Dopo quella settimana, Tiziana fu assegnata ai lavori piu' umili. Tutte le
ragazze, a turno, nel tempo libero dalle lezioni dovevano occuparsi della
vita nel riformatorio: cucinare, rassettare le camere, pulire le aule,
lavare, stirare e cosi' via. Solo Tiziana venne incaricata permanentemente
alla pulizia dei gabinetti e al lavaggio degli indumenti intimi delle
ragazze. E queste provvedevano in ogni modo a renderle il lavoro piu'
faticoso e umiliante. Ad esempio facevano apposta a non fare i loro bisogni
nelle tazze dei cessi. Aspettavano che Tiziana avesse terminato di lustrare
il pavimento, poi arrivavano in due o tre, si abbassavano le mutandine e
defecavano e urinavano per terra, giusto li' dove aveva appena pulito.
Quindi se ne andavano sghignazzando, lasciandole il compito di ripulire di
nuovo. Oppure, mentre lei era in ginocchio e faticava a manovrare avanti e
indietro lo straccio, si denudavano e si baciavano e si accarezzavano, ben
sapendo quanto Tiziana si sentisse imbarazzata da quelle effusioni amorose.
Quando notavano che il rossore cominciava a tingerle le guance si ponevano
in cerchio attorno a lei cominciavano a masturbarsi oscenamente le vulve
ancora glabre, finche' una dopo l'altra avevano goduto tutte.
Tiziana non diceva nulla e sopportava tutto in silenzio. Di certo se avesse
parlato l'avrebbero riferito a Delia e la carogna l'avrebbe detto a Selena.
Allora non poteva immaginare quello che le sarebbe accaduto, ma qualunque
cosa fosse non intendeva sperimentarlo. Un giorno pero' non ce la fece a
stare zitta. Delia era in compagnia di cinque ragazze, tra cui c'era Sandra,
il topo. Tiziana era china sul pavimento a sfregare una macchia
particolarmente ostinata. Quando scorse con la coda dell'occhio che Sandra
si levava le mutande, sospiro'. Ormai il gioco di lordare dove lei aveva
appena pulito s'era ripetuto tanto spesso che ormai non si sorprendeva piu'.
Ma Sandra si comporto' in modo diverso. Squittendo di piacere, si pose a
cavalcioni su Tiziana e le piscio' in testa. Tiziana si rialzo' furente.
- Maledetta stronza! Adesso ti faccio vedere io!
Sandra arretro' di un passo spaventata, ma subito le compagne intervennero
in sua difesa. Balzarono su Tiziana e la immobilizzarono per le braccia e la
vita, quindi la fecero cadere per terra. Una, piuttosto grassa, gli si pose
sopra e la schiaccio' contro il suolo, mentre le altre la trattenevano per
gli arti e per la testa. Cominciarono a percuoterla con pugni e schiaffi,
quando Delia le interruppe:
- Calma ragazze, conosco io un modo per rendere la principessa un po' piu'
gentile. Mettetela seduta.
Le ragazze sollevarono un poco Tiziana e Delia le fece il solletico sotto il
mento.
- Ora vedrai - disse.
Prese un bicchiere che si trovava sul ripiano della specchiera e se lo pose
tra le gambe, quindi si sposto' di lato le mutandine e vi urino' dentro.
Quando lo sollevo' era pieno del suo liquido giallo, caldo e spumante.
Allargo' le gambe di Tiziana e vi s'inginocchio' in mezzo, poi guardo' il
bicchiere in controluce come se i trattasse di un vino pregiato.
- Lo sai cosa t'aspetta, vero principessa? Quando l'avrai bevuto tutto ti
sara' passata la voglia di protestare per due gocce di pipi' in testa.
Tiziana istintivamente serro' le labbra e quella si mise a ridere. Prese a
leccare con finta volutta' l'esterno del bicchiere, sorridendo e facendo gli
occhi languidi.
- Lo berrai, principessa. Oh si', berrai tutto il mio piscio. Uhmm che
buono!
Tiziana gia' sentiva il suo stomaco rovesciarsi dal disgusto e strinse ancor
di piu' le labbra. Allora Delia infilo' una mano sotto la vestaglia da
lavoro che Tiziana indossava per fare i mestieri e fece scorrere le dita
lentamente lungo la coscia.
- Vedrai come ti piacera' - le disse mentre le dita le raggiungevano la
vulva. Le accarezzo' per un poco la morbida peluria, poi afferro' tra
pollice e indice il clitoride e improvvisamente lo pizzico' con forza
aiutandosi con le unghie. Tiziana le senti' penetrare nella carne sensibile
e grido' di dolore.
- Bevi! - le ordino' Tiziana pizzicandola ancora. - Bevi principessa!
