Ciao a tutti,
sono Cinzia, e anch'io sono stata adottata. Seguo spesso gli
interventi di questo forum, e di recente ho letto quelli fatti sul libro "Storie
di figli adottivi" , di De Rienzo, Saccoccio, Tonizzo e Viarengo (Ed. UTET). Li
ho trovati interessanti, e così vorrei anch'io dire la mia, magari per stimolare
un dibattito serio su alcuni punti, che io trovo particolarmente
"deboli", riguardanti LA RICERCA DELLE ORIGINI da parte degli adottati.
Preciso che parlo per tutti i casi di adozione "nella media" e per le c.d.
adozioni "riuscite" (nel gergo degli assistenti sociali), quindi non mi permetto
di entrare nel merito di casi estremi e di adozioni avvenute in casi
particolarmente gravi di abbandono.
1) Nel libro si legge : "Enrico e Chiara non provano il
bisogno di andare a conoscere chi li ha messi al mondo, perchè si sentono
profondamente integrati nella loro famiglia adottiva...".
Eccoci al solito ostacolo di base: premesso infatti che è
chiaro che andrebbe alla ricerca delle origini solo chi ne fosse, dopo ponderata
riflessione, fermamente convinto e psicologicamnte pronto (e qui siamo tutti
d'accordo), l'errore qui è il continuare a riaffermare la solita dicotomia per
cui, se un figlio adottivo è stato bene nella propria
famiglia adottiva, non chiederà nè cercherà altro, altrimenti, in
caso contrario (e solo in questo caso: mai semplificazione fu più banale)
cercherà disperatamente le sue origini. Ora, mi pare sia un modo del tutto
banale e generalizzante di affrontare un tema così sfaccettato: ma come, la
mente umana è talmente complessa che spesso non capiamo neppure noi stessi bene,
e qui si viene a dire che ci sarebbero solo due semplici , elemetari intenzioni
(del tipo, "o bianco o nero") ad albergare nella mente degli adottati? Troppo
semplice, non vi sembra?
2) "Enrico dice: ci sono due ragioni per cui i figli adottivi
cercano i genitori d'origine: o perchè li hanno conosciuti ed hanno
quindi dei ricordi, oppure perchè nella famiglia in cui vivono non è stato
trasmesso amore, affetto e serenità, e quindi cercano una fuga".
Qui la critica non è tanto alla personale posizione di questo
figlio adottivo, che giustamente ha espresso qual che sentiva, ma a chi ha
preparato il libro: è possibile che in tutto lo scritto ci siano testimonianza
solo di questo tipo? Mi sembra una scelta redazionale un po' troppo
partigiana. Riportare testimonianze solo in tal senso non fa altro che
falsare la realtà , per sua natura complessa e disarmonica, e non certo
liquidabile con una banale alternativa tra "buoni e cattivi" (nel libro sempre
rispettivamente genitori adottivi e genitori naturali).
3) "Alcuni ritengono che il ritrovamento dei genitori
biologici possa avere una funzione terapeutica"..."Credo che il vero problema
dell'adottato sia la conoscenza del genitore interno, di quel genitore con cui
egli vive una relazione non risolta, non di quello esterno,
reale...".
Certo che il problema è questo, e non è da poco. I signori che
legiferano lo dovrebbero vedere come perno fondamentale di tutto il dibattito ,
non come una posizione dottrinale o una corrente di pensiero come altre: è un
fatto che tocca noi tutti figli adottivi (con sfumature diverse e intensità
variabile, certo), e che ci può distruggere, a lungo andare, se non
controllato da un'equilibrio mentale stabile (spesso conquistato a fatica negli
anni). E poi, se si vuole che noi si trovi la pace e si smetta di lottare col
"genitore interno" vagheggiato e sognato, ci si permetta allora di
conoscere quello esterno e reale, e di scendere a patti coi nostri
demoni!!
