I boss della mala romana erano satelliti minori che ruotavano attorno a una
stella di prima grandezza, all’interno di un’immensa galassia di cui non
riuscivano a distinguere i contorni,la stella era Pippo Calò, il numero tre
della cupola di Cosa Nostra,subito dopo Riina e Provenzano. Nel 1954 il boss
palermitano aveva conosciuto i carcere Domenico Balducci, un faccendiere
romano di origini siciliane, Una ventina di anni dopo, quando Calò andò a
cercarlo a Roma, lo strano personaggio gli disse di avere amici molto
importanti, magistrati,poliziotti, uomini dei servizi segreti e una certa
eccellenza, di cui non si è riusciti a scoprirne l’identità, ma il cui nome
deve aver colpito favorevolmente colpito il boss, che proprio in quel
periodo aveva deciso di trasferii nella capitale, con il consenso di Riina,
quest’ultimo non era ancora capo di Cosa Nostra ma stava “studiando” per
diventarlo. Totò “u Curtu” voleva aprirsi un varco nei centri di potere
romani, fino a quel momento esclusiva riserva di caccia del Principe, ovvero
Stefano Bontade: cominciò così una singolare avventura che ha consentito al
boss che “voleva morto Moro” di centuplicare il patrimonio mafioso,
infiltrando i tentacoli della Piovra nelle stanze più importanti della
capitale, attraverso uno spregiudicato gioco di alleanze con la politica, i
servizi segreti, la malavita comune e il terrorismo.
Fu anche grazie a questi appoggi che i Viddani riuscirono a vincere la
guerra di mafia a cavallo degli anni 80, ormai forti del loro coinvolgimento
nei “grandi segreti” erano in grado di rilanciare la sfida nei confronti
dello Stato.
Il punto più alto della sfida fu la strage del 23 dicembre 1984, che salutò
l’arrivo di Buscetta in Italia e l’inizio della sua collaborazione con
Giovanni Falcone. E da allora che Cosa Nostra farà ricorso alle stragi ogni
volta che tra mafia e Stato saltavano le “mediazioni”. Soltanto dopo l’
arresto di Riina , Cosa Nostra ha tentato di ritornare invisibile, di
ricucire i rapporti con la politica, di cancellare un lungo periodo di
“errori” che si è concluso con la sconfitta del partito armato. Ma è un
percorso molto difficile, raccontano gli ultimi pentiti il passato molto
probabilmente non tornerà.
Torniamo all’arrivo di Pippo Calò a Roma ed ai rapporti con Balducci nei
primi anni romani, periodo non del tutto chiaro e pieno di misteri. Le
cronache cominceranno a occuparsi di loro soltanto alla fine degli anni
settanta. Balducci in quel periodo era molto noto nel colorito mondo che
ruota attorno al Monte della Pietà, con un soprannome che tradisce le sue
origini. Era chiamato Mimmo il “cravattaio”, cioè un usuraio. Quando Calò
approdò a Roma, Mimmo era proprietario di un piccolo negozietto di
elettrodomestici, in una stradina adiacente a Campo de Fiori. Tra
frigoriferi e lavatrici spiccava un inequivocabile cartello:<< Qui si
vendono soldi>>. Ad attaccarlo era stato Oberdan Spurio, un altro “
cravattaio” amico di molti personaggi della mala romana poi confluiti nella
Banda della Magliana. Nella bottega di Mimmo, Oberdan aveva aperto un vero e
proprio sportello bancario, dove oltre al denaro venivano venduti
argenteria, preziosi, tappeti pregiati, frutto di refurtiva e pagamenti a
prestiti con interessi spropositati.
