L'amico di papà
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Non mi ricordo da quanti anni Sandro frequentasse casa mia. Lui e papà
s'erano conosciuti durante il servizio di leva e, ogni volta che per
lavoro capitava dalle parti di Firenze, veniva a farci visita.
Era sempre stato un uomo simpatico e dotato di particolare fascino. I
modi sempre gentili e particolari attenzioni per le donne. Un senso
dello spirito molto spiccato, insomma un tipo dalla battuta sempre
pronta.
A vederlo gli si sarebbero dati poco meno di trent'anni, invece ne
aveva più di quaranta.
Da piccola era stato il mio principe azzurro e anche adesso, a
vent'anni, provavo una strana attrazione per lui, anche se per lui
restavo e rimanevo sempre solo la piccola Silvia, anzi Silvietta.
Quanto odiavo essere chiamata ancora così. La verginità l'avevo
perduta da un bel pezzo e di storie, nonostante la mia giovane età, ne
avevo avute persino troppe e tutte sbagliate.
Per me era stata una orrenda estate.
Avendo preso un colpo di sole e ero finita per l'intontimento contro
un'auto. Motorino distrutto ed io, avendo la pessima abitudine di
andare in motorino senza casco, in ospedale non solo piena di lividi e
fratture, ma anche con un bel trauma cranico
Un'intera estate o quasi all'ospedale e quel che restava a casa
davanti al televisore.
Fuori, appesi ai muri, i cartelloni con la pubblicità del film la
mummia e dentro casa io: la mummia in persona.
In quei giorni avevo sognato il mare, la spiaggia, i ragazzi e...
Sandro. Mi aveva promesso d'insegnarmi a nuotare quell'estate. Avevo
spesso pensato alle sue mani grandi e forti. Al suo fisico ancora
atletico e ben tenuto. A me in costume da bagno che, finalmente, ai
suoi occhi non sarei più sembrata, forse, una "bambina".
Quante volte i miei occhi verdi avevano cercato quei suoi occhi
scuri...
Ironia della sorte, invece, Sandro aveva conosciuto una signora delle
mie parti, di Prato. Una donna della sua età.
Quante volte Sandro mi aveva accarezzato, invidiando la mia età, senza
sapere che io avrei voluto averne quasi il doppio.
Era settembre, uno strano ed insolito caldissimo settembre, il
motorino era stato appena riparato e già questo sarebbe bastato a
farmi essere felice. Le scuole erano iniziate e già questo mi bastava
per rendermi infelice. Se tutto andava bene, finalmente, avrei
terminato le superiori.
Stavo insieme a Marco, ma era come mettere insieme il diavolo e
l'acqua santa, non era certamente una storia importante.
Avevo voglia di sentire Sandro e lo chiamai sul cellulare. Era in un
periodo brutto, suo padre stava male e anche la relazione con la donna
di Prato non doveva averlo reso felice.
La sua voce era sempre coperta da un velo di tristezza e d'infelicità,
per chi, come me, lo conosceva bene, sembrava addirittura un'altra
persona.
Era sempre stato molto dolce con me, anzi forse l'unica persona, papà
a parte, che mi capisse veramente, inoltre era sempre allegro e
riusciva a trasmettere quasi sempre la sua allegria agli altri.
Da quando avevo Internet c'eravamo spesso scritti e avevo scoperto di
lui lati che sospettavo avesse, ma dei quali non ne ero certa.
Quell'uomo riusciva a capire i miei silenzi e questa era la cosa che
mi colpiva di più, poi dentro era giovane e vivo come molti miei
coetanei non lo erano e questo mi toglieva dall'imbarazzo di sembrare
troppo superficiale. Gli anni di scuola persi e il frequentare
compagni di classe più giovani di me mi aveva spesso a portato a
comportarmi e ad affrontare le cose in maniera piuttosto immatura.
Con lui ci scrivevamo di tutto.
A volte le cose che ci scrivevamo erano leggere e stupide, altre volte
erano molto profonde. M'ero ritrovata alla fine a parlare di me come
mai avevo fatto, eppure era una persona con cui, quando volevo, avrei
potuto parlare.
