leader
dei Boys, Mario Serafini, 28 anni, titolare di un’agenzia di servizi di
sicurezza per manifestazioni sportive e artistiche. A casa di Cristian
Scalari, 22 anni, di Cinisello Balsamo, la polizia trova 7 chili di
hashish e un chilo e un quarto di marijuana. Secondo un pentito,
l’organizzazione riforniva di cocaina numerosi locali notturni: gli
altri tre arrestati nel blitz, non coinvolti nel giro ultrà, avrebbero
curato questo settore, smerciando almeno 3 chili di polvere. Non è il
primo caso: nel marzo 1993 un ultrà bresciano è arrestato per spaccio
allo stadio, nel gennaio 1994 la polizia trova un chilo di hashish in un
bar ritrovo delle Brigate rossonere, nel novembre 1994 lo scandalo delle
“marchette” e dello spaccio nella curva dell’Olimpico.
Anche tra i tifosi juventini forte è la componente apertamente fascista:
i Drughi (i teppisti di Arancia meccanica) si sciolgono per questioni di
merchandising e sono ben presto rimpiazzati dai Fighters, con tanto di
marchio commerciale registrato. I milanesi Mauro Cordisco, 22 anni, e
Alberto Nai, 27 anni, ultrà al seguito della squadra, sono condannati a
4 mesi senza condizionale per il pestaggio il 17 maggio 1990 di due
africani che telefonavano alla stazione di Genova Principe: il pretore
concede la pena alternativa di 60 giorni di lavoro in una comunità di
accoglienza della Caritas, un intelligente contrappasso. Anche i Viking
vanno al Delle Alpi con le celtiche: nonostante gli striscioni contro i
giornalisti in curva, i leader viaggiano gratis sull’aereo sociale e in
passato sono stati assunti per il servizio d’ordine allo stadio.
Una curva tradizionalmente “nera” è quella di Verona. Nel 1986 l’intero
gruppo dirigente delle Brigate gialloblù – quasi tutti militanti del
Fronte – è denunciato per associazione a delinquere: è il primo caso.
Saranno condannati in dodici nel 1990 e in vista del processo d’appello,
nel novembre 1991 si autosciolgono: da allora non esistono più gruppi
organizzati. Tra i leader storici della curva c’è il giovanissimo
deputato Nicola Passetto (che già dai banchi del consiglio comunale si
era fatto onore lanciando topi contro il sindaco) ma anche Fresa, uno
degli animatori dei raduni skin di Ritorno a Camelot. Nella primavera
1995 per violazione della legge Mancino sono perquisiti una ventina di
militanti e sono arrestati 7 dirigenti del Veneto Fronte Skinhead. Tra
questi Alessandro Castorina, 25 anni, titolare di una boutique molto
chic in centro, Francesco Guglielmo Mancini, 30 anni, di S. Bonifacio,
fissato di bomber e tuta mimetica ma iscritto modello del CAI, Paolo
Rinaldi, leader degli skin veronesi. I principali capi di imputazione:
gli striscioni neonazisti durante la partita Italia– Uruguay, nel 1989 e
una cena conviviale per il centenario della nascita di Hitler (il 18
aprile dello stesso anno). Il razzismo la curva gialloblù lo profonde a
piene mani ogni volta che il Verona ospita il Napoli. Stanchi di insulti
e di appelli al Vesuvio a risvegliarsi, gli ultrà azzurri risolvono la
partita con uno striscione poetico: Giulietta è una zoccola. Nel maggio
1996 a finire agli arresti (domiciliari) è il trevigiano Alberto
Lomastro, 29 anni, reduce dalla candidatura per la Fiamma alle elezioni
politiche, precedenti penali per oltraggio, danneggiamenti e lesioni.
