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Pedagogista Clinico

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Marina Chiola

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Nov 9, 1998, 3:00:00 AM11/9/98
to

Bene,
vorrei cercare di spiegare cos'è e come opera un pedagogista clinico. Però, credo di poterci riuscire solo se chi mi ascolta lo fa senza pregiudizi e atteggiamenti preconcetti.

Prima di tutto voglio specificare che non siamo nel campo della ciarlataneria, ma si tratta di persone che, dopo una base teorica fornita dal corso di laurea in pedagogia o scienza dell'educazione (base teorica che anche gli psicologi hanno dopo gli anni di università), frequentano un corso triennale di specializzazione, durante il quale imparano le tecniche che poi utilizzeranno nel loro lavoro.

Come si evince dalla denominazione, il p.c. cura educando, e si occupa di quelle persone che, per mille motivi, hanno vissuto periodi della loro storia evolutiva senza quella serenità necessaria per apprendere ed elaborare appieno quello che tale fase proponeva loro, in base alle aspettative della nostra società.
Mi spiego meglio con un esempio pratico, di cui posso parlare tranquillamente perchè appartiene alla mia vita personale e non professionale.

Sto parlando di un bimbo che durante la fase prescolare ha vissuto la separazione dei genitori in modo estremamente burrascoso. Al momento di iniziare la scuola elementare questo bimbo era talmente preso dai problemi legati alla situazione familiare, da non poter assolutamente apprendere niente.
Quando la situazione si è calmata, dopo un paio di anni, le lacune da lui accumulate erano irrecuperabili se affrontate solo su un piano didattico. Inoltre le inevitabili frustrazioni scolastiche gli procuravano una forte insicurezza che, se non affrontata, non lo avrebbe certo aiutato nella crescita.

Questo bimbo è stato portato da un neuropsichiatra infantile che non ha trovato di meglio che dire che, con quello che aveva passato, ci si poteva ancora ritenere fortunati che ne fosse uscito così.
E' stata consultata anche una psicologa che, dopo averlo sottoposto a non so quali test, ha detto che il bambino non aveva niente per cui fosse necessaria una presa in carico.
Intanto le difficoltà scolastiche e le relative frustrazioni continuavano ed anzi aumentavano.
Fino a quando è stata consultata una pedagogista clinica che, con varie tecniche pratiche, di tutt'altra natura rispetto alle attività didattiche, lo ha aiutato a recuperare le abilità che non aveva mai appreso, naturalmente non in termini di nozioni.

Qualcuno può dirmi che quel bimbo è stato sfortunato ad incontrare quei due professionisti, ma io credo che veramente loro non avrebbero potuto fare molto per aiutarlo, con le loro competenze.
Scusate se mi sono dilungata molto, ma spero di essermi fatta capire e di aver, almeno un pò, scalfitto il vostro scietticismo.
Buon lavoro a tutti, ognuno per le proprie competenze
Marina

--
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Mario Trovarelli

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Nov 9, 1998, 3:00:00 AM11/9/98
to

Scusa la mia difficoltà a capire questa cosa della pedagogia clinica, ma
che differenza c'è tra quello che tu descrivi e la psicoterapia?

Mario Trovarelli
Psicologo psicoterapeuta


-----Messaggio originale-----
Da: owner-ps...@caen.it [mailto:owner-ps...@caen.it] Per conto di
Marina Chiola
Inviato: lunedì 9 novembre 1998 20.33
A: psico...@caen.it
Oggetto: Pedagogista Clinico

Paolo Migone

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Nov 10, 1998, 3:00:00 AM11/10/98
to

At 21.49 09/11/98 +0100, you wrote:

Mario Trovarelli a Marina Chiola:

>Scusa la mia difficoltà a capire questa cosa della pedagogia clinica, ma
>che differenza c'è tra quello che tu descrivi e la psicoterapia?
>
>Mario Trovarelli
>Psicologo psicoterapeuta


Se posso intromettermi in questo dibattito (che non ho seguito prima),
mi sembra che il "Pedagogista Clinico", così come viene descritto
nella lettera qui sotto, si differenzi dallo "Psicoterapeuta"
perchè... è più molto più bravo a fare la Psicoterapia
di quanto non lo sia lo Psicoterapeuta stesso!

paolo migone

Mario Polito

unread,
Nov 10, 1998, 3:00:00 AM11/10/98
to

Non condivido il sarcasmo e, in qualche momento, l'altezzosità di alcuni
colleghi psicologi (non solo in questa lista di discussione, ma anche fuori,
sul territorio) nei confronti di altre figure professionali, in questo caso
vicine alla nostra, come quella dei pedagogisti.

