Onorevole Ministro Bindi,
con questa lettera aperta mi permetto di rivolgermi personalmente a lei,
soprattutto nella sua veste di Presidente della Commissione Adozioni
Internazionali, per sottoporle un problema tuttora insoluto, certamente
non di cruciale importanza, ma che coinvolge il prezioso diritto
dell'intera mia famiglia e di molte altre famiglie adottive alle tanto
sospirate tranquillita' e privacy.
Mio marito ed io siamo da vari anni i felici genitori di due bambini: un
maschietto adottato in Bulgaria nel 1998 e una bambina adottata in
Ucraina nel 2001.
Al momento della seconda adozione, quella di nostra figlia in Ucraina
appunto, ci siamo impegnati con l' Ente autorizzato a produrre, per i 3
anni successivi dal suo ingresso in Italia, relazioni e foto a varie
cadenze, secondo lo schema prescritto all'epoca dall' Autorita' del
Paese di origine.
Nonostante sia evidente che dal punto di vista giuridico non possa
sussistere un vero e proprio obbligo in tal senso, dal momento che un
Paese estero non ha l'autorita' di imporre alcunche' ai cittadini
italiani, e che nella legislazione italiana non c'e' traccia di leggi o
norme in materia di relazioni post-adottive, per coerenza e correttezza
abbiamo comunque rispettato, con precisione e puntualita', l'impegno
assunto, e nel 2004 abbiamo portato definitivamente a compimento tutti
gli impegni sottoscritti.
A questo punto eravamo certi che fosse giunto il momento in cui avremmo
potuto goderci in piena tranquillita' quelli che erano gia' da anni
legittimamente i nostri figli, sollevati infine da ogni onere,
psicologico e pratico, di inviare periodicamente rendiconti sulla nostra
vita privata. Invece, come i fatti hanno poi dimostrato, ci sbagliavamo.
Nello scorso mese di giugno infatti, trascorsi ormai 3 anni dalla
conclusione definitiva del nostro iter post-adottivo e 6 anni
dall'adozione stessa, ci aspettava un'amara sorpresa: una lettera dell'
Ente autorizzato ci richiedeva nuove ulteriori relazioni fino al
compimento del 18° anno di eta' di nostra figlia, ciascuna oltretutto
gravata da un ulteriore costo aggiuntivo. Naturalmente a nostro carico.
Motivo della richiesta: ci hanno riferito che qualche tempo fa in
Ucraina e' entrata in vigore una nuova regolamentazione post-adottiva,
ovviamente accolta dallo Stato italiano.
Subito abbiamo obiettato per iscritto all' Ente, e per conoscenza alla
C.A.I., che non trovavamo giusto ci venissero applicati dei nuovi
accordi entrati in vigore anni dopo la nostra adozione perche', cosi'
facendo, si sarebbe resa legittimabile qualsiasi nuova richiesta
avanzata dal Paese di provenienza di nostra figlia per un tempo
indefinito dalla conclusione dell'adozione stessa!
Questo evidentemente avrebbe messo le coppie, che come la nostra avevano
adottato ben prima dei nuovi accordi, in una situazione giuridicamente e
umanamente assurda, anzi persecutoria.
La segreteria della C.A.I. pero', presa sicuramente da questioni piu'
importanti, ignorando completamente il problema posto ci ha restituito
una risposta standard, descrivendoci dettagliatamente la normativa
post-adottiva attualmente in vigore...
L' Ente autorizzato, nella nostra impressione piu' propenso a
salvaguardare le quote nazionali per le nuove adozioni dall'Ucraina
piuttosto che il diritto dei bambini adottati alla tranquillita' nella
nuova famiglia, non ha inteso assolutamente mettere in discussione la
legittimita' di un'interpretazione retroattiva della nuova
regolamentazione.