Insieme ad altri ultrà del Verona, tra i quali il ventenne Juri
Chiavenato, anche lui arrestato, è accusato di aver impiccato sugli
spalti – in occasione del derby col Chievo, il 28 aprile – un manichino
vestito da calciatore e col volto dipinto di nero, con un eloquente
cartello appeso al collo: Negro go away. Non gli è servito dissociarsi
dall’azione con i giornalisti: «Una goliardata, ma se fosse serio
sarebbe un atteggiamento da condannare». Quel giorno in curva, tra le
altre, spiccava la sciarpa gialloblù del sindaco, Manuela Sironi, di
Forza Italia. Si difenderà: «Se mi fossi accorta di quelle scritte non
sarei entrata e avrei ordinato di toglierle. Sono indignata perché per
quattro idioti si sporca l’immagine della città». Dopo gli insulti in
vari stadi a Ince, Desailly e Winter, l’episodio più grave di razzismo è
un avvertimento alla società che aveva resa nota l’intenzione di
acquistare un coloured olandese, Ferrier. Per l’occasione gli ultrà si
erano bardati con cappucci e mantelli bianchi, a mo’ del Ku Klux Klan.
Nelle perquisizioni di rito è recuperato il solito armamentario:
bandiere naziste, svastiche, simboli delle SS, un coltello e una
bomboletta di gas paralizzante. A ottobre ancora manette per i naziskin,
per due aggressioni, una nei pressi dello stadio, nell’agosto 1995,
l’altra in un bar cittadino, nel luglio 1996: tra gli arrestati ci sono
ancora Mancini e Castorina. Il gip contesta la violazione del decreto
Mancino sull’odio razziale ma si tratta di un regolamento di conti. I
due sono condannati a un anno con Fabrizio Bazzerla (un altro imputato,
incensurato, se la cava con 10 mesi) per aver aggredito due volte Enrico
De Angelis, uscito dal gruppo naziskin veronese, e sua moglie Alessia
Avesani, per ritorsioni dovute a disaccordi interni all’organizzazione.
In molte città gli ultrà neofascisti alternano violenze da stadio e
violenze politiche. Da Bari, dove l’imbianchino Biagio Gregorio, 20
anni, già interdetto dallo stadio per un anno è denunciato per lesioni e
favoreggiamento nel pestaggio, nel gennaio del 1995 alla Taverna del
Maltese, un ritrovo di sinistra, a Torino, dove un minorenne già
denunciato per gli scontri allo stadio, è accusato per un assalto degli
skin contro una scuola occupata, nell’autunno 1994. A Roma, dove la
tifoseria tradizionalmente “nera” era quella della Lazio, che non esita
a contestare come calciatore il fuoriclasse olandese Winter perché è
“negro” (in realtà delle Indie occidentali, come Gullit o Rjkijard) ed
“ebreo” (ha un nome biblico: Aaron). Così a Roma le comuni simpatie
neofasciste non attenuano i toni in occasione del derby. Il 20 febbraio
1996 i romanisti attaccano con uno striscione: “Avete i colori degli
ebrei”; la risposta è pronta: “e voi la puzza”. Significativo è l’elenco
degli ultrà biancazzurri arrestati il 19 dicembre 1994 per gli scontri
del derby. Roberto Amico ha 25 anni e precedenti vari per violenza e
reati contro il patrimonio, politici e comuni. Massimiliano Butteroni,
24 anni, già denunciato per rapine, oltraggio e violenza a pubblico
ufficiale, simpatizzante neofascista. Tre mesi dopo è di nuovo
arrestato: ha accoltellato alle natiche 4 soldati prima della partita
con la Juventus. Gli era vietato uscire di casa la domenica pomeriggio
ma la Coppa Italia si gioca il mercoledì sera… Tra gli altri arrestati,
un poliziotto 23enne in servizio alla squadra tecnica della Questura e
un ultrà duro e puro (solo precedenti da stadio), spicca il nome di