La ragazza soffriva enormemente, lo si vedeva dalle gocce di sudore che le
scivolavano dalla fronte, ma ancora non dischiudeva le labbra. Delia, con
un'espressione terribile sul volto la pizzico' e la pizzico' sempre piu'
forte fino a farle sanguinare il clitoride. Alla fine Tiziana capitolo', con
le lacrime agli occhi disserro' un poco le labbra.
- Non va bene - disse Delia. - Devi mostrare un po' di desiderio per le
escrezioni del mio corpo, accidenti! - quindi la pizzico' di nuovo e
ferocemente.
Ed ecco che Tiziana estrasse la lingua e cerco' di avvicinare la bocca al
bicchiere che Delia le porgeva. Ma questa subito lo levo'.
- Principessa, principessa... non devi essere cosi' avida. Il mio piscio lo
devi gustare piano, lo devi sorseggiare lentamente per assaporarlo bene.
Appoggio' il bicchiere al labbro della ragazza e ne verso' un poco in bocca.
Il liquido era caldo e salato, leggermente amarognolo. Un odore forte le
sali' dalla gola al naso, tanto ripugnante che Tiziana trattenne a stento un
urto di vomito. Intanto l'altra continuava a pizzicarle leggermente il
clitoride, ma questa volta lo faceva delicatamente con i polpastrelli delle
dita.
- Brava principessa. Bevi, bevi il nettare dorato delle dee - le sussurrava
versandole ancora un po' di liquido in bocca e senza smettere di trafficare
con il suo clitoride.
La fragolina della vulva s'irrigidiva sotto il tocco abile di Delia e,
quando ormai Tiziana aveva quasi finito di sorseggiare il liquido osceno, la
raggiunse improvviso e inaspettato l'orgasmo. Le ragazze scoppiarono in una
risata sonora nel vedere Tiziana contrarsi per l'estasi e divenire rossa in
volto per il godimento e per la vergogna. Delia, trionfante, tolse da sotto
la vestaglia la mano grondante degli umori vaginali di Tiziana, misti a
qualche goccia di sangue, e li passo' sul volto della ragazza come si
trattasse di una crema di bellezza. Tiziana rimase a capo chino, talmente
umiliata che non osava quasi respirare. E lei che non si mostrava neppure
alla sorellina!
La cosa non era pero' finita. Delia pretese che bevesse anche il piscio
delle altre e Tiziana ubbidi', ormai completamente sconfitta e sottomessa.
Alla fine aveva trangugiato quasi un litro di urina e, appena le ragazze se
ne furono andate, lo vomito' tutto, restando con la bocca piena di un sapore
schifosamente acido e salato.
Il giorno prima che Tiziana fosse incatenata alla colonnina del gabinetto,
avvenne alla Villa delle Fragole un fatto incredibile, dalle conseguenze
insospettabili. La dottoressa Selena era piombata nel refettorio fuor di se'
dalla collera. Quella mattina qualcuno era entrato nella sua camera e,
durante la sua assenza, aveva rubato una collanina d'oro che le era molto
cara. Adesso pretendeva che il colpevole confessasse il suo crimine. Le
ragazze si guardarono le une con le altre sorprese e spaventate. Conoscendo
Selena, chi aveva potuto fare una cosa simile? Inutile dire che il colpevole
non si rivelo'.
- Bene - disse Selena sibilando come una vipera - non volete parlare. Eppure
sono sicura che tutte voi conoscete il nome della ladra. Ma non occorre che
me lo diciate, io gia' lo conosco. Tu, principessa, non sei stata condannata
per furto?
Tiziana impallidi' e balbetto': - Io... Io... non ne so nulla!
- Balle! Adesso mi dici dove hai messo la collanina, altrimenti ti faccio
parlare io!
- Dottoressa, le giuro che io... Su tutto cio' che amo le giuro ...
- Basta cosi'! Ho capito. Ragazze spogliate questa sgualdrinella e legatela
sul tavolo. Vedremo se neghera' ancora per molto.
Gli abiti di Tiziana vennero strappati brutalmente e la ragazza venne legata
sul ripiano a pancia in giu'. La dottoressa le mollo' un'energica
sculacciata sulle natiche e disse a Delia.
- Cara, portami una caraffa d'acqua bollente e un coltello.
Delia fece un sorrisetto malizioso e ando' a procurare quanto Selena aveva
chiesto. Poco dopo torno' con una caraffa fumante e con un coltello da
tavola, con un grosso e tondo manico d'acciaio inossidabile. Selena prese il
coltello e immerse il manico nell'acqua bollente.
- Sei ancora sicura che non vuoi dirmi dove hai messo la collanina. Sei
ancora in tempo a confessare.
- Ma io non lo so! Glielo giuro! - disse Tiziana tra i singhiozzi.