Cosi', nonostante la nostra profonda convinzione di essere nel giusto,
un po' per non mettere in difficolta' l' Ente stesso in prossimita' di
una scadenza, ma soprattutto nel timore di una segnalazione al Tribunale
per i Minori, siamo stati di fatto costretti a fornire ancora una volta
informazioni e dati, con domande specifiche non solo su nostra figlia,
come ci saremmo aspettati, ma sulla vita privata di tutti i componenti
della nostra famiglia allargata, sulla nostra abitazione, sul nostro
stile e tenore di vita, sulle relazioni interpersonali di coppia, sui
nostri valori familiari, ecc. Riconfermandoci sempre di piu' nella
sensazione che, anche se di nostra figlia adottata in Ucraina risultiamo
ufficialmente, per le leggi di entrambi i Paesi, i genitori legittimi,
nei fatti restiamo ancora dei genitori "sub judice", nonche' a
disposizione per qualsiasi richiesta a tempo indefinito.
Vorrei anche citare le contromisure previste dalla C.A.I. per chi
mancasse di presentare relazioni post-adottive (tratte dalle ultime
Linee Guida emanate nel 2005): si parla addirittura dell'adozione di
eventuali provvedimenti limitativi della potesta' da parte
dell'Autorita' giudiziaria minorile, potendosi (cito), nella mancata
trasmissione delle notizie richieste, ravvisare condotta pregiudizievole
verso il figlio...
In proposito ci siamo chiesti quale genitore naturale abbia mai
rischiato provvedimenti di una simile gravita' per una semplice
inadempienza burocratica, peraltro non codificata da alcuna legge del
nostro Paese.
Mi rimetto a lei, Onorevole Ministro, per un sereno giudizio su questi
punti.
A conti fatti dunque, secondo l' Ente che ci riferisce di applicare
semplicemente le direttive della C.A.I., dovremo continuare a restare
disponibili verso l'Autorita' Ucraina ancora per altri 8 anni, che alla
fine (prevista nel 2015), se tutto va per il meglio e saremo ancora in
buona salute, faranno in totale 14 anni di iter post-adottivo
obbligatorio caricato inopinatamente sulle nostre spalle, a dispetto dei
3 originariamente sottoscritti e da noi puntualmente rispettati e
ampiamente conclusi.
Naturalmente salvo ulteriori future proroghe...
A questo punto, quello che ora mi permetto di chiederle personalmente
e':
- Da parte dello Stato italiano e' giuridicamente corretto e soprattutto
lecito imporre indiscriminatamente a tutte le coppie che hanno adottato
in Ucraina l'obbligo di fornire relazioni fino al 18° anno del minore,
in altre parole attribuire alla nuova regolamentazione ucraina una
validita' retroattiva, per di piu' costringendole ad assumersene le
relative spese?
E ancora:
- Da parte delle Autorita' e degli Enti e' moralmente giusto richiamare
quelle coppie, che all'atto dell'adozione ricadevano in un diverso
regime di accordi, all'onere di mantenere impegni che semplicemente non
hanno mai preso, oltretutto caricandole di responsabilita', a cui sono
del tutto estranee, nella salvaguardia delle nuove quote adottive
dall'Ucraina ?
La ringrazio sentitamente per l'attenzione che vorra' rivolgere a queste
mie domande, e per i chiarimenti che mi auguro vorra' cortesemente
fornire alle famiglie adottive coinvolte, e soprattutto agli Enti
autorizzati.
La saluto cordialmente.
Donatella Carelli
--
Posted via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG
Ti anticipo che dissento dalla tua iniziativa e provo a chiarirti
perché.
Premesso che pur consapevole di dover inviare relazioni fino al
diciottesimo anno (in Cambogia) sono convinto che siano carte inutili
e che siano richieste per un formale bisogno di mantenere una certa
immagine, da parte dei paesi che 'cedono' i propri figli all'estero
per necessità. 'Siamo costretti a dare i nostri bambini in adozione
internazionale ma sono sotto controllo!' Questo è il messaggio dei
soggetti responsabili verso la propria opinione pubblica e verso il
mondo. Io in realtà penso che queste relazioni non vengano lette
dagli uffici responsabili, o forse vengano lette a campione o
superficialmente. Il numero di bambini dati in adozione è così alto,
il personale apparentemente insufficiente e gli uffici preposti
parecchio disorganizzati in numerosi di questi stati.
