«Oh, ma perché non riesco a togliermi dalla mente quella scena ... »
si chiese Berto ad alta voce, mentre lui e Leonardo erano seduti in
metrò diretti alla Stazione Centrale. Leonardo lo guardava.
«Dimenticala, e stop. Dimentica. Al ritorno ci ripenserai» gli
disse. «Non so se riuscirò a dimenticare, e non so se potrò
godermi in pace la riunione, dopo quello che è successo con Andrea».
«Sì, forse è vero... Anch'io non so se ci riuscirò ... » soggiunse
Leonardo. «Come? Perché, anche tu ... »
«Beh sì, Davide non era poi così tanto contento che venissi. Anzi...
Mi ha fatto anche lui una scenata.
Gelosia, gelosia.» «Beh, però, Leonardo, in un certo senso è bello.
Significa che tengono a noi, ti pare?»
«Sì. è bello sentirti desiderato. Sentire che uno ci tiene.»
Entrambi si trovarono d'accordo. Ma poi cominciarono a guardarsi
intorno, curiosando qua e là, e osservando gli uomini che c'erano
nella carrozza. Ne videro uno che poteva andar bene, ma poi,
muovendosi, si rivelò troppo finocchio, una vera checca, al punto che
Leonardo disse che se per caso si trovasse a dover scopare un tipo
come quello, l'avrebbe fatto sicuramente con troppa violenza. I
finocchi troppo evidenti gli davano fastidio. Preferiva l'apparenza
virile, se non altro. Diede un colpetto nel braccio di Berto,
indicandogli con un cenno dei capo la checca. Fu duro mantenersi seri
di fronte a un simile spettacolo. Il culattone si osservava le unghie
laccate, si toccava i riccioli, si sistemava i vestiti...
«Oh Dio, guarda che roba... gli vomiterei addosso... addosso a quel
visino da frocio ... » disse Berto.
«Aspetta che lo faccio io, per primo ... ». Ed iniziarono a ridere a
crepapelle, tanto che il finocchio se ne accorse. Li guardò e
sembrava un po' sconvolto. Allo stesso tempo Leonardo e Berto lo
guardavano ridendo, e alzando il dito medio, gli facevano il segno del
«vaffanculo».
Il treno arrivò a destinazione nel frattempo e scesero per raggiungere
in fretta la Centrale. Andarono a comprare i biglietti.
«Oh, spiacente. Il treno è appena partito. Ce ne sarà un altro tra
un'ora circa» rispose il bigliettaio alle loro domande.
«Merda!» si arrabbiò Leonardo «Abbiamo perso il treno!»
«Vabbè, ci dia quei due dannati biglietti» aggiunse Berto «da dove
diavolo partirà quell'altro? Laggiù?
Ok, sta bene.... si muova ... ». Il bigliettaio capì che i due
stalloni non erano di buon umore, come si suol
dire. Perciò prese quella sgarbatezza con filosofia.
Berto capì che Leonardo era ancora più furioso di lui. Avevano deciso
di arrivare per primi. Scherzando Leonardo aveva detto: «Arriviamo
prima noi, così impariamo i loro sederi sui nostri cazzi man mano che
arrivano!» E si erano divertiti a più non posso ad immaginare la scena
Però l'idea non era mica tanto ridicola, e adesso invece era andato
tutto a monte.
Sarebbero arrivati in ritardo.
«Mi è venuta una grande idea.» propose Leonardo «perché non andiamo ai
cessi, ad aspettare? Ci fumiamo qualcosa, e magari ci troviamo
qualche culo disposto ... ».
Si sorrisero. In men che non si dica erano già diretti ai gabinetti
per uomini. Mentre entravano, Leonardo si chiuse il naso tra le dita,
scherzando. «Che puzza, qui dentro! Vero odore di merda ... ».
«Accendiamo le sigarette. Se entra un poliziotto, e ci chiede cosa
stiamo facendo, gli diremo che stiamo facendo
qualcosa per coprire questo terribile odore!». Ancora si misero a
ridere. Leonardo tirò fuori l'occorrente.
