14 novembre ’00
FIAT
Dopo che la Fiat ha annunciato la sua intenzione di liberarsi di mille
impiegati degli Enti centrali (a Mirafiori e in piccola parte a Pomigliano),
si sono tenute le prime assemblee in fabbrica a cui hanno partecipato un
migliaio di lavoratori, operai e impiegati insieme. I lavoratori degli Enti
centrali hanno respinto l'attacco dell'azienda che punta con un'unica mossa a
liberarsi dei presunti esuberi - gli impiegati che non sono interessati dalle
due joint venture tra Fiat e General Motors - e ad accantonare l'integrativo.
Le trattative per il rinnovo del contratto aziendale non sono mai decollate
per l'intransigenza della multinazionale torinese. Le Rsu decidono le forme di
lotta da mettere in campo e non è escluso un aumento delle ore di sciopero
(due) già programmate per lunedì prossimo per il contratto. Le ore di sciopero
saranno invece otto a Pratola Serra e a Melfi, decisione presa ieri dopo il
rifiuto della Fiat di ritirare i due licenziamenti per rappresaglia
antisindacale nello stabilimento avellinese.
15 novembre ’00
SCIOPERO DEI MARITTIMI DELLA TIRRENIA
Alla fine il traghetto Domiziana è rimasto nel porto di Civitavecchia.
Nonostante le gravi intimidazioni messe in atto dalla compagnia, spalleggiata
dalla polizia, i marittimi della Tirrenia hanno deciso infatti di rispondere
all’appello lanciato dal Sin. Cobas, che aveva indetto uno sciopero di 24 ore
a partire dalle 17.30 del 14/11. Protesta riuscita anche a Napoli, dove il
“Florio” diretto a Palermo non ha potuto mollare gli ormeggi. Hanno invece
ottenuto l’effetto sperato le minacce del comandante del traghetto
Olbia-Civitavecchia, che pur di far partire la nave non ha esitato a definire
l’agitazione illegittima, paventando conseguenze legali per chi avesse aderito
allo sciopero. Una “strategia dell’intimidazione” che tuttavia a Civitavecchia
non ha funzionato anche grazie all’intervento di Rifondazione comunista,
prontamente corsa al fianco dei lavoratori non appena si è saputo che la
compagnia aveva chiamato la polizia. “Dapprima - riferisce Simona Ricotti - un
ispettore ha minacciato di precettare i marittimi. Poi, dopo il nostro
intervento, si è limitato a identificare coloro che avevano deciso di
partecipare allo sciopero: un atto di intimidazione vergognoso”. Ma quali sono
le ragioni della protesta? I motivi dell’agitazione riguardano tutti la tutela
dell’occupazione e la sicurezza dei lavoratori e dei viaggiatori, e derivano
in buona parte dall’accordo “segreto” che Cgil, Cisl, Uil, Cisal, Ugl hanno
sottoscritto il 9 ottobre con la Federmar e La Tirrenia spa. Accordo che
prevede l’ulteriore dimagrimento degli addetti sulle navi. Una vera e propria
decimazione generata dall’introduzione di un nuovo calcolo, che fissa il
numero degli addetti alla navigazione in ragione del numero dei passeggeri.
Un’aberrante trovata che consente, per esempio, di ridurre gli elettricisti e
gli addetti alle sale macchine nel caso in cui i passeggeri di una linea di
viaggio riducano la loro presenza. La logica, che ha suggerito l’accordo
contestato deve essere stata, per i settori in esame, quella che l’apparato
elettrico e quello dei motori della nave, per effetto del minor numero degli
imbarcati lavorino di meno e quindi abbiano bisogno di minor personale. Nulla
di tutto ciò è vero, le sollecitazioni degli impianti elettrici e dei motori
non derivano dal numero dei passeggeri, ma solo e soprattutto dalla
navigazione. Diminuire gli addetti oltre a significare un aumento dei ritmi e
dei carichi lavorativi, significa inevitabilmente ridurre i tempi di controllo
e di manutenzione, aumentando quindi i rischi in termini di sicurezza dei
lavoratori e dei passeggeri. Ma significa soprattutto aprire ulteriormente al
lavoro precario, attraverso contratti a termine e lavoro interinale. Proprio
sulla sicurezza la Commissione elettorale (Sindacati Confederali e Tirrenia)
che ha gestito le elezioni delle Rls, che si sono tenute oltre un mese fa ed i
cui risultati non sono ancora noti, ha deciso autoritariamente di escludere
alcuni candidati del Sin. Cobas, cancellando senza alcuna motivazione i nomi
dalle liste. Decisione contro la quale il sindacato ha presentato ricorso al
magistrato. Ma l’offesa maggiore, che i dipendenti della Tirrenia devono
subire, è che ormai tutto quello che viene deciso nei loro confronti deriva da
accordi tra l’Azienda e dirigenti sindacali confederali che discutono e
decidono dei marittimi, senza rapportarsi con gli stessi. Non a caso i
lavoratori hanno proclamato lo stato di agitazione, allorquando sono riusciti
ad intercettare e valutare il contenuto del verbale dell’accordo del 9
ottobre, sottoscritto senza che nessuno ne sapesse niente. L’opposizione dei
lavoratori del Sin. Cobas ha prodotto un primo risultato: Cgil, Cisl, Uil il
30 ottobre, con una laconica lettera, hanno chiesto alla Federlinea ed alla
Tirrenia “lo slittamento momentaneo” dell’accordo del 9 ottobre “allo scopo di
verificarne l’applicabilità”. Una vera e propria ritirata tattica per
riproporre in tempi migliori, quando sarà passata la buriana dell’opposizione
dei lavoratori, lo scellerato patto. Il Sin. Cobas chiede invece “che tutto
quello che riguarda i lavoratori siano essi amministrativi od imbarcati debba
essere preventivamente discusso dagli stessi”.