La dottoressa rimase silenziosa e si limito' ad annuire. Prese il coltello
per la lama, quindi appoggio' con decisione il manico caldo sulle natiche
della ragazza e ve lo trattenne, senza badare alle urla di lei.
- Allora mi dici dove l'hai messa? - domando' Selena reimmergendo di nuovo
il coltello nell'acqua.
- Vi supplico! Non so nulla! Non so nulla! Non fatemi del male!
Selena attese che il manico del coltello raggiungesse la stessa temperatura
dell'acqua, poi ordino' a due ragazze di allargare bene le natiche di
Tiziana. Il manico del coltello era fumante di vapore quando lo tolse dalla
caraffa e, senza alcuna esitazione, Selena glielo infilo' nel buco scuro
dell'ano. Tiziana lancio' un grido altissimo e disperato, e cerco' di
liberarsi con movimenti scomposti da quell'arnese che le bruciava gli
intestini. Ma era tutto inutile, le corde la legavano stretta al lungo
tavolo e non poteva compiere che qualche contorsione completamente
inefficace. Selena attese che il coltello si fosse raffreddato prima di
estrarlo dal corpo. Lo levo' che era tutto sporco di merda e per pulirlo lo
strofino' sulle labbra della ragazza, quindi lo rimise di nuovo nell'acqua
bollente.
Questa volta Selena glielo infilo' nella vagina e lo fece roteare
tutt'intorno, strappando a Tiziana mugugni e urla disumane.
- Allora? - chiese Selena quand'ebbe finito. - Ti decidi?
- Padrona, credetemi, v'imploro! Non sono stata io a rubare la collanina.
Non sono stata io! - e la ragazza scoppio' in singhiozzi.
Selena fece un gesto di stizza e a passi rapidi si diresse in cucina. Torno'
con una scatola di spilli, una pinza e una candela.
- Questo ti fara' parlare, vedrai - disse. Con calma accese la candela, poi,
tenendo uno spillo con le pinze, lo fece arroventare alla fiamma. Quando il
metallo divenne bianco d'incandescenza, infilo' lo spillo in una natica di
Tiziana. Era un dolore mille volte peggio del manico di coltello, come se un
demonio ardente fosse penetrato nelle carni e si fosse messo a ballare. Un
dolore che e risaliva lungo tutta la schiena e che le faceva scaturire dalla
fronte grosse gocce di sudore gelato. Selena questa volta non pose alcuna
domanda. Prese un secondo spillo, lo arrovento' e l'infilo' nella seconda
natica. Tiziana cercava di urlare, ma dalla sua gola uscivano solo suoni
afoni e sconnessi. Il terzo spillo glielo fece penetrare nella pianta di un
piede, il quarto nell'altra pianta. Selena procedeva con terribile
meticolosita'. Ritorno' alle natiche e le lascio' solo quando ciascuna
mostrava una decina di capocchie attorno alle quali s'era formato il cerchio
rosso dell'ustione. Riprese a lavorarle i piedi e infilo' uno spillo rovente
in ogni dito. Tiziana boccheggiava come un pesce, con la faccia stravolta e
grondante di sudore, mentre le ragazze, ignare di quanto sarebbe accaduto in
seguito, ghignavano a denti stretti, esaltate dallo spettacolo. Tiziana,
ormai senza voce continuava a sussurrare: - Non sono stata io, non sono
stata io...
Selena si spazienti'.
- D'accordo - disse. - Ma se credi di aver sofferto, sappi che cio' e' nulla
in confronto a cio' che ti devo ancora fare. Adesso ti mettero' gli spilli
nei capezzoli, poi nel clitoride, e se non basta anche nelle labbra e nella
lingua.
Tiziana venne sciolta e legata a pancia in su. Avrebbe voluto divincolarsi e
fuggire, ma le forze l'avevano del tutto abbandonata. Poco dopo vide, con
gli occhi sbarrati per il terrore, la punta incandescente dello spillo
avvicinarsi lentamente al capezzolo che Selena tratteneva con due dita.
Quando lo spillo penetro' nel minuscolo foro della sua femminilita',
mordendone la carne viva, Tiziana svenne. Solo allora Selena si volse verso
le altre ragazze e disse:
- Se la principessa avesse rubato non avrebbe potuto tacerlo. Non si puo'
resistere al dolore degli spilli. Questo significa che non e' stata lei e
che la ladra e' una di voi! Adesso vado a prendere una cosa. Tu, Delia,
intanto fa' sgombrare il refettorio dai tavoli e fai spogliare le ragazze.
Quando torno le voglio vedere tutte nude come vermi. Vedremo chi la
spuntera'.
