http://lettura.corriere.it/%C2%ABliberalizzate-il-doping%C2%BB/
Riprendo il discorso avviato da Sandro Modeo sulla scorsa �Lettura�
intorno
alle pratiche dopanti nello sport, perch� � una questione chemi sta a
cuore
sia come spettatore sia come ex atleta � lo dico subito perch� si capisca
da
quale punto di vista sostengo da anni la liberalizzazione del doping.
Innanzitutto bisogna allargare il campo, l�inquadratura stretta
sull�atleta
non serve a nulla. Lo sport, inteso come libera espressione di un gesto
che
coniuga alla perfezione le facolt� mentali e fisiche dell�essere umano,
non
esiste pi�. Esiste lo sport professionistico, il mestiere sport. Anche i
bambini, ormai sempre pi� smaliziati (non a caso sono nostri figli), lo
affrontano cos�: sono attratti da quegli sport dove pi� forti sono le
promesse di affermazione sociale ed economica. In Europa, il calcio. In
Africa, la corsa lunga. Nei Caraibi, la velocit�. Il ragionamento � lo
stesso, basta osservare i vivai. A livello agonistico, fin dall�inizio
l�impostazione � professionale: entro in vasca due volte al giorno (una
prima di andare a scuola), sei giorni su sette, nuoto novanta chilometri
alla settimana, perch� voglio accedere al mondo dei privilegi, essere
contesa dagli sponsor e invitata alle sfilate, stare sulle copertine,
vivere
da vip (altrimenti chi me lo fa fare?).
In secondo luogo, il sistema dello sport professionistico dipende
totalmente
dalla tv. Esiste solo se � spettacolare, solo se produce alte prestazioni.
Le alte prestazioni producono alti indici di ascolto, gli alti indici di
ascolto producono ottimi spazi pubblicitari e sponsor motivati, gli
sponsor
motivati producono contratti per squadre e campioni. Gi�, ma come possono
gli atleti regalarci sempre e solo alte prestazioni? A questo preferiamo
non
pensare. Noi sappiamo solo che vogliamo guardare un Tour de France dove il
gruppo procede per venti tappe di fila (sei delle quali in montagna) a
cinquanta chilometri all�ora, altrimenti cambiamo canale. Ci
scandalizziamo
ogni volta per un nuovo dopato. Ma come, proprio lui? Sembrava cos� a
posto.
Continuiamo a guardare in modalit� sub iudice gli scatti in salita della
nuova maglia gialla, entusiasmandoci, e subito pentendoci dell�entusiasmo
(negli ultimi vent�anni non ricordo un campione del ciclismo che non abbia
avuto qualche problema con l�antidoping). Ovviamente l�abbiamo inventato
noi
questo sistema � eventi spettacolari, grandi giri di affari, � la nostra
epoca � ma con il doping ci sentiamo pugnalati alle spalle. Vogliamo
illuderci che il corpo dello sportivo sia ancora lo scrigno della nostra
verginit� perduta. Accettiamo ogni tipo di modificazione � liposuzioni,
mastoplastiche, allungamenti del pene � ma il corpo dell�atleta deve
restare
intatto, un reperto anacronistico della bellezza classica, il perfetto
equilibrio di idea e materia, il discobolo di Mirone, la rappresentazione
sensibile dello Spirito Assoluto nella temibile triade hegeliana.
Accettiamo
che i divi del rock affrontino il palco strafatti, che il grande pianista
Ramin Bahrami suoni Bach col pedale e che qualsiasi cosa che ci circonda
sia
dopata, ma gli atleti no, i divi dello sport si devono esibire puliti. E
il
sistema � i tecnici, i giornalisti, le societ� sportive � assecondano la
nostra illusione, non ci aprono gli occhi, anzi, si scandalizzano insieme
a
noi.
Liberalizzare il doping smonterebbe questa farsa, � lo smascheramento di
cui
ha bisogno lo sport contemporaneo. La prima obiezione di solito verte
sulla
salute dell�atleta. Ma gli atleti professionisti oggi non improvvisano
nulla, sono macchine sofisticatissime nelle mani di medici specialisti,
prova ne sia che l�emoglobina sintetica di nuova generazione e i nuovi
protocolli di somministrazione sfuggono anche ai controlli incrociati. �
finita l�epoca in cui l�atleta si doveva svegliare nel cuore della notte e
salire sulla cyclette per fluidificare il sangue. L�obiezione salutista �
risibile soprattutto se confrontata con i rischi ben pi� gravi che gli
atleti accettano di correre durante le gare, rischi che rappresentano
spesso
una delle ragioni principali per le quali restiamo incollati allo schermo.
Basti pensare almotociclismo o alla Formula Uno. Per non parlare dei
ciclisti che scendono a novanta all�ora con la pioggia dai passi di
montagna
e di come le telecamere si precipitano fameliche a inquadrare le cadute.
La
seconda obiezione verte sull�adulterazione dei reali valori in campo. Ma
una
volta che venissero autorizzate le pratiche dopanti, si otterrebbe al
contrario una maggiore trasparenza. Ora la superiorit� del campione �
sempre
gravata dal sospetto; dopo, se tutti potessero assumere le stesse
sostanze,
i vantaggi di fatto si annullerebbero e si ripristinerebbero
automaticamente
le differenze �naturali�. Resterebbe alla responsabilit� individuale la
scelta di partecipare o meno al gioco.
La terza obiezione � �lirica� e verte sullo svilimento del gesto (questa,
tra l�altro, proviene pi� spesso dai patiti del calcio, i quali di questi
tempi, quanto a svilimento, direi che hanno problemi ben pi� gravi del
doping). Ma chiunque conosca lo sport agonistico per averlo praticato sa
che
la fatica, la bellezza, l�abnegazione di due maratoneti che si inseguono
nei
sali e scendi di Central Park non verrebbero certo inficiate da qualche
fiala di eritropoietina. La poesia resterebbe inviolata. Semmai � pi�
snaturante e prosaica la fobia per i tempi morti, l�horror vacui delle
dirette televisive. Come si pu� accettare l�abolizione delle false
partenze
nella velocit�?
Resta fuori per ragioni di spazio tutto il discorso sul doping fisico. Un
atleta costretto a correre duecentocinquanta chilometri alla settimana,
con
tabelle di allenamento concepite per androidi, non sta forse gi�
maltrattando il suo corpo? Pochi mesi dopo che le nuotatrici cinesi
vinsero
tutto ai mondiali di Roma 1994 si scopr� che assumevano anfetamine: il
fatto
� che lo facevano non per migliorare le prestazioni, bens� per reggere lo
stress psicologico di carichi di lavoro massacranti. � gi� qui il doping,
ben prima della chimica: in questo corpo avulso, spremuto, usato come
attrezzo del mestiere.
Prima di imprecare al prossimo campione pizzicato con le urine sballate,
converrebbe chiedersi: ma io andrei allo stadio a vedere dei ragazzi che
corrono i cento metri in 11 secondi? Se la risposta � s�, allora troveremo
anche la forza di spegnere la tv e far fallire il sistema. Saremo dei veri
estimatori del gesto atletico e il dilettantismo torner� a trionfare. Se
la
risposta � no, allora sar� pi� onesto accettare che i nostri beniamini si
aiutino come possono per dare spettacolo.
Mauro Covacich
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