Si appoggiarono al muro, mentre fumavano. Berto si rese conto di aver
la vescica piena. Gli scappava da pisciare urgentemente. Ma continuò
a fumare, tranquillo, assieme a Leonardo. Magari entrava qualcuno
disposto a farsela fare in bocca. E a Berto non dispiaceva la cosa,
anzi...
Ma dovettero aspettare un po' prima che la porta dei cessi si aprisse.
L'uomo che entrò, carino, abbastanza giovane, sembrò annusare l'odore
del fumo e fece una smorfia disgustata.
Leonardo non fu capace di tacere. «E' meglio della tua merda» disse
aggressivamente. Ma l'uomo lo ignorò e si diresse in fondo verso il
reparto docce. Leonardo e Berto si mossero e lo seguirono. Videro
che si spogliava e entrava risoluto sotto la doccia. Gli stalloni si
sentivano veramente dei soldati, sia per il loro abbigliamento, per i
loro pantaloni, cappelli, estivali, sia per il loro atteggiamento
virile, sprezzante, sicuro, dominatore. Eppure sembrava che a quel
coglione lì non ne importasse nulla. Leonardo si era incazzato.
Detestava le mezze calzette, come gli pareva quello, che prendevano
atteggiamenti schizzinosi davanti a lui. L'uomo aveva un corpo
decente, è vero, ma il cazzo che aveva tra le gambe era insulso
rispetto alle stanghe che osavano gli inguini dei due soldati.
Leonardo decise che doveva umiliarlo, in un modo o nell'altro. «Guarda
come ci guarda male, Berto» disse ad alta voce per farsi sentire. «Ah,
no, mi sono sbagliato, è solo uno sguardo voglioso. Sta guardando i
nostri pacchi. Eh sì, i ragazzi col cazzo piccolo non possono che
essere invidiosi ... ».
«Ah, ma tu lo chiameresti cazzo quel pisellino che ha tra le gambe?»
rincarò Berto a me sembra una nocciolina americana ... ». Leonardo
vide chiaramente l'uomo arrossire, cercare di voltar loro le spalle.
«Ah, oddio, io pensavo che almeno il culo valesse un po' di più ...
»continuò «ed invece guarda un po' che roba!» «Sì. Non vorrei essere
a meno di un chilometro di distanza da un culo simile.»
Proprio allora l'uomo si voltò arrabbiato. «Teste vuote! Non avrò un
corpo bello come il vostro, però di cervello ne ho sicuramente più di
tutti e due messi insieme. Ficcatevi in culo quello!»
Berto guardò Leonardo, chiedendosi cosa avrebbe fatto l'amico. Quando
c'era un pestaggio da fare, aspettava sempre che fosse lui ad
iniziare. Poi si muoveva anche lui, una volta che fosse chiaro in che
direzione doveva menare i pugni. Però Leonardo continuava a
sorridere. Poi si mosse e raggiunse il vespasiano come se dovesse
pisciare. Berto lo guardava, e l'urgenza di sparar fuori il liquido
giallo aumentò ancora di più per lui. Perciò raggiunse il compagno al
pisciatoio, tirò fuori la nerchia e si apprestò a pisciarla fuori
tutta. Però si accorse che Leonardo non stava pisciando.
«Qualcosa non va?» chiese Berto incuriosito e trattenne il piscio a
propria volta. «No, pensavo... stavo solo pensando ... » disse
l'altro, e poi si staccò dall'orinatoio e raggiunse quello sotto la
doccia, mentre si stava insaponando. «Ehi tu» disse ad alta voce, così
che l'uomo si girò meravigliato «perché non ti prendi
questa e ne fai un po' quello che vuoi?». E allora Berto con
eccitazione vide l'amico avvicinarsi alla doccia e dirigere un
violento getto di caldo piscio sul corpo dell'uomo. Quest'ultimo
rimase come pietrificato dal gesto, e non si mosse. Sembrava aver la
faccia incazzata, o era qualcos'altro? Berto non riusciva a capire,
finché non notò come gli si stava indurendo, e poi improvvisamente
cominciò a gemere.
