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Pena sospesa
Maurizio Blondet18 Marzo 2012
Qualche lettore chiede
notizie della mia salute. Spero di non annoiarlo troppo. Contrariamente a
quel che sostiene qualche amico ottimista, no, non sono guarito. Il cancro
polmonare operato un anno fa, al momento dell'ultima TAC, che risale a poche
settimane orsono, non s'era ancora manifestato. Ma alcuni sintomi (anemia,
forti sudorazioni notturne) fanno pensare che la bestia sia ancora lì. È
tenuta a bada, sembra, dal sistema immunitario che in qualche modo funziona.
Ho anche smesso di fumare, il che è stato una liberazione e probabilmente
aiuta. La mia condizione polmonare è complicata da una sorta di polmonite
cronica che è stata identificata come BOOP (sigla americana per
«Bronchiolite obliterante-polmonite in organizzazione», qualunque cosa ciò
significhi) che cosparge i miei polmoni di noduli mal distinguibili dal
tumore per i colossali costosissimi apparati TAC e PET (qualche dubbio sulla
loro utilità è lecito).
Ad aprile dell'anno scorso, dopo il cancro
operato e l'infarto rappezzato con uno stent, una febbre altissima ribelle
agli antibiotici mi ha portato al terzo ricovero: reparto pneumologia.
Febbre stroncata infine da dosi massicce, enormi, di antibiotici, i medici
hanno finito per diagnosticare la BOOP - che è appunto una forma di
infiammazione non batterica né virale; trattabile con qualche successo (non
grandissimo) con forti e prolungate dosi di cortisone. Che mi è stato
prescritto.
Ma il cortisone è per eccellenza
immuno-soppressore, e io ho bisogno che il sistema immunitario resti
sveglio; il trattamento che ho scelto in alternativa alla chemio - la
vitamina C e anti-ossidanti in vena - mira appunto a rafforzarlo. Che ci
riesca o no, è incerto. Ma sicuramente non con il cortisone
immunosoppressore. Dunque, uscito dall'ospedale ho smesso il cortisone.
Qualche settimana fa, per un controllo, ho
dovuto tornare a farmi vedere dai medici di quel reparto. Un anno dopo.
Aspri rimproveri per aver sospeso il cortisone; prescritta una nuova TAC (la
PET appena fatta non bastava). Infine, il medico (del resto un simpatico
viveur) mi ha prescritto una biopsia polmonare. Per vedre se quei noduli
sono da BOOP o da cancro. La biopsia consiste, ovviamente, nell'infilare un
ago nei polmoni per aspirare il contenuto di uno dei noduli; tecnica
diagnostica invasiva, con un rischio statisticamente non-irrilevante di
pneumotorace. Ossia di far collassare il polmone e renderlo inutilizzabile.
E a me ne è rimasto solo uno e mezzo, l'uno e l'altro malati. Con l'accordo
del mio oncologo dal volto umano finalmente trovato (l'ottimo dottor R.
che mi riceve nell'ambulatorio dei Giornalisti), rifiuto la biopsia. Il
simpatico pneumologo s'é offeso ancor peggio che per la mia rinuncia al
cortisone; l'ho rabbonito con una bottiglia di Champagne e una lettera in
cui - sinceramente - mi scusavo e lo assicuravo della mia gratitudine per la
sua professionalità e dedizione. Tanto più che probabilmente avrò ancora
bisogno di essere ricoverato nel suo reparto, e allora accetterò la biopsia.
Placato, il dottore s'è concesso ad una breve
conversazione con me. Gli ho ricordato (ma non lo sapeva) che un anno fa ho
rifiutato la chemio, che l'oncologa di quello stesso ospedale mi aveva
ordinato «subito, immediatamente» dopo l'asportazione chirurgica della
lesione polmonare. Siccome il mio aspetto è decente - ho anche acquistato
peso - gli ho detto: «Mi guardi, dottore: che cosa sarei oggi, se avessi
fatto la chemioterapia?». La sua flemmatica risposta: «Effettivamente la
chemioterapia, che dà notevoli risultati in molte forme tumorali, nel cancro
al polmone è inefficace.». Risposta degna di essere annotata e conservata.