Così, però, era diverso. Ognuno, dietro il nostro PC era sé stesso e,
contemporaneamente, un'altra persona. Scompariva il fatto di essere
alti o bassi, magri o grassi, belli o brutti... troppo giovani o
troppo vecchi... lui, una volta che avevo accennato a quel troppo,
m'aveva risposto - troppo per cosa? - e io gli avevo confessato -
troppo giovane per amare "veramente" -. Lui m'aveva scritto - non c'è
un'età giusta per amare, non c'è una stagione del cuore e non esistono
differenze eccessive d'età; tra un ragazzino che stupra una coetanea e
una ragazzina, ormai donna, che trova un uomo che la rispetti, la ami
e voglia il suo bene... io preferisco la seconda cosa. La pedofilia è
l'attrazione a prescindere, ma può capitare d'innamorarsi di una
ragazzina, se questa è già donna, ma ti capita solo per lei... e le
sue coetanee per te non esistono. No, non è pedofilia in questo caso è
amore...- era un discorso che mi colpì per la sua stranezza. Io ero
invaghita di Sandro da quando avevo tredici, forse dodici anni, ma lui
forse provava qualcosa nei miei confronti da tempo?
C'era qualcosa dietro quelle parole che non conferiva alle medesime
l'aspetto della frase fatta, c'era la sensazione che quelle parole
uscissero dal profondo, che fossero sentite... c'era che quella frase
aveva acceso in me la speranza che da anni il mio sentimento fosse,
nel silenzio, contraccambiato.
Fu così che, qualche giorno dopo quella mia telefonata, mi trovai un
breve messaggio "sono a Scandicci". Ero con Marco, ma non me ne
importava niente di lui, avevo voglia di vedere Sandro.
Lui era per me un ricordo, erano passati diversi solo pochi mesi, ma
c'era sempre la paura di confrontare i ricordi con la realtà, perché
spesso il ricordo rende le cose migliori o perlomeno diverse da quel
che poi sono veramente. Anche quelle frasi che m'avevano accese di
speranza, ora mi sembravano più vaghe e generiche.
Il mio cuore batteva forte nel rivederlo e lo stomaco si stringeva per
diventare una specie di pugno chiuso all'interno del mio addome. Mi
baciò, molto formale, sulle guance; nello sguardo un velo di
tristezza, forse per le condizioni del padre, forse per la storia
sbagliata con quella di Prato.
Un uomo così affascinante che in tutto quel tempo non aveva trovato la
donna giusta per lui.
Sapevo che la sera prima lui era uscito con lei per parlare, di cosa?
- Come ti è andata la serata? -
- Sono stato al ristorante cinese... -
- Mangiato bene? -
- Non ti so dire, non avevo lo stomaco predisposto, troppi pensieri!
Per cui mi è sembrato tutto indigesto. -
Piombò un improvviso silenzio, che lui ruppe per togliersi
dall'imbarazzo con una frase al momento buttata là.
- Ti va di andare a mangiare una pizza una di queste sere? Almeno
prima che io riparta. -
- Non credo che papà mi darà il permesso, dopo quello che ho combinato
quest'estate... sai, è come fossi vigilata speciale -
- Tu chiediglielo, poi sarà lui a decidere... mi raccomando, invita
anche lui! -
- Come, mi dai la possibilità d'una serata di libertà e poi vuoi che
venga anche papà! -
L'idea invece s'era rivelata per niente malvagia. Papà aveva molta
stima di Sandro e non solo accettò, ma mi disse che lui ed io potevamo
andare avanti, mio padre ci avrebbe raggiunto più tardi. Già che
c'ero, allargai lo spiraglio che m'ero aperta: la pizza l'avremmo
mangiata a Viareggio.
Quando Sandro arrivò a prendermi, ero dalla nonna. Lei non lo
conosceva bene, come papà, e lo scrutò con aria indagatrice. Per lei
tutti gli uomini potevano avere in mente solo di scoparmi... e forse
in passato, anche recente, era stato anche vero.
Sandro era troppo alla mano, troppo simpatico, troppo giovanile e,
soprattutto, troppo affascinante per non conquistare anche nonna.
