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Un commento su "Storie di figli adottivi"

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Cinzia Benetazzo

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Apr 7, 2000, 3:00:00 AM4/7/00
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Ciao a tutti,
sono Cinzia, e anch'io sono stata adottata. Seguo spesso gli interventi di questo forum, e di recente ho letto quelli fatti sul libro "Storie di figli adottivi" , di De Rienzo, Saccoccio, Tonizzo e Viarengo (Ed. UTET). Li ho trovati interessanti, e così vorrei anch'io dire la mia, magari per stimolare un dibattito serio su alcuni punti, che io trovo particolarmente "deboli", riguardanti LA RICERCA DELLE ORIGINI da parte degli adottati. Preciso che parlo per tutti i casi di adozione "nella media" e per le c.d. adozioni "riuscite" (nel gergo degli assistenti sociali), quindi non mi permetto di entrare nel merito di casi estremi e di adozioni avvenute in casi particolarmente gravi di abbandono.
 
1) Nel libro si legge : "Enrico e Chiara non provano il bisogno di andare a conoscere chi li ha messi al mondo, perchè si sentono profondamente integrati nella loro famiglia adottiva...".
Eccoci al solito ostacolo di base: premesso infatti che è chiaro che andrebbe alla ricerca delle origini solo chi ne fosse, dopo ponderata riflessione, fermamente convinto e psicologicamnte pronto (e qui siamo tutti d'accordo), l'errore qui è il continuare a riaffermare la solita dicotomia per cui, se un figlio adottivo è stato bene nella propria famiglia adottiva, non chiederà nè cercherà altro,  altrimenti, in caso contrario (e solo in questo caso: mai semplificazione fu più banale) cercherà disperatamente le sue origini. Ora, mi pare sia un modo del tutto banale e generalizzante di affrontare un tema così sfaccettato: ma come, la mente umana è talmente complessa che spesso non capiamo neppure noi stessi bene, e qui si viene a dire che ci sarebbero solo due semplici , elemetari intenzioni (del tipo, "o bianco o nero") ad albergare nella mente degli adottati? Troppo semplice, non vi sembra?
 
2) "Enrico dice: ci sono due ragioni per cui i figli adottivi cercano i genitori d'origine: o perchè li hanno conosciuti  ed hanno quindi dei ricordi, oppure perchè nella famiglia in cui vivono non è stato trasmesso amore, affetto e serenità, e quindi cercano una fuga".
Qui la critica non è tanto alla personale posizione di questo figlio adottivo, che giustamente ha espresso qual che sentiva, ma a chi ha preparato il libro: è possibile che in tutto lo scritto ci siano testimonianza solo di questo tipo? Mi sembra una scelta redazionale un po' troppo partigiana. Riportare testimonianze solo in tal senso non fa altro che falsare la realtà , per sua natura complessa e disarmonica, e non certo liquidabile con una banale alternativa tra "buoni e cattivi" (nel libro sempre rispettivamente genitori adottivi e genitori naturali).
 
3) "Alcuni ritengono che il ritrovamento dei genitori biologici possa avere una funzione terapeutica"..."Credo che il vero problema dell'adottato sia la conoscenza del genitore interno, di quel genitore con cui egli vive una relazione non risolta, non di quello esterno, reale...".
Certo che il problema è questo, e non è da poco. I signori che legiferano lo dovrebbero vedere come perno fondamentale di tutto il dibattito , non come una posizione dottrinale o una corrente di pensiero come altre: è un fatto che tocca noi tutti figli adottivi (con sfumature diverse e intensità variabile, certo), e che ci può distruggere, a lungo andare, se non controllato da un'equilibrio mentale stabile (spesso conquistato a fatica negli anni). E poi, se si vuole che noi si trovi la pace e si smetta di lottare col "genitore interno" vagheggiato e sognato, ci si permetta allora di conoscere quello esterno e reale, e di scendere a patti coi nostri demoni!!
 