E' vero, il pedagogista non è un figura professionale "forte", non è una
presenza "dominante", non ha gli stessi privilegi istituzionali degli
psicologi, non è corteggiato dai mass media, ha difficoltà a far comprendere
il valore della formazione pedagogica o di un training di formazione
pedagogica, che oggi non è molto spendibile sul mercato

Inoltre della scuola ne parlano tutti male. Potrebbe essere un
bell'esercizio per noi psicologi prenderci cura di questo bellissimo e
quotidiano fenomeno di proiezione: la scuola è diventato il capro espiatorio
su cui versiamo le responsabilità che non sappiano prenderci addosso
personalmente.

Quando mi chiedono che lavoro faccio, se rispondo che faccio lo
psicoterapeuta, molti sanno, o pensano di sapere, in che cosa consista. Ma
se rispondo che faccio il pedagogista, nessuno sa cosa faccio, non soltanto
tra la gente comune, ma anche tra gli altri professionisti e tra i miei
colleghi psicologi. Qualcuno rimane sbigottito dal fatto che esista
quest'altro paradigma: quello del prendersi cura della crescita delle
persone, senza dover essere necessariamente psicologi o psicoterapeuti, ma
solamente educatori.

Ho la felice posizione di essere sia uno psicologo ma anche un pedagogista.
Partecipo ai convegni degli psicologi, ma anche a quello dei pedagogisti e
degli insegnanti. Sono un professionista bilingue. Ho dovuto sviluppare la
capacità di tradurre dal psicologico a quello pedagogico e viceversa. Cerco
di far dialogare queste due parti professionali della mia personalità e
questo mi aiuta molto quando, in ambito scolastico dove opero come
formatore, incontro i colleghi pedagogisti e gli insegnanti, che sono degli
educatori, sia che lo vogliano o no.

Vorrei partecipare a questa discussione, cercando di sottolineare la
distinzione tra paradigmi diversi quello della pedagogia e quelli della
psicologia e psicoterapia. Mi rendo conto che è impegnativo. Ma ci provo. Ed
ecco le mie considerazioni.

Perché si parla di pedagogista "clinico" tra alcuni pedagogisti?

Per distinguersi in maniera "forte" dalla predominanza e dalla prepotenza
della pedagogia "sperimentale" molto diffusa in ambito accademico, che è
tutta infarcita di ricerche "sugli" studenti, "sul" loro processo di
apprendimento, "su" come devono agire e comportarsi, ma non si relaziona mai
a loro come persone; che "impone loro" le leggi derivate dalle limitate
ricerche statistiche, che dettano "norme", deviazioni standard, questionari
a scelta multipla, e pretendono di valutare (in mezz'ora e collettivamente
in classe) la loro intelligenza con stupidi test di intelligenza, la loro
personalità con domande idiote, ma non si relazionano mai direttamente,
personalmente, a questo studente, si proprio a questo. Ecco da dove nasce
l'atteggiamento clinico in pedagogia. Il termine clinico, che prima era
accaparrato dai medici quando avevano molto più potere sociale e
scientifico, oggi sembra essere un marchio quasi esclusivo degli psichiatri
e psicoterapeuti.
Ma originariamente, meglio etimologicamente, il termine "clinico" che vuol
dire "atteggiamento del prendersi cura di chi è ammalato, di chi è a letto,
di chi è in difficoltà, di chi ci chiede aiuto". Quotidianamente a scuola
bisogna avere un atteggiamento "clinico" in quanto ci si prende cura dei
bisogni di crescita, bisogni relazionali, bisogni di apprendimento di "ogni"
studente. Gli insegnanti, che si sentono educatori, si prendono cura di
questi bisogni ricorrendo ad una loro specifica competenza, che è quella
pedagogica. Questo è un approccio "clinico", ma nello stesso tempo
essenzialmente pedagogico. Molti insegnanti sono capaci di incoraggiare, di
aprire la comunicazione, sostenere l'autostima, far raggiungere l'insight
nell'apprendimento e nel problem solving, senza trasformarsi in psicologi o
psicoterapeuti.