Marco Fanelli, 21 anni, precedenti vari per rissa, lesioni e violenze in
incontri sportivi e militante di MP. Quattro ultrà di Latina, Andrea
Castellucci, Antonio Di Silvio, Gianluca Lovello, sessant’anni in tre e
Amadio Giordani, 32 anni, sono arrestati nello stesso mese per spaccio
di stupefacenti. A casa sono sequestrate foto in cui sono immortalati
mentre fanno il saluto romano in curva Nord. Le accuse: associazione a
delinquere finalizzata allo spaccio, ricettazione e porto d’arma,
resistenza e false generalità, aggravata da finalità politiche e
razziali. A casa di Lovello sono sequestrati oggetti e simboli
neonazisti e documenti di MP e Meridiano Zero. Dallo scantinato di via
Domodossola alla curva Nord al marciapiede di una banca di periferia si
consuma la tragedia del trasteverino Claudio Marsili, 32 anni, leader
degli Irriducibili. Una sfilza di precedenti penali (risse, oltraggi,
detenzione e spaccio di droga, reati vari contro il patrimonio) e
politici (un arresto in un covo di naziskin tra svastiche, eroina e
croci celtiche). E’ ucciso venerdì 11 gennaio 1998 dalla guardia giurata
di una filiale della Cariplo. La domenica in curva Nord spunta uno
striscione enorme: “Claudio per sempre nei nostri cuori”. Dal giorno
dopo, come già per Kapplerino, comincia il pellegrinaggio militante, con
le scritte che invocano vendetta (“Sangue chiama sangue”, “Metronotte
assassino”, “Claudio vive”), i riti sul luogo della morte, le minacce e
gli insulti al collega dell’”infame”. Infine il funerale: teso, commosso
e aperto da uno striscione ancora più duro: Tre spari infami ci hanno
tolto un amico.
La tragedia di Genova, il 29 gennaio 1995, l’uccisione dell’ultrà
rossoblù Vincenzo “Spagna” Spagnolo, militante del Centro Sociale
Zapata, fa giustizia di tanta facile sociologia della miseria e delle
semplicistiche assimilazioni tra violenza degli ultrà e neofascismo
militante. Il capo della banda, le Brigate rossonere due, di cui faceva
parte il giovanissimo assassino, Simone Barbaglia è Carlo Giacominelli,
31 anni e una laurea in economia e commercio, detto il “chirurgo” per la
precisione negli accoltellamenti al gluteo. Comincia nelle Brigate
rossonere, notoriamente di sinistra. È pubblicamente schiaffeggiato per
un ammanco di cassa. Vanta un arresto a Perugia nel 1983 per un
accoltellamento e poi è coinvolto in una sparatoria per motivi di
traffico. Nell’estate 1994 guida la scissione delle Brigate. Ai giudici
si dichiara leghista. Alcuni testimoni lo hanno visto in prima linea,
altri lo avrebbero sentito minacciare Barbaglia: guai a te se fai il mio
nome. Anche per Simone non c’è nulla che autorizzi il corto circuito
ultrà uguale fascisti. Nessun precedente politico, nessun riferimento
iconografico o di look. La sua microbanda è nota come il gruppo del
Barbour, il costoso giaccone griffato che è un must nei giri giovanili
da discoteca. Un gruppo di pischelli che era andato a Genova armato di
coltelli per guadagnare punti nel branco e così Simone finisce per
ammazzare “Spagna” per paura, per inettitudine. Nell’assalto il giovane
milanista si trova in prima fila, sguaina il coltello ma non lo usa e si
limita a colpire con un pugno l’avversario che indietreggia
terrorizzato. Parte la controcarica dei genoani e il gruppo dei
milanisti si ritira. Simone è attardato e tira di nuovo fuori il
coltello ma il militante autonomo non si fa spaventare e tenta di
disarmare Simone, che lo colpisce allo stomaco, uccidendolo. Racconterà
ai giudici: «A quel punto potevo fare due cose: o continuare a scappare