Ma soprattutto se ci fosse la volontà di mantenere il fenomeno sotto
controllo sarebbero distribuiti dei questionari standard con risposte
codificate ed eventuale commento finale, in questo modo potrebbero
costruirsi delle statistiche e pubblicare dei risultati sociologici,
antropologici, ecc... Le relazioni che vengono chieste hanno dei punti
fermi ma vengono spesso scritte come una lettera a un conoscente con
commenti liberi e notizie varie (scolarità, salute, famiglia,
amicizie, ecc.) mischiate tra loro quindi difficilmente utilizzabile e
confrontabile per uno studio generale sui bambini adottati. Inoltre
sono notizie che vengono mandate dalla famiglia e che possono essere
più o meno veritiere, ma chi lo garantisce?
Il modo di descrivere una situazione familiare potenzialmente
problematica dipende soprattutto dalla persona che la descrive, la
cadenza nel proseguimento negli studi dipende dal paese in cui si è
adottati e questo presuppone la conoscenza dei nostri sistemi
scolastici da parte del funzionario o dei servizi sociali che
dovrebbero leggere le relazioni. La descrizione del tenore di vita e
delle abitudini quotidiane nei paesi dove si viene adottati sono
spesso molto distanti da quelli dei paesi di origine. Questo mi fa
sospettare che sia più un atto formale e che in sostanza le relazioni
vengano protocollate e archiviate senza essere lette. Presenti per
essere utilizzate come testimonianza formale del mantenimento
dell'interesse da parte delle burocrazie straniere verso i bambini
adottati.
Detto questo ti chiedo cosa vorresti fare? Le relazioni sono richieste
dall'istituzione straniera che si occupa delle adozioni e non dagli
intermediari italiani (enti, CAI), se non mandi le relazioni rovini
dei rapporti che spesso sono già difficili e complicati. Vuoi
sospendere le relazioni e chiudere di fatto il canale. Negli ultimi
anni tutti i paesi si stanno uniformando per chiedere notizie dei
bambini adottati fino alla maggiore età, quindi se non vogliamo più
scrivere relazioni facciamolo! Tanto noi abbiamo già adottato e
chissenefrega di quelli che vengono dopo, delle coppie che aspettano e
di quelle che desidereranno un figlio nei prossimi anni, quando avremo
rovinato i rapporti con tutti i paesi da cui arrivano i bambini.
Mi sembra sinceramente un'idea balorda. Una relazione all'anno con
scritto quello che avete vissuto con vostro figlio è uno sforzo che si
può fare, non mi sembra insormontabile, noioso forse, ma non
impossibile. Quel paese ti ha donato un figlio (e per moltissimi di
noi era l'unico modo per averlo), fosse solo per gratitudine un'oretta
all'anno è spendibile. Per quanto riguarda invece i costi per la
traduzione, ecc. qui mi trovi parzialmente d'accordo, potrebbero
essere deducibili almeno al 50% come i costi all'atto dell'adozione.
In questo la Bindi potrebbe intervenire, ma ti ricordo che
elettoralmente le famiglie adottive hanno un peso risibile e quindi
sono pessimista su una decisione in tal senso.
ciao. Marco
(CUT)
Fin troppo facile essere d'accordo sulla prima parte del tuo post. E'
evidente per tutti che le relazioni post-adozione per il Paese straniero
sono carte inutili e rappresentano esclusivamente un' operazione di
immagine.
> ...Le relazioni sono richieste
>dall'istituzione straniera che si occupa delle adozioni e non dagli
>intermediari italiani (enti, CAI), se non mandi le relazioni rovini
>dei rapporti che spesso sono già difficili e complicati. Vuoi
>sospendere le relazioni e chiudere di fatto il canale
Le relazioni sono richieste dal Paese straniero ma con l'avvallo dello Stato
italiano. Altrimenti non esisterebbe il problema.