Ho fatto tanti corsi di formazione per gli insegnanti, ad esempio, sulla
comunicazione in classe o sulla motivazione. Ho insegnato tecniche e
strategie pedagogiche di comunicazione e di motivazione. Alcuni colleghi
psicologi fanno fatica a comprendere che si possa fare qualcosa del genere
al di fuori del paradigma psicologico e psicoterapeutico. Come psicologo
conosco le teorie e le strategie psicologiche della comunicazione, ma come
pedagogista sono consapevole che esistono strategie pedagogiche differenti
suggerite lungo i secoli da Socrate, Comenio, Froebel, Pestalozzi, Rousseau,
Montessori, Dewey, Freinet e molti altri. Questi autori sono un grande
sostegno per i pedagogisti. Ma per gli psicologi e psicoterapeuti, forse,
sono solo dei nomi poco significativi. Certo sono molto attento, quando mi
trovo a contatto con gli insegnanti, a porre dei paletti, dei confini tra la
comunicazione educativa e la comunicazione clinica - psicoterapeutica. Gli
insegnanti in quanti educatori (ma anche i genitori in quanto educatori)
possono comunicare in modo efficace senza trasformarsi in psicologi o
psicoterapeuti.

Maria Grazia Contini, una pedagogista di impostazione fenomenologica, parla
atteggiamento clinico in pedagogia fin dal 1988, in un articolo "Valenze
'cliniche' di una pedagogia relazionale", incluso in un libro a cura di
Piero Bertolini e Marco Dallari "Pedagogia al limite" La nuova Italia, 1988,
p. 155.

La "pedagogia clinica" nasce come sinonimo di "pedagogia relazionale", in
contrapposizione a quella forma di pedagogia sperimentale, scientifica, così
poco relazionale, da taluni chiamata psicopedagogia, che ha molto poco di
pedagogico, che non studia più i classici della pedagogia, quelli che ho
citato prima. Tutti buttati nella spazzatura, considerati inutili e le loro
teorie antiquate, o troppo "teoriche" o troppo filosofiche. In questo filone
della pedagogia sperimentale, non si apprezza la "teoria" pedagogica, non si
apprezza la discussione filosofica delle tesi e delle premesse pedagogiche.
Vi è invece la "prepotenza" del modello pragmatico, la "prepotenza" del
modello delle "Istruzioni per l'uso" da applicare: "Si deve fare così,
perché le ricerche hanno stabilito questo". Emerge uno sconfortante
dogmatismo, proprio in nome della scienza e della ricerca scientifica. Sono
sconvolto da tale arroganza, che non rispetta più come questo studente,
proprio questo studente sta assimilando a suo modo con le sue mappe
cognitive, interessi, insight, "distorsioni", quello che io come insegnante
sto indicando. C'è un intollerabile consumismo dei modelli e delle pratiche
psicologiche e psicoterapeutiche. In tale contesto, la pedagogia non ha più
voce, non ha risonanza. E' diventata una teoria subalterna, un territorio
colonizzato dalle "scienze forti" che dettano legge: la legge del
conquistatore (alla faccia della interdisciplinarietà!).

A scuola è molto facile per noi psicologi incontrare altre figure
professionali, come i pedagogisti, che possiedono un modello teorico
differente dal nostro. E' opportuno conoscerlo se vogliamo collaborare.
Presuppone competenze specifiche che si possono intrecciare con le nostre. I
pedagogisti hanno "un occhio clinico" differente dal nostro. Credo che
possiamo arricchirci vicendevolmente.