col mio coltello verso la curva sud, come stavano facendo molti altri
del gruppo, oppure fermarmi anch’io vicino a Carlo e tirare nuovamente
fuori il coltello. L’idea di farmi vedere da Carlo scappare e di
dimostrargli che non avevo abbastanza coraggio per imitarlo mi era
insopportabile, sarebbe stato umiliante per me». Le indagini partono a
vasto raggio, ma dopo una decina di arresti il cerino acceso resta in
mano al solo Simone, scaricato subito dai compagni di tifo. Trenta dei
34 imputati per rissa al processo chiedono il patteggiamento. Simone in
primo grado se la cava con una condanna a 11 anni di carcere – e la
concessione degli arresti domiciliari dopo 17 mesi di carcere – ma in
appello la Corte riconosce l’aggravante del futile motivo e rimanda
indietro il processo. Nel secondo processo il pm nega ancora l’esistenza
dei futili motivi ma la corte è di diverso avviso e così nel luglio 1999
lo condanna a 16 anni e mezzo, perché non applica lo sconto previsto dal
rito abbreviato ma soltanto le attenuanti generiche prevalenti. vmazzola.jpg
Troppo scarsi sono gli indizi per classificare le Brigate Rossonere 2
come una banda fascista: non bastano certo il grido Boia chi molla
lanciato all’inizio della carica contro gli ultrà del Genoa caduti
nell’imboscata. O il nome di battaglia del braccio destro del
“chirurgo”, Massimo Elice, alias Olaf, un altro figlio della buona
borghesia del ponente savonese, un agente di commercio che la domenica
smette il doppiopetto e si diletta con il bastone animato. Un nome da
vichingo, che evoca la mitologia nordica tanto cara ai picchiatori neri,
adusi a caricare impugnando il martello e invocando Odino. Certo i
leader trentenni, Giacominelli, Elice, il pavese Pierluigi “Gigi” Dozio,
coltivano la violenza all’interno del gruppo e il raid è stato
programmato in una riunione in birreria: ma lo stesso pm, dopo aver
accusato Giacominelli di aver istigato l’omicidio, fermando il succubo
Barbaglia che scappava e spingendolo con il coltello sguainato contro il
genoano che avanzava, arriva alla conclusione che solo l’aggressione era
premeditata, non l’omicidio, e quindi i capi della banda devono
rispondere di rissa aggravata. E possono chiedere il patteggiamento
perché, avendo accettato di concorrere al risarcimento, 100 milioni,
hanno dimostrato ravvedimento. Ma la famiglia Spagnolo non ci sta e
accusa: hanno trattato al ribasso, pensano di cavarsela con 10 milioni a
testa. E l’opposizione del pm fa saltare il disegno difensivo: Dozio, un
precedente per tentato omicidio, ed Elice, che deve rispondere anche di
detenzione d’arma, sono condannati a 2 anni e 2 mesi. La verità dolorosa
è che nella catastrofe dell’umano degli anni ’90 certe curve di stadio
come certe piazze sono diventati i catalizzatori di una violenza sociale
profonda che solo occasionalmente, e talvolta casualmente, finisce per
assumere propriamente i caratteri della violenza fascista. Una violenza
che sembra comunque tendenzialmente in calo nella prima parte del
campionato 1995– ’96: da settembre a gennaio sono solo 50 gli arrestati
e 302 i feriti (189 esponenti delle forze dell’ordine e 113 tifosi). In
aumento invece i provvedimenti di polizia contro i tifosi violenti: dei
2813 divieti di accesso allo stadio comminati nell’arco di sei anni ben
574 sono stati applicati da agosto 1995 (210 al Nord, 132 al Centro, 232
al Sud) con un record negativo per la Campania (180 di cui 116 a Napoli:
