Oltre alla recente inchiesta de Il Giornale e del Domenicale, disponibile su
Il Mascellaro, molto interessante soprattutto per i giudizi espressi dalla
stampa internazionale per la predidenza UE... Esiste una sola biografia non
autorizzata di Prodi. Il libro è sparito dalla circolazione e le vicende
capitate al suo autore sono di per sé la pagina più interessante della
biografia. Si tratta di Prodeide, edizioni Il Fenicottero, di Antonio
Selvatici, giornalista di rango, poi divenuto manovale, andato all'estero,
venditore di appartamenti.
La migliore ricostruzione di quest'opera introvabile (Selvatici ha quasi
querelato Belpietro, per una pubblicazione non autorizzata dall'autore, cosa
smentita dal direttore de Il Giornale) è nel forum del sito Fini
presidente,a firma di Gian Paolo Pelizzaro, giornalista di Area e consulente
per la Commissione stragi. Pelizaro lavora di suo, ma trova molti dati nel
testo di Selvatici, quindi è doveroso citarli entrambi.
[Detto di passaggio: Fini è bravo, è stato in Israele, è per i diritti,
ammette di essersi fatto delle canne etc etc... ma un articolo così ben
fatto non va diffuso solo nella cerchia interna, checcavolo... E' il peccato
originale della destra-destra: è brava (quando riesce a sganciarsi dallo
statalismo mussoliniano-cossuttiano) ma incapace di comunicare, di farsi
cultura e diventare movimento. E dagli e ridagli che "i movimenti sono di
sinistra". Balle cinesi: i movimenti sono il modo di interagire delle masse
nella società mediale, guai a non sapere navigare nel software sociale, guai
a restare nella forma-partito!].
Torniamo a Prodi. Leggete ogni parola e giudicate da voi. Qui il LINK con
l'intervento completo di Pelizzaro. Di seguito alcuni passi significativi:
Antonio Selvatici, nato a Bologna 39 anni fa, si è laureato proprio con
Romano Prodi in economia e politica industriale all'Università di Bologna.
Ha poi intrapreso la carriera giornalistica, collaborando con vari giornali
e riviste. Lo conosco da tanti anni. Cronista di razza, gran lavoratore,
scrupoloso e attento, con il fiuto finissimo di un segugio e la presa di un
dobermann, Selvatici era uno dei più brillanti e promettenti giornalisti d'inchiesta
italiani della nuova generazione. Celebri i suoi articoli specie per Il
Giornale. A Bologna era temuto come la peste. Il suo stile: chiaro e
semplice. Il suo motto: mai fermarsi davanti alle apparenze. Il suo metodo:
scavare fino in fondo per scoprire la verità nascosta dietro i fatti. Tanto
per dirne una, lo aveva preso sotto la propria ala protettiva il compianto
Valerio Riva, un "maestro" del giornalismo investigativo, autore fra l'altro
di monumentali libri come, ad esempio, Oro da Mosca. Riva guardava a
Selvatici come al suo discepolo prediletto. Ebbene, l'ha pagata cara. La sua
caduta in disgrazia è coincisa proprio con l'uscita di Prodeide. Per anni ha
combattuto (uscendone vincente) la sua battaglia di verità nelle aule
giudiziarie, abbandonato da tutti, schiacciato sotto il peso di troppe
denunce. Più o meno, quello che accadde al sottoscritto. Ma sull'autore
della biografica di Prodi si abbatté un vero e proprio uragano. La sua
"voce" andava spenta. Il suo giornalismo d'inchiesta, serio e implacabile,
dava troppo fastidio. E così venne decretata la sua uscita di scena. Tanto
che oggi Antonio Selvatici non fa più il giornalista. Sono anni che non
scrive più un articolo. Ha cambiato lavoro. E nei primi tempi, per sbarcare
il lunario con una famiglia sulle spalle, ha lavorato in cantiere come
manovale. Pertanto, un ringraziamento particolare va proprio all'amico-collega
Antonio per aver dato la possibilità ad Area di poter utilizzare brani del
suo libro.