Ma spesso nascono fraintendimenti, mugugni, incomprensioni, derisione
reciproca.

Ho notato che talvolta i nostri colleghi psicologi entrano a scuola per fare
i loro corsi di aggiornamento e di formazione, senza valorizzare il diverso
paradigma pedagogico che esiste a scuola. senza la ristrutturazione
necessaria dei propri assunti psicologici per predisporsi meglio
all'incontro con la specifica dimensione pedagogica dei pedagogisti e degli
insegnanti e trattarla da pari a pari. Ho notato che gli insegnanti non
vogliono essere guardati con l'occhio clinico dello psicologo e dello
psicoterapeuta. E non vogliono che i loro studenti siano osservati con
l'occhio clinico della psicopatologia.

La collaborazione tra psicologi e pedagogisti, tra psicologi ed insegnanti è
possibile, ma a condizione di considerarci tutti come professionisti.
Talvolta il nostro occhio clinico di psicologi e psicoterapeuti può creare
delle distorsioni: siamo spinti a guardare le parti malate invece di quelle
sane, osservare più la psicopatologia che la crescita normale.

I pedagogisti e gli insegnanti voglio essere trattati da pari a pari.
Ritengono che per insegnare ci sia bisogno di una formazione specifica,
quella pedagogica e quella didattica appunto, perché il campo
dell'educazione possiede uno statuto teorico e pratico differente da quello
psicologico e psicoterapeutico. Li ho sentiti spesso rivendicare una
autonomia professionale specifica. Non sono psicologi, non vogliono esserlo.
Non sono psicoterapeuti, non vogliono esserlo. Vogliono essere riconosciuti
nella loro specifica competenza professionale di riflettere sull'evento
educativo e didattico. Essi sottolineano costantemente l'intreccio fecondo
tra didattica, pedagogia, filosofia e antropologia. Didattica non significa
fare la lezioncina, come appare alla maggior parte dell'opinione pubblica,
ma anche molti professionisti laureati lo pensano. Didattica significa
prendersi cura di come l'altro sta apprendendo e rielaborando le
informazioni. Come si vede è molto intrecciato alla relazione, al prendersi
cura.

Un insegnante è rimasto sconvolto dal modo in cui alcuni nostri colleghi
psicologi entrano a scuola (adesso le porte si sono spalancate per loro) a
"vendere" le loro tecniche psicologiche e psicoterapeutiche nei loro corsi
di aggiornamento agli insegnanti: "Prima ci insegnano queste tecniche
psicologiche e poi ci denunciano se le usiamo, perché non siamo psicologi".
E' una situazione che crea confusione.

Alcuni nostri colleghi psicologi di vario indirizzo ed anche psicoterapeuti
di varie scuole giungono a proporre a scuola corsi di tipo psicoterapeutico
agli insegnanti, addirittura introducono nella scuola il "setting" clinico
della psicoterapia, trascurando il fatto che il contesto scolastico è
differente. Alcuni hanno condotto gruppi di studenti e gruppi di insegnanti
come se fossero gruppi di terapia. Ho sentito molte lamentele di insegnanti
che hanno partecipato a questi corsi: gli insegnanti sono stati "costretti"
a guardare gli studenti con l'occhio distorto della psicopatologia, con la
visione unilaterale e col gergo specifico che ogni psicoterapeuta
presentava, sono stati invitati ad utilizzare a scuola strumenti clinici che
hanno senso per un clinico non per un insegnante. Gli insegnanti si sono
sentiti trattare come psicologi mancati e come psicoterapeuti mancati. Molti
di loro mi hanno detto: "Non andrò mai più a questi corsi. Io non voglio
partecipare a gruppi di psicoterapia. Io sono un professionista, un
insegnante, un educatore. Voglio strumenti pedagogici, non psicoterapeutici.
Anche se li avessi non ho la competenza specifica per poterli usare. Questi
tuoi colleghi psicologi non capiscono niente della vita scolastica. Non
sanno affatto cosa vuol dire insegnare. Vengono a imporci la loro visione
psicoterapeutica. Immagina poi quando vengono anche quelli comportamentisti,
quelli cognitivisti, quelli dell'Analisi Transazionale, quelli junghiani,
freudiani, reichiani. Ognuno ci vende, ci impone, la propria prospettiva. Ma
a noi non interessa. Non riescono a mettersi nei panni di noi insegnanti e
dei nostri studenti. Ci trattano tutti come pazienti, non come dei
professionisti. Che vadano al diavolo".