«Oh sì» implorava «dammela, dammela, amico, pisciami addosso!». Berto
non poteva crederci. L'uomo ce l'aveva duro, se lo menava, sotto la
pioggia dorata di Leonardo, che rideva divertito. Anche Berto
sbottò a ridere, a quel punto. «Sì, sì, il piscio, dammi il piscio ...
». Ma Leonardo a poco a poco perdeva la potenza del getto, visto che
stava esaurendo la scorta di liquido.
Quando Leonardo ebbe finito, Berto cominciò a parlare: «Leonardo,
tiriamolo fuori da lì, mettiamolo qui in ginocchio accanto ai cessi,
che gli piscio in bocca! Non ne posso più, è un po' che la tengo...
dai che gliela faccio ingollare fino all'ultima goccia ... ». L'uomo
sembrava adesso un po' timoroso, ma dovette cedere sotto la forza di
quei due stalloni. Leonardo si mise di nuovo a ridere e replicò: «Ok,
Berto, ti aspetto, inondagli la gola, riempigli lo stomaco a questo
dannato frocio!» Dicendo queste parole, afferrò brutalmente quell'uomo
per i capelli e lo tirò fuori dalla doccia rudemente, completamente
nudo.
Speravano che nessuno entrasse in quel momento, ma la voglia era così
tanta che persero le inibizioni. Lo misero in ginocchio, e quindi
Leonardo si scostò per osservare la scena. Berto lo afferrò di nuovo
per la testa e gli infilò il cazzo in bocca, fino in fondo alla gola.
Poi si fermò e parve concentrarsi. Il liquido giallo non tardò a
scorrere. Intanto l'uomo, che dapprima aveva assunto una espressione
di paura negli occhi, cominciò a rilassarsi di più a contatto col
calore di quella canna in bocca: la teneva fra le labbra
delicatamente, aspettando, aspettando che il liquido delizioso lo
irrorasse, e gli scorresse giù in gola e nello stomaco. Berto iniziò
a pisciare: l'uomo inghiottiva a più riprese, qualche volta quasi
ingozzandosi tanto che Berto gli tirò fuori quasi tutto l'uccello di
bocca, lasciandogli solo la cappella tra le labbra, in modo da
riempirgli bene la bocca senza farlo rigurgitare, e dandogli
l'occasione di assaporare bene, nello stesso tempo, quel vino
delizioso.
«Ah, bevi, bevi il piscio... inghiotti... non lasciare che nemmeno una
goccia vada perduta, capito?» gli diceva Berto, mentre Leonardo si
divertiva a vedere. Berto non finiva più di sparare fuori il liquido,
e l'uomo sembrò ribellarsi e staccare le labbra ed il viso dal cazzo
del soldato. «No, non ho ancora finito...
c'è ne è ancora molta, bevi, bevi che ce n'è ancora molta... ti
riempio lo stomaco. Scommetto che non ne hai mai bevuto di così
buono, eh? Ti piace il mio piscio caldo?». Ma quello continuava a
muoversi e a spostarsi. «Cazzo, Leonardo, tienigli ferma la testa,
intanto che finisco di pisciargli in bocca; voglio che la
beva tutta!»
In un salto Leonardo afferrò il capo dell'uomo per i capelli, e lo
strinse fra le due potenti mani, tenendolo fermo per Berto. A quel
punto l'uomo non potè più muovere la testa di un solo centimetro, e fu
costretto a bere tutto il resto della lunga pisciata. Leonardo e
Berto si guardarono negli occhi ancora una volta e si
sorrisero, mentre l'uomo beveva la piscia. Non ne perse una goccia,
grazie alla stretta formidabile di Leonardo. Berto, prima di ritirare
l'uccello, costrinse l'uomo a tenere la bocca spalancata, e ridendo si
scrollò le ultime gocce rovesciandogliele in gola. Non persero altro
tempo. Si rimisero a posto le divise ed uscirono in fretta dal cesso;
ma a Berto parve di sentire un «grazie» sentito proprio mentre
varcavano la soglia.