Allo “sportello” era di casa anche Flavio Carboni, il faccendiere sardo,
coinvolto nella morte di Calvi, Carboni era un ex impiegato della Pubblica
amministrazione e poi imprenditore discografico, che si era improvvisato
speculatore edilizio e aveva perciò urgente bisogno di liquidi. Il Carboni
era un personaggio brillante, spregiudicato, ma a causa di operazioni
affaristiche mal riuscite era finito in un vortice di protesti cambiari. Ad
indirizzare Carboni al negozio di Campo de Fiori era stato un imprenditore
edile, Daniele Sbarra, che Rosario Nicoletti costituiva il riferimento
finanziario della mala romana. Insomma attorno al negozietto di Calducci si
formò una connection molto potente e destinata a grandi successi. Fu Sbarra
a presentare Balducci a Carboni, che ai magistrati dirà di lui<< Era un
procacciatore di finanziamenti eccezionali, uomo ignorantissimo quanto
intelligente>>.
Per Mimmo il “cravattaio trovare somme ingenti in breve tempo non era
difficile: alle sue spalle c’era Calò che non aveva problemi di liquidità.
Carboni ebbe i suoi primi 800milioni, che gli servirono per acquistare un
terreno edificabile nel siracusano a cui erano interessati anche personaggi
in odore di mafia, oltre al costruttore Sansone ( che molti anni dopo verrà
arrestato insieme a Riina), anche Giuseppe Di Cristina, un boss nisseno
molto potente. Di Cristina si trovava nella necessità di riciclarsi: fino a
quel momento era stato guardaspalle di Graziano Verzotto , ma il finanziere
era fuggito all’estero nel 75 per una serie di reati finanziari e il boss
era momentaneamente disoccupato. In seguito Pippo Calò avrà una ricompensa:
fu grazie a Carboni se il boss riuscì ad entrare nel giro immobiliare, dopo
aver conosciuto Sbarra.
La mafia a Roma cominciò a investire nelle costruzioni e tutto andava per il
meglio. L’ingresso di Carboni nel giro si era rivelato un ottimo affare: il
faccendiere sardo era in buoni rapporti con alti prelati in Vaticano ed
esponenti democristiani come Benito Cazora , Clelio Darida e Mauro Bubbico.
Il vero asso nella manica di Carboni era un altro: vantava di essere socio d
’affari del finanziere italosvizzero Fiorenzo Ravello (alias Florens Ravello
Ley) , gestore di grandi ed oscuri patrimoni, coinvolto anche nello scandalo
Italcasse. Carboni si assicurò in questo modo la considerazione di Balducci
e per tramite suo anche del potente Calò. Ma tutto questo spiega, almeno in
parte, come sia potuto accadere che un personaggio modesto come il
“cravattaio” sia riuscito a diventare , nel volgere di pochi anni, un
importante collettore di capitali: << Il tramite di un mondo imprenditoriale
romano, ancora ufficialmente legale, e una malavita organizzata interessata
a investire quanto lucrato illegalmente>>, come scriveva il giudice
Lupacchini nella sua ordinanza.
Ma fu proprio a causa delle strette relazioni tra la società di cui Balducci
era prestanome e quelle di Ravello Ley, che le indagini sull’Italcasse s’
intrecciarono con l’inchiesta sulla Banda della Magliana. Quando Di Cristina
fu ucciso, nell’estate del 1980, addosso al cadavere del boss nisseno furono
trovati due assegni di cinque milioni , emessi dalla SIR di Nino Rovelli e
girati alla Sofint, società che faceva capo a Carboni,Balducci,e Florent
Ravello Ley e dietro cui si celava come socio “occulto” Pippo Calò. Gli
assegni facevano parte di un’operazione legata all’acquisto di un terreno
sulla Costa Smeralda, cui era interessato il giovane Paolo Berlusconi, ma
rientravano anche in quella vicenda di “Assegni del Presidente” di cui Mino
Pecorelli, la sera in cui fu ucciso si apprestava a pubblicare la seconda
puntata. I magistrati romani, nel chiedere l’autorizzazione a procedere
contro Andreotti, hanno sottolineato che il giornalista aveva scoperto
come<<intorno alle vicende della Italcasse e assegni della SIR si fosse
determinata la convergenza di interessi di gruppi mafiosi riconducibili a
Pippo Calò e Domenico Balducci. Dalle indagini è emerso che Andreotti aveva
la disponibilità di questi assegni, che negoziò personalmente cedendoli a
diverse persone>>
La sera del 20 marzo 1979 Pecorelli stava per tornare sull’argomento, con
nuove travolgenti rivelazioni, ma l’articolo sparì. Rimase soltanto la
copertina con la foto di Andreotti, poi scomparsa in seguito. Il direttore
di <OP> sapeva che il presidente aveva ricevuto finanziamenti in “nero” da
Rovelli, sotto forma di assegni di piccolo taglio, parte dei quali erano
stati riciclati in società appartenenti o in odor di mafia, come la Sofint,
una scatola finanziaria che aveva i terminali nell’ufficio di Lugano di
Florent Ravello Ley , in piazza Pepinè, e riconducibili allo scandalo
Italcasse.