Credo che dobbiamo evitare questi fraintendimenti, riconoscendo il valore
delle reciproche e differenti professionalità. E' necessario distinguere la
differenza specifica dei diversi paradigmi: quello psicologico, quello
psicoterapeutico e quello pedagogico e lasciare che i professionisti che li
rappresentano, sappiano interagire e valorizzarsi reciprocamente.

Alcuni miei colleghi pedagogisti hanno scelto di definirsi "pedagogisti
clinici". E' successo che qualcosa che non mi è piaciuto per niente. Alcuni
nostri colleghi psicologi e psicoterapeuti sono stati poco professionali,
giungendo ad accuse, sarcasmi, villanie, denunce. La tesi? Eccola.
L'aggettivo "clinico" è solo di competenza degli psicologi e psicoterapeuti.
Quindi, guai a chi lo usa in contesti diversi. Fioccano le denunce del tipo:
"Tu non puoi fare questo perché non sei uno psicologo o psicoterapeuta".
Tutta questa situazione crea discordia e amarezza.

Molti pedagogisti, quelli centrati sulla dimensione relazionale, fanno
fatica a far comprendere che "prendersi cura" della crescita della persona,
essere educatori, prendersi cura di come uno studente apprende, rielabora e
assimila, è una competenza differente da quella psicologica e
psicoterapeutica. Fanno fatica a far comprendere che la scuola è un contesto
diverso, è un campo differente, che ha compiti differenti da quelli
psicoterapeutici. Ha obiettivi educativi e didattici specifici e molto
lontani da quelli della clinica psicoterapeutica.

Forse la sottolineatura di alcune differenze sostanziali potrebbe
valorizzare la ricchezza delle reciproche competenze, senza sopraffazioni.

Eccone alcune.

La psicoterapia si rivolge alla persona sofferente di disturbi nevrotici e
psicotici e cerca di aiutarla a guarire e a recuperare la sua integrità,
forza, capacità di vivere, di scegliere, di amare. È necessario un
lunghissimo tirocinio per diventare psicoterapeuti. La pedagogia è un
prendersi cura della crescita della persona "normale" aiutandola a scoprire
le proprie potenzialità, i propri talenti, svilupparli, esercitarli,
accrescerli, utilizzando la ricchezza di numerose discipline scolastiche,
utilizzando a piene mani le risorse culturali. La psicoterapia si interessa
della psicopatologia e si impegna a riportare la persona in un contesto di
salute. La pedagogia si interessa della crescita normale delle persone: si
basa su un modello di crescita sana; guarda alle risorse che ci sono, ai
talenti da individuare e far emergere; ha uno sguardo differente: osserva e
scruta la parte sana, le potenzialità da sviluppare e coltivare. La
psicoterapia interviene quando questa crescita normale è interrotta
bloccata, molto disturbata. La pedagogia si interessa di prevenzione: vuole
impedire l'esplosione delle nevrosi e delle psicosi, attraverso un accurato
e ricco rapporto educativo. Ci vuole un lungo tirocinio per diventare
pedagogisti ed educatori.

Oggi i pedagogisti hanno poca rilevanza sociale. Nei mass media troviamo
sempre lo psicologo e lo psicoterapeuta che esprimono pareri, mai o quasi
mai viene invitato un pedagogista.