ma i responsabili sono stati soprattutto protagonisti di saccheggi di
autogrill, episodi certamente illegali ma a basso tasso di violenza). Un
contributo alla drammatizzazione del problema la dà la stampa che
esaspera il sensazionalismo. E’ la tesi di Luciano Scorza, genovese, che
si laurea in scienze politiche esaminando nel dettaglio il processo di
deformazione della realtà degli ultras operata dai mass media. Una tesi
comparativa che parte da un dato inquietante: a un fatto analogo,
l’omicidio di un tifoso dell’Espanol dopo la partita con il Gijon, la
stampa spagnola dedicò 84 articoli, mentre sui fatti di Genova ne sono
stati prodotti 1469: «La stampa italiana ben più avvezza a trattare
notizie di questo tipo non ha perso l’occasione di sfruttare il fatto di
cronaca per vendere l’avvenimento». Lo conferma un altro dato empirico:
“Spagna” era soltanto il nono morto in 15 anni di tifo violento. Lo
avevano preceduto, tra strepiti molto minori, Vincenzo Paparelli,
(laziale, ucciso da un razzo lanciato in curva durante il derby, e per
anni gli ultrà giallorossi avevano rivendicato l’omicidio col coro
beffardo: «28 ottobre (1979) giornata storta, saluti e baci a Paparelli
a Prima Porta e tu laziale, testa di cazzo, in curva nord ti spariamo un
altro razzo»; Stefano Furlan (durante la partita di Coppa Italia
Triestina Udinese, febbraio 1984); Marco Fonghessi (un milanista
accoltellato da un ultrà rossonero che lo aveva scambiato per tifoso
cremonese, ottobre 1984), il sambenedettese Giuseppe Tomaselli
(accoltellato nel dicembre 1986), Nazzareno Filippini (dopo gli scontri
tra ultrà ascolani e Boys nerazzurri, nell’ottobre 1989), il romanista
Antonio De Falchi (un diciottenne stroncato da una crisi cardiaca dopo
essere stato aggredito a Milano da un gruppo di ultrà rossoneri, nel
giugno 1989), il bergamasco Celestino Colombi (ucciso da un infarto
durante le cariche della polizia dopo Atalanta– Roma, gennaio 1993),
Salvatore Moschella di Acireale (si era gettato dal treno per sfuggire
alle sevizie dei tifosi messinesi, gennaio 1994).
E infatti ben presto le violenze da stadio riprendono: nell’anniversario
della morte di “Spagna”, due tifosi atalantini, David Cattaneo e Calisto
Meneghini, sono arrestati mentre tentano di assaltare un pattuglione di
tifosi romanisti in trasferta, che avevano lanciato bombe carta durante
la partita. Segue un’ora di guerriglia urbana. I due arrestati sono
condannati per direttissima, rispettivamente a 12 e 8 mesi Il primo è
armato di coltello. Otto i feriti: 7 tra poliziotti e carabinieri e un
bergamasco tifoso della Roma. Nel febbraio 1997 gravi incidenti si
succedono nel giro di una settimana ma l’ondata emergenzialista non
monta. A Reggio Emilia c’è un lancio di rubinetti contro i tifosi del
Parma e poi sassate contro l’autobus: 9 denunciati, il più giovane ha 23
anni. Sette giorni dopo una nuova Heysel è sfiorata a Firenze con la
polizia pressata sui vetri antiproiettile da 400 tifosi che spingono
verso il basso per dar manforte a un migliaio di sfondatori. Un’ora
prima un commando assalta il pullman che trasportava la Juventus allo
stadio: rotti 4 vetri, feriti di striscio alcuni calciatori. Nella curva
juventina spunta uno striscione atroce: Ciao, ebrei. Sono 24 i
denunciati del collettivo viola, operai e studenti dai 17 ai 31 anni:
per loro scatta il divieto di accesso a manifestazioni sportive. E’
quello tra tifosi viola e bianconeri un odio radicato dai primi anni
’80: gli incidenti e le provocazioni si susseguono negli anni.