Partimmo quasi subito, perché preferiva guidare ancora con il chiaro.
Non mi pareva vero d'essere in macchina con lui. Io e lui da soli. Si
voltò parecchie volte verso di me, rimanendo a fissarmi. Mi guardava
come mai m'aveva guardato prima, con molta dolcezza, non con
desiderio, come altri avevano fatto fino ad allora.
Nonna aveva insistito perché indossassi i pantaloni ed una felpa, così
"scafandrata" sarei stata a prova di "scassinatore". Io avrei
preferito un top e una mini, ma nonna aveva detto che così vestita
sarei stata una scatola di tonno tipo "apri e gusta".
Nonostante i pantaloni, mi fece effetto la carezza sul ginocchio che
Sandro mi fece e non riuscii a controllare l'istinto di intrecciare le
mie dita con quelle di lui, per poi ritirarle subito sul grembo,
imbarazzatissima.
La sua espressione sembrò rabbuiarsi. Ecco, m'ero comportata da
ragazzina immatura. Lui aveva ripensato alla mia età, infatti aveva
tolto la mano dal mio ginocchio.
Emisi un sospiro, un pesante respiro di delusione, che però attirò la
sua attenzione, anche perché eravamo fermi al rosso di un semaforo.
Ci guardammo intensamente, fino a quando il clacson della macchina
dietro non ci ricordò che, nel frattempo, era tornato il verde.
- Sandro, non mi dici niente di quella signora di Prato che ti sarebbe
piaciuto farmi conoscere? -
- Cosa vuoi che ti dica... un errore, un errore di percorso. Cercavo
una risposta a certe mie cose ed ho preso la direzione sbagliata, pur
sapendo e conoscendo quella giusta. Le ho parlato con il cuore in mano
e le ho semplicemente detto la verità. -
- Lei come l'ha presa? -
- Male da un lato, bene dall'altro... sai, se certe cose le fermi
prima che sia troppo tardi, perlomeno resti buoni amici. -
- Perché l'hai lasciata? -
- Perché certe cose le devi fare in due e sentirle entrambi... tra me
e lei non accadeva così. -
Ormai eravamo a Viareggio, il cielo era blu e sulla città
risplendevano i lampioni e la luna piena.
Io lo presi sotto braccio, chiedendogli se potessi stare così. Lui non
mi negò il permesso.
Mi specchiavo sulle vetrine. Sembravo la sua ragazza.
Andammo verso il porticciolo, sugli scogli. La serata era calda, il
mare tranquillo, la luna piena alta nel cielo. Cosa avrei potuto
chiedere di più.
Sandro s'appoggiò ad un grosso sasso ed io mi accoccolai su di lui,
sentendo le sue braccia che avvolgevano il mio corpo.
M'illusi di un suo "cedimento" nei miei confronti, ma lui subito mi
fece capire che non era così.
- Senti freddo? -
Mentii
- Sì. -
Si comportava da zio e la cosa non mi andava giù, per cui mi strusciai
un po'.
Così, pressata contro il suo corpo, ebbi la sensazione che fosse in
erezione, mi stava sentendo... per la prima volta mi sentiva come una
donna e non come una "nipotina".
Non lo feci per cattiveria o per malizia, ma comincia a strofinarmi
proprio su quel cazzo duro, per me era troppo bello sentire in quel
modo diretto il suo desiderio per me.
Il risultato fu sentire il contatto della sua bocca sul mio collo...
calda, umida... carica di passione... e le sue mani percorrere ed
accarezzare il mio ventre, quindi aprirsi un varco nel mio reggiseno
ed accogliere tra le sue mani le mie due sfere.
Lui mi fece girare e ci baciammo... una serie di baci intensi che mi
fecero avere la sensazione che qualcosa... qualcuno mi strappasse
l'anima stessa dal corpo.
Stavo "morendo" eppure quella sensazione era meravigliosa.
Le mie mani andarono sul suo sedere, sodo e muscoloso.
Tutto in lui sapeva di fresco, di forte e di giovanile... molto di più
di tanti ragazzini che avevo avuto.