(continua)
Per contatti e corispondenza: wolonia@.tin.it
> LA VILLA DELLE FRAGOLE (3)
>
> Dopo quella settimana, Tiziana fu assegnata ai lavori piu' umili. Tutte le
> ragazze, a turno, nel tempo libero dalle lezioni dovevano occuparsi della
> vita nel riformatorio: cucinare, rassettare le camere, pulire le aule
>
Carissimo, ho letto con interesse il tuo racconto e vorrei fare alcune
considerazioni. Come sai, io non do giudizi in merito alla efficacia della
tua forma letteraria o alla tua abilità narrativa. (altri lo sanno fare
davvero bene e con molta più competenza). Mi interessa invece analizzare i
meccanismi psicologici che stanno alla base del tuo racconto e che ne
costituiscono il fondamentale elemento coinvolgente a livello erotico.
(ammesso e non concesso che in un racconto erotico vi sia sempre questo
superiore scopo, ma io penso di sì)Forse avrai seguito alcune altre mie
considerazioni in merito all'attinenza tra il concetto di sofferenza e la
possibilità di provare piacere. Si era detto che alcune forme di piacere
erano, in un certo senso, amplificate o addirittura generate dalla capacità
di sublimare, trasferire, metabolizzare sensazioni in sé e per sé
classificate come sgradevoli o dolorose. (l'esempio classico è il marito o il
fidanzato che assiste all'amplesso della propria compagna con uomini
superdotati, capaci di darle quello che lui non le ha mai fatto provare, ed
invece di strapparsi le vesti e compiere il classico delitto d'onore,
partecipa al piacere collettivo da osservatore cornuto e mazziato).
Nel tuo racconto la funzione dell'elemento sofferenza, che viene addirittura
amplificata e portata a livello di violenza vera e propria, ha una funzione
del tutto diversa. Non il piacere masochistico di riceverla, ma al contrario
il piacere sadico di infliggerla su una controparte per nulla consenziente.
Partiamo dalla considerazione che nella fantasia è permessa qualsiasi cosa,
anche il genocidio, purché rimanga tutto sempre confinato in quell'ambito
(anzi la violenza vissuta come fantasia è spesso un' insostituibile valvola
di sfogo ad un nostro bisogno animale, retaggio della nostra evoluzione, che
ormai non trova, o non dovrebbe trovare, posto nella supercontrollata società
moderna.)
Ma il godere della sofferenza altrui è purtroppo anche un qualcosa con cui
dobbiamo fare i conti quasi giornalmente, visto l'alta incidenza di violenze
e stupri che la cronaca ci pone all'attenzione (ed è solo la punta
dell'iceberg!)
Naturalmente non voglio cercare una spiegazione del perché la sofferenza
altrui possa crearci piacere, sarebbe una discussione troppo teorica e
comunque non ancora accertata. Mi interessa sottolineare l'elemento che tu
utilizzi per distillare, a livello psicologico, il massimo di violenza nelle
scene che descrivi.
Ed è quel quasi ossessivo ricorso all'"escremento", considerato come forma
materiale al più basso grado della scala dei valori e utilizzata come mezzo
di violenza psicologica.
Se costringo qualcuno a bere benzina o veleno, faccio una violenza fisica
della massima portata, ma se lo costringo a bere orina, pur diminuendo di
molto l'effetto aggressivo del mio atto, lo carico di una valenza psicologica
tale, da farlo percepire come un atto ancora più efferato: tu mangi o bevi
quello che il mio corpo ha scartato per cui ti degrado a livello inferiore a
ciò che stai bevendo e mangiando!
L'ultimo punto che vorrei evidenziare, visto che mi sembra di una certa
importanza, è questo: benché la sfortunata (!!) protagonista durante le sue
sevizie abbia degli orgasmi, questi non sono vissuti come vero piacere, ma al
contrario come estrema forma di intrusione da parte di una volontà spietata,
che vuole dominare e possedere, svalutandola e deridendola, addirittura la
più personale e intima delle emozioni!
Una bella mente perversa di cui andare fieri. (e non ti sto prendendo in
giro!)
un saluto
cerebrum
Anzitutto ti saluto e ti ringrazio di avermi inviato l'unico commento
intelligente che ho ricevuto. Per questo, oltre che ad pubblicare queste mie
note sul NG desidero mandartele anche personalmente.
Prima di entrare nel merito della discussione vorrei spiegare in poche
parole perché in diverse introduzioni ai racconti ho voluto esplicare il
fatto d'essere uno scrittore professionista. Non so se questo si sia capito,
ma la mia idea era quella di informare che, se sono in possesso di una
tecnica narrativa ormai consolidatasi nel mestiere (non parlo di talento, ma
solo di tecnica), sono del tutto inesperto nel campo del racconto erotico.
Poiché presumo che vi siano persone che su questo argomento abbiano più
competenza di me, mi è sembrato utile chiarire che cosa potevo offrire (la
mera tecnica) e che cosa desideravo ricevere.