Il sistema oncologico ti impone una «cura» consistente nell'iniezione
ripetuta in vena di alte dosi di un veleno (nel mio caso era il cisplatino,
nefrotossico e cardiotossico - per uno che ha avuto un infarto, proprio quel
che ci vuole) quando lo pneumologo al piano di sotto sa perfettamente - ma
non lo dice - che non serve a nulla.
L'oncologa di quello stesso ospedale mi
ingiungeva di fare «subito, immediatamente», pesanti infusioni endovenose di
cisplatino e s'era rifiutata di rispondere alla mia domanda: mi dica, per
favore, se ci sono statistiche sulla mortalità dei cancerosi «con» e «senza»
il cisplatino, e sui relativi tempi di sopravvivenza «con» e «senza». La sua
risposta era stata più o meno: tali statistiche non esistono, perché nessuno
rifiuta la chemio. In realtà, ricordo d'aver letto statistiche mediche per
il mio tipo di microcitoma: sopravvivenza a cinque anni, meno del 3%. Con o
senza chemio, ma più probabilmente dopo la chemio, perché (quasi) «nessuno
la rifiuta».
Questi sono i successi di un cosiddetto
farmaco anti-cancro, un composto di un metallo pesante (la cui velenosità è
nota a qualunque studente di chimica), sicuramente neurotossico e mutageno,
che ti fa ammalare in ogni cellula, perdere i capelli e le sopracciglia,
assumere il pallore e la consistenza di un verme, e vomitare. «Ma contro il
vomito, mescoliamo nell'infusione di cisplatino adeguate dosi di cortisone»,
m'aveva annunciato la oncologa. Il cortisone è un ormone che andrebbe
somministrato con attenzione e moderazione per i suoi gravi effetti
collaterali; usato largamente come anti-infiammatorio, anti-rigetto e
anti-artritico, per la prima volta ho appreso che viene usato come
anti-emetico nei cancerosi, dove è la chemio, non il tumore, a provocare la
nausea - e tutto il resto di sintomi che rendono la qualità della vita così
miserabile. È chiaro, secondo me, il ragionamento implicito: tanto, questo
paziente comunque morirà fra pochi mesi, ben prima che i danni collaterali
si manifestino. Dunque, diamoci dentro. È il ragionamento che un paziente
legge sulla faccia dei medici che gli danno la diagnosi di cancro. Si sente
già un morto che cammina, e ciò non aiuta le difese immunitarie (è noto e
documentato l'effetto dello stress negativo sul sistema produttore di
anticorpi). (CHEMIO TERAPIA Grave DANNO per il Canceroso)
Perché la medicina ufficiale si ostini con
tanto accanimento e ferocia a sostenere la chemioterapia, è ovviamente la
domanda ricorrente. Una risposta è il grande lucroso business del cancro,
anch'esso ben documentato in tanti siti internet. Io l'ho provato
personalmente fin dalla mia prima visita all'Istituto Tumori di Milano, poi
confermata dal secondo parere che ho chiesto allo IEO (di Veronesi, per
ricchi sfondati): subito mi hanno chiesto se avevo un'assicurazione privata,
e consigliato di fare operazione e trattamento da privato, perché così
«salta le lunghissime liste d'attesa, e sarò io (dice il Luminare) ad
operarla», altrimenti sarà l'anonimo «specialista di turno». Ho
l'assicurazione
privata dei Giornalisti, e subito li ho visti rallegrarsi. Ma ammettetelo,
la domanda è strana: né in cardiologia d'urgenza, dove mi hanno ricoverato
per l'infarto, né in pneumologia, né altrove, ti chiedono come prima cosa se
puoi pagare privatamente. È il servizio sanitario nazionale che copre tutto,
anche l'oncologia; ed effettivamente anche l'Istituto Tumori cura a carico
del SSN, non può rifiutarsi.
Anche qui, c'è un «ragionamento» che mi pare
di aver indovinato nelle facce: il cancro, noi non lo curiamo. La cura,
semplicemente, non esiste. Ma questo paziente è spaventato, implora «dottore
mi salvi», e fra poco andrà comunque a spendersi la sua fortuna presso maghi
e guaritori o dietro cure come il succo di scorpione cubano (che magari
hanno pure qualche risultato); dunque alleggeriamolo dei suoi risparmi prima
noi, prima dei guaritori e taumaturghi filippini.