Il suo profumo, un misto di essenze di fiori che si faceva preparare
in erboristeria, era odore unico e allo stesso tempo particolare...
era lui e basta.
Le sue mani entrarono dolcemente dentro le mie mutandine, accarezzando
i miei glutei e sottolineando con le dita il solco che li divideva.
Sentivo il mio sesso pulsare, quasi volesse esplodere, premuto contro
il sesso di lui... così vicini eppure così lontani vista la presenza
dei rispettivi indumenti.
Ci ritrovammo sesso contro sesso. Ero quasi seduta sopra di lui, le
sue mani a percorrere il mio corpo, la sua faccia premuta contro il
mio seno e le sua voce che saliva dolce, profonda a portare
ossessivamente alle mie orecchie la parola ti amo.
Sembrava un sogno divenuto realtà, mentre la mia femminilità urlava il
desiderio nei confronti di quell'uomo.
Fu lo squillo del mio cellulare ad interromperci. Papà era arrivato.
La serata trascorse tranquilla, anche se evidente fu il mio sguardo di
delusione quando fu papà a sedersi, in pizzeria, al fianco di Sandro.
Discutevano di varie cose, dei problemi che Sandro stava attraversando
e nel far questo disse una frase.
- Vorrei venire qualche volta di più a trovarvi, ma lo sai, le mie
sono improvvisate... se mi ospiti per una sera, qualche fine settimana
che sono da queste parti, me ne ricorderò. -
Passammo una bella serata,. Papà chiese a Sandro di riaccompagnarmi a
casa.
Al momento pensai che il viaggio di ritorno poteva essere un buon
pretesto per proseguire quello che lo squillo del cellulare aveva
interrotto, ma poi considerai che molte altre ormai sarebbero state le
occasioni.
Sandro si fermò poco prima della casa di nonna. Mi diede un leggero
bacio sulla bocca e, da dietro, estrasse due completi per
corrispondenza a tema gattini.
- Non voglio più che tra noi due ci sia la luce fredda emessa da un
PC... scrivimi, ti scriverò. Inoltre so che hai sempre avuto una
passione smodata per i gatti. -
Confesso che rimasi piuttosto delusa di quel finale di serata, anzi
rimasi offesa, perché m'aveva trattato da ragazzina.
Dovrei dire che non trascorse molto tempo, ma a me sembrò un'eternità,
che, dopo alcune lettere e telefonate, giunse sul mio cellulare il
messaggio da me vanamente atteso per settimane: vengo a trovarti.
Quante volte avevo sentito la sua voce sul mio cellulare, quante volte
lui mi aveva chiamato ed io lo avevo cercato... lo sapeva bene papà,
che gli toccava comprarmi le ricariche!
Tuttavia a scuola, finalmente, andavo bene e papà mi prendeva
volentieri le ricariche.
Rivederlo di nuovo in carne ed ossa fu più bello del previsto. Gli
erano cresciuti i capelli, non tantissimo, ma quel poco che gli
conferiva un'aria sbarazzina.
Non seppi resistere all'istinto, fui subito con la mia testa posata
sulla sua spalla ed il braccio intorno alla vita. Mio padre non mosse
ciglio e anche Sandro non sembrava imbarazzato.
Papà non era stupido e credo l'avesse capito dalla sera a Viareggio.
Io avevo introdotto l'argomento differenza d'età il giorno dopo e lui
mi aveva risposto:
- Che colpa ha una persona se nasce prima o un'altra se nasce dopo...
-
Papà, se non aveva capito, comunque doveva aver intuito, di questo ne
ero certa.
Preparai io la cena quella sera, ero troppo euforica per riuscire a
pensare a quel che facevo. Mi sedetti al fianco di Sandro, rimasi
abbracciata tutta la sera a lui, la testa posata alla sua spalla.
Papà mi guardò dolcemente e ci lasciò dicendo:
- Vi lascio a parlare, io domani mattina devo andare a lavorare e lo
sapete alle 4:30 devo essere già in piedi. La porti tu domani a
scuola? Mi raccomando parti con un certo anticipo, c'è traffico! -
Come papà uscì dalla stanza baciai Sandro. Nulla era cambiato da
quella sera a Viareggio, le nostre lingue s'intrecciarono in piena
armonia.