«Eh, sì, probabilmente è tanto che aspettava una scena simile ... »
disse Leonardo a Berto, che sorrideva soddisfatto di non aver sciupato
tutta quella riserva di liquido dorato, come si era ripromesso.
Si incamminarono verso la sala d'attesa. Leonardo si sedette su una
sedia e raccolse un giornale che qualcuno aveva dimenticato.
Incominciò a sfogliarlo, mentre Berto si guardava attorno. C'erano in
giro un sacco di bei ragazzi e lui aveva voglia di metterglielo dentro
a qualcuno: dopo tutti questi mesi di «fedeltà» con Andrea, sarebbe
stato sicuramente molto eccitante farsi una scopata diversa.
Continuava perciò a osservare tra la folla. Un ragazzino dai capelli
rossi gli passò accanto, e sembrava sorridergli.
Non credette alle proprie orecchie quando lo sentì dire, in un tono
che non lasciava adito a dubbi: «Ehi, marinaio, sei in città per il
week-end?». «Prima di tutto non sono un marinaio» gli rispose Berto
contrariato. «E secondariamente, cosa ne diresti se ti schiacciassi
quel viso cretino che ti ritrovi contro il pavimento?».
Il ragazzino indietreggiò impaurito, e Berto lo seguì con lo sguardo
ridendo. Si sentiva bene, quando esercitava un potere simile, facendo
cagare sotto qualcuno dalla paura... E come se la dava a gambe il
rosso: fuggiva quasi dalla stazione, camminando più in fretta che
poteva. «Ah, guarda, guarda ... » sentì che diceva il compagno.
«Ti è piaciuta la scena?» gli chiese, pensando che Leonardo avesse
apprezzato il modo in cui aveva trattato il ragazzo. «Non mi andava
come tipo, anche se sicuramente l'avrebbe preso volentieri ... ».
«Guarda qui ... » diceva invece Leonardo, che pensava a tutt'altro
«dannazione, leggi un qua! Mi viene un'idea ... »
Berto diede un'occhiata al giornale, e notò un articolo pubblicitario
molto ben evidenziato.
«Un fine settimana a Ischia. Giro intorno all'isola....
divertimenti,..... attrazioni ... ».
Berto lo rilesse, poi rese il giornale a Leonardo. Quest'ultimo
sembrava deluso, poiché si aspettava che l'amico capisse ciò che
voleva fare. Si rialzò in fretta e si diresse verso una cabina
telefonica. «Ma cosa vuoi fare? Cosa c'entra quella pubblicità?»
disse Berto rincorrendolo. «Ascoltami. E quando avrò finito,
fa anche tu lo stesso!» disse Leonardo, formulando un numero
sull'apparecchio. «Oh, ciao Davide ... »
diceva Leonardo al telefono «sì, sono io. Senti, mi spiace per quello
che è successo poco fa. Berto ed io abbiamo preso una decisione: non
andiamo alla riunione. Sei contento? Non ci andiamo. Però, senti,
già che siamo fuori, passeremo il week-end insieme, lo stesso. Andremo
a fare una gita ad Ischia. Sì, mi capisci? Così non dovrai
preoccuparti di pensare che stiamo facendo i pazzi... sai come vanno
questi viaggi qui... No, non mi dispiace non andare alla riunione.
Ok, ci risentiamo lunedì, eh? Ciao! ... ».
Leonardo riappese la cornetta. Poi si girò a guardare Berto. «Ma che,
sei matto?» fece quest'ultimo «ad Ischia ci andrai tu. Io vado alla
riunione!».
«Anch'io!» disse calmo Leonardo.