Magari sbaglio, ma mi è parso così. Del resto,
casualmente, ho saputo quanto segue da una conoscente che fa l'anestesista
in un grande ospedale di G.: non aveva mai pensato alla questione
business- cancro - non è il suo campo - però, «ora che ci penso, ricordo che
nel contratto d'assunzione mi hanno fatto firmare una clausola, per cui sono
passibile di licenziamento se consiglio terapie del cancro diverse dal
protocollo». Davvera strana, una terapia «scientifica» che si tutela in
anticipo con tali clausole contrattuali.
Si noti, ormai appaiono anche sui grandi media
americani tristi resoconti sulla disfatta nella guerra al cancro, dichiarata
40 anni fa, nel 1971, da Richard Nixon, mettendo a disposizione tutti i
mezzi finanziari di una vera guerra, che come sappiamo l'America conduce
senza badare a spese. Cercate e troverete articoli del tipo: «Abbiamo
dichiarato la guerra al cancro, ed ha vinto lui» (How we declared war on
cancer, and it won). Oppure libri intitolati così: The War on Cancer: an
Anatomy of failure.(The War on Cancer: An Anatomy of Failure, A Blueprint
for the Future) Apparentemente, viene ufficialmente
riconosciuto che il cancro è una malattia centrale - ossia uno squilibrio
del sistema neuro-immunitario che non riconosce più come estranee cellule
prodotte dal corpo che «sorveglia», e che è governato in ultima analisi dal
sistema nervoso centrale, dunque persino dal mondo della psiche e delle
emozioni - e tuttavia si continua a trattarlo come una malattia «locale»,
tagliando, bruciando (con radiazioni) o avvelenando (con costosissimi
chemioterapici) le escrescenze localmente appariscenti, o speranzosamente le
cellule singole in mutazione. Come ha scritto un mio antico amico ora
defunto, il dottor Luigi Oreste Speciani, è la stessa logica con cui nel
'500 ai malati di sifilide si amputava il pene, perché là comparivano le
lesioni luetiche. Ovviamente, i successi sono parziali e locali, e il cancro
poi torna, appunto perché è la causa centrale che va afrrontata. I Di Bella
padre e figlio (e non solo loro) l'hanno capito, e perseguono la via delle
difese immunitarie da suscitare: via ovviamente più complessa.
Per intanto io sono ancora qui, e in un
particolare stato d'animo. Dalla diagnosi all'operazione e al seguito
patologico, devo una delle più importanti esperienze umane e spirituali, e
ringrazio ogni giorno il Signore di avermela donata. L'esperienza della
morte prossima. Prima, da sano, dubitavo di come avrei affrontato la morte:
con disperazione, scoramento, viltà? Questo dubbio dava un brutto colore
anche alla vita - tutte le cose belle, le si dovrà lasciare - e soprattutto,
la silenziosa protesta contro questo destino umano, ahimè consapevole dalla
sua brevità. Invidiavo gli animali che, almeno, non sanno. Ero cristiano di
forma, ma con questa protesta tacita: se siamo messi qui come prova, per
soffrire, per portare la croce - perché ci giochiamo una vera vita di cui
non sappiamo nulla, se non che comporta il pericolo estremo ed eterno della
dannazione - che senso ha? Non è crudeltà pura? Mi astenevo dall'arrivare a
questa conclusione: Dio sa. Ma ciò copriva di una cenere di accidia, di una
triste indolenza uno come me - che si avvicina ai settanta, alla fine
inevitabile.
Invece, nella malattia incurabile, nei
ricoveri e nelle chirurgie, ho scoperto che «ce la posso fare», che quando
arriva la croce e la sofferenza, «ci si riesce»: non per merito personale,
ma per l'aiuto di Cristo che «fa tutto Lui». Anche per un peccatore
incallito, in quei momenti è lì, con la Misericordia che non viene meno Lui
che ha già vinto, che ha superato il passaggio da cui tutti dobbiamo
passare, «fa tutto». Basta aggrapparsi stretti a Lui, stringersi al suo
Cuore raggiante, ed Egli opera in noi.