I rapporti con la P2 di Licio Gelli
L’ombra del venerabile, nella storia della Banda della Magliana, ha fatto
una fugace apparizione dietro il centro studi reatino del Prof De Felice
dove, all’ombra di mitra e svastiche, venivano indottrinati i boss. Ma quali
erano i rapporti tra Gelli e la Banda?
Molteplici, complessi, come indecifrabili. Sappiamo con certezza che sono
sopravvissuti fino allo scioglimento della Loggia. Dieci anni dopo,, tra la
fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, troviamo ancora l’ineffabile
Licio aggirarsi tra banche, toghe e rapporti fiduciari con i governi del
sudamericani, come ai bei tempi della sua amicizia con Peron e Lopez Rega,
sempre con le mani in tasca in affari miliardari, assieme a qualche boss
superstite della Banda romana.
Nel rapporto che il sostituto procuratore Franco Ionta ha inviato alla
Commissione Antimafia nel marzo del ‘ 90 , pochi giorni dopo l’omicidio di
De Pedis, si legge;
“ La malavita romana può definirsi mafia dei colletti bianchi per il suo
ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili, pellicce e
gioiellerie, ristoranti e locali notturni gestiti attraverso un reticolo di
società a responsabilità limitate (…) Il * Jackie ‘O”, notissimo locale
notturno della capitale, Può considerarsi la base logistica dell’
organizzazione Gli assegni sono riciclati con la compiacenza di funzionari
del Banco di Santo Spirito e della Banca del Cimino ( un giro vorticoso di
decine e decine di miliardi. ).
Ma il passo più interessante della relazione è il seguente:<< L’
organizzazione è in grado di investire negli appalti di grandi opere
edilizie in Sud America e in Africa grazie al venerabile Licio Gelli e nell’
acquisto di grandi alberghi a Milano e a Roma>>.
A fare da intermediario era uno sconosciuto, tal Pasquale De Tomasi, detto”
o chiattone”, immobiliarista.
Nel ’83 fu denunciato per associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con
la famiglia palermitana Barbarossa.capi mafia nella kalsa, De Tomasi (
stando alla ricostruzione storiografica della Banda della Magliana fatta
dal giudice Lupacchini) ancora costituiva << il canale più importante
attraverso il quale la criminalità organizzata, ricicla all’estero i
miliardi delle innumerevoli attività illecite costruendo , ponti ,
autostrade e edifici in Argentina>>.
Appare più che evidente, a questo punto, che la Banda della Magliana non è
soltanto una gang criminale, ma una struttura molto importante di un’
organizzazione ben più vasta che godeva di ampie protezioni in Italia e all’
estero grazie ai rapporti con i servizi segreti e la grande massoneria.
Anche i rapporti con la mafia,, come abbiamo visto precedentemente , non
sono quelli di un semplice gruppo affiliato.
da : Rita di Giovacchino - Il Libro Nero della Prima Repubblica - Fazi 2005