- Baci bene Sandro... -
- Ci si bacia in due Silvia... -
Mi chiamava Silvia, non più Silvietta. Io quella sera ci feci caso.
Parlammo più che altro, ma il mio pensiero era alla mattina. Alle 5
mio padre sarebbe uscito di casa e almeno fino alle 7 mi sarei
ritrovata tra quattro pareti con l'uomo che amavo a portata di mano.
Lo accompagnai nella stanza che gli avevo preparato e, senza volerlo,
gli comincia a sbottonare la camicia, lui mi fermò la mano:
- Non voglio che con te sia una botta e via... -
Lo fissai dolcemente:
- So che a me ci tieni, non ti preoccupare... lo voglio anch'io.
Domani, come papà esce, vengo in camera tua, se vuoi. -
Uscii dalla stanza fissando ancora un attimo il suo corpo.
Sotto la camicia non portava niente ed era in bella vista il suo
torace. Era un petto robusto, erano spalle larghe, erano braccia
muscolose... non era il corpo di un vecchio... almeno per il concetto
che di vecchio si ha alla mia età.
Fu una notte lunga ed interminabile, tormentata da sogni e pensieri.
Nemmeno la prima volta, a dodici anni, ero stata così agitata.
Il mio sesso era in agitazione e fui costretta a dormire senza intimi,
per evitare la sensazione di bagnato.
La mia stanza era proprio a fianco di quella in cui avevamo sistemato
Sandro. Anche lui non dormiva, sentivo il cigolio del letto provocato
dai suoi continui cambiamenti di posizione.
Smisi verso le 3 di guardare l'orologio, altrimenti i minuti mi si
sarebbero dilatati, divenendo lunghi come ore. Socchiusi gli occhi e
più volte la mia mano scese a dare un po' di tregua al desiderio che
dal mio sesso saliva.
Lo squillo della sveglia mi sorprese mentre, a denti stretti, provavo
l'ennesimo orgasmo che le mie dita avevano richiamato. Il mio
clitoride era rosso paonazzo, i capezzoli ritti ed il seno turgido...
eppure, tra me e Sandro, non era ancora successo niente. Dovevo
calmarmi o sarei arrivata completamente asciutta al momento che tanto
a lungo avevo atteso.
Il rumore dei passi di mio padre che si preparava per andare a
lavorare scandì quei minuti. Per la prima volta, almeno che io
ricordassi, papà entrò in camera mia. Sentii la sua mano accarezzare
il mio volto, le sue labbra baciare la mia fronte e un suo sospiro
profondo... un misto di tristezza e dolcezza che io lessi come
- Ormai la mia piccola Silvia è una donna e io non posso impedire
questo... -
Anche il modo in cui chiuse la porta di casa dietro di sé era
differente da quello di tantissime altre giornate. Diverso anche da
quello dopo che mamma ci aveva lasciato. Il ricordo di mamma, che non
c'era più, mi strinse per un attimo il cuore, riportando i miei
pensieri più vicini a terra.
Mi alzai e lentamente, mi diressi nella stanza di Sandro. Lui dormiva.
Un sonno pesante, anche se agitato. Era completamente scoperto.
Addosso solo gli slip. Era in stato di eccitazione ed erano evidenti
le macchie di sperma sul tessuto.
Non volli svegliarlo. La mia mano percorse il suo volto. Passò dolce
sulle sue labbra.
"Il mio Sandro!" pensai.
Percorsi il torace, l'addome... infine arrivai ai suoi intimi, che mal
celavano il suo sesso in erezione. Lo accarezzai con un piacere
particolare... ero la stessa ragazza che provava disgusto quando i
miei coetanei mi prendevano la mano per farsela mettere lì, ma qui era
diverso... era il mio Sandro, era il sesso dell'uomo che amavo... e
lui era in quello stato per me, perché mi pensava e mi desiderava.