Mi fa piacere che tu abbia già riflettuto sui contenuti del racconto
erotico, perché finalmente posso trovare un interlocutore con cui valga la
pena discutere. Naturalmente vi sono cose nel tuo scritto con cui concordo
pienamente e altre che non mi convincono.
Concordo quando in modo indiretto sostieni che la volontà d'infliggere
sofferenza su una parte per nulla consenziente è abominevole. Nella vita
reale non sono un tipo violento e anzi la sopraffazione del vivente sul
vivente, sia uomo o animale o pianta, mi disgusta e mi ferisce
profondamente. Non è questo dunque il punto di discussione.
Ciò che invece non mi convince è la separazione che fai, nel momento in cui
ci trasferiamo nella dimensione fantastica, tra volontà d'infliggere
sofferenza e desiderio di riceverla, come se una non fosse il contraltare
dell'altra. Non si tratta di una questione logico-metafisica, ma più
semplicemente di un fatto concreto. Il masochista non vorrebbe mai ricevere
un vero danno alla sua incolumità fisica, tuttavia trova soddisfazione nel
supporre, al momento della finzione psicodrammatica, che il suo aguzzino
abbia davvero lintenzione di fargli male. Desidera che la sua volontà,
sempre nella finzione, sia sottomessa a una volontà superiore che non tiene
conto dei suoi desideri, ma al contrario li disattenda sistematicamente.
Non dirà: «Voglio essere frustato», e il partner non risponderà: «Sì, caro,
ora ti accontento». Il gioco così si frantumerebbe. Egli implorerà invece
il partner di non essere frustato, e a questo punto il partner lo frusterà
apposta, proprio perché lui ha detto di non volerlo, manifestandogli così il
suo assoluto dominio.
Naturalmente entrambi sanno che usciti dalla finzione le regole non valgono
più. Se lei (o lui) prende la frusta e l'altro dice: «No, lascia stare. Oggi
non ne ho proprio voglia», si può essere certi che tutto finisce lì (a meno
che non entriamo nella violenza reale e allora è un'altra cosa).
Voglio dire che, a mio parere, nel gioco sadomaso esiste sempre una
simulazione della realtà che dev'essere il più possibile verosimile, anche
se i partecipanti sanno perfettamente che si tratta di una finzione. Lo
stesso è nella narrativa. I lettori sanno che le cose raccontate, a meno che
non sia una cronaca, non sono vere, ma desiderano immaginare che lo siano.
Proprio come il masochista vuole credere che l'altro intenda fargli
violenza, allo stesso modo nel racconto Tiziana deve subirla suo malgrado.
Se fosse consenziente si sarebbero tradite le regole del gioco.
Certo ciascuno ha poi i suoi gusti. C'è il lettore che straccia il racconto
disgustato e quello che vi trova soddisfazione. Ma non mi pare che sia
questo il punto che intendevi affrontare. Prendiamo per esempio il fatto
"escrementizio". Non me lo sono inventato io. Esso deriva invece da fantasie
sessuali che mi sono state confidate e io mi sono limitato a drammatizzarle,
ritenendo, forse a torto, che altre persone le vivano più o meno allo stesso
modo. Credo che tu abbia ragione quando sostieni che nella coprofagia vi sia
implicata una forte valenza psicologica. Ma è proprio per questo che tali
fantasie si generano!
Nella fantasticheria sessuale sono implicati fattori inconsci che forse uno
psicanalista saprebbe enucleare adeguatamente; a me basta rilevare che la
dimensione immaginativa, di cui la narrativa non ne è che la comunicazione,
vive di tutti gli scarti della coscienza. Tutto ciò che è vietato, inibito o
rimoso, ma che in qualche modo è componente essenziale della personalità,
trova un suo spazio e un suo, sia pure nelle forme fittizie della finzione,
riconoscimento.
«Sei tanto bello che vorrei mangiarti!» dice la mamma al suo bambino, oppure
la ragazza al suo ragazzo. Questo desiderio di introiettare la persona amata
è in taluni così forte che addirittura arrivano a morderla. Il cannibalismo
non è che una forma esasperata di questo desiderio e, nelle forme più
attenuate, si esprime nella coprofagia. Ma allora, perché esserne costretto?
Perché Tiziana "deve" mangiare gli escrementi degli altri? Io credo che il
gioco sia più o meno questo:
desidero introiettare le tue emanazioni, ma il mio superEgo non me lo
consente, pena il disprezzo di me stesso; allora obbligami tu a fare ciò che
desidero. In fondo è una scappatoia per sfuggire alla responsabilità e ai
sensi di colpa che accompagnano la violazione dei tabù.
Evidentemente l'illusione vale finché non è rivelata. E anche l'illusione
della narrativa non può sottrarsi a questa regola. Per questo il personaggio
Tiziana deve continuare a soffrire: è il suo destino di fantasma letterario.