«E allora ... »
«Uffa, non hai capito? So che ci andiamo, tutti e due, però Andrea e
Davide possono anche non saperlo,
no? In questo modo, loro sono convinti che andiamo da tutt'altra
parte, a farci un giro qualsiasi, rilassante, normale, mentre noi
andremo alla riunione!» «Geniale idea!» disse Berto e chiamò Andrea
ripetendogli la stessa storia. Quando riappese, non potè far altro
che sorridere: Andrea aveva detto di essere molto contento che
avevano cambiato idea. E aveva anche aggiunto che in una gita simile,
seria, etero, avrebbe avuto tempo per pensare, semmai, e non per
scopare. Mentre Berto riferiva queste cose al compagno,
l'annunciatore chiamava il numero del loro treno, che stava per
partire.
«Muoviti, corriamo!» disse Leonardo e si affrettarono al binario di
partenza: Salirono sulla carrozza più vuota, misero le borse sui
portapacchi, e si lasciarono andare sui sedili, contenti, rilassati.
Berto appoggiò la testa contro la morbida stoffa della poltrona,
allungò le gambe e chiuse gli occhi.
«Vuoi dormire?» gli chiese Leonardo, un po' deluso.
«Beh, un pisolino me lo farei volentieri... così sarò ancora più
sveglio quando arriveremo a destinazione!» «Ok, non è poi una brutta
idea. Quasi quasi seguo il tuo consiglio. Così mi sentirò su di
giri anch'io, poi. Sia nella mente, che nel cazzo!» Berto sorrise
all'amico, poi richiuse gli occhi. Ah, finalmente! Sapeva che si
sarebbe divertito molto di lì a poco. Anche se non riusciva a
togliersi dalla mente Andrea. Tanto più che associava il suo
amichetto con l'esercito, in qualche modo, visto che
l'aveva conosciuto un giorno o due dopo aver lasciato la caserma. Era
entrato in un bar ed aveva ancora la divisa. L'aveva notato subito,
quel biondino seduto ad un tavolo, solo, piuttosto triste, con un
bicchiere in mano... Ma a Berto non piaceva chiedere. Preferiva che
l'altro lo facesse per primo e se proprio ne valeva la pena, allora
gli rispondeva. Comunque, aveva guardato Andrea per un bel po',
prima che il ragazzino lo notasse a propria volta. Gli occhi dei due
uomini si incontrarono per un minuto, ma poi Berto guardò altrove.
Aspettò qualche secondo, e riguardò. Andrea continuò a
osservarlo. Buon segno. Quando si girò una terza volta, il ragazzo
stava sorridendo. Allora anche lui aveva sorriso, e, prendendo in
mano il suo drink, si alzò dal suo tavolo e si diresse verso quello di
Andrea.
«Ti posso offrire un drink?» chiese al biondino. «Sicuro. Ma solo se
mi fai una promessa prima». «Di che si tratta, bambino?» chiese Berto,
sentendosi molto orgoglioso. «Devi lasciarti ciucciare quel tuo
grosso biscione che hai tra le gambe, più tardi, stanotte ... ».
Erano le promesse che più stimolavano Berto. Così annuì. Poi chiamò
il cameriere ed ordinò.
Incominciò a parlare con Andrea, chiedendogli come mai avesse l'aria
così triste. Andrea fiduciosamente gli spiegò che il suo amante
l'aveva lasciato. E lui era così a terra, dopo aver dato tutto il suo
cuore, tutte le sue forze in quella relazione che voleva duratura, ma
si era rivelata sbagliata. «Ho cercato di superare questa depressione.
Ma senza risultati... » concluse il ragazzo. «Te la posso far passare
io... » disse Berto ridendo. Sentì improvvisamente che il biondino
aveva messo una mano sotto il tavolo e gli toccava il
bigolo. Lo sguardo dei ragazzo rifletteva piacere e meraviglia ad un
tempo: sicuramente, pensò Berto, le dimensioni della canna l'avevano
un po' sorpreso... Però sembrava lo stesso più che disposto. Dieci
minuti dopo, infatti, già uscivano tutti e due dal bar, diretti verso
l'appartamento di Andrea. Fu una notte che Berto non avrebbe mai
dimenticato. Ce l'aveva così duro, quando arrivarono a casa, che non
poteva aspettare troppo. Però prima Andrea gli propose un po' di
fumo; Berto accettò, lasciandosi andare sulla poltrona, mentre il
ragazzo gli passava e gli ripassava la mano sulla stoffa dei pantaloni
cachi, tesa all'inguine dal paccone che si gonfiava sempre più. Dopo
un po', le dita di Andrea aprirono quella pattacosì piena, fecero
scendere i pantaloni della divisa, rivelando un cazzo di enormi
dimensioni, duro, teso, voglioso...