Particolarmente pesanti quelli di Torino nel novembre 1995, 11 agenti e
tre ultrà feriti, di cui uno accoltellato (per aver sbagliato
parcheggio), danni per decine di milioni allo stadio e al treno speciale
ma un solo fermato. A fine partita sono i tifosi viola ad attaccare i
carabinieri, poi gli incidenti coinvolgono gli juventini, attaccati
dalle forze dell’ordine che devono comunque creare un corridoio di
sicurezza per l’evacuazione degli ospiti, per cui viene predisposto in
tutta fretta un nuovo treno speciale. Il vicepresidente del Consiglio
Walter Veltroni, dopo un vertice sulla nuova ondata di violenza
calcistica, propone un decalogo ispirato al “modello inglese”: meno
repressione, spettacoli prima della partita, vigilanza dei poliziotti di
quartiere sugli ultrà, misure severe con i club conniventi con le frange
violente dei tifosi. Non se ne farà niente. Dal processo Spagnolo emerge
come il carisma di Giacomelli e degli altri leader delle Brigate
rossonere 2 si fondasse anche sul controllo di ingenti quantitativi di
biglietti omaggio, presumibilmente girati dalla società ai capi ultrà.
Un meccanismo che è spesso alle origini delle frizioni tra capitifosi e
presidenti, con evidenti danni per l’ordine pubblico e per le squadre.
Il presidente romanista Sensi è contestato anche perché ha chiuso con la
politica di agevolazioni ai gruppi di destra sostenuti dal predecessore
Giuseppe Ciarrapico (l’editore andreottiano che aveva affidato l’ufficio
stampa della sua finanziaria Italfin ‘80 a Guido Giannettini e al
fondatore di Meridiano Zero, Rainaldo Graziani). Al presidente del
Cagliari Cellino i tifosi non perdonano di non aver finanziato la
trasferta a Napoli per lo spareggio salvezza perduto con il Piacenza nel
giugno 1997. A quello del Venezia gli Ultras unione, di sinistra, non
perdonano di aver rinnegato la fusione con il Mestre: e così adottano
come colori sociali il verde–arancio e non il tradizionale nero–verde.
Anche Moratti, forte comunque dei risultati e dei fuoriclasse
acquistati, da Ronaldo a Baggio, si può permettere di eliminare i pass e
biglietti omaggio concessi da Pellegrini: un ultrà, Mauro Russo,
gestisce parcheggi nei pressi di san Siro. La Juve paga le coreografie a
affida ai capi ultrà (tutti di destra) la gestione di una parte della
campagna abbonamenti in cambio di un’autocensura su simboli e nomi
troppo forti. Il Milan fa differenze politiche: agevolazioni per i
Commandos tigre (di destra) e non alla Fossa dei leoni (storicamente di
sinistra e più forte numericamente). A Genova prevale una linea
tradizionale di coinvolgimento dei leader delle tifoserie. La Samp ha
affidato a due capi storici il magazzino e il negozio ufficiale della
squadra, mentre la pulizia dello stadio è affidata a una cooperativa
“unitaria” di ultrà, genoani e doriani. I più attivi sul fronte del
business sono gli Irriducibili della Lazio, i primi a lanciare la moda
delle sciarpe all’inglese (i romanisti gli sfottono come “Irriducibili
spa”). Un certo Freak, espulso dalla banda biancazzurra si è riciclato
come capotifoso dell’Español.
(...)
Articolo interessante assai anche se, come hai premesso tu, non
aggiornatissimo. Così al volo, ad esempio, manca il ritorno dei "drughi",
coincidente con l'uscita di galera per fine pena del loro leader, e la
riconquista con i metodi che ben conosciamo della posizione predominante
fra gli ultras gobbi. Manca anche l' autoscioglimento della Fossa dei
Leoni e gli avvenimenti oscuri che hanno causato questa decisione.
Un plauso comunque a carmillaonline, un sito che seguo spesso e a G.Genna
che è un intellettuale in gamba.
--
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it
>Antonio Bacarelli ha scritto:
>
> (...)
>
>Articolo interessante assai anche se, come hai premesso tu, non
>aggiornatissimo. Così al volo, ad esempio, manca il ritorno dei "drughi",
>coincidente con l'uscita di galera per fine pena del loro leader, e la
>riconquista con i metodi che ben conosciamo della posizione predominante
>fra gli ultras gobbi. Manca anche l' autoscioglimento della Fossa dei
>Leoni e gli avvenimenti oscuri che hanno causato questa decisione.