E qui mi permetto di citare le parole di commento di un illustre
personaggio, vecchio forumista di ISA dei tempi d'oro, a cui ho sottoposto
in pvt la cosa:
"E' del tutto inaccettabile,oltre che giuridicamente mostruoso,
che lo Stato italiano possa anche solo minacciare sanzioni nei confronti
dei genitori "inadempienti". Mi sembra un modo aberrante di rispondere
al neanche troppo velato ricatto ucraino nei confronti di coppie ed
enti, come sempre sulla pelle dei bambini. Uno Stato serio dovrebbe
rispondere con fermezza, intavolando semmai nuove trattative ma
respingendo minacce e ricatti."
>Negli ultimi
>anni tutti i paesi si stanno uniformando per chiedere notizie dei
>bambini adottati fino alla maggiore età, quindi se non vogliamo più
>scrivere relazioni facciamolo! Tanto noi abbiamo già adottato e
>chissenefrega di quelli che vengono dopo, delle coppie che aspettano e
>di quelle che desidereranno un figlio nei prossimi anni, quando avremo
>rovinato i rapporti con tutti i paesi da cui arrivano i bambini. Mi sembra
sinceramente un'idea balorda.
(CUT)
Continuo a citare il commento non mio: "Quel che non e' legittimo, ne' da
parte ucraina ne' tanto meno da parte
italiana, e' la pretesa di applicare tale norma retroattivamente nei
confronti di chi ha sottoscritto altri
impegni, sulla base delle norme dell'epoca, e li ha scrupolosamente
mantenuti."
Per concludere, caro Marco, sarebbe meglio ti risparmiassi certi commenti
abbastanza gratuiti e piuttosto banali nei miei confronti.
Io sono in pace con la mia coscienza e con ogni Autorita', avendo mantenuto
e concluso correttamente *da anni* tutti gli impegni presi verso il Paese di
provenienza di mia figlia (che non mi e' stata propriamente donata, ma non
importa).
Se poi in seguito qualcuno ha sottoscritto dei nuovi accordi, e'
profondamente ingiusto che io venga coinvolta a risponderne. Sarebbe giusto,
invece, che chi di dovere si prendesse le proprie responsabilita': troppo
comodo far ricadere le conseguenze di certe decisioni sugli ultimi anelli
della catena, scatenando cosi' una guerra fra "poveri" che ci impedisce di
vedere oltre il nostro naso. Le responsabilita' di quanto sta accadendo le
devi cercare altrove. Pensaci prima di lanciare facili accuse.
Donatella
Ciao (vanakkam)
Michele
Il 11 Set 2007, 00:01, "Donatella Carelli" <donatell...@tin.it> ha
scritto:
--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
> Su un piano di principio penso che tu abbia ragione, Donatella: è un piccolo
> sopruso burocratico, che la Cai avrebbe dovuto affrontare.
Credo che il punto sia proprio questo.
Ma ormai il danno è stato fatto e a questo punto ogni tentativo di
boicottaggio, per quanto sacrosanto in linea di principio,
risulterebbe inutile oltre che potenzialmente dannoso per le future
adozioni
> Il timore che il paese di proveninenza
> voglia rimettere le mani su vostro figlio? Non siamo infantili.
Riguardo al fatto che comunque si tratti solo di una trascurabile
incombenza ho invece qualche dubbio.
E' possibile che in futuro debba soggiornare per lavoro alcuni mesi in
russia, patria natale del mio secondo figlio.
L'occasione si presta egregiamente ad un approccio con le sue origini,
in una sorta di "viaggio del ritorno".
Data la deriva nazionalista ed autoritaria della politica locale, devo
dire che il fatto di lavorare in russia, magari sotto scacco per
obblighi contrattuali con società locali, insieme ad un cittadino
russo, ancorchè mio figlio, e che la mia famiglia costituisce un
aggiornato dossier nelle mani degli eredi del KGB non mi fa sentire
poi tanto tranquillo....