«Oooh, che mi venga un colpo!» disse il biondo, ammirato.
«Cosa ti prende?» chiese Berto. «Il cazzo... non ne ho mai visto uno
più grosso, più potente, mai ... »
«Ah, beh, tesoruccio, se pensi di non poter maneggiarlo come si deve,
allora ... »
«Maneggiarlo? Ma sicuro... non so se riuscirò a prenderlo tutto, ma
di certo voglio provare. Non mi lascerei scappare una nerchia così
per tutto l'oro del mondo!»
Si inginocchiò senza dire altro e glielo prese in bocca. Iniziò col
leccargli l'asta in tutta la sua estensione.
Quando passò la lingua appena sotto la cappella, ed il bigolone fece
un salto all'insù, intostandosi ancora di più Berto capì che il
ragazzino gli aveva già scoperto il punto debole. Ma non gliene
importava. Il biondino era davvero un perfetto pompinaro. Gli
passava la lingua su tutto l'uccello, e poi gli riabbassò di
più i pantaloni per leccargli meglio i coglioni. «Sei un uomo così
bello, così rude, vero ... » diceva Andrea «mi ecciti in modo
incredibile!»
«Beh, siamo pari... devo dire che nessuno mi ha mai succhiato il cazzo
come fai tu... oooohhhh!»
Andrea glielo stava ciucciando tutto. Berto sentiva che il bigolo
affondava sempre più in quella bocca infuocata: la cappella stava per
arrivargli in gola. Infatti Andrea cominciò a rilassare i muscoli, la
gola si aprì, e Berto ci affondò l'uccello fino in fondo, saldamente.
Andrea lo stimolava, aprendo e chiudendo l'apertura di quel tunnel
senza fondo. Il maschio non aveva mai sentito una cosa simile,
nonostante tutte le sue esperienze. Si appoggiò allo schienale con la
testa, chiuse gli occhi ed assaporò quelle deliziose ciucciate,
trattenendo la sborra più che potè. Intanto poteva sentire che Andrea
si stava slacciando a propria volta la cintura. Quando riaprì gli
occhi, vide che il ragazzo si era abbassato i pantaloni, rivelando
due chiappe rotonde, curve, e il soldato sentì l'uccello che gli si
faceva più duro del ferro. Ad un certo punto, mentre il frocio
continuava a leccare la banana, Berto si curvò verso quelle natiche,
rialzando un po' il busto dallo schienale. Prese tra le mani quel
culo magnifico, massaggiandolo lentamente. Poi cercò di
separare le due chiappe, infilandoci qualche dito. Andrea gemeva
fortemente quando sentì le dita del soldato toccargli il buco del
culo, però non interrompeva la pompa nemmeno per un attimo. Berto si
bagnò la punta delle dita con la sua saliva. Continuò a massaggiare
il buco del culo del ragazzino finché questo si dilatò, si aprì,
voglioso, recettivo; il maschio infilò due dita con un solo colpo,
facendo mugolare Andrea di dolore misto a piacere. Ma era difficile
continuare a trattenersi. Il soldato iniziò perciò a chiavarlo in
bocca risolutamente, tenendogli giù la testa e spingendoglielo dentro
fortemente. Fuori e dentro, fuori e dentro, la furia del maschio non
aveva limiti; il cazzo sembrava un pistone e scavava la gola
del biondino fino a farlo lacrimare. «Aaah, uuhhh, che bocca... come
ciucci bene ... » mugolava il soldato
ormai quasi sul punto di venire. «Ah sì, prendilo, prendilo che
sborro, sborro ... »e subito il maschio sentì
le contrazioni all'uccello ed iniziò a sparargli in bocca un'enorme
quantità di crema calda, densa, saporita.