>Un plauso comunque a carmillaonline, un sito che seguo spesso e a G.Genna
>che è un intellettuale in gamba.
Mi unisco anche io, e volentieri, al plauso per carmillaonline, uno
dei pochissimi siti che riescono ancora a fare vera
controinformazione. Tanto che ci sono propongo anche questo vecchio
articolo da Terrelibere, del 2002, ma con spunti tuttora interessanti.
C'è anche una nostra vecchia conoscenza. Rileggere bene. Ma bene bene.
Dedicato a chi ancora si dichiara più o meno velatamente
"cecchigoriano".
http://www.terrelibere.it/counter.php?file=calcio.htm&riga=100
Salut,
--
*Riccardo Venturi* <vent...@katamail.com>
*Er muoz gelîchesame die leiter abewerfen
So er an îr ufgestigen ist (Vogelweide & Wittgenstein)*
*I-50135 Firenze, via F.Tozzi 3, 0039-055-613968
*0039-339-4723096 - Skype: Venturi6350
____________________________________________________
CCG/AWS: http://www.antiwarsongs.org|ASCOLTA
RADIO DISSIDENT: http://radiodissident.blogspot.com|
(NAUFRAGHI) A GALENZANA http://naugalen.iobloggo.com|
http://dagalenzana.iobloggo.com (versione riposante)
>>Articolo interessante assai anche se, come hai premesso tu, non
>>aggiornatissimo. Così al volo, ad esempio, manca il ritorno dei "drughi",
>>coincidente con l'uscita di galera per fine pena del loro leader, e la
>>riconquista con i metodi che ben conosciamo della posizione predominante
>>fra gli ultras gobbi. Manca anche l' autoscioglimento della Fossa dei
>>Leoni e gli avvenimenti oscuri che hanno causato questa decisione.
>>Un plauso comunque a carmillaonline, un sito che seguo spesso e a G.Genna
>>che è un intellettuale in gamba.
>
>Mi unisco anche io, e volentieri, al plauso per carmillaonline, uno
>dei pochissimi siti che riescono ancora a fare vera
>controinformazione.
Quoto. E' già un pezzetto che leggere carmillaonline mi tranquillizza:
se sono pazza io vuol dire che non sono la sola.
--
Foolfolly
Aspetto con grande attesa gli aggiornamenti e cerco di recuperare il libro.
Ci vorrebbe l'intervento di Marchi, ma purtroppo è mancato poco tempo fa.
> Il Milan fa differenze politiche: agevolazioni per i Commandos tigre (di
> destra) e non alla Fossa dei leoni (storicamente di sinistra e più forte
> numericamente).
Lo scritto chiaramente non è datato ed è da aggiornare, la Fossa Dei Leoni è
stata sciolta.
La curiosità è una, leggendo il perchè:
--
La pietra che ha provocato la frana è del 29 ottobre scorso, quando, in
occasione della gara interna con la Juventus, alcuni esponenti della Fossa
rubano due bandiere ai "Viking", l'ala estrema del tifo bianconero e, come
massimo gesto di scherno, le sventolano in curva sud. Quattro giorni dopo,
in corso Lodi, la vendetta juventina: un gruppetto tende un agguato
all'alfiere della Fossa (il tifoso che porta a casa lo striscione del
gruppo) mentre rientra dopo la trasferta di Eindhoven. In undici lo
circondano, armati di coltello, e lo obbligano a consegnare il vessillo. Il
direttivo del gruppo ultrà si rivolge allora alla Digos per denunciare
l'aggressione. Decisione che scatena la rabbia delle altre organizzazioni.
Martedì sera, nel corso di un incontro in un parco di Milano, la Fossa,
pezzo di curva originariamente "di sinistra", viene messa in minoranza da
Brigate e Commandos Tigre, politicamente schierati a destra. Un vero e
proprio processo con due capi d'imputazione: l'esposizione in curva di due
striscioni avversari non conquistati sul campo e l'intervento della Digos.