Ciao, Francesco
Be', considera che, se ti rifiuti di presentare i rapporti che ti chiedono,
diritto o non diritto, nel paese d'origine di tuo figlio è meglio che
proprio non ci metti piede affatto.
Io ho dovuto congelare mille euro in un libretto bancario praticamente
infruttifer intestato a mio figlio, epr ordine della sentenza indiana di
adozione: dovrebbero servire in caso di eventuale rimpatrio (?). Quando avrà
diciott'anni li ritirerò e con quei soldi gli comprerò un gelato...
S'ha da fà.
Non avremmo scalato l'Everset per avere i nostri figli?
ciao (vanakkam)
Michele
Caro Michele,
dopo aver portato a termine due iter adottivi da Paesi diversi con gli
annessi e connessi del caso che tutti conosciamo, il che vuol dire aderire
senza fiatare a qualsiasi richiesta, anche le piu' assurde, da parte di
qualsiasi cosiddetta Autorita', il tutto per 8 anni filati, quando
finalmente hai finito tutto, ti sei rilassato, e ti sei goduto senza
pensieri quelli che sono legittimamente i tuoi figli per tre anni interi, e
improvvisamente qualcuno si rifa' vivo, anche in modo arrogante, e ti
risveglia dall'illusione di essere ormai una famiglia come tutte le altre
dicendo che devi ricominciare a subire richieste, pressioni, esborsi,
perche' altrimenti rischi la punizione del Tribunale per i Minori, e perche'
su di te, anche se non lo sapevi, hanno caricato la responsabilita' del
protrarsi dell'attesa di una coppia italiana (perche' se un bimbo ucraino a
causa mia va in adozione ad una coppia spagnola o francese, anziche'
italiana, e' cosa moralmente inaccettabile), beh, allora decidi di
ribellarti.
Mi chiedi qual e' il vero problema: solo la classica goccia che ha fatto
traboccare il vaso.
Ciao.
Donatella
Caro Michele,
dopo aver portato a termine due iter adottivi da Paesi diversi con gli
annessi e connessi del caso che tutti conosciamo, il che vuol dire aderire
senza fiatare a qualsiasi richiesta, anche le piu' assurde, da parte di
qualsiasi cosiddetta Autorita', il tutto per 8 anni filati, quando
finalmente hai finito tutto, ti sei rilassato, e ti sei goduto senza
pensieri quelli che sono legittimamente i tuoi figli per tre anni interi, e
improvvisamente qualcuno si rifa' vivo, anche in modo arrogante, e ti
risveglia dall'illusione di essere ormai una famiglia come tutte le altre
dicendo che devi ricominciare a subire richieste, pressioni, esborsi,
perche' altrimenti rischi la punizione del Tribunale per i Minori, e perche'
su di te, anche se non lo sapevi, hanno caricato la responsabilita' del
protrarsi dell'attesa di una coppia italiana (perche' se un bimbo ucraino a
causa mia va in adozione ad una coppia spagnola o francese, anziche'
italiana, e' cosa moralmente inaccettabile), beh, allora decidi di
ribellarti.
Mi chiedi qual e' il vero problema: solo la classica goccia che ha fatto
traboccare il vaso.
Ciao. E' stato un piacere ritrovarti su ISA.
Donatella
Sì, questo lo capisco benissimo, e avrei probabilmente reagito con rabbia
anch'io di fronte a una richiesta che non ha nessuna legittimità reale e
probabilmente nessuna utilità vera a parte quelle strumentali.
Penso anche che tu abbia fatto bene a sollevare il problema con la Cai, e
penso anzi che dovresti insistere per avere non solo risposte ma impegni.
Qualche diritto di dire la nostra dovremmo pur essercelo conquistato.