MINISTERIALI
Per la Confindustria è un pericoloso "bonus elettorale"; per le Rappresentanze
di base che hanno occupato per alcuni minuti la sede dell'Aran in via del
Corso, un "pre-accordo vergognoso, in quanto non rispetta nemmeno il recupero
del differenziale tra inflazione programmata e quella reale". Al centro del
contenzioso, il pre-accordo (in quanto non è ancora stata approvata la legge
di copertura) siglato lunedì all'Aran per i 270 mila dipendenti dei ministeri
per il biennio 2000-2001.
Si tratta delle 154 mila lire a regime (comprese le risorse per la
produttività) che sono state concordate tra l'Aran e Cigl, Cisl e Uil, oltre
al Confsal-Unsa e che rappresentano un aumento del 3,8%, al di sopra del tasso
programmato d'inflazione. Guidalberto Guidi, consigliere di Confindustria per
le politiche industriali, afferma, invece, che l'aumento comporterà un
incremento salariale di quasi il 4,7% e "se aggiungiamo poi un punto
percentuale di previdenza integrativa si arriva al 5,7%".
Per Massimo Fabiani, portavoce, delle Rdb, il pre-accordo non recupera che una
picola parte della perdita del potere d'acquisto dei salari. Citando uno
studio della stessa Aran, Fabiani ha ricordato che in dieci anni le
retribuzioni hanno perso il 10% del potere d'acquisto. Cioè tra le 330 e le
350 mila lire, contro le 154 mila di recupero previste dal pre-accordo. Che
non è stato siglato dalle Rdb, non solo perché le rappresentanze di base erano
contrarie, ma soprattutto a causa dell'esclusione dalla trattativa, visto che
le Rdb per solo uno 0,25% non hanno neppure un rappresentante. Ma le Rdb
denunciano il sovradimenzionamento delle rappresentaze dei sindacati
confederali, ottenuto grazie a duplicazioni di deleghe che solo al ministero
del tesoro sarebbero 3 mila su 16 mila.
AVEZZANO: MICRON TECHNOLOGY
Il management di Micron Technology ha disdetto l'integrativo aziendale in
scadenza a fine anno. La disdetta non rientra nella routine, ma non è in vista
la nuova stagione negoziale: il management ritiene maturi i tempi per
eliminare la contrattazione aziendale.
Il sindacato ha indetto assemblee per trovare una risposta all'iniziativa. Le
organizzazioni sindacali di categoria sono divise, alcune in crisi di
rappresentanza, come la FIOM, altre nate da questa come la FISMIC, che però ha
una natura corporativa. In linea di principio, la prima mossa toccherebbe al
sindacato maggiormente rappresentativo: la Fismic, con 250 iscritti, contro i
100-110 di Fiom e di Fim e i 90 della Uilm. I rapporti tra confederali e
Fismic sono pessimi, anzitutto perché Fismic fu costituita per erosione di
Fiom. Inoltre vi sono questioni di stile e di linea politica.
La prima mossa l'ha però compiuta l'azienda, nella persona del plant manager
Sergio Galbiati, un dirigente da 50 milioni al mese. Galbiati ha convocato la
stampa locale, ha spiegato che il mercato delle memorie Sdram va a gonfie vele
e di conseguenza, i profitti aziendali si sono gonfiati oltre ogni
aspettativa; anche se Galbiati ha lasciato capire che era tutto previsto.