Macchie inaccettabili per il codice ultrà. "E' stato un confronto duro,
all'interno della Fossa e con gli altri due gruppi - spiegano alla Digos -
alla fine il coordinamento ha capito di aver perso forza". Ma, piuttosto di
dimettersi, le 14 persone a capo dello storico gruppo scelgono di sciogliere
l'organizzazione. E, dopo 37 anni, la Fossa cessa di esistere.
http://0milanclub0.giovani.it/diari/430192/
--
Si palesa subito una cosa ad una prima lettura, se esiste un decalogo ultras
tra cui quello di non aggredire l'altra parte quando le forze sono impari,
questa immediatamente viene sacrificata prima di tutto nei confronti della
legalità e dell'aspetto politico.
Non a caso, mi risulta che i Viking siano legati non soltanto
ideologicamente a coloro che hanno imputato determinati comportamenti alla
Fossa.
Se parlate o notate imprecisioni e siete in grado di correggerle, fatelo,
sarebbe un'ottima cosa.
> Ci sono errori secondo me, ma porta alla luce fatti interessanti
Il primo errore è nel titolo del tuo post: dovrebbe essere "inchiesta su UNA
politica tra gli ultrà". L'altra parte politica non viene presa in
considerazione e quindi l'approccio e la descrizione delle cose, per quanto
giuste, sono parziali (nel senso di incomplete).
E per fare un esempio di ALTRA politica basterebbe leggere una lettera di
una tifosa del Livorno inviata al Vernacoliere dopo la partita giocata al
Picchi dall'Italia.
Se la ritrovo la scrivo....
>Quoto. E' gią un pezzetto che leggere carmillaonline mi tranquillizza:
>se sono pazza io vuol dire che non sono la sola.
Non sei pazza. Anzi. Semplicemente hai saltato il fosso che separa la
politica dalla politica di palazzo. Benvenuta, Ombretta.
Salut,
--
*Riccardo Venturi* <vent...@katamail.com>
*Er muoz gelīchesame die leiter abewerfen
So er an īr ufgestigen ist (Vogelweide & Wittgenstein)*
Paradossalmente sarebbe meglio dare la possibilità di riformare il partito
fascista, tanto ipocrisia per ipocrisia...
Pikkio
> Se parlate o notate imprecisioni e siete in grado di correggerle, fatelo,
> sarebbe un'ottima cosa.
Le due bandiere dei Viking furono dimenticate a terra, dento ad uno zaino,
in un piazzale di Milano (dove i Viking hanno la sede) al momento di partire
in pullman per una trasferta (mi pare Lecce, ma non sono sicuro). Lo zaino
fu trovato da un milanista e le bandiere apparvero in curva.
I Viking (che avevano fatto una figuraccia colossale lasciando in strada le
bandiere) chiesero la restituzione, che fu negata. Allora organizzarono la
"spedizione" sotto casa (tanto gli ultras più importanti si conoscono
tutti...) dell'alfiere della Fossa, che tornava da Eindhoven: in tanti
contro uno lo rapinarono (di fatto di una rapina si è trattato) e misero
subito on line la foto dello striscione rubato. Il rapinato chiamò la Digos
per fare denuncia e da lì venne considerato infranto il "codice d'onore",
che in realtà era già stato violato esponendo bandiere non conquistate ma
trovate (sponda Milan) e organizzando la spedizione armata tanti contro uno
(sponda Juve).
esattemente e non è un errore da poco. l'errore sarebbe trovare
distinguo. Non è il momento dei distinguo, è il momento di arare il
suolo e far si che cresca, passamela ;) , un'erba migliore.
In questo sono daccordo col Venturi, nessun distinguo anzi azzeramento.
Per quella partita c'era anche VivereUltras (il cui forum è stato
chiuso sabato, guarda il caso!) a dimostrarne che per entrambe le parti
era tutto tranne che una partita...
--
Andrea de Florence © - ISCF online: http://www.iscf.info
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