A volte però è meglio, soprattutto per noi stessi, seguire la linea di minor
resistenza. La disobbedienza civile è nobile e a volte efficace ma è
faticosa e presuppone una certa disponibilità a farsi rovinare la vita.
Tornerebbero alla carica con altre sollecitazioni, minacce, intimazioni, a
cui dovreste rispondere, e che comunque tornerebbero ogni volta a rinnovare
le stesse angosce di adesso. Accettare il (modesto in fondo) sacrificio di
una relazione annua non è chinare la testa di fronte all'arroganza, se
contemporaneamente rivendichi il tuo buon diritto: è solo proteggersi da
ansie superflue. Ed evitare oltretutto di avere sulla coscienza il peso di
qualche ritorsione verso altri, anche peggiore di quella che pensi (certi
governi non hanno molti scrupoli nel calcare la mano pur di mostrare i
muscoli che non hanno - a uso politico interno). Sono sicuro che te ne
dispiacerebbe molto.
Abbiamo vasi dalle sponde molto alte, sennò non avremmo resistito.
E rompi le scatole alla Cai. (Ma il tuo ente non può darti una mano?)
Ciao (vanakkam)
Michele
Vedo che non ce l'hai fatta a leggere tutta la mia lettera, ma ti capisco,
e' molto lunga.
In realta', obtorto collo, abbiamo gia' chinato il capo il mese scorso,
appunto per timore di ritorsioni, alla prima richiesta di questo nuovo corso
di relazioni. Dopo una lunga lotta a suon di raccomandate a.r. da parte
dell'ente, abbiamo alla fine compilato il corposo modulo di informazioni
richieste sulla famiglia tutta (nonni compresi), abbiamo allegato le foto
richieste, abbiamo perfino pagato i 150 euro. Ma adesso, fino alla prossima
scadenza, siamo decisi a rompere le scatole finche' qualcuno si decidera' a
riconoscere l'iniquita' della cosa. Fra l'altro sto ricevendo in questi
giorni alcune mail da parte di altre coppie coinvolte che, non sentendosi
piu' sole, hanno deciso anche loro di esprimere la loro protesta con la
C.A.I..
L'ente e' ovviamente decisamente piu' interessato a salvaguardare la propria
attivita' futura che a inimicarsi la C.A.I., quindi ci vede come il fumo
negli occhi, anche perche' oltretutto siamo portatori di un fastidioso
scompiglio nel gregge.
Ma si sa che la tenacia e la determinazione non fanno difetto ai genitori
adottivi...
Ciao
Donatella
P.S. Sul modulo fornitoci dall'ente con le domande per stilare la relazione
c'erano alcune "perle". Non resisto alla tentazione di postarvele:
- Indicare se il bambino riceve le dovute cure dal punto di vista
dell'alimentazione, dell'igiene personale e del vestiario.
Se si sono verificati problemi dal punto di vista religioso, culturale,
sessuale.
- Indicare se il bambino ha o meno accesso ad oggetti pericolosi
nell'ambiente domestico (p.es. medicinali, elettrodomestici, gas, ecc.); se
corre particolari rischi in altri ambienti.
- Indicare quali sono i valori e le tradizioni familiari.
- La famiglia attualmente vive in un'abitazione di proprieta'/in affitto di
metri quadri...
Si definisce ricca/benestante/povera/indigente...
Ovviamente a queste domande non ci siamo neanche sognati di rispondere. E
poi dite che uno si arrabbia...
Perdonami, avevo capito male. Le considerazioni resrano valide, sono felice
che le condividiamo.
Creare un piccolo pool di protesta mi sembra opportuno.
Spero ci terrai informati degli eventuali sviluppi.
Nessuno dei moduli che ho compilato per anni anch'io conteneva domande così
impertinenti (non eprtinenti).
Dei miei valori non devo rispondere a nessun governo, neanche al mio.