Si entra in medias res:
La carriera accademica e politica del Professore è stata scandita da
numerosi incontri pubblici, quindi non meraviglia se il futuro presidente
della Commissione europea lo troviamo come ospite al convegno "Democrazia
cristiana e costituente nella società del dopoguerra" che si svolse a Milano
nel gennaio 1979. L'inizio dell'intervento non fu uno dei più brillanti,
anzi. Romano Prodi un po' imbarazzato di fronte alla platea di democristiani
attaccò con: "Chiedo scusa, se dopo una relazione molto vigorosa, molto
compatta, [quella dell'oratore che lo aveva preceduto, nda] seguirà una
relazione fatta più di appunti che non di un testo rigoroso ed esauriente
come dovrebbe essere per un convegno scientifico. Chiedo scusa, e spero che
mi comprenderete perché, purtroppo, ho avuto molte cose da fare". Il seguito
non è stato meglio dell'introduzione.
Voleva il Ponte sullo stretto:
Alla corte di De Mita nel 1983, il Professore venne nominato (per volere
di Ciriaco De Mita) presidente dell'Iri, la più grande holding pubblica del
mondo. In questa veste, il 14 settembre del 1983, si recò a Bari per
partecipare ai festeggiamenti del trentennio di attività dell'Isvimer (era
un istituto finanziario pubblico). Ecco che: "Ci troviamo di fronte ad un'economia
mondiale che è estremamente diversa dal previsto, molto più frustrante.".
Poi i partecipanti vennero investiti da frasi che suonavano come una
promessa: al Sud "Mancano anche infrastrutture tradizionali. Stiamo
analizzando a fondo il problema del collegamento stabile (il ponte? nda)
sullo stretto di Messina, perché è uno dei grandi temi che un Paese come l'Italia
deve assolutamente svolgere."..
Il Welfare:
Romano Prodi non poteva non essere uno degli ospiti del convegno "Denaro e
coscienza" che si tenne a Bologna nel 1987: non a caso era l'anno del
Congresso eucaristico diocesano. Al convegno partecipò anche il cardinale
Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, e il suo collega di Milano, Carlo
Maria Martini. In quella occasione, il presidente dell'Iri in carica aveva
curato le valutazioni conclusive della tavola rotonda. Eccone alcune:
"Continuo a ripeterlo, da quando è venuta questa grande moda liberistica,
nelle occasioni in cui posso incontrare i giovani e nelle poche lezioni che
in questo periodo faccio agli studenti, e dico: state attenti perché il
Welfare State (il sistema di stato assistenzialista, nda) sarà ricordato nei
libri di storia come la più grande conquista del ventesimo secolo. Credo che
esso sia stato uno dei momenti più forti di penetrazione di idee di
solidarietà, di idee profondamente cristiane dell'economia".
Risana l'IRI senza denunciare 2000 miliardi di debiti:
Bisogna evidenziare che Ciriaco De Mita e il professore sono amici di
vecchia data. Enrico De Mita (il fratello minore di Ciriaco) all'Università
Cattolica era compagno di studi e di stanza di Romano Prodi (all'Augustinianum
nella camera da quattro oltre a Romano Prodi ed Enrico De Mita, convivevano
Ugo Tori e Tiziano Treu, il futuro ministro del Tesoro). Ma il vero collante
della fraterna amicizia tra Romano Prodi e Ciriaco De Mita è stato l'avere
frequentato l'associazione degli ex allievi dell'Augustinianum (il cui
slogan ancor oggi è "Semel Agosti, Sempre Agosti"). Si trattava di un'amicizia
così profonda che sarebbe sfociata nella nomina di Romano Prodi a presidente