A scuola, quando quotidianamente si devono risolvere problemi relazionali,
problemi di socializzazione, problemi di scoraggiamento, di bassa autostima,
di demotivazione, problemi di difficoltà di apprendimento, è necessario un
intervento pedagogico specifico e quotidiano, un intervento anche "clinico",
cioè accuratissimo nei riguardi di questo alunno, sì proprio di lui.
L'insegnante lo può aiutare, ricorrendo soprattutto alle risorse della
propria capacità relazionale (empatia) e alle risorse immense della
"didattica" elaborata da schiere di pedagogisti ed educatori. Questo è un
atteggiamento clinico, ma non è un atteggiamento medico, né un atteggiamento
psicologico o psicoterapeutico: è solo un atteggiamento pedagogico, è solo
un intervento educativo. E' un intervento che è richiesto quotidianamente a
tutti gli insegnanti.

Lavorando nella scuola e nella formazione degli insegnanti da 16 anni ho
capito che gli insegnanti vogliono essere solo educatori, senza voler essere
né psicologi né psicoterapeuti, né venditori di "saperi spendibili" sul
mercato del lavoro. Solo educatori. Solo educatori. Vogliono che il loro
intervento sia strettamente, strutturalmente, intrinsecamente, solamente
educativo. Vogliono che il loro intervento pedagogico sia conosciuto e
rispettato.

Mario Polito


____________________________________________________


Dott. Mario Polito
Psicologo e Pedagogista

P.le Stadio del Ghiaccio 10
36012 Asiago (VI)
Tel e Fax 0424.460101


Home Page
http://www.geocities.com/Athens/Forum/9647/

Nicola Artico

unread,
Nov 10, 1998, 3:00:00 AM11/10/98
to

Se Marina mi permette di scherzare un po' (sono sicuro che tra le qualita'
di un buon "pedagogista clinico" ci sia senz'altro anche l'autoironia ed il
buon umore) dopo aver letto la sua presentazione del "profilo" e gli esempi
proporrei anche la definizione dei seguenti profili:
- sacerdote clinico
- insegnante clinico
- preside clinico
- assistente sociale clinico
- magistrato clinico
- avvocato clinico
- poliziotto clinico
- amico clinico
- vicino di casa clinico
(almeno per cominciare)
Insomma tutti quelli che occupandosi di relazioni umane, avendo cura di
*non fare* (anche per non incorrere nelle "terribili" sanzioni
ordinistiche) quello che ci si aspetta normalmente facciano abitualmente
psicologi clinici e psichiatri (e, stando alla cronaca di Marina,
aggiungerei per fortuna!) ti danno una mano a vivere.

Just Kidding!
Nicola Artico

___________________________________________________________________
Nicola Artico, Ph.D
psychologist
Department of Mental Health
O.U. of Psychology
Livorno, Italy
work Tel. +39-586-610258
home Tel. +39-586-509612


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Gaetano Giordano

unread,
Nov 10, 1998, 3:00:00 AM11/10/98
to

Io non ci scherzerei affatto.

Siamo noi che crediamo che la "psicoterapia" esiste davvero, e che possa
essere pure isolata e identificata come fosse il virus dell'AIDS.

Al mondo esistono oltre 500 differenti tipi di psicoterapia, e - come dice
Szasz ("Il mito della psicoterapia") ogni azione umana è stata proposta
come psicoterapia, così come - al tempo stesso - ogni azione umana è stata
proposta come base per una psicopatologia.
Ad ogni nome corrisponde dunque un diverso tentativo di definire
l'indefinibile.

Se qualcuno riesce a definire oggettivamente perchè una prassi possa essere
definita "psicoterapia" e perchè l'altra no, alzi la mano e si faccia
avanti !
Lo stesso per chi si definisce "clinico" negando che altri possano esserlo.

Il punto non è creare nuove definizioni o cancellare quelle antipatiche,
impedire a qualcuno di sentirsi "clinico" o negargli di poter avere un
intento "terapeutico" (sono un medico, e dunque quanto a privilegi sulla
"clinica" potrei non esser secondo a nessuno).

Secondo me, la soluzione sta nel non confondere la prassi con l'Etica: e
dunque nel riconoscere che il significato di quello che si fa non è nella
prassi e non è nei titoli, ma nella consapevolezza che la conoscenza della
propria conoscenza impone di chiedersi quale uso si sta facendo della
propria conoscenza.
Nell'Etica, appunto.