Mandare informazioni sulla salute e la crescita del bambino può far parte di
un patto fra adottanti e paese d'origine, ma fine lì; alcune cose dovrebbero
già saperle (se la famiglia ha le possibilità economiche, epr esempio; se è
fatta da sconsiderati che lasciano fiamme accese e coltelli in giro, invece,
non dovrebbero neanche avere avuto l'idoneità...) . E se o miei "valori" a
loro non vanno bene, che fanno?
La Cai li ha mai visti quei moduli? Cosa dice?
ciao (vanakkam)
La C.A.I. non ha visto quei moduli. Sono frutto del "fai da te" del mio
ente, al quale ho precisato in anticipo che non avrei risposto alle domande
che ritenevo inopportune. E cosi' ho fatto. Devo dire che la cosa li ha
lasciati indifferenti.
Se mi metto a dar battaglia anche per la palese stupidita' o l'invadenza di
certe domande (e confesso che ne sono stata tentata), ho paura che poi venga
persa di vista la tesi principale per cui mi sto battendo, e cioe'
l'illegittimita' della richiesta in se'.
La prossima volta spero di potervi dire che qualcosa si e' mosso, anche se
non ci conto troppo.
Ciao.
Donatella
condivido al 100% la tua iniziativa, quello a cui sei dovuta scendere
a patti é un sopruso bello e buono.
Non credo ci sarebbe stato un giudice sano di mente a darti torto
qualora l'avessi voluta trasformare in una battaglia a tutto campo.
Altresì condivido il chinare la testa eseguendo ma non ci vedo niente
di male nel gridare a squarciagola il tuo disappunto, anzi, al posto
tuo mi sarei comportato nello stesso modo. Le autorità Ucraine
evidentemente stanno meditando di entrare nelle comunità europea
mentre quelle italiane, sempre per il vizio mafioso italiota del
"troviamo una scappatoia" hanno messo a punto un meccanismo tale da
barattare delle relazioni (che magari lavano il peccato ucraino) con
maggiori entrate e con meno rotture. A me già da fastidio che dovranno
ripresentarsi gli assistenti sociali prima di dare la relazione finale
ai giudici per la sentenza definitiva di adozione, figuriamoci se
dovessi presentare per i 18 anni successivi una relazione!!!! Hai
tutta la mia solidarietà.
Un’altra questione insoluta e gravosa per gli enti autorizzati e i
servizi degli enti locali riguarda l’elaborazione delle
relazioni contenenti la descrizione dell’inserimento del minore adottato
all’estero nel contesto familiare e sociale
italiano dopo l’avvenuta adozione, le cosiddette relazioni
post-adozione, richieste dai paesi esteri per un periodo di
tempo previsto e stabilito in ciascuno di essi dalle leggi locali.
La normativa vigente in materia di adozioni internazionali non prevede
un obbligo specifico di tale adempimento.
L’articolo 9, lettera e, della Convenzione dell’Aja, infatti, che non ha
omesso di considerare la richiesta di
informazioni sul post-adozione, prevede tale richiesta, non come facoltà
generale dello Stato di origine del minore,
ma solo in ordine ad “una particolare situazione di adozione” e,
soprattutto, ne subordina la soddisfazione alla legge
dello Stato di accoglienza. Nessuna pretesa, quindi, da parte dello
Stato di origine del minore può essere avanzata in
generale e con assolutezza; tali pretese altrimenti sarebbero fuori
dalla Convenzione e non avrebbero fondamento di
diritto internazionale. Né tanto meno vi è in Italia una previsione
normativa al riguardo.
Il legislatore, infatti, consapevole che per effetto dell’adozione
perfetta all’estero gli adottanti sono legittimi genitori
del minore e che, pertanto, potrebbero legittimamente rifiutare ogni
ulteriore ingerenza nella famiglia, ha dovuto
prevedere che gli interventi dei servizi sociali e degli enti
autorizzati possano avvenire “su richiesta degli interessati”
(articolo 31, comma 3, lettera m della legge 184/83) e che nell’anno
seguente l’adozione possa essere effettuato,
altresì, un mero controllo dell’inserimento del minore nella nuova
famiglia (articolo 34, comma 2). In conseguenza
di tali previsioni normative è difficile pensare di imporre alla
famiglia un’ingerenza addirittura richiesta dall’estero e
per un periodo che può spingersi, secondo quanto prevede la normativa di
alcuni Stati, sino alla soglia della
maggiore età dell’adottato.
