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Saggio interessante su Aristotele e la biologia

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Multivac85

unread,
Apr 4, 2012, 3:24:27 PM4/4/12
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Qui

http://www.istitutobanfi.it/contributi/berti/berti05.htm

potete leggere un lungo e interessante articolo dello studioso di
filosofia Enrico Berti sul pensiero di Aristotele riguardo alla
biologia e su cosa davvero intendeva per "finalità", per "tèlos" e
così si scoprono nelle opere del filosofo di Stagira affermazioni
molto meno "antiche" e legate a visioni antropomorfiche di forme di
vita costruite a tavolino dalle mani di un fantomatico progettatore
( così intelligente che chissà perchè ha costruito anche cose inutili
se non a volte dannose come l'appendice e i denti del giudizio...) e
molto più vicine alle scienze della vita moderne:

"Aristotele non concepisce la natura come una forma di arte, bensì
ritiene che la natura preceda l'arte e sia il fondamento di questa. E'
semmai Platone che ha considerato, nel Timeo , l'universo fisico come
opera di un'arte divina, quella del Demiurgo, concepito chiaramente in
modo antropomorfico, e per questo nelle Leggi ha affermato la priorità
dell'anima, e quindi anche dell'arte, sulla natura . Aristotele, al
contrario, ha sempre considerato la dottrina platonica, secondo cui il
mondo sarebbe stato costruito dal Demiurgo ad imitazione delle idee
(cioè secondo il modello dell'arte), come un «parlare a vuoto» e un
«dire metafore poetiche» .
In ogni caso l'argomento desunto dal parallelismo tra natura ed arte
ha un valore soltanto gnoseologico, cioè serve a farci conoscere,
partendo da ciò che è primo «per noi», vale a dire il finalismo
dell'arte, che è a noi più evidente, ciò che è primo «per sé», cioè il
finalismo della natura, che a noi è forse meno noto, ma in realtà
costituisce il fondamento ontologico dello stesso finalismo dell'arte.
Del resto, sul carattere puramente gnoseologico, e complessivamente
meno rigoroso, dell'argomento in questione concordano tutti gli
interpreti, come pure tutti concordano sul fatto che la finalità della
natura, ammessa, da Aristotele, è totalmente diversa da quella
dell'arte, per il fatto che non presuppone alcuna consapevolezza o
alcuna intenzionalità .
L'argomento più forte addotto da Aristotele a dimostrazione
dell'esistenza di una finalità nella natura è invece, a mio avviso, il
terzo, quello concernente la natura vivente, cioè gli animali e le
piante, i quali, come dice esplicitamente Aristotele, «non agiscono né
per arte, né per ricerca, né per volontà». Nelle piante, infatti,
«appare manifesto» (phainetai ) che le parti utili si generano in
relazione al fine, per esempio le foglie in vista del frutto e le
radici in vista del nutrimento, e così pure negli animali è evidente
che la rondine fa il nido, o il ragno fa la tela, in vista di un
fine . Questo fine non può essere che la propria crescita (vedi
l'esempio del nutrimento), la propria conservazione (vedi l'esempio
del nido e della ragnatela) e la propria riproduzione (vedi l'esempio
del frutto), cioè la realizzazione completa della propria forma e la
sua perpetuazione nel tempo. Perciò Aristotele può concludere che:
«poiché la natura si può intendere in due sensi, nell'uno come materia
e nell'altro come forma, ed il fine è quest'ultima, e le altre cose
sono in vista del fine, questa allora [cioè la forma] sarà la causa
"in vista di cui" [cioè la causa finale]» (199 a 3O-32)."

Alcune intuizioni dello Stagirita come le seguenti, poi, sorprendono
per quanto lui aveva intuito a quel tempo cose che i biologi di 2500
anni dopo hanno provato anche sperimentalmente:

"Il finalismo aristotelico viene ulteriormente illustrato dall'analisi
della generazione. Un primo cenno a quest'ultimo è contenuto già nel
De partibus animalium , dove Aristotele, ribadendo la dipendenza della
generazione da ciò che è l'individuo adulto, afferma a proposito
dell'uomo:
«poiché egli è tale, è necessario che la generazione venga ad essere
tale ed in tal modo. Perciò tra le varie parti prima si genera questa,
poi quest'altra. Ed in questo modo la stessa cosa accade per tutti gli
esseri costituiti per natura» (I 1, 64O b 1-4).
Qui è contenuta una allusione esplicita a quella che in seguito, cioè
nel secolo XVIII, sarà chiamata la teoria dell'«epigenesi» (termine
peraltro assente in Aristotele), secondo la quale lo sviluppo
dell'embrione avviene non attraverso l'esplicitazione di una forma già
interamente contenuta nel seme (teoria della «preformazione»), bensì
attraverso la generazione successiva delle sue varie parti. La teoria
opposta, cioè quella della preformazione, risalente a Democrito, cioè
ad un filosofo che oggi diremmo meccanicista, è un'espressione tipica
della concezione meccanicistica della natura, in quanto concepisce la
generazione come semplice dilatazione, cioè aumento quantitativo, di
una forma già interamente esistente (cioè di una specie di
«animaletto», o animalculum , contenuto nello sperma o nell'uovo).
Invece la teoria dell'epigenesi è espressione di una concezione
finalistica, perché concepisce la generazione come progressiva
realizzazione di una forma che non preesiste, ma si produce attraverso
lo sviluppo successivo delle sue varie parti, il quale è uno sviluppo,
per così dire, orientato ad un fine, cioè finalizzato. L'embriologia
moderna, come è noto, ha definitivamente dimostrato, attraverso
osservazioni sperimentali, la validità della teoria dell'epigenesi e
la falsità della teoria della preformazione, confermando in questo
modo l'intuizione di Aristotele, fondata peraltro anch'essa su alcune
osservazioni empiriche .
La generazione per epigenesi è dettagliatamente descritta da
Aristotele nel De generatione animalium , dove egli spiega che le
varie parti dell'embrione si formano l'una dopo l'altra per effetto di
una serie di impulsi, o movimenti, impressi alla materia (a suo avviso
costituita dal menstruo) da una forza contenuta nello sperma, la quale
è stata comunicata a quest'ultimo dal genitore . La prima parte che si
forma è, per Aristotele, il cuore (o l'organo analogo ad esso negli
animali che non ce l'hanno), il quale precede quindi nella generazione
tutti gli altri organi, come si può constatare attraverso
l'osservazione empirica, e trasmette a sua volta gli impulsi ricevuti
dallo sperma alla materia, provocando la generazione di tutti gli
altri organi (polmoni, cervello, ecc.) .
Questo processo non può essere spiegato se non ammettendo l'esistenza,
nello sperma, di un vero e proprio «programma», cioè di un complesso
di «informazioni», ovvero di un «codice di impulsi formativi», il
quale guida il processo stesso verso un fine prestabilito, cioè la
realizzazione completa della forma . Ma ciò è precisamente quanto
sostiene l'odierna biologia molecolare, per esempio con E. Mayr, il
quale parla precisamente del «programma» come di una «informazione
codificata o prestabilita che controlla un processo o un comportamento
conducendolo verso un fine dato» . Del resto tutti i termini usati da
questa recente disciplina («programma», «codice» o «testo» genetico,
«errori di trascrizione» del codice ) sono altrettante metafore tratte
dalla scrittura, cioè dalla stessa arte (la grammatica) a cui si
richiama Aristotele, quando ammette egli stesso la possibilità di
«errori», dovuti al caso, nei processi naturali ."

Notevole, vero? Come vedete, spesso la filosofia con le sue intuizioni
anticipa ciò che la scienza successivamente scopre quando arriva a
possedere gli strumenti sperimentali necessari e la parte teorica
totalmente sviluppata.

Insomma, uno dei migliori consigli da dare ai biologi di oggi che
vogliono approfondire in nuove ricerche sulle scienze della vita è
quello di leggersi opere di filosofia come quelle di Aristotele e
magari anche di conoscere i filosofi di oggi che si interessano del
mondo vivente, anzi direi che un laureato in filosofia, anche se non
ha anche una laurea in biologia, essendo più addentro ai pensieri
filosofici del passato anticipatori dei concetti biologici di oggi, è
quasi avvantaggiato rispetto al biologo che non ha compiuto studi
filosofici.

Sarebbe interessante conoscere quanto i biologi di oggi dialogano con
le tematiche filosofiche sul vivente, magari si scoprirebbe, come
abbiamo visto poco prima con Aristotele, che concetti come "il
finalismo" in realtà sono del tutto scientifici se li si comprendono
nel modo giusto, e magari che concetti spesso sbandierati da presunti
divulgatori come il materialismo, che afferma di ridurre tutta la
realtà alle entità della fisica (di quale fisica poi? Meccanica
quantistica? Termodinamica? Fisica nucleare? Teoria dei campi?
Relatività generale?) hanno meno basi scientifiche (e tantomeno
filosofiche) di quanto tanti pensano.

Ciao.
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