3) "Mettersi alla ricerca della famiglia d'origine comporta il rischio che l'adottato torni in dietro ai suoi vecchi problemi...uno si trova nella situazione di chiedersi: Adesso con chi vado?..."
Ma sentite, prima di tutto non si torna ai c.d. "vecchi problemi" per il semplice fatto che in realtà non ce ne si è mai allontanati. E poi, non è fingendo una  sana normalità che i problemi per magia (come pretenderebbe il Legisalatore) vanno a svanire: costa molta sofferenza tornare alle origini (e comprendo e appoggio in pieno chi non se la sente di farlo), tuttavia non riesco a capire perchè, volendo invece sapere, non si possa, per il solo motivo che la legge italiana lo impedisce crudelmente  (e brutalmente, a volte).
Quanto poi al pensare "adesso con chi vado?", mi scappa un sorriso (scusate): ancora la solita banalità!! Qui non si tratta di andare proprio con nessuno: primo , si parla di gente adulta, con una sua vita, non di bimbi da "riaffidare, secondo, e fondamentale, le ferite morali son già state inferte, l'abbandono non si cancellerà comunque. Nessuno si aspetta ricongiungimenti lacrimosi da Soap Oparas o da "Carramba". Ora questo è un parere di un adottato intervistato, e non è questo che critico, ripeto: critico la scelta dei brani e degli stralci di interviste operata dagli autori, tutto qui.
 
4) "Se si è messa in atto l'adozione, vuol dire che o non c'è stata una storia coi genitori d'origine, o ce n'è stata una da interrompere definitivamente."
Questo può essere molto vero, e concordo . So che spesso si fanno seri tentativi, prima di giugere alla dichiarazione di adottabilità, e che in questo i servizi sociali son molto impegnati. Ma qui si "sfugge" al problema focale. Voglio dire, il fatto che una donna scelga l'adozione per il figlio, o le venga anche parzialmente imposta dalla vita, non significa che poi per il resto della sua vita non ci ripensi mai a suo figlio, in nessun momento. A parte casi drammatici di abbandono (e su questi forse la legge e gli assitenti sociali potrebbe agire, facendo da "filtro" per le informazioni), questo non è UMANAMENTE possibile: non crederò mai a chi mi voglia a tutti i costi dire il contrario, neppure se stampato su un libro. Vogliamo per un attimo guardare l'adozione anche dalla parte dei genitori naturali, volgiamo dare loro un volto, un'anima, un pensiero, senza trincerarci dietro l'ipocrisia generalizzante che li vuole sempre, e a tutti i costi (anche sulla pelle degli adottati, è chiaro) dalla parte dei "cattivi"?
 
