Di seguito un estratto dal libro “Le mani sulla città”, edito da
Chiarelettere in libreria da domani.
Nel 2008 inizia una vicenda emblematica di come a Milano la politica
possa incrociare la mafia. Ultimi mesi del governo di centrosinistra di
Romano Prodi. Campagna elettorale trionfante di Silvio Berlusconi. A
Milano, sul tavolo della politica e degli affari c’è la partita
decisiva per conquistare l’Expo 2015, vinta la sera del 31 marzo. In
quegli stessi giorni, sulla scrivania di Ilda Boccassini, il
procuratore aggiunto che coordina le indagini antimafia, arrivano
alcune informative degli investigatori sui rapporti tra ’ndrangheta e
politica. Raccontano che 17 boss si stanno spartendo la Lombardia. Sono
pezzi da novanta dei più importanti clan calabresi.
Tutti, nella primavera 2008, hanno una priorità: le elezioni,
avvicinare i politici nel momento in cui sono a caccia di voti per
stringere rapporti, tentare scambi, preparare affari. Il 10 aprile 2008
è una giornata speciale. Termina la campagna elettorale. Alla discoteca
Lime Light di via Castelbarco, non distante dall’Università Bocconi, si
prepara la festa finale del partito di Berlusconi. L’impianto audio
rimanda ossessivamente l’inno azzurro Meno male che Silvio c’è. Un uomo
attende all’ingresso. Ha un appuntamento delicato. Si chiama Marco
Clemente ed è il padrone di casa, il socio di maggioranza della società
che controlla il locale. Politicamente è vicino al centrodestra e in
particolare a Ignazio La Russa, l’ex capo dei giovani neofascisti del
Msi milanese diventato uno dei leader nazionali del Pdl. Clemente è
nato a Roma, ma gli affari li ha sempre fatti sotto la Madonnina:
attività immobiliari, gestione di parcheggi, locali notturni. Nella
primavera 2011, il Pdl candida Clemente al Consiglio comunale di
Milano.
IL PADRONE del Lime Light raccoglie 458 preferenze, poche per essere
eletto. Durante la campagna elettorale viene resa pubblica
un’agghiacciante intercettazione ambientale realizzata il 17 febbraio
2008. La voce di Clemente è registrata nella notte, all’interno della
discoteca Babylon. Sta parlando con Giuseppe Amato, in seguito
arrestato per associazione mafiosa con l’accusa di essere il
luogotenente del boss Pepè Flachi per la riscossione del pizzo nei
locali di Milano. I due parlano di un gestore di locali, Bartolo
Quattrocchi, patron della discoteca Pulp pesantemente minacciato dal
clan di Flachi: “Speriamo che muoia come un cane”, sbotta Clemente.
Due mesi dopo quell’augurio nero, il 10 aprile 2008, viene
organizzata la festa elettorale alla discoteca Lime Light. Alla
spicciolata arrivano tutte le stelle del Popolo della libertà. Per
ultimo fa il suo ingresso, tra gli applausi, Silvio Berlusconi. Si
guarda in giro, saluta, sorride, stringe mani. Già pregusta la vittoria
politica. Anche La Russa è soddisfatto nella tiepida serata milanese.
Berlusconi gli ha già promesso nientemeno che il ministero della
Difesa. Non sa che il giorno dopo quella esaltante festa di fine
campagna elettorale la polizia deposita alla Direzione distrettuale
antimafia di Milano un’informativa sui rapporti tra la ’ndrangheta e i
politici milanesi, in cui compare anche il suo nome. È poco più d’una
paginetta, datata 11 aprile 2008 e scritta su carta intestata della
Squadra mobile di Milano. Vi si legge: “Il deputato Ignazio La Russa,
attraverso un suo diretto familiare e tale Clemente , socio di una nota
discoteca sita in zona Porta Ticinese, avrebbe fatto contattare
Salvatore Barbaro al quale i due avrebbero chiesto un intervento della
sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di
Milano, al fine di far votare alle prossime consultazioni elettorali la
lista del Popolo della libertà”.
CHI È SALVATORE Barbaro? È il giovane e rispettato boss di
Buccinasco, erede di Rocco Papalia, uno dei capi storici della
’ndrangheta in Lombardia, di cui ha sposato la figlia Serafina detta
Sara. “Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il
massimo interessamento su tutta la comunità calabrese”, scrivono i
segugi della Squadra mobile di Milano, “garantendo che i voti sarebbero
andati sicuramente alla lista del Popolo della libertà”. Ecco che cosa
è maturato quella sera, dietro le quinte, alla discoteca Lime Light:
almeno secondo le fonti confidenziali degli investigatori milanesi. Gli
impianti ripetevano fino allo sfinimento Meno male che Silvio c’è, ma
Marco Clemente aveva già incontrato i suoi misteriosi interlocutori e
siglato accordi molto riservati.
I protagonisti, secondo l’informativa di polizia, sono il padrone
della discoteca, un familiare di La Russa, il boss calabrese Barbaro.
Chi è il familiare di La Russa ? È Marco Osnato, consigliere comunale
del Pdl, genero del fratello di La Russa, Romano. Qual è il patto che
viene siglato, almeno nell'ipotesi, prospettata e ancora non provata,
degli investigatori? Voti in cambio di appalti. A Milano, come nella
Calabria della ’ndrangheta, come nella Sicilia di Cosa Nostra, come
nella Campania della camorra. Clemente e Osnato avrebbero chiesto voti
al giovane boss Salvatore Barbaro. Prosegue l’informativa: “In cambio,
il familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in
poi ci saranno numerosi appalti da assegnare e se le elezioni dovessero
essere vinte dal Pdl i lavori più consistenti li commissionerebbero a
una società pulita e di copertura che a sua volta li subappalterebbe a
lui e ad altri calabresi”.
Attenzione: gli scenari disegnati dalle informative di polizia sono
ipotesi investigative ancora tutte da provare. Sono soltanto spunti per
indagini ancora da fare. Di certo, dunque, c’è solo che la fonte
riservata all’origine di queste informative di polizia è stata
proficuamente utilizzata per anni dalla Squadra mobile milanese in
molte indagini sui sequestri di persona.
IL MINISTRO DELLA Difesa Ignazio La Russa, contattato dagli autori
di questo libro nella primavera del 2011, risponde così: “Si tratta di
informative del 2008 che in tre anni d’indagini non hanno portato ad
alcun risultato. E nemmeno avrebbero potuto farlo, perché le persone
che sono citate non le conosco. Sono deciso a tutelarmi con ogni
mezzo”.
Intanto la situazione politica si consolida. Le elezioni sono andate
come previsto. Il 13 aprile 2008 il Pdl ha stravinto. A questo punto, i
boss battono cassa, vogliono riscuotere. Lo spiega la seconda
informativa della Squadra mobile milanese, quella del 19 maggio 2008,
che racconta un incontro cruciale. Marco Clemente si vede in un
ristorante milanese con Salvatore Barbaro, il quale si presenta in
compagnia di Domenico Papalia, classe 1984, figlio del superboss
Antonio Papalia, ora all’ergastolo. I due giovani delfini delle cosche
chiedono a Marco Clemente “informazioni sugli appalti promessi prima
delle elezioni in cambio di un sostegno elettorale”. L’uomo del Lime
Light li rassicura. Millanta? Di certo Clemente nel 2011 è stato
candidato al Consiglio comunale, ma non è stato eletto. Ha avuto
successo invece Marco Osnato, il familiare di La Russa, che con le sue
1651 preferenze viene confermato a Palazzo Marino.