Non è questa la sede per affrontare un altro grande tema: gli effetti di
questo tipo di narrativa sulle persone e ciò che ne deriva nella concretezza
del reale. Un tema simile sconfina nelle considerazioni educative e, se
vuoi, ne potremo riparlare. Fra qualche giorno invierò un nuovo racconto.
Sarei contento se lo leggessi.
Un saluto, Stefano.
sono in possesso di una
tecnica narrativa ormai consolidatasi nel mestiere (non parlo di talento, ma
solo di tecnica),
è vero, tecnica MOLTO buona, complimenti
Esso deriva invece da fantasie
sessuali che mi sono state confidate e io mi sono limitato a drammatizzarle,
ritenendo...
mi sa che prima o poi ti racconto anche le mie!
- sì ho visto che hai già chiesto "ispirazioni", ma non è una cosa facile -
Fra qualche giorno invierò un nuovo racconto.
Sarei contento se lo leggessi.
Un saluto, Stefano.
E io sarò qui a vedere cosa proponi. Sono curiosa, dove ci porterai
stavolta?
Fai presto... io sono anche impaziente!
Ciao.
> Anzitutto ti saluto e ti ringrazio di avermi inviato l'unico commento
> intelligente che ho ricevuto. Per questo, oltre che ad pubblicare queste mie
> note sul NG desidero mandartele anche personalmente ecc.
>
Restituisco il ringraziamento, ma colgo anche l'occasione per chiarire alcune
cose.
Le dico a te, ma indirettamente le dico anche a tutti quelli che hanno
ricevuto mie recensioni ai loro racconti.
Lungi da me l'intenzione di esprimere giudizi di alcun tipo, quelli morali in
particolare!!!
Qui siamo nel mondo della fantasia, e ogni cosa, anche la più "aberrante" è
"lecita"!!! (anzi è quasi gradita)
Quello che faccio di solito è solamente "analizzare", (bisogno che nasce da
un mio insopprimibile vizio mentale, lo ammetto) cercando di leggere nelle
righe del racconto, e anche sopra le righe, tutti quegli elementi che sanno
parlare di noi, dei nostri bisogni, dei nostri sogni (erotici e non), del
nostro vivere in questa epoca e in questa società.
E lo faccio cercando di rivalutare questa forma letteraria che, a mio parere,
è tra i più potenti mezzi di comunicazione, in grado di esplorare,
scandagliare e raccontare le nostre più recondite emozioni.
Questo (e qui forse non tutti concorderanno) indipendentemente dalle più o
meno spiccate abilità narrative dell'autore. (naturalmente ciò non vuol dire
che all'opposto un'analisi sull'abilità e la tecnica letteraria non sia
importante, anzi indispensabile ed esplicitamente evidenziata tra le finalità
di questo ng).
Chiarito ciò direi che il tono vagamente sulla difensiva della tua risposta è
un po' fuori luogo, qui nessuno si deve giustificare per quello che scrive,
anzi, il tema della violenza, filtrato e metabolizzato nella fantasia, è la
più potente arma per esorcizzare e disinnescare comportamenti aggressivi
reali. (almeno negli adulti e in soggetti non psicotici). E ciò mediante dei
processi psicologici di tipo compensatorio che per spiegarli bene ci vorrebbe
circa un megabyte di spazio e te li risparmio.
Non concordo invece sull'analisi del tuo racconto, che tra l'altro trovo ben
fatto perché lucido ed efficace nel cercare di creare un certo tipo di
tensione erotica.
Giustissimo quello che dici sul rapporto sadomaso, sulla sua caratteristica
di manifestarsi con un tipo di violenza più simulata che reale, più di
intenzioni che di fatti, molto legata ad una scenografia ed ad un
cerimoniale, (attrezzi, vestiario, atteggiamenti, frasi ricorrenti ecc.) che
garantisce sempre la permanenza del gioco erotico in binari vicendevolmente
accettati dai "contraenti". E questo nella realtà.
Ma non puoi negare che esista, sempre nella realtà, anche un piacere
puramente "sadico" ( che sopravvive nel nostro cervello rettile (altro
megabyte di spiegazione) in una forma costantemente repressa e controllata) e
che si alimenta dall'infliggere, (o anche solo dal percepire) la sofferenza
negli altri. E questo senza che si crei alcuna reciprocità di piacere nella
vittima.
Ti potrei fare mille esempi: dai divertimenti dell'antica Roma con i
combattimenti degli schiavi alle esecuzioni capitali trasformate in momenti
spettacolari, dallo stupro alla corrida, dal combattimento organizzato degli
animali alla boxe, fino alla forma più evidente e conclamata (e praticata
ancora oggi in alcuni paesi) che è la tortura.