Siatene certi e allegri, accadrà anche a voi,
cari lettori. Con Cristo, non c'è sconfitta, non si perde mai - se non si
vuole. Il grande progetto di salvazione che consiste nel far passare la
nostra animalità, i nostri corpi, nella Vita, richiede la negazione
dell'istinto
di sopravvivenza biologico - «Non c'è amore più grande di chi dà la propria
vita per gli amici», «Pregate per coloro che vi perseguitano», «perdonate»,
sembrano cose impossibili - e lo sono: ma con Cristo e aggrappati al suo
cuore, «si può».
Di quesi giorni ricordo l'intensità della
preghiera. I Rosarii sgranati deambulando nei vasti corridoi dell'ospedale,
che riempivano le giornate vuote e sgorgavano con facilità. Al sesto piano
dov'ero, guardavo giù nel vasto spazio verde attorno all'ospedale. Era
primavera. Degli operai stavano peparando una pista per elicotteri con la H
in centro. Ma di lato, c'era un boschetto - tre o quattro alberi - che
giorno dopo giorno vidi riempirsi di foglioline, di un tenero verde. Quella
chioma leggera e trasparente vibrava e fremeva nel vento, la natura sempre
ritornante e sempre innocente, incontaminata, in quell'angolo di Milano. Non
pensavo più: ecco una cosa bella che dovrò lasciare. Ringraziavo invece per
ogni foglia e ogni fremito, contento di vedere un'altra volta il «bel colpo
magistrale del Creatore», certo che la Vita che ci attende se vogliamo è
ancor meglio, infinitamente meglio - una Vita che è Gloria, che è Vittoria,
e dove non ci mancherà nulla di quello che qui è bello.
Le esperienze umane della comune sofferenza
nello stanzone ospedaliero, la semplicità e verità dei ricoverati, le loro
sofferenze e i racconti delle loro sofferenze, è stata un'altra scoperta.
Nella sala d'aspetto c'erano ovviamente i soliti settimanali femminili, con
modelle in copertina: non riuscivo più a guardarle tanto mi sembravano
false, e tanto veri invece i corpi imbruttiti, piegati, feriti dei miei
compagni malati, il cui fiato s'interrompeva spesso di notte - finchè una
macchina non gli forzava l'aria in gola. Vorrei aver mantenuto questo stato
d'animo: l'occhio capace di vedere la verità.
Invece, col miglioramento, la zoologia
riprende il sopravvento. Tornano a sembrarmi vere le modelle da copertina, e
malinconico il destino della croce. Salto i Rosarii, la preghiera non sgorga
più, né l'amore per il vicino. Ma soprattutto: ero pronto a morire, o almeno
così mi pare. Perché Gesù mi ha lasciato qui ancora: devo far meglio? Non
ero ancora pronto?
Mi sento un po' come uno che vive in libertà
condizionale, in attesa del processo d'appello. O il condannato di un
carcere americano che ha avuto una sospensione della pena capitale. Come
dare significato a questo tempo «en sursis», come dicono i francesi?
Per un anno intero il mio vero «lavoro» è
stato quello di curarmi. La flebo quotidiana ha condizionato ogni giorno
della mia vita, come i pasti vegetali, i medicinali da prendere ad ore
fisse. Anche la mente e il cuore erano assorbiti e impegnati. Adesso,
d'accordo
col mio medico ascorbico (1), interromperò almeno per l'estate. Sono libero.
Ma per quanto? E soprattutto, perché?
Scopro che questo atteggiamento è comune frai
sopravvissuti. Il National Cancer Institute ha postato anche un opuscolo che
dà consigli ai «survivors» su come «tornare in sintonia con se stessi».