Andrea la apprezzava in modo fantastico, gliela succhiava fuori man
mano che il soldato la sborrava, facendolo felice, perché il ragazzino
gli dava dimostrazione di saper apprezzarne il gusto. Berto era molto
orgoglioso del sapore della sua sborra. Andrea sembrava implorare il
soldato di dargliene ancora, di fargliene bere di più continuando a
muovere lingua, labbra, bocca su tutta la superficie della grossa
banana, e la baciava, la ribaciava, la slinguava. «Oh, che cazzo, che
cazzo!!!» gemeva «oh Dio, non ne ho mai assaggiato uno migliore.
L'adoro. E un cazzo divino, divino ... »
«Grazie, ragazzino» rispose il soldato molto contento «grazie. E'
bello sentirselo dire ... ».
«Ma non lo sto solo dicendo. Ne sono convinto, veramente. Oh, vorrei
che tu non smettessi mai di sborrarmi in bocca. La berrei tutta,
tutta. Lo giuro!»
Ma Berto gli levò di bocca il bigolo e si rialzò. Anche Andrea fu
costretto a rialzarsi. E fu allora che il maschio vide che anche il
ragazzino era abbastanza ben dotato. Non era ancora venuto,
ovviamente, e ce l'aveva ancora duro. Ma a Berto interessava il culo.
Gli si riavvicinò e glielo toccò passandoci le mani, e infilando
ancora per qualche secondo le sue dita nel buco. Ma poi, d'un tratto,
Andrea fece qualcosa che a Berto non era mai capitata. Spostò il viso
verso quello del maschio e gli baciò le labbra. Dapprima, Berto
fu un po' schifato, non aveva mai baciato un altro uomo, frocio o no
che fosse, e pensò di respingere il ragazzo. Ma quando si accorse di
come era bello, non esitò più e spinse la lingua in bocca a Andrea,
ricambiandolo. Il biondino ci sapeva fare, sapeva bene come si fa a
limonare, e più il ragazzo lo baciava,più il cazzo del soldato si
intostava nuovamente. Fu una questione di poche slinguate e poi
l'uccello era di nuovo duro come una roccia, prontissimo per
un'inculata. Andrea staccò il viso da quello di Berto, gli
prese in mano la stanga, e lo diresse, sempre tenendogliela in mano,
verso il letto. «Voglio lubrificarmi tutto e poi spalmarti bene il '
cazzo, perché ho voglia di sentire che mi scopi su per il culo, fin
dove riesce ad entrare!» «Tutto, deve entrare, tutto, fino in
fondo... fatti sfondare!» mugolava il soldato roco di
voglia. Perfino il tocco delle dita del biondino sulla cappella lo
stava stimolando.
Nella camera da letto, Andrea tirò fuori una scatola di lubrificante,
se ne spalmò un po' sul buco e un po' sulle mani, e poi cominciò a
passarlo lungo tutta l'asta virile dello stallone. Berto era
deliziato dal suo tocco gentile. Ci furono momenti, prima che glielo
mettesse nel sedere, che pensò di non resistere e di
dover già sborrare. Non appena l'operazione fu terminata, Andrea si
buttò sul letto, a pancia in giù. Disse al soldato di metterglielo
dentro quando si sentiva pronto. Berto allora si levò camicia,
mutande, tutto, restando completamente nudo. Si avvicinò a quel buco
del culo che aspettava vibrante il suo bastone. Il cazzo gli pulsava
tremendamente dall'eccitazione, poiché pensava che se quel culo era
così delizioso come sembrava esternamente, allora sì che sarebbe stata
una magnifica inculata. Si distese lungo il corpo del ragazzo e gli
passò strusciando l'uccello tra le chiappe: Andrea tremò di piacere.