5) "Le coppie che si dichiarano disponibili posson crescere quel bambino che diventa loro figlio senza interferenze esterne...Altrimenti dovremmo costruire l'adozione in modo diverso, come forma di allevamento di bambini, non come genitorialità. ....L'eventuale diritto alla conoscenza dei procreatori metterebbe in discussione  la filiazione e la genitorialità adottive come filiazione e genitorialità vere. Si rischierebbe quindi di tornare a privilegiare nei rapporti umani i legami biologici rispetto a quelli affettivi".
E' un passo importante, su cui si basa l'omertà della nostra legge, questo.  Con questo si pensa alla tutela dei minori, ma anche a quella dei genitori adottivi. Tuttavia credo che il genitore adottivo che sceglie l'adozione dovrebbe comprendere quello cui va incontro, vivendo l'esperienza come un atto disinteressato d'amore, non come una estrinsecazione del suo bisogno di genitorialità, non come un investimento affettivo per il futuro, non con un bisogno di compensare qualcosa che gli è mancato. E se si pensa di tuelare tale "genitorialità" col segreto e i sigilli legali, non si ottiene null'altro che l'effetto opposto.In fatti così, invece di indebolirsi, i legami biologici si rafforzeranno: in questo il Legislatore si è dimostrato ben poco conoscitore dell'animo umano!E' chiaro: se a me, figlio adottivo, viene negato di sapere , mi ci arrovellerò , ne soffrirò molto di più , e forse anche mitizzerò i miei genitori naturali. Questi ultimi, nella mia mente, non saranno più persone in carne ed ossa, che hanno avuto la loro vita, più o meno dura, ma enti astratti irraggiungibili, per questo più importanti e sempre più enormi nella mia mente. Se io invece posso conoscerli, certo ridimensiono, ci parlo, vedo che abbiamo avuto vite diverse, e magari apprezzo ancor più il coraggio e la generosità dei genitori che mi hanno allevato e amato per tanti anni. Da non dimenticare poi il fatto che, se forse i genitori adottivi si possono sentire meno "genitori veri", i figli si sentiranno sempre meno tali: non solo l'abbandono, ma poi l'isolamento, il non poter parlare con nessuno, il dubbio per tutta la vita sulle proprie origini. Ci si sente ricacciati di nuovo, marchiati molto di più dalla "vergogna dell'abbandono", non sapendo. E soprattutto, ci si sente "cittadini di serie b", come si suol dire, cui viene negato un diritto elementare della personalità, che tutti gli altri invece hanno. Col silenzio insomma si va ad aggiungere sofferenza a sofferenza, ulteriore senso di diversità e disagio. Si potrebbe esser invece come gli altri, solo più aperti, con una visione allargata della famiglia e degli affetti (cosa ben lontana dal venire nell'Italia anche d'oggi): chi dice che (come accade in molti altri Paesi per migliaia di ragazzi adottati: che loro siano più intelligenti ed equilibrati di noi??) non si possa, dopo la delusione o la tristezza della scoperta, riunire mentalmente le figure della nostra vita, ricucire lo strappo, tentare così di proseguire la propria autonoma vita?? Invece no, dobbiamo starcene in disparte, magari parlarne poco, e non chiederci, non interrogarci, magari per paura di ferire i genitori , magari per non "turbare" la comune convivenza "civile"....
 
6)"Nè l'aumento delle informazioni che si danno, nè il ritrovamento dei genitori d'origine posson soddisfare questo bisogno, poichè questo è interiore e non può essere risolto dal di fuori ma solo accettando dentro di  sè il proprio passato come segno di diversità e non di negatività".
A parte il ricordare agli autori che la negatività di tutta la faccenda ci viene data dalla società nelle sue visioni, dall'omertà sull'argomento, e dai divieti di legge, e non ce la siamo certo creata noi per strano masochismo, mi stupisco che si usino ancora parole trite ed insignificanti come "accettare la diversità ed il passato". Ovvero, solo se il mio passato ha nome xy e motivi xy allora lo posso affrontare ed elaborare, altrimenti non vedo altro modo per farlo. Dovrei forse accettare una diversità basata sul  vuoto, senza motivo, come una specie di condanna originaria? Mi sembra che la legge attuale e gli autori  a questo ci vogliano portare, senza sollevarci dal peso, non dando un nome ed un volto a questa mitica "diversità".
 
7) "Accordare la possibilità di conoscere i dati anagrafici delle persone che lo hanno messo al mondo significa affermare che la famiglia nella quale risiede non sia la sua unica famiglia, poichè i suoi genitori non sarebbero quelli adottivi, bensì anche (o solo?) coloro che l'hanno messo al mondo....gli adottanti risulterebbero semplici "allevatori".
Precisiamo che l'adozione è una realtà, e che non siamo stati noi figli a volerla. Io non so se la mia famiglia sia una o due, se sia una nuova figura famigliare, una famiglia allargata o chissà cosa, so solo che quel che sono lo devo a me stessa e a nessun altro. Questo del resto è un inganno in cui cadono anche i figli "normali" di coppie qualsiasi, ovvero ,sentire nella riconoscenza e nel senso di colpa  il legame familiare.  Questa specie di riconoscenza medievaleggiante che dovremmo in eterno e a tutti i costi a chi ci ha allevato, mi sembra una follia vecchia come il mondo, e un'ulteriore condanna alla diversità, per noi adottati. E poi, che ragionamento è mai questo, per cui se io chiedo delle mie origini cancello i miei genitori, li considero degli "allevatori", quasi fossi un animaletto istintivo e senza ragione? Credo stia alla coscienza e alla sensibilità di ciascuno sentire e giudicare tutto questo, e non alla legge, che non ne ha il diritto.
 