Ricorda che il cancro, secondo molti che ne sono stati colpiti, è stata
«un'opportunità
di crescita, un'esperienza che li ha portati a fare cambiamenti importanti
nella loro vita. Molti oggi sanno apprezzare ogni nuovo giorno.». (Facing
Forward: Life After Cancer Treatment)
Aleksandr Solgenitsin fu sbattuto fuori dal
Gulag perché malato terminale di cancro gastrico: «Vai a morire a casa». Lo
stesso giorno, in treno, udì la notizia che Stalin era morto. Tornato a
casa, cancro e dolori erano scomparsi. Egli ha sempre pensato che Dio gli
aveva regalato quegli anni di vita per adempiere ad un compito, rivelare
l'innominabile
segreto del regime, l'Arcipelago Gulag, la dantesca bolgia piena di anime
sofferenti incontrate, e di tutte narrare la storia - per quanto la
prodigiosa memoria gli consentiva.
Ma Solgenitsin è stato un titano, pari al
compito titanico. Io non trovo, confesso, un compito. Continuare questo,
scrivere? Non sono sicuro che sia quello che mi viene richiesto ora. Non ho
più molto interesse per ciò che prima mi infiammava alla polemica. Che mi
resta da fare, Gesù?
--------------------------------------------------
1) Il dottor Ross. di Padova è attualmente
sotto processo. Vi è stato trascinato da parenti di un paziente morto dopo
il trattamento con acido ascorbico, non certo «a causa» di quello, ma perché
c'è il sospetto che abbia sconsigliato la chemio. I malati di cancro muoiono
praticamente tutti, ma la giustizia non chiede conto di quelle morti ai
medici che seguono «il protocollo». Nessuno chiede a Veronesi come mai tanti
muoiono nonostante le sue cure strapagate. Per il mio dottore, che di fatto
chiede solo quanto basta appena per coprire le spese del medicinale, il
procuratore ha chiesto 6 anni di carcere e la radiazione dall'albo. Vi
chiederei di pregare per lui.
COMMENTI #
o. 2012-03-18 02:33Prego DIO Padre Onnipotente di dare forza, coraggio
e di risparmiare questo calice amaro al mio medico ed amico. Amen.
Giovedì mattina il verdetto, preghiamo per
lui.
Vorrie aggiungere
che si vocifera che quel paziente sia stato mandato di proposito da qualcuno
per attirarlo in una trappola.
Caro Blondet, la sua
malattia accettata è già
una adorazione a Dio, il suo mettersi al servizio della Verità con i suoi
intelligenti, illuminanti e generosi scritti a favore per chi legge è già
una adorazione, le sue recitazioni con il rosario sono delle adorazioni,
continui perciò queste sue adorazioni ed intensifichi le sue preghiere a Dio
e stia in Sua compagnia, il suo cuore ne troverà certamente beneficio.
Che Dio la protegga, gli allevi la malattia e
che le dia il Bene di questo mondo ed il Bene dell'altro mondo.
'Siamo di Dio ed a Lui noi ritorniamo'.
Un sincero augurio di guarigione ed un caldo e
sincero abbraccio, da cuore a cuore.
dal suo affezionato lettore
Direttore,
continui pure a scrivere. La sua testimonianza della malattia (e la denuncia
dei limiti della scienza) è così forte, ma allo stesso tempo serena, che
fanno sentire davvero piccoli e insignificanti i problemi della vita di ogni
giorno. Quelli che normalmente consideriamo come tali. Invece piccolo e
inisgnificante mi sento io davanti alla sua testimonianza di vita e di fede.
Per questo credo che anche Gesù voglia che lei continui a scrivere, per
portare la sua voce a chi vorrà stare ad ascoltare. In altri momenti avrei
detto "prego per lei" ma dopo aver letto il suo pezzo mi verrebbe da
chiederle di pregare per me. Un grande abbraccio. F.
# m. 2012-03-18
09:10Brividi e
lacrime. Un pezzo da rendere obbligatorio ai licei (e nelle facoltà di
medicina). Un racconto di un inviato al fronte come non se ne trovano in
giro.Una sola nota stonata: "Ma Solgenitsin è stato
un titano, pari al compito titanico. Io non trovo, confesso, un compito".
Questo è il suo compito, Direttore. Non ha neanche idea di quanto bene stia
facendo a questa società malata.
Dio la conservi (e Vi conservi tutti) ancora a
lungo! EFFEDIEFFE GIORNALE ONLINE © ASSOCIAZIONE
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