Questa problematica si pone, pertanto, sia con gli Stati che hanno
ratificato la Convenzione dell’Aja, sia per i non
ratificanti.
Certamente con questi ultimi il dialogo è ancora più
difficile, stante una loro naturale diffidenza a
recepire le richieste provenienti dagli Stati di accoglienza.
D’altro canto, la considerazione da fare è che non si può non tener
conto di siffatte richieste, soprattutto alla luce
della precarietà dei rapporti con i paesi stranieri, in tale contesto di
operatività. Peraltro, è condivisa l’esigenza di
volersi porre nei confronti dei paesi esteri in termini positivi e di
accoglienza delle loro richieste al fine di non
perdere gradimento e favore.
Interprete della risoluzione di tale questione e portavoce di un
determinato dialogo con gli Stati esteri è la
Commissione per le adozioni internazionali, la quale, pur senza avere
una competenza specifica al riguardo, ha
previsto nell’Aggiornamento 2004 delle Linee guida 2003 (Deliberazione
n. 172 del 17 dicembre 2003, pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2004) indirizzate agli
enti autorizzati, che questi ultimi invitino le
coppie a sottoscrivere un’apposita dichiarazione con cui si impegnano ad
inviare agli enti stessi le notizie utili per
compilare le relazioni post adoptionem. Lo scopo perseguito dalla CAI è
quello di garantire l’operatività del sistema
delle adozioni internazionali nel nostro ordinamento, cercando di
contrastare ogni squilibrio possibile e ancor di più
incidenti diplomatici, che possano determinare l’effetto negativo della
chiusura delle frontiere dei paesi di
provenienza, come è già accaduto in passato.
A tutto ciò deve aggiungersi che i servizi locali, che spesso si trovano
ad essere chiamati a collaborare nella
redazione delle relazioni, non sono liberi di agire a titolo
volontaristico: devono attenersi alle disposizioni dei propri
organi direttivi, tenuti a gestire gli impegni in vista delle
prestazioni legalmente dovute, delle capacità di carico
sociale e di bilancio. Le regioni e le province autonome dovrebbero
promuovere, a norma dell’articolo 39-bis,
comma 1, lettera c, “protocolli operativi e convenzioni fra gli enti
autorizzati ed i servizi”. Si tratta, tuttavia, di
approcci locali, non di una risposta normativa astratta e generale, al
quesito su ciò che si deve fare in fattispecie del
genere.
In considerazione, pertanto, della complessità della questione, la
Commissione parlamentare per l’infanzia auspica
che in futuro venga maggiormente favorito, da parte degli enti
autorizzati e dalla Commissione per le adozioni
internazionali, il dialogo con i Paesi esteri finalizzato al
riconoscimento reciproco delle realtà giuridiche e socioculturali
di ciascuno, nonché alla definizione di accordi bilaterali che
regolamentino la materia delle relazioni post
adoptionem, limitandone la richiesta, ove possibile, al primo anno
successivo all’ingresso del minore in Italia.
L’unico adeguamento normativo operabile, pertanto, ad oggi, consiste nel
prevedere l’obbligo di inviare una o due
relazioni post-adozione al paese estero richiedente nell’anno successivo
all’entrata in Italia del minore. La redazione
delle relazioni dovrà essere competenza dei sevizi socio-assistenziali,
i quali nello svolgimento del controllo
sull’andamento dell’adozione, così come previsto dall’articolo 34, comma
2, potranno dare conto dell’inserimento
del minore nel nuovo contesto familiare e sociale. Spetterà invece agli
enti autorizzati inviare le relazioni al Paese
estero richiedente e controllare la produzione delle stesse.
(.....)