della holding industriale pubblica più grande al mondo. Mamma Iri dunque, è
stato per merito di Ciriaco De Mita, il politico democristiano della Banca
dell'Irpinia e della ricostruzione post-terremoto dell'Irpinia, se Romano
Prodi è stato nominato presidente dell'Iri dove ha soggiornato per sette
anni, dal 1982 al 1989 (la storia dell'intercessione di Giovanni Spadolini
come si legge con interpretazione "buonista" sull'Espresso del 17 febbraio
1995 è comunque non determinante). Non è per caso che i sette anni di
reggenza demitiana della Democrazia cristiana coincidono con i sette anni di
Romano Prodi presidente dell'Iri. Lo stesso Professore in un'intervista
avrebbe ammesso: "So benissimo che senza l'indicazione del partito di
maggioranza, non sarei andato all'Iri". Vale a dire che, senza l'appoggio
dell'amico e compagno di corrente Ciriaco De Mita, Romano Prodi la
presidenza dell'Iri se la sarebbe sognata. Il "santino laico" è stato così
descritto dal giornalista Piero Ostellino: "Romano Prodi è una degnissima
persona. Ma non è il candido professore di provincia, tutto casa, chiesa e
bicicletta, sostanzialmente estraneo al mondo della politica, che la sua
macchina elettorale ci ha proposto. Egli è uomo di potere autentico, nell'Italia
dei De Mita, dei Craxi, degli Andreotti non si diventava presidente dell'Iri
e non si restava dieci anni se non si era un abile tessitore di alleanze, un
sottile interprete degli equilibri politici ed economici del Paese". Giorgio
La Malfa in un'intervista pubblicata il 7 ottobre del 1993 così descriveva l'avventura
di Romano Prodi timoniere dell'Iri: "I miei amici dell'Economist hanno
presentato Prodi come il risanatore. Ma si sono sbagliati e glielo dimostro
con le cifre. Tra il 1982 e il 1988, il presidente era Prodi, l'Iri ebbe
fondi di dotazione e mutui con l'obbligo del rimborso da parte dello Stato
per 17.724 miliardi, più di una volta e mezzo rispetto al complessivo dei
fondi che l'Istituto ebbe dalla sua formazione, nel 1933, fino al 1988. Il
bilancio di quell'anno mostrò un utile di 1.263 miliardi, ma senza
considerare la siderurgia. In realtà, nel 1988 la perdita fu di 2.416
miliardi". Giorgio La Malfa concludeva il suo articolo con un inciso: "Al
professor Prodi non riconosco nessun titolo di privatizzazione di aziende e,
tantomeno, di risanatore dell'Iri. Quel che gli riconosco è invece un
preciso ruolo politico. Non è un tecnico, ma un fior di democristiano".
Nel 1989 vende la Cassa di Risparmio di Roma a prezzo stracciato e ne ricava
un'interrogazione parlamentare di Bassanini e Visco:
Romano Prodi nel 1989 aveva voluto vendere "la Cassa di Risparmio di Roma
di Cesare Geronzi e Pellegrino Capaldo, amici di Andreotti, senza neppure
una perizia sul valore, a un prezzo stracciato. (In realtà mi risulta che
solamente Cesare Geronzi era andreottiano, Pellegrino Capaldo, nato a
Atripalda, un paesino dell'avellinese, era un fedele di Ciriaco De Mita,
nda) Era caduto Ciriaco De Mita, il Caf (il trio Craxi, Andreotti, Forlani,
nda) stava trionfando e il mandato di Prodi all'Iri era in scadenza. Credo
che lui volesse acquistare meriti andreottiani per guadagnarsi la conferma
all'Iri. Non gli riuscì. Però ricordo un'interrogazione parlamentare su
quella scandalosa vendita, firmata fra gli altri da Franco Bassanini e
Vincenzo Visco, oggi folgorati dall'apparizione del professor Prodi leader
della sinistra. Che strani scherzi fa la politica".