3) "Mettersi alla ricerca della famiglia d'origine comporta il
rischio che l'adottato torni in dietro ai suoi vecchi problemi...uno si trova
nella situazione di chiedersi: Adesso con chi vado?..."
Ma sentite, prima di tutto non si torna ai c.d. "vecchi
problemi" per il semplice fatto che in realtà non ce ne si è mai allontanati. E
poi, non è fingendo una sana normalità che i problemi per magia (come
pretenderebbe il Legisalatore) vanno a svanire: costa molta sofferenza tornare
alle origini (e comprendo e appoggio in pieno chi non se la sente di farlo),
tuttavia non riesco a capire perchè, volendo invece sapere, non si possa,
per il solo motivo che la legge italiana lo impedisce crudelmente (e
brutalmente, a volte).
Quanto poi al pensare "adesso con chi vado?", mi scappa un
sorriso (scusate): ancora la solita banalità!! Qui non si tratta di andare
proprio con nessuno: primo , si parla di gente adulta, con una sua vita, non di
bimbi da "riaffidare, secondo, e fondamentale, le ferite morali son già state
inferte, l'abbandono non si cancellerà comunque. Nessuno si aspetta
ricongiungimenti lacrimosi da Soap Oparas o da "Carramba". Ora questo è un
parere di un adottato intervistato, e non è questo che critico, ripeto: critico
la scelta dei brani e degli stralci di interviste operata dagli autori, tutto
qui.
4) "Se si è messa in atto l'adozione, vuol dire che o non c'è
stata una storia coi genitori d'origine, o ce n'è stata una da interrompere
definitivamente."
Questo può essere molto vero, e concordo . So che spesso si
fanno seri tentativi, prima di giugere alla dichiarazione di adottabilità, e che
in questo i servizi sociali son molto impegnati. Ma qui si "sfugge" al
problema focale. Voglio dire, il fatto che una donna scelga l'adozione per il
figlio, o le venga anche parzialmente imposta dalla vita, non significa che poi
per il resto della sua vita non ci ripensi mai a suo figlio, in nessun
momento. A parte casi drammatici di abbandono (e su questi forse la legge e gli
assitenti sociali potrebbe agire, facendo da "filtro" per le informazioni),
questo non è UMANAMENTE possibile: non crederò mai a chi mi voglia a tutti i
costi dire il contrario, neppure se stampato su un libro. Vogliamo per un attimo
guardare l'adozione anche dalla parte dei genitori naturali, volgiamo
dare loro un volto, un'anima, un pensiero, senza trincerarci dietro
l'ipocrisia generalizzante che li vuole sempre, e a tutti i costi (anche sulla
pelle degli adottati, è chiaro) dalla parte dei "cattivi"?
5) "Le coppie che si dichiarano disponibili posson crescere
quel bambino che diventa loro figlio senza interferenze esterne...Altrimenti
dovremmo costruire l'adozione in modo diverso, come forma di allevamento di
bambini, non come genitorialità. ....L'eventuale diritto alla conoscenza dei
procreatori metterebbe in discussione la filiazione e la genitorialità
adottive come filiazione e genitorialità vere. Si rischierebbe quindi di tornare
a privilegiare nei rapporti umani i legami biologici rispetto a quelli
affettivi".