Infilai la mano all'interno dell'elastico, ma la cosa lo fece
svegliare. Mi sorrise dicendomi:
- Ciao Silvia... -
Le mie labbra si posarono su di lui e ci scambiammo un caldissimo ed
appassionato bacio.
- Cosa penserai dopo di me? -
Mi disse sorridendo.
- Questa frase dovrei dirla io! -
Gli risposi.
- In ogni caso, se lo vuoi sapere... penserò che sei un vecchio porco
che se la fa con le ragazzine! -
- Sai cosa mi offende? Il vecchio... perché un porco lo sono! -
- Non ti preoccupare, nemmeno io sono una santarellina-- -
Lo guardai dolcemente e gli sorrisi, mentre lentamente gli sfilavo gli
slip. Sul suo corpo le tracce dei primi peli bianchi, ma non me ne
importava niente. Non era una ragione sufficiente a privarmi della
felicità di quel momento.
Presi in mano il suo pene, lo accarezzai e cominciai a baciarlo e a
passarlo sulle mie guance. Mi ritrovai ad averlo in bocca e pensai a
come mi sentivo diversa da tutte le altre volte, a come non sentisi
senso di repulsione in quello che stavo facendo.
Mi gratificava sentire in quella maniera così diretta la sua
eccitazione.
Mi aveva colpito una frase, che Sandro mi aveva detto... dopo una
certa età non cerchi avventure, non hai bisogno di fare esperienza e
quella parte del tuo corpo diventa differente, diventa la naturale
estensione del tuo cuore, per cui il bisogno generico di una donna
diventa il bisogno specifico di una donna particolare.
Ecco io stavo coccolando il suo cuore, un cuore che in quei giorni era
pieno d'affanni.
Ero ad occhi chiusi e non mi rendevo conto dei movimenti di lui. Mi
sentii sollevare, quindi il contatto della sua lingua sul mio
clitoride e delle sue dita sulle mie labbra intente ad allargarle.
Anche lui mi aveva confidato che non gradiva particolarmente fare i
rapporti orali, ma dal modo e dall'intensità che mi trasmetteva in
questo caso non doveva essere così.
Ero troppo presa per capire cosa accadesse... mi ritrovai di nuovo
faccia a faccia con lui, travolta e avvolta dai suoi baci, dalle sue
mani lungo il mio corpo ed infine lo sentii entrare in me.
Mi penetrò lentamente, rimanendo immobile una volta dentro di me. I
muscoli interni della mia vagina si contrassero senza che ci fosse
volontarietà. Quasi ad abbracciare quell'estensione del suo corpo
divenuta parte del mio corpo.
Fui io a muovermi e lui a seguire il mio movimento. Le mie mani sulle
sue spalle, le sue mani sui miei fianchi.
Unici rumori di quella mattina i nostri respiri che uscivano sotto
forma di ansimi e la pelle mia che urtava contro la sua.
A volte socchiudevo gli occhi, a volte li aprivo e, di fronte a me, i
suoi occhi, a volte socchiusi, a volte intenti a guardarmi. Dolci,
profondi, pieni di quell'amore che avevo vanamente cercato da quando,
a dodici anni, un ragazzino m'aveva detto che fare questo era amore.
Fare questo poteva essere amore e in quel momento lo era, ma in tutte
le volte prima di quelle era stato qualcosa di diverso. Pensai a
Sandro, a com'era quando avevo dodici anni e al fatto che, nonostante
tutto, se proprio doveva accadere a dodici anni... avrei preferito
fosse accaduto con lui, qualsiasi cosa il mondo avesse mai potuto
pensare di ciò.
Mentre riflettevo e, comunque, vivevo questo splendido momento, fatto
di tantissimi istanti tutti da ricordare, sentii il suo pene pulsare
dentro di me e il suo seme invadere le mie tube... pensai al giorno in
cui lui mi avrebbe dato un figlio... immaginando il sorriso un po'
amaro quando mi aveva detto al telefono.
- Non solo avrò una moglie di cui potrei essere il padre, ma avrò dei
figli a cui potrei essere nonno... -
Sorrisi e, malgrado l'orgasmo lo stesse scuotendo, lui trovò la forza
di sorridermi.
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