8) "Quelle persone (i genitori biologici) saranno animate (una volta ritrovato il figlio, s'intende) da uno spirito di reimpossessamento che potrà indurli a comportamenti persecutori. Nella mia esperienza, in tutti i casi in cui i genitori adottivi son stati rintracciati le conseguenze sono state catastrofiche".
A parte la negatività di fondo che vuole estendere quel che è accaduto in alcuni casi a tutti i casi, propongo, per evitare le "persecuzioni" paventate, una mia modesta strategia alternetiva. Il figlio che voglia sapere può rivolgersi all'assistente sociale del luogo ,che, valutato il caso (con elasticità mentale, per favore) giudicherà se interpellare  il genitore naturale o meno. Dopo il consenso di quest'ultimo , si potrebbe organizzare un'incontro tra i due in una struttura pubblica ( e alla presenza dell'assistente sociale, se necessario) NELL'ANONIMATO. Così nessuno saprebbe nome ed indirizzo dell'altro, e non ci sarebbero invasioni nella sfera privata di nessuno.poi, se vorranno, si vedranno ancora, altrimenti ognuno dovrà farsi una ragione dell'accaduto. Questo è solo un esempio semplificatorio, so che nella realtà ci sono intoppi e problemi ovunque, ma mi sembra un po' meglio (e meno distruttivo psicologicamente) che dire no , sempre ed in ogni caso. E poi, vogliamo lasciare giudicare i genitori naturali ed i loro errori ai loro figli, invece che ai burocrati, una volta tanto?
 
9) "Si obietta che avere un buco nero nella propria vita è causa di angoscia perenne...forse , nelle adozioni non particolarmente riuscite, in cui per l'adottivo non è stato possibile crearsi un senso di identità ed appartenenza, questo è vero."
Ancora il vecchio concetto (di cui sopra), ancora una generalizzazione. Io mi sento perfettamente inserita nella mia famiglia, e la mia identità, conquistata a morsi, ce l'ho: e allora, come la mettiamo, chi deve giudicare chi, ...e che cosa è giusto?? E pensare che il libro si presentava ingenuamente col libertario sottotitolo "l'adozione vista dai protagonisti".
 
Concludo, e mi scuso per la lunghezza, dicendo che a me pare che continuare a spingere sui tasti negativi dell'adozione e di ciò che l'ha generata non porti a nulla, non aiuti chi dell'adozione porta le "stigmate"( che la legge vuole tali) e lo faccia sentire abbandonato una seconda volta. Trascrivo una frase tratta da "PERCHE' L'AMORE CONTINUI", di Lynn. C. Franklin (PRATICHE eD.). Vi si analizza l'adozione dalla parte dei genitori naturali, si pecca forse di buonismo americano in molti punti, ma vi si respira una libertà ed elasticità di pensiero ben rare nei testi giuridico-sociali italiani.
 
"Dopotutto, viviamo in uno stato di diritto, e credere di non dover obbedire alle leggi è un'affermazione grave, valida soltanto nei casi di adozione".                               (Annette Baran)
 
Ciao a tutti, a presto
Cinzia

fra.ame

unread,
Apr 7, 2000, 3:00:00 AM4/7/00
to
Credo che con Cinzia tutti noi figli adottivi attanagliati dal famoso problema delle origini, abbiamo trovato un'ottima portavoce.
Come più volte ho fatto in questo NG rinnovo l'invito a metterci in contatto: non gettiamo via la prima vera ( o virtuale che sia...) possibilità di farci sentire su un tema con cui da sempre abbiamo dovuto fare i conti.
Ciao
Francesca
"Cinzia Benetazzo" ha scritto nel messaggio <000f01bfa0a6$0560aba0$d726d8d4@b0b0j0>...