E' un passo importante, su cui si basa l'omertà della nostra
legge, questo. Con questo si pensa alla tutela dei
minori, ma anche a quella dei genitori adottivi. Tuttavia credo che il genitore
adottivo che sceglie l'adozione dovrebbe comprendere quello cui va incontro,
vivendo l'esperienza come un atto disinteressato d'amore, non come una
estrinsecazione del suo bisogno di genitorialità, non come un investimento
affettivo per il futuro, non con un bisogno di compensare qualcosa che gli è
mancato. E se si pensa di tuelare tale "genitorialità" col segreto e i sigilli
legali, non si ottiene null'altro che l'effetto opposto.In fatti così, invece di
indebolirsi, i legami biologici si rafforzeranno: in questo il Legislatore si è
dimostrato ben poco conoscitore dell'animo umano!E' chiaro: se a me, figlio
adottivo, viene negato di sapere , mi ci arrovellerò , ne soffrirò molto di più
, e forse anche mitizzerò i miei genitori naturali. Questi ultimi, nella mia
mente, non saranno più persone in carne ed ossa, che hanno avuto la loro vita,
più o meno dura, ma enti astratti irraggiungibili, per questo più importanti e
sempre più enormi nella mia mente. Se io invece posso conoscerli, certo
ridimensiono, ci parlo, vedo che abbiamo avuto vite diverse, e magari apprezzo
ancor più il coraggio e la generosità dei genitori che mi hanno allevato e amato
per tanti anni. Da non dimenticare poi il fatto che, se forse i genitori
adottivi si possono sentire meno "genitori veri", i figli si sentiranno sempre
meno tali: non solo l'abbandono, ma poi l'isolamento, il non poter parlare con
nessuno, il dubbio per tutta la vita sulle proprie origini. Ci si sente
ricacciati di nuovo, marchiati molto di più dalla "vergogna dell'abbandono", non
sapendo. E soprattutto, ci si sente "cittadini di serie b", come si suol dire,
cui viene negato un diritto elementare della personalità, che tutti gli altri
invece hanno. Col silenzio insomma si va ad aggiungere sofferenza a sofferenza,
ulteriore senso di diversità e disagio. Si potrebbe esser invece come gli altri,
solo più aperti, con una visione allargata della famiglia e degli affetti (cosa
ben lontana dal venire nell'Italia anche d'oggi): chi dice che (come accade in
molti altri Paesi per migliaia di ragazzi adottati: che loro siano più
intelligenti ed equilibrati di noi??) non si possa, dopo la delusione o la
tristezza della scoperta, riunire mentalmente le figure della nostra vita,
ricucire lo strappo, tentare così di proseguire la propria autonoma vita??
Invece no, dobbiamo starcene in disparte, magari parlarne poco, e non chiederci,
non interrogarci, magari per paura di ferire i genitori , magari per non
"turbare" la comune convivenza "civile"....
6)"Nè l'aumento delle informazioni che si danno, nè il
ritrovamento dei genitori d'origine posson soddisfare questo bisogno, poichè
questo è interiore e non può essere risolto dal di fuori ma solo accettando
dentro di sè il proprio passato come segno di diversità e non di
negatività".
A parte il ricordare agli autori che la negatività di tutta la
faccenda ci viene data dalla società nelle sue visioni, dall'omertà
sull'argomento, e dai divieti di legge, e non ce la siamo certo creata noi per
strano masochismo, mi stupisco che si usino ancora parole trite ed
insignificanti come "accettare la diversità ed il passato". Ovvero, solo se il
mio passato ha nome xy e motivi xy allora lo posso affrontare ed elaborare,
altrimenti non vedo altro modo per farlo. Dovrei forse accettare una
diversità basata sul vuoto, senza motivo, come una specie di condanna
originaria? Mi sembra che la legge attuale e gli autori a questo ci
vogliano portare, senza sollevarci dal peso, non dando un nome ed un volto a
questa mitica "diversità".
7) "Accordare la possibilità di conoscere i dati anagrafici
delle persone che lo hanno messo al mondo significa affermare che la famiglia
nella quale risiede non sia la sua unica famiglia, poichè i suoi genitori non
sarebbero quelli adottivi, bensì anche (o solo?) coloro che l'hanno messo al
mondo....gli adottanti risulterebbero semplici "allevatori".