«Oooh, non ho mai sentito una stanga così grossa, che mi apra così ...
» «Ma sono solo le chiappe che ti sto allargando» replicò il maschio
«aspetta a dirlo quando te lo metto dentro ... »
Berto guidò il cazzo verso l'entrata, suscitando mugolii da parte del
biondino. Gli spinse dentro delicatamente la cappella, e quando vide
che Andrea alzava il culo per prenderlo meglio, allora glielo affondò
di colpo, sfondandogli il buco, e forzando la nerchia fino in fondo.
Andrea si lamentava sommessamente, piacere e dolore si mischiavano in
lui, eppure si rivolse allo stallone pregandolo di spingere ancora più
fortemente: «Fammi sentire i tuoi coglioni sul buco, mettimelo dentro
tutto!» E fu proprio quello che Berto fece. Ad ogni spinta, glielo
forzava più profondamente che poteva, muovendo le
reni per farglielo sentire ovunque.
Adorava la sensazione di quei suoi pesanti coglioni pressati contro
quelle delicate chiappette. Ed Andrea si godeva quel bastone nel culo
magnificamente. Anzi, spostò pian piano una delle sue mani sotto il
suo corpo per raggiungere a sua volta il proprio pisello e stimolarsi
ancora di più. Allora Berto lo fece rialzare sulle ginocchia, alla
pecorina.
In quella posizione fu più facile per tutti e due. Mentre Andrea si
toccava, accelerando la sua eccitazione, il soldato inculava
profondamente il ragazzo, dandogli solidi colpi di reni, e gemeva
virilmente, man mano che sentiva la sborra raccogliersi nei coglioni e
premere, giù in fondo. Riuscì a trattenersi per una decina
di minuti, non smettendo un attimo di montare il corpo del ragazzo.
Nella stanza aleggiava l'odore del sesso, del sudore virile, del
cazzo. Vennero quasi contemporaneamente, con lunghi gemiti. Il culo
del biondo premeva così tanto sul bigolo di Berto, che accelerò le
violente contrazioni già in corso, facendo uscire di getto una colata
di sborra calda, che riempì il sedere al ragazzo. Andrea gemette
quando sentì il liquido bollente nel culo, e continuò, per l'estremo
piacere del maschio che lo cavalcava, a muovere e ad
agitare il sederino, facendosi infilzare fino all'ultimo istante....
Berto sorrideva, seduto sul treno, mentre ripercorreva con la memoria
queste prime scene con Andrea.
Era stata la prima inculata, certo, però era, forse quella che
ricordava con maggior piacere. E poi quella notte non finì mica così:
si ricordava perfettamente di essere venuto almeno cinque volte: tre
volte gli aveva sborrato in bocca, due nel culo. Così aveva deciso di
andare a vivere assieme al ragazzo. Andrea aveva un buon lavoro
d'ufficio, lui era appena congedato, quindi doveva cercarsi
un'occupazione. Ad Andrea non dispiaceva il fatto di mantenerlo,
finché non avesse trovato qualcosa, e così accadde. E da
allora stavano insieme. Berto non aveva più sentito quell'urgenza di
uscire ogni giorno a cercarsi un culo da sbattere: aveva avuto la sua
parte di rotondità maschili, e sapeva che nessuno poteva competere con
Andrea. Era un sedere bellissimo da guardare, e così caldo dentro
quando l'uccello entrava. Un nido perfetto per l'uccello di Berto,
che lo desiderava sempre più.
Prima di addormentarsi definitivamente, sul treno, Berto riandò col
pensiero a quello che poteva succedere col ragazzo al suo ritorno, ma
poi si ricordò di come lo avesse tranquillizzato con quella bugia, e
si rilassò, adagiandosi sullo schienale. Mentre la calma lo invadeva
ed il sonno lo andava sorprendendo a poco a poco, sognò di nuovo tutti
quei sederi maschili che aveva sfondato durante il militare, eccitato
dalla prospettiva di poterli riavere presto, tutti quanti.
(CONTINUA)