Qundi l'idea: assumere altri 300 giovani; distribuire ai dipendenti il 10%
degli utili. Si tratta di un premio di risultato che presuppone la
cancellazione della normativa contrattuale integrativa aziendale che infatti è
stata disdetta. Per Galbiati, Micron distribuirà il premio nel seguente modo:
il 25% a tutti; il 50% in rapporto ai livelli di inquadramento; l'ulteriore
25% a discrezione del management aziendale. A guadagnare di più, quindi,
saranno i livelli medio-alti dal momento che metà del premio totale va nelle
buste paga in rapporto ai livelli di inquadramento, e che dunque i dipendenti
con posizioni più elevate guadagneranno di più. E' anche ovvio che la
corresponsione discrezionale del 25% del 10% degli utili premierà i dipendenti
- come dire? - più vicini al management.
Questi lavoratori di Micron Technology, guadagnano circa un milione di più di
un metalmeccanico con le medesime mansioni, giunto per anzianitò al massimo
della retribuzione. E' evidente che, nelle condizioni determinate
dall'iniziativa della multinazionale dell'Idaho, gli spazi di manovra del
sindacato sono ristrettissimi. Di fronte alla disdetta dell'integrativo,
infatti, è difficile per il sindacato di categoria presentare una piattaforma
rivendicativa salariale.
Micron Technology preferirebbe che il sindacato neppure esistesse. Il
sindacato, da parte sua, potrebbe rispondere proponendo alle assemblee di
turno di ricorrere allo sciopero. Lo sciopero, ventilato nelle sedi
confederali, non potrebbe che mettere in difficoltà il sindacato autonomo
Fismic (i cui numerosi iscritti, com'è noto, non amano scioperare).
Purtuttavia, il ricorso allo sciopero potrebbe forse costituire una minaccia
sufficiente di fornte all'arroganza del management Micron. I managers forse
non lo sanno, o non l'hanno forse mai studiato nei corsi aziendali: ma lo
sciopero potrebbe intaccare i ritmi di accumulazione del profitto ai quali i
grandi capi di Boise, Idaho, sembrano assuefatti. Per dirla con chiarezza: la
generalità dei dipendenti, di fronte al gonfiarsi delle buste paga, metterà in
discussione una politica aziendale fatta di regali?
Per ogni osservatore di queste dinamiche risulta evidente che la parola
dovrebbe essere data, ora, alla lotta. Ma la lotta è una modalità desueta. La
stragrande parte dei dipendenti Micron sembra considerarla intercambiabile o
monetizzabile. Nessuno sembra pensare che, quando gli affari Micron andranno
male, la Company non li fronteggerà cancellando i premi di risultato - ma
semplicemente mandando a casa i lavoratori. Oggi sappiamo - con anticipo - che
l'anno 2001 vedrà il crollo del mercato delle memorie Sdram. Strano che non lo
sappiano di dipendenti Micron.
Micron ha ben capito il problema. Perché, difatti, il plant manager Galbiati
ha praticamente offerto uno scambio: l'azienda offre il 10% dell'utile
operativo e 300 nuove assunzioni in cambio di contratto zero.
FIAT: SCIOPERO CONTRO I LICENZIAMENTI
Quello che tutti si aspettavano è accaduto. I due delegati sindacali della
Fma, Antonio Di Capua e Donato Ciccarelli, già sospesi dalla Fiat dopo lo
sciopero del 3 novembre, sono stati licenziati. Lunedì notte, al turno delle
22, ai due delegati sono state consegnate ai cancelli le lettere di
licenziamento per "comportamento di tale gravità da integrare la giusta causa
di recesso e da non consentire più la prosecuzione, neppure a titolo
provvisorio, del rapporto di lavoro". Antonio Di Capua, accusato di aver
"minacciato e aggredito un suo collega di lavoro" e "aggredito un
rappresentante delle forze dell'ordine colpendolo con schiaffi", ha rigettato
ogni accusa e si prepara allo sciopero nazionale per il contratto di lunedì.
Uno sciopero che alla Fma e alle fabbriche del gruppo Fiat operanti in
Irpinia, come Iveco e Marelli, e alla Sata di Melfi sarà di otto ore, contro
le due programmate in campo nazionale.