Nello stupratore recidivo, in particolare, questo piacere sadico è l'elemento
catalizzante del proprio soddisfacimento sessuale senza il quale
quest'ultimo non si produce. (e la vittima non gode di sicuro)
Mi sembra che il tuo racconto ci restituisca proprio questo (e non l'altro)
tipo di emozioni, giocando intelligentemente su due effetti: uno la
"coprofagia" (che ho già analizzato) e l'altra l'aver individuato la vittima
in una figura debole ed indifesa (donna ed adolescente) che amplifica
l'effetto intrusivo ed umiliante della violenza.
Quelle che descrivi insomma non mi sembrano scene di sesso sadomaso, che
invece ritrovavo in modo molto evidente in altri racconti dove la vittima
(accondiscendente) è sempre la parte meno debole della coppia. (il marito o
il fidanzato)
Se hai tempo di leggere (e non lo dico per farmi pubblicità) il mio racconto
"la ghiandola della felicità", postato su questo ng qualche settimana fa,
potrai constatare che illustro, in chiave fantaerotica, proprio un rapporto
sicuramente di tipo sadico masochistico tra due personaggi: lei dominatrice,
lui vittima consenziente, (più la fidanzata di lui) che si conclude con la
morte (imprevista) di una di queste tre figure.
un saluto
cerebrum
Voglio affrontare qui due questioni che mi paiono abbastanza semplici.
Tu scrivi: "Chiarito ciò direi che il tono vagamente sulla difensiva della
tua risposta è un po' fuori luogo"
Certamente non intendo difendere il mio racconto, che, se vale qualcosa, ha
in sé tutte le armi per poterlo fare per proprio conto. Ciò che invece
voglio sostenere sono le idee che l'hanno prodotto, e qui è probabile che
incontri qualche barriera difensiva. Non è una cosa strana né disdicevole;
del resto anche tu difendi le tue analisi e, fintanto che sei convinto della
loro giustezza, fai bene a farlo. L'errore nasce quando si cerca di
sostenere qualcosa che intimamente si riconosce come insostenibile. Ma
questo, almeno per ora, non è il mio caso.
La seconda questione: "Nello stupratore recidivo, in particolare, questo
piacere sadico è l'elemento catalizzante del proprio soddisfacimento
sessuale senza il quale quest'ultimo non si produce. (e la vittima non gode
di sicuro)
Mi sembra che il tuo racconto ci restituisca proprio questo (e non l'altro)
tipo di emozioni
Non vedo dove stia il problema. Ogni forma di narrativa restituisce certe
forme di emozioni e non altre. E le emozioni, come i sogni, non sono
censurabili, vengono da sole senza che ne possiamo fare nulla. D'altra parte
la narrativa non crea le emozioni, al massimo le risveglia in coloro che le
hanno già.
Con il metro di analisi che tu applichi al mio racconto, come considereresti
la prima cantica della Divina Commedia? Non c'è dubbio che confronto
all'Inferno di Dante io sono una pulce. Eppure quanto sadismo in quei versi!
I dannati non godono certo della loro condizione. Sono costretti alle
torture più atroci. Rispetto al Dio che li punisce sono infinitamente più
deboli... Ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi della tua critica.
Eppure la Divina Commedia, anziché messa al bando, viene studiata nelle
scuole. Dal momento che la tua critica astrae dal valore artistico
dell'opera, non si può giustificare questo fatto solo perché la Divina
Commedia è un capolavoro letterario. Né si può addurre il pretesto che i
dannati nel corso della loro vita sono stati dei peccatori: la pena è troppo
spropositata rispetto alla colpa, tanto più che occorre sempre considerare
la debolezza umana.
(Fra l'altro è significativo che la prima cantica sia sempre stata la più
popolare. Tutti gli estimatori avevano una mente perversa? Ma allora, dove
sta la norma?)
Io credo che tra narrativa e realtà esista un diaframma di cui tu
sottovaluti la forza, così che nel momento in cui trovi alcuni isomorfismi
ti viene spontaneo assimilare le due dimensioni. Il diaframma che separa la
fantasticheria (e la narrativa) dalla realtà non è semplicemente un
diaframma morale, che allora crollerebbe subito. Si tratta invece di una
barriera psichica quasi invalicabile per una mente non psicotica. L'elemento
onirico, ad esempio la visione di una tortura inferta o subita, svolge la
funzione di simbolo. Se sogno che sto frustando una donna indifesa,
probabilmente sto frustando la proiezione femminile di me stesso (l'ombra
junghiana) con la quale in un certo momento non sto andando troppo
d'accordo. Inutile dire che nel mio sogno la donna non può essere
consenziente, altrimenti il conflitto psicologico non sussisterebbe.
Diverso è il caso se decido di rapire una donna vera e di sottoporla alle
mie sevizie. Qui la realtà sovrasta il simbolo e lo annienta. Non c'è più il
riferimento a un intrapsichico, c'è solo la concretezza dell'atto.