Rapporti con Ferruzzi e Raul Gardini:
Il Professore vantava [inoltre] una vecchia amicizia con la potente
famiglia ravennate Ferruzzi. Inizialmente con il capostipite Serafino
Ferruzzi, poi con Raul Gardini e con la moglie Ida (detta Idina). Un'amicizia
anche interessata, visto che ben presto Raul Gardini diventò un buon cliente
di Nomisma e in seguito entrò a fare parte del consiglio di amministrazione
del centro studi bolognese. Inoltre, non è forse vero che la chiusura della
rivista Materie Prime di Nomisma venne evitata solamente perché acquistata
da Gardini? Nel 1987, Raul Gardini pronunciò la famosa frase "la chimica
italiana sono io". Effettivamente, Raul Gardini scalò il colosso chimico
Montedison, poi concordò "proprio con Ciriaco De Mita, uno sgravio fiscale
da mille miliardi per favorire la nascita di Enimont: entrando così nel
girone infernale della chimica di Stato, da cui quasi nessuno dei
protagonisti è uscito indenne". Non è forse vero che fu Romano Prodi il
trait d'union tra Raul Gardini e Ciriaco De Mita?
N come Nomisma:
Terminato il primo round all'Iri, probabilmente per cambiare un po' aria,
Romano Prodi si recò negli Stati Uniti dove tenne alcune conferenze. Per
Romano Prodi e per Nomisma il 1992 incominciò bene. Ad inizio gennaio, il
commissario straordinario delle Ferrovie dello Stato Lorenzo Necci nominò
alcuni consulenti: Susanna Agnelli avrebbe presieduto l'Authority sulla
gestione delle problematiche relative ai rapporti tra le Ferrovie e la
città, della quale avrebbero fatto parte anche l'architetto genovese Renzo
Piano, il sociologo Giuseppe De Rita e l'economista Carlo Maria Guerci. L'ex
presidente dell'Iri con l'assistenza di Nomisma si sarebbe occupato dell'altro
comitato sull'alta velocità, di cui sarebbe diventato garante. Una pioggia
di miliardi si riversò sul centro studi di Strada Maggiore. A Bologna,
volgendo le spalle alle Due Torri e camminando lungo Strada Maggiore per
altri duecento metri, sulla sinistra si erge un importante palazzo. Si entra
da un vecchio portone e, dopo aver attraversato un cortile interno, si
incontra l'elegante targa di ottone sui cui si trova inciso "Nomisma
Incontri", la N svolazzante ha un'aria molto nobile. L'ampia ed elegante
sala incontri vanta preziosi affreschi. Ai piani superiori si trovano alcuni
uffici di Nomisma, dove Gualtiero Tamburini (cugino del famoso salumiere
bolognese) gestisce il settore ricerche immobiliari. Tornando su Strada
Maggiore, pochi metri più avanti, sullo stesso lato della strada vi è la
sede della casa editrice "Il Mulino", dove menti preparate si confrontano su
temi..
Voleva la separazione tra potere economico e potere politico...:
Parole profetiche nell'ultimo capitolo del saggio Il tempo delle scelte.
Lezioni di economia, scritto da Romano Prodi e pubblicato dalle edizioni Il
Sole 24 Ore nel 1992, il Professore scriveva: "Nella democrazia una regola
non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico
dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito
non c'è democrazia" [cfr. invece il giudizio di La Malfa, supra].
Nipoti, zii e "mio cuggino":
Sulle orme del maestro, Alberto Clò, dopo avere ospitato nella sua casa di
campagna la famosa seduta spiritica, è diventato prima collaboratore del
maestro quando questi è diventato ministro dell'Industria, poi è stato
nominato ministro dell'Industria (ora è presidente dell'aeroporto Guglielmo
Marconi di Bologna). Alberto Clò nel 1982 ha fondato una società di ricerche
(la Rie, Ricerche Industriali ed Energetiche srl), che aveva gli uffici
nello stesso palazzo di Nomisma (di recente la società si è trasferita in
via Castiglione a pochi metri dall'Istituto Ferruccio Parri, meglio
conosciuto come la biblioteca della Resistenza). Patrizio Bianchi [dopo la
laurea in scienze politiche all'Università di Bologna, ndr] si è trasferito
all'Università di Ferrara ed è presidente scientifico di Nomisma. Inoltre, l'allievo
del professore eletto nelle file del Pds ha ricoperto la carica di
consigliere comunale al Comune di Ferrara. Massimo D'Alema l'ha voluto come
presidente di Sviluppo Italia per il Sud (da poco si è "dimesso"). Patrizio
Bianchi ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Iri. Per non
smentire la nomea di Strada Maggiore, l'ex presidente del Consiglio ha
voluto che la sede dell'Ulivo regionale avesse sede al numero civico 47,
pochi metri dopo il portone della Facoltà di scienze politiche. Qui tutt'oggi
si trova anche l'ufficio politico del professore, che questi, quando era al
governo, compatibilmente con gli impegni, frequentava il lunedì mattina.