Lo sciopero alla fabbrica motori di Pratola Serra sarà accompagnato da una
manifestazione ad Avellino. Un appuntamento che lavoratori e sindacati stanno
preparando con cura, cercando di coinvolgere un ampio fronte di lotta. Due
giorni fa, l'incontro tra l'azienda e i rappresentanti sindacali della Fma e
della Sata nella sede degli industriali di Napoli. I sindacati hanno chiesto
il ritiro delle sospensioni dei due delegati per proseguire l'incontro e la
vertenza per l'equiparazione salariale a tutto il gruppo Fiat e la messa in
discussione dell'attuale turnistica notturna. Ma la Fiat ha opposto un deciso
no al reintegro dei due lavoratori e l'incontro è saltato. Angelo Petrillo,
Rsu di Fma, racconta: "Il clima di condizionamento e intimidazione è
incredibile, quando siamo giunti all'incontro ci attendevano due camioncini di
poliziotti sotto la sede e due membri della digos in sala. E' dovuto
intervenire il nostro rappresentante sindacale nazionale per far accomodare
fuori i due poliziotti". Andrea Preziosi, segretario provinciale Uilm, il
sindacato dei due licenziati, dice: "Sull'attacco alla libertà di sciopero non
faremo un passo indietro né sconti alla Fiat. L'azienda deve sapere che non
accetteremo per i nostri compagni soluzioni diverse dal rientro in fabbrica".
Andrea Amendola, segretario Fiom, è polemico verso i suoi colleghi di Torino:
"Oggi più che mai abbiamo bisogno dell'aiuto dei lavoratori del Nord. Torino
non ha fatto un'ora di sciopero di solidarietà, a differenza di altre città.
Eppure è dal sindacato torinese che sono partite le bordate più forti contro
l'accordo di Melfi e Pratola del 1993. Stiamo preparando una grande
manifestazione, in cui vogliamo coinvolgere tutta la città perché è in gioco
non solo la natura stessa del sindacato, ma anche diritti di civiltà che
interessano tutti i democratici. Da soli, però, non andremo da nessuna parte".
Alla Sata di Melfi si lavora anche per la solidarietà con i cugini irpini.
16 novembre ’00
IL LAVORO SECONDO I PADRONI
Confindustri, con i dati dell'ISPO alla mano, conclude che i giovani
merdionali non aspettano altro che lanciarsi nel lavoro flessibile.
L'Ispo (Istituto studi sull'opinione pubblica, diretto da Renato Mannheimer)
ha effettuato una ricerca che ha interessato 5644 ragazzi italiani - la
maggior parte dei quali di età compresa tra i 14 e i 29 anni. Il risultato
parla del 37,2% dei giovani meridionali pronto anche da subito a forme di
"alta flessibilità contrattuale", ovvero a entrare nel mondo del lavoro con
contratti diversi da quelli a tempo indeterminato, cioè di formazione lavoro,
a tempo determinato, stage o tirocini retribuiti e non. Quel che si dice una
vera e propria miniera d'oro.
Conviene investire al Sud, dunque, visto che, spostandosi a nord, l'indice di
"flessibilità contrattuale" scende a livelli insostenibili per qualsiasi
industriale: 28,2% nel Centro, 24% nel Nord. Attenzione, però, perché il
giovane meridionale, al Sud, gli imprenditori rischiano di non trovarcelo più.
Dalla Puglia alla Sicilia, infatti, c'è anche un indice molto alto di
"mobilità", ovvero la disponibilità a fare le valigie, visto che il piatto
piange: quasi la metà dei giovani (47,5%) si è detto pronto a spostarsi contro
una media nazionale del 37,4%.
Ma che tipo di lavoro vogliono i giovani? Oltre la metà (52%) punta a quello
autonomo: e sono soprattutto maschi, già occupati e che risiedono nei comuni
più piccoli. Le donne, i disoccupati e i giovani delle fasce più colte,
invece, sembrano meno disposti a rischiare e tendono a raggrupparsi in quel
30% che cerca un impiego da dipendente. Il caro, vecchio "posto fisso",
comunque, i giovani del Sud non l'hanno dimenticato, visto che quasi un quinto
di loro (17,4%) vorrebbe lavorare alle dipendenze di un ente pubblico, contro
il 9% dei settentrionali.
Tutti dati che, in fin dei conti, non sorprendono: per i giovani meridionali
il lavoro "flessibile" non è affatto una scelta, ma un obbligo amaro. Non è
che i ragazzi del Sud siano più moderni o "new-economizzati" di quelli del
Nord - come forse gli imprenditori vorrebbero far credere - ma probabilmente
hanno un cappio al collo più stretto. Secondo lo Svimez, infatti, Calabria,
Campania, Sicilia, Sardegna e Basilicata guidano la classifica europea delle
regioni a più alto tasso di disoccupazione giovanile (dal 65,2% della Calabria
al 52,8% lucano). E le ragazze stanno anche peggio, se si pensa che, sempre al
Sud, arrivano a totalizzare un tragico 64,2%.
Ecco spiegata la corsa alla flessibilità di napoletani, palermitani e
catanzaresi. E si