Cinzia Benetazzo

unread,
Apr 8, 2000, 3:00:00 AM4/8/00
to
Cara Francesca,
sembra che non molti partecipino a questo dibattito, a parte te , io , ed alcuni altri. Ora, capisco che la mole del mio intervento può spaventare, e mi spiace d'aver forse esagerato con la mia verbosità, ma son cose che sentivo nel profondo, ed avevo grande urgenza di dirle. Son contenta per il solo fatto d'averle dette, poi si vedrà.
Segnalo (grazie a Francesca), sul tema delle origini, il sito www. adozioneinternazionale.ne, in particolare nel settore "affetti dispersi", dove molti potranno dare il loro parere e richiedere informazioni sull'iter della nuova legge sulle adozioni, internazionali e non.
So che molti ci sono, e non si fanno sentire, e rispetto il loro silenzio. Ma se solo uno di voi volesse scrivere anche una riga, chiedere qualcosa, abbozzare un consiglio, o anche solo domandare indirizzi utili, io sono qui. Il mio indirizzo è sempre disponibile.
Ciao a tutti.....e CORAGGIO!!
Cinzia

Luigi Vittorio

unread,
Apr 8, 2000, 3:00:00 AM4/8/00
to

"Cinzia Benetazzo" <cibe...@tin.it> scrive:
Ciao a tutti,
sono Cinzia[....] E poi, vogliamo lasciare giudicare i genitori naturali ed

i loro errori ai loro figli, invece che ai burocrati, una volta tanto?

[...]


"Dopotutto, viviamo in uno stato di diritto, e credere di non dover obbedire
alle leggi è un'affermazione grave, valida soltanto nei casi di adozione

Ciao Cinzia,
grazie per questa tuo bel, lungo messaggio. Ci da' l'opportunita' di vedere
l'adozione da tanti punti di vista, e di riflettere, riflettere e
riflettere!!
per riflettere ci vuole tempo, poi bisogna rielaborare. per ora quindi,
assieme al grazie mi vengono solo due domande, per approfondire
ulteriormente l'argomento.
cosa penserebbero i genitori biologici, o naturali (come chiamarli?) della
possibilità di reincontrare i propri figli? credo che il 'legislatore si
debba preoccupare di tutelare *tutte* le parti in causa: genitori biologici,
genitori adottivi e soprattutto i figli!
e i genitori che hanno deciso di non riconoscere i propri figli? e credo che
anche in questo caso valgano tutte le considerazioni che hai fatto tu a
proposito dei figli addottivi!!
noi ce lo chiediamo e richiediamo...
ciao!!
--

_________________________________________
Luigi Vittorio, Alessandra Chiara, Caterina e Corrado
E' Francesc@ e basta: http://space.tin.it/salute/smistror/libro/