Questa è Strada Maggiore, la "Prodi's Street".
Insegna a Trento:
Romano Prodi, mentre era impegnato a seguire i lavori del Consiglio
comunale di Reggio Emilia [venne eletto consigliere comunale della Dc il 22
novembre 1964 nella rossa Reggio Emilia, all'età di 25 anni, ndr], seguì il
maestro professore Nino Andreatta (già consigliere economico di Aldo Moro)
prima all'Università di Trento poi a quella di Bologna. Senza dubbio, sia
per il maestro che per l'allievo, insegnare alla Università di Trento
(accademia edificata per volere della Dc che sperava di formare nuovi
quadri, creando università nelle cosiddette zone bianche) sarebbe diventata
un'avventura che entrambi non avrebbero dimenticato. A Trento, nella nuova
Facoltà dell'Istituto di scienze sociali, a seguire le lezioni di Sabino
Acquaviva, Umberto Segre, Beniamino Andreatta e del giovane assistente
Romano Prodi vi erano alcuni futuri, famosi terroristi. Da Renato Curcio (il
fondatore delle Brigate rosse) a Duccio Berio, da Vanni Mulinarsi a Marco
Pisetta (l'ombra dell'allora carismatico Renato Curcio). Il maestro
Beniamino Andreatta insegnò all'allievo Romano Prodi non solo i rudimenti
dell'economia applicata, ma anche a muoversi nell'ambiente della politica.
Dal 9 al 12 dicembre del 1968 a Perugia si tenne il convegno economico della
Dc organizzato dalla segreteria del potente partito. Era il periodo in cui
la sinistra del partito (la corrente di Aldo Moro) aveva il sopravvento
sulle altre correnti e non è dunque un caso che tra i relatori spiccassero i
nomi dei democristiani "Prodi, Bombardini, Andreatta, Barberis e Mazzocchi".
Fa il flipper nel 1993 e probabilmente si lega a Soros (il banchiere "no
global" che fece saltare in aria la lira):
L'anno di piena attività del ciclone politico-giudiziario (1993) esaltò la
figura di Romano Prodi. Innanzitutto, teste che saltavano significavano
anche posti che si liberavano. Poi il programma di privatizzazioni imposto
da Giuliano Amato aveva riportato in auge il vecchio binomio
Prodi-privatizzatore. Infine, in quei mesi si cercava di ripulire l'industria
di Stato dai boiardi e quindi altri posti ghiotti si liberavano. In quei
mesi del 1993, il nome di Romano Prodi rimbalzava come la pallina impazzita
di un flipper: convegni, tavole rotonde, presentazioni, interviste,
commenti, proposte, visite all'estero, indiscrezioni e bugie, insomma, il
Professore era invitatissimo. Non scalfì la sua candida immagine di buon
tecnico-parrocchiano-padano neppure la pubblicazione del suo nome su un
lungo resoconto pubblicato dalla Executive Intelligence Review in cui, in
quanto consulente della banca d'affari di New York Goldman Sachs, veniva
accusato di fare parte dell'entourage dello speculatore George Soros.