Precisiamo che l'adozione è una realtà, e che non siamo stati
noi figli a volerla. Io non so se la mia famiglia sia una o due, se sia una
nuova figura famigliare, una famiglia allargata o chissà cosa, so solo che quel
che sono lo devo a me stessa e a nessun altro. Questo del resto è un inganno in
cui cadono anche i figli "normali" di coppie qualsiasi, ovvero ,sentire
nella riconoscenza e nel senso di colpa il legame
familiare. Questa specie di riconoscenza medievaleggiante che dovremmo in
eterno e a tutti i costi a chi ci ha allevato, mi sembra una follia vecchia
come il mondo, e un'ulteriore condanna alla diversità, per noi adottati. E poi,
che ragionamento è mai questo, per cui se io chiedo delle mie origini cancello i
miei genitori, li considero degli "allevatori", quasi fossi un animaletto
istintivo e senza ragione? Credo stia alla coscienza e alla sensibilità di
ciascuno sentire e giudicare tutto questo, e non alla legge, che non ne ha il
diritto.
8) "Quelle persone (i genitori biologici) saranno animate (una
volta ritrovato il figlio, s'intende) da uno spirito di reimpossessamento che
potrà indurli a comportamenti persecutori. Nella mia esperienza, in tutti i casi
in cui i genitori adottivi son stati rintracciati le conseguenze sono state
catastrofiche".
A parte la negatività di fondo che vuole estendere quel che è
accaduto in alcuni casi a tutti i casi, propongo, per evitare le "persecuzioni"
paventate, una mia modesta strategia alternetiva. Il figlio che voglia sapere
può rivolgersi all'assistente sociale del luogo ,che, valutato il caso (con
elasticità mentale, per favore) giudicherà se interpellare il genitore
naturale o meno. Dopo il consenso di quest'ultimo , si potrebbe organizzare
un'incontro tra i due in una struttura pubblica ( e alla presenza
dell'assistente sociale, se necessario) NELL'ANONIMATO. Così nessuno saprebbe
nome ed indirizzo dell'altro, e non ci sarebbero invasioni nella sfera privata
di nessuno.poi, se vorranno, si vedranno ancora, altrimenti ognuno dovrà farsi
una ragione dell'accaduto. Questo è solo un esempio semplificatorio, so che
nella realtà ci sono intoppi e problemi ovunque, ma mi sembra un po' meglio (e
meno distruttivo psicologicamente) che dire no , sempre ed in ogni caso. E poi,
vogliamo lasciare giudicare i genitori naturali ed i loro errori ai loro figli,
invece che ai burocrati, una volta tanto?
9) "Si obietta che avere un buco nero nella propria vita è
causa di angoscia perenne...forse , nelle adozioni non particolarmente riuscite,
in cui per l'adottivo non è stato possibile crearsi un senso di identità ed
appartenenza, questo è vero."
Ancora il vecchio concetto (di cui sopra), ancora una
generalizzazione. Io mi sento perfettamente inserita nella mia famiglia, e la
mia identità, conquistata a morsi, ce l'ho: e allora, come la mettiamo, chi deve
giudicare chi, ...e che cosa è giusto?? E pensare che il libro si presentava
ingenuamente col libertario sottotitolo "l'adozione vista dai
protagonisti".
Concludo, e mi scuso per la lunghezza, dicendo che a me pare
che continuare a spingere sui tasti negativi dell'adozione e di ciò che l'ha
generata non porti a nulla, non aiuti chi dell'adozione porta le "stigmate"( che
la legge vuole tali) e lo faccia sentire abbandonato una seconda volta.
Trascrivo una frase tratta da "PERCHE' L'AMORE CONTINUI", di Lynn. C. Franklin
(PRATICHE eD.). Vi si analizza l'adozione dalla parte dei genitori naturali, si
pecca forse di buonismo americano in molti punti, ma vi si respira una libertà
ed elasticità di pensiero ben rare nei testi giuridico-sociali
italiani.
"Dopotutto, viviamo in uno stato di diritto, e credere di non
dover obbedire alle leggi è un'affermazione grave, valida soltanto nei casi di
adozione".
(Annette Baran)
Ciao a tutti, a presto
Cinzia