Benvenuti anche i Pedagogisti Clinici, i Poliziotti Clinici, i Carabinieri
Clinici, e perfino a Psicologi e Medici Clinici.

C'è sempre spazio per la chi voglia creare consapevolezza. Assumendosene
tutte le responsabilità a nome proprio e non in nome di un altro nome.

Gaetano Giordano


Da steh ich nun, ich armer Tor, / Und bin so klug als wie zuvor ! / Heiße
Magister,
heiße Doktor gar /
Und ziehe schon an die zehen Jahr / Herauf, herab und quer und krumm /
Meine Schüler an der Nase herum - / Und sehe, daßwir nichts wissen
können !

_____________________________________________________________________
Gaetano Giordano M.D.


Centro Studi Psicoterapia e Autopoiesi
Via Matera 23/A 00182 ROMA
---------------------------------------------------------------------

---------------------------------------------------------------------
tel.: +3906 7017455 fax: 0039067011607 (avvertire prima il 7017455)
e-mail: ga.gi...@agora.stm.it
dottgi...@yahoo.com
_____________________________________________________________________

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Ferretti

unread,
Nov 10, 1998, 3:00:00 AM11/10/98
to

> Secondo me, la soluzione sta nel non confondere la prassi con l'Etica: e
> dunque nel riconoscere che il significato di quello che si fa non è nella
> prassi e non è nei titoli, ma nella consapevolezza che la conoscenza della
> propria conoscenza impone di chiedersi quale uso si sta facendo della
> propria conoscenza.
> Nell'Etica, appunto.

Concordo pienamente col Dr. Giordano: il nocciolo della questione risiede nella
consapevolezza di quello che si sta facendo con le proprio conoscenze, di quali
conseguenze produce il suo uso e di quali responsabilita' richiede. Il problema
e' appunto di natura etica.E' questo, infatti, quello che discrimina la persona
cosiddetta normale che si trova a dover quotidianamente confrontare con il
comportamento suo e dell'altro e lo psicologo che tratta lo stesso problema.
Tuttavia, indipendentemente da chi fa la psicoterapia, ritengo preliminarmente
necessario dare una definizione di essa sufficientemente precisa in modo da
evitare che si parli di tutto e niente.
Una definizione che a me sembra riassumere le caratteristiche delle innumerevoli
scuole di psicoterapia e che, se non vado errato, ispiro' anche l'art. 3 della
legge 56/89 e' quella proposta da Wolberg:
"La psicoterapia e' il trattamento con mezzi psicologici di problemi di natura
psichici, in cui una persona appositamente qualificata stabilisce
deliberatamente una relazione professionale con il paziente, allo scopo di
rimuovere, modificare o attenuare i sintomi esistenti, di mediare modi di
comportamento disturbati, e di promuovere la crescita e lo sviluppo positivi
della persona"
Io credo che questa definizione possa costituire una buona base per la
discussione.
Un saluto affettuoso a tutti
Roberto Ferretti

> C'è sempre spazio per la chi voglia creare consapevolezza. Assumendosene
> tutte le responsabilità a nome proprio e non in nome di un altro nome.
>
> Gaetano Giordano
>

================================================
Dott.Roberto Ferretti
Psicologo-Psicoterapeuta ASL 11 - Fermo (AP)
Presidente della Società Italiana di Psicologia
dei Servizi Ospedalieri e Territoriali (SIPSOT)
http://www.rinascita.it/associazioni/sipsot

Paolo Migone

unread,
Nov 11, 1998, 3:00:00 AM11/11/98
to

At 20.25 10/11/98 +0100, I wrote:

>Se posso intromettermi in questo dibattito (che non ho seguito prima),
>mi sembra che il "Pedagogista Clinico", così come viene descritto
>nella lettera qui sotto, si differenzi dallo "Psicoterapeuta"
>perchè... è più molto più bravo a fare la Psicoterapia
>di quanto non lo sia lo Psicoterapeuta stesso!
>
>paolo migone

>----------------------------------------------------------------------
>
>Ho la sensazione che si differenzi dallo psicologo perhè ha meno senso
dell'umorismo.
>Vi farò una domanda diretta, e scusate la mia ignoranza. Non mi interessa
sapere cosè una psicoterapia, vorrei che mi diceste in che cosa consiste
concretamente.
>Attenzione! La mia domanda non è affatto provocatoria, vorrei solo
convincervi che è ALTRO da quello che fa il pedagogista clinico.