Capo dell'IRI, ancora:
Al Professore non rimaneva che rivolgersi al mercato, offrendo quello che
era rimasto di appetibile. Riguardo la prima gestione dell'Iri, vale a dire
il settennato 1982-1989, se ne sono scritte e dette di tutti i colori, ma
una chiara visione d'insieme dello stato di salute dell'Iri dopo la
presidenza Prodi è quasi impossibile da tratteggiare. Alcuni hanno scritto
che a fine del 1988, la più grande holding pubblica poteva vantare utili per
1.263 miliardi. Sembrava che si fosse avverato un miracolo, ma a rovinare la
festa vi erano le perdite patrimoniali della siderurgia (3.000 miliardi) che
in base ad un articolo dello statuto non vennero contabilizzate. Ancora,
abbiamo trovato scritto che "Romano Prodi ha preso l'Iri con 36mila miliardi
di debiti a fine 1982 e l'ha lasciato a fine 1989 con una esposizione di
circa 45mila miliardi". Rispetto all'Iri-uno, anche il clima
politico-economico era mutato: non si metteva più in dubbio il verbo
privatizzare, ma l'argomento del contendere riguardava le modalità con cui
effettuare le privatizzazioni. Sostanzialmente, il bivio di fronte al quale
si trovava Romano Prodi conduceva da una parte verso la soluzione public
company, dall'altra verso la soluzione nocciolo duro. La formazione
catto-sinistrorsa del Professore non poteva che spingerlo a favorire la
soluzione più populista della public company. (Per il dizionario Garzanti
della finanza, public company è la "denominazione inglese con cui si indica
la società ad azionariato diffuso, con moltissimi soci titolari ciascuno di
un numero ridotto di azioni e in cui non vi sono soci di riferimento con
notevoli possessi azionari, in grado di esercitare un'influenza dominante,
il potere di controllo viene di fatto esercitato dal management. In Italia
possono essere considerate public companies le banche popolari, che
giuridicamente sono società cooperative". Trattando il tema delle
privatizzazioni, una definizione di "nocciolo duro" la troviamo nel libretto
Il capitalismo ben temperato, un'antologia di scritti di Romano Prodi.
Quindi: "Per nocciolo duro si intende la creazione, sul modello seguito
dalla Francia nel processo di privatizzazione di un capitale di comando
della nuova impresa, formato da un gruppo d'azionisti previsti appositamente
dal governo"). 1994: vince il Polo. E Prodi lascia mille polemiche, si avviò
la privatizzazione delle banche Credit e Comit. Immediatamente, ci si
accorse che erano state seguite delle regole che avevano permesso a
Mediobanca "senza nessun ostacolo di poter giocare un ruolo dominante nella
campagna d'acquisto delle azioni delle due grandi banche".
Esce dal CdA IRI quando si appalta a Goldman Sachs (poi parla di
Berlusconi):
La privatizzazione del Credit può aprire scenari fino ad ora scarsamente
considerati. All'inizio di settembre del 1993, Romano Prodi in veste di
presidente dell'Iri comunicò che avrebbe immediatamente ceduto le quote di
controllo degli istituti di credito Comit e Credit. Pochi giorni dopo, per
verificare l'interesse del mercato internazionale Romano Prodi si recò prima
a Londra e poi a New York ed infine a Boston. Quando giunse nella Grande
Mela, si incontrò con alcuni illustri banchieri fra cui alcuni della banca
Goldman Sachs, di cui lo stesso Romano Prodi era stato consulente in veste
di senior advisor. In seguito, la banca d'affari statunitense venne scelta
dall'Iri come soggetto che doveva collocare sui mercati esteri le azioni del
Credit. Quando questi passaggi vennero evidenziati, Romano Prodi si difese
affermando che quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell'Iri
per affidare l'incarico alla Goldman Sachs lui era uscito. Questo è vero.
Le società con la moglie:
Ma si potrebbe evidenziare che della banca d'affari americana troviamo
traccia all'interno della società di consulenza Ase srl (Analisi studi
economici) di Bologna i cui soci erano i coniugi Prodi. Infatti, sembra che
nell'esercizio del 1993 della società dei coniugi Prodi risulterebbero
pagamenti da Goldman Sachs per consulenze per una cifra che si aggirerebbe
attorno ai 900 milioni di lire (il corrispondente di mezzo milione di
dollari). Stando alle indiscrezioni investigative-giudiziarie, quando nell'autunno
del 1999 la magistratura di Bologna è andata a controllare i conti dell'Ase,
si è accorta che non si trattava di consulenze vere e proprie....
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The Punisher®
Una voce scomoda contro il neofascismo rosso
Tutte cazzate...
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