All'analogia, con tutta la ricchezza connotativa che l'accompagna, viene
sostituita la "cosa", nella povertà della sua denotazione.
Difficilmente una donna vera può interpretare l'immagine della mia parte
femminile, soprattutto nella situazione violenta, dove il gioco si fa
pesante. Solo lo psicotico confonde realtà e fantasia al punto da proiettare
i suoi fantasmi nella dimensione tangibile e credere fermamente che quella
sia l'unica e vera realtà. Nella maggior parte dei casi il diaframma non può
essere attraversato senza distruggere le proprie costruzioni inconsce.
La narrativa, la fantasticheria sessuale, il gioco erotico in cui fingo
d'essere il padrone e tu la schiava (o viceversa) reggono proprio perché
esiste un diaframma protettivo che mi consente la soddisfazione senza cedere
alla brutalità della violenza. Ecco perché sarebbe errato applicarvi
qualsiasi forma di, sia pur larvata, censura.
Un esempio di questo lo si trova negli annunci erotici di tipo sadomaso. Se
noti la consensualità resta sempre in ombra, come resta inespresso il
concetto di reciproco piacere:
"Schiavo cerca padrona che lo sottoponga a tutti i suoi capricci"
"Io sono la tua schiava pronta a soddisfare tutti i tuoi desideri"
"Padrone cerca schiavo da sottomettere e da educare severamente"
... e seguono poi numerosi dettagli sul modo in cui ciò si dovrebbe
concretizzare.
Non mi è mai capitato di leggere un annuncio del tipo: "Cerco padrona che
soddisfi i miei piaceri", oppure: "Sono un padrone autoritario al servizio
dei tuoi capricci".
La vera ragione del rapporto, la reciproca soddisfazione, viene
accuratamente sottaciuta. Perché non dovrebbe accadere qualcosa di simile
anche nella narrativa?
Concludo con una riflessione. Possiamo discutere in eterno, ma la questione
fondamentale a mio parere è questa: nei miei racconti il masochista riesce a
identificarsi con piacere nella vittima?
Solo i lettori potranno rispondere.
Ti ringrazio di avermi dato l'opportunità di fare quattro chiacchiere e
credo che il nostro piccolo dibattito contribuisca a ripulire un po' questo
NG dalle troppe puttanate commerciali e restituirlo a quelle che erano
probabilmente le intenzioni originarie.
Un cordiale saluto, Stefano.
PS: Non sono riuscito a trovare il tuo racconto, puoi inviarmelo o
riproporlo sul NG? Lo leggerò con piacere.
> Io credo che concordiamo in molti punti, ma, raggiunto un certo bivio,
> prendiamo strade diverse e ognuno di noi perviene a conclusioni che, se non
> sono opposte, sono abbastanza distanti. Questo però non è un male. Il gioco
> dialettico, se condotto sui binari dell'onestà intellettuale, non può essere
> che un arricchimento culturale.
>
Oddio, oddio, oddio!
Il mio problema è che posto articoli troppo lunghi, infarciti di
elucubrazioni teoriche e così i contenuti principali vanno perduti.
Te li condenso così risulteranno chiari:
1) sono contrarissimo a qualsiasi tipo di censura, figuriamoci a quella fatta
sul racconto erotico! è come voler censurare la fantasia: inutile e
soprattutto dannoso!
2) il tuo racconto mi è piaciuto perché lucido ed efficace nel restituirci
un'emozione (qualunque essa sia, proprio perché emozione, apprezzabilissima)
3) l'unico dissenso tra di noi è su un punto analitico (di secondaria
importanza) sulla casistica psicologica in cui far rientrare i comportamenti
erotici (e non) descritti dal tuo racconto. Ma che niente, dico niente, e
ridico niente ha a che fare con una valutazione di merito sulla liceità
morale di questi nella realtà! (problema che non mi sono mai posto, non mi
pongo, né mai mi porrò)
4) se nelle mie recensioni utilizzo alcune volte riferimenti a fatti reali,
lo faccio perché, attraverso il racconto erotico, è possibile scandagliare
le pulsioni più intime del nostro animo e meglio comprendere i meccanismi
che, in situazioni patologiche, possono, nella vita di tutti i giorni, creare
devianza e aberrazione.
5) la ricchezza psichica della vita interiore, per cui anche della fantasia
erotica, è il miglior antidoto contro il cedimento ai nostri istinti
ancestrali nella vita reale. (per cui ben vengano altri racconti come il
tuo!)
6) spero di essere stato chiaro.
Ho letto il tuo nuovo racconto e ti posterò un commento (non sulla
moralità!!!) al più presto via ng.
Ti manderò il mio al tuo indirizzo posta elettronica.
un saluto
cerebrum