>Marina Chiola


Cara Marina,
ti rispondo ora seriamente, senza fare ironia. Non entro però nel merito di
cosa è "concretamente" la psicoterapia, perchè non sono sicuro che ci
intendiamo già sul significato che tu dai alla parola "concretamente" (cosa
intendi? toccare con la mano qualcosa e vedere che è concreto? descrivere il
setting? e credi che questo ci dica qualcosa sulla psicoterapia? ecc.)

Riguardo invece alla questione del pedagogista clinico, mi limito a dire che
io non manderei un paziente a uno che si definisce pedagogista clinico e che
crede di essere diverso da uno psicoterapeuta. Il motivo è che ho
l'impressione che questo collega sia immerso in un tale livello di
falsificazione e di poca comprensione della sostanza delle cose, che dubito
che sia capace di aiutare un paziente. Non riuscendo cioè a entrare in
contatto con le cose, dubito che sappia aiutare un altro a vedere le proprie
falsificazioni e ipocrisie.
Io preferisco fare quello che ho sempre fatto, cioè inviare pazienti a
colleghi che reputo preparati, anche non laureati nè in medicina nè in
psicologia (anzi alcuni di loro li preferisco), ma almeno abbastanza
intelligenti da sapere che quello che loro fanno è esattamente la stessa
cosa che faccio io, cioè la psicoterapia senza aggettivi, prendersi carico
dei pazienti, aiutarli, ecc. Questi colleghi possono anche chiamarsi
pedagogisti clinici o pedagogisti tout court, o assistenti sociali, o
psicoanalisti (o psicanalisti senza la o - preciso questo perchè so che
alcuni sono molto attenti alle etichette), ecc., ma sanno bene che questa
differenziazione non è nella sostanza, bensì serve per essere scritta nelle
fatture e per non infrangere gli articoli sulla psicoterapia della legge
56/1989 (articoli che ho sempre criticato perché servono soprattutto a
spingere molti giovani colleghi verso una serie di ipocrisie e
falsificazioni senza fine). Questi colleghi insomma, chiamando in un altro
modo quello che da sempre fanno, rispondono a quella legge facendo
esattamente quello che essa chiede, cioè non usando la parola psicoterapia e
adeguandosi all'ipocrisia. Dentro di sè però sorridono, non si sentino
affatto inferiori ai colleghi "psicoterapeuti", e guardano con un certo
compatimento la corsa ai riconoscimenti.
Il risultato pratico di questa legge è una lieve differenziazione del
mercato, con forse tariffe diverse (ma non tanto, penso che questo dipenda
da tanti fattori). Un altro effetto è che certi pazienti possono venirne
danneggiati o sentirsi confusi, e viene data insicurezza a quei tanti
colleghi giovani che rimangono intrappolati da questa logica burocratica;
molti di questi colleghi devono iscriversi a scuole che magari non stimano,
ma perchè sono obbligati per legge, proprio secondo la logica della laurea
di stato e delle scuole di specialità...

Ti sarò sembrato un po' duro, ma non vorrei che tu vivessi le mie parole
come offese. E' che di fronte a certe cose non è proprio possibile tacere.
Per me inoltre parlare francamente è un segno di stima; nutro infatti
simpatia per i tuoi sforzi di capirci qualcosa della psicoterapia, una cosa
così complessa che forse solo chi ne ammette il mistero mostra di
avvicinarsi a capirne qualcosa.
Se le mie parole ti sembrano sbagliate o fuori luogo, ignorale semplicemente.

Un caro saluto a auguri per la tua vita professionale.

paolo migone

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