e-mail: LuigiV...@Flashnet.it


Cinzia Benetazzo

unread,
Apr 9, 2000, 3:00:00 AM4/9/00
to
Ciao ,
grazie per il messaggio, e ti rispondo subito.
Innanzitutto , non essendo un'esperta in materia o un'assistente sociale, dico quello che ho rielaborato dopo la lettura di testi o che mi pare condivisibile dalla maggior parte degli adottati con cui sono in contatto.
Poi, venendo al tuo primo dubbio, devo dire che pensavo che la proposta di un "incontro nell'anonimato" mi sembrava già potesse ovviare tutti i problemi di riservatezza dei genitori naturali, che certo posson essersi rifatti una vita, non dicendo nulla a nessuno. Non so che cosa possono pensare, solo che dubito che , a parte i casi di adozione a causa di abusi e violenze sui minori (sui quali , ammetto, devo ancora giungere ad una visione chiara), i genitori naturali dimentichino per sempre d'avere un figlio: i dati dimostrano che, nei rari casi in cui i genitori naturali son stati interpellati (casi giuridici e non molto particolari) , questi non hanno mai rifiutato un incontro. Non foss'altro, dico io, per umana curiosità di sapere che faccia ha il figlio, che lavoro ha, se è genitore a sua volta o no. Non dico che debbano passare il resto della vita attanagliati dal rimorso e dall'amore per il figlio "perso" (poichè, si sa, tempus omnia medetur), ma di certo ci avranno pensato, non posso credere il contrario.
In proposito si legga l'interessantissimo intervento più sopra, di una coppia che ha aderito all'"adozione aperta" in America: questo sistema laggiù funziona da anni. Come mai, non penso siano più furbi o meno sensibili...basta far nascere una cultura dell'adozione aperta, poi potrebbe prender piede anche da noi ( e la potrebbero abbracciare anche i genitori adottivi, come hanno fatto lodevolmente i due genitori che hanno scritto). Per il concetto di "adozione aperta", si può leggere "perchè l'amore continui", di L.Franklin (Pratiche ed.). Lì il tutto è spiegato sicuramente meglio.
Quanto alla seconda domanda che mi poni, ti rispondo come sopra, anzi, di più. La madre che non riconosce il figlio, o che partorisce nell'anonimato, è spesso giovane, con problemi familiari, o senza sostentamento per sè (e ancor meno per il figlio). Se è così, penso difficilmente rifiuterà di vedere il figlio, magari 25 anni dopo, quando gli animi (e le sofferenze) si siano calmati, e lei abbia avuto modo di riflettere sulla portata della sua decisione d'un tempo (il che è fondamentale, per avere un incontro sereno, questo lo dice la psicologia elementare, non io). In caso diverso, può sempre rifiutare un incontro: è una sofferenza per il figlio, ulteriore e se possibile più crudele, che però avrà lui  (e lui solo, non le leggi) di voler sapere, sapendo quello cui andava incontro (anche per questo l'età della decisione è importante). Insomma io tenderei a far risaltare l'atto di volontà del figlio, che ha diritto, sopra tutti, di conoscere la verità.
A proposito, un breve fatto. Ho un cugino in Australia, della mia età, e adottato come me. Lui non è stato adottato con un programma di "adozione aperta", ma con la possibilità di conoscere i suoi genitori naturali, una volta raggiunta l'età di legge per farlo. Bene, lui ha avuto il nome e il numero di telefono della madre naturale (che abita dall'altra parte dell'Australia ed ha una famiglia), e l'ha chiamata. Lei s'è un po' commossa, e gli ha spiegato quel che è successo, e quel che ha deciso per il suo bene. Mio cugino non l'ha più cercata, è sereno , e a tuttoggi non ha ancora progettato minimamente di andare a vederla , forse perchè ora sa dov'è, che c'è, che non è un fantasma, e che potrà vederla tra anni, quando se la sentirà. Potete immaginare la mia frustrazione e senso di inferiorità, mentre lui mi raccontava questo: il dovergli dire delle miopi leggi italiane, e vedere la sua faccia stupita. Ecco, io dico, perchè lui ha chiuso questo capitolo ed io ancora mi arrovello...non è che siamo ancora un paese retrogrado, incivile (profondamente), e tragicomico ?? E perchè devo farne io le spese?
Cinzia
 

Angiolino Castioni

unread,
Apr 13, 2000, 3:00:00 AM4/13/00
to
ti invito a visitare il sito www.adozioneinternazionale.net
ed in particolare le pagine all'indirizzo
http://www.adozioneinternazionale.net/affettid.html
bye bye
--
Angiolino Castioni (angi...@sis.it)
ICQ # 62313363
Responsabile del sito Adozione Minore
e-mail respon...@adozioneminori.it

visita il sito www.adozioneminori.it
visita il NG it.sociale.adozione

"Cinzia Benetazzo" <cibe...@tin.it> wrote in message
000f01bfa0a6$0560aba0$d726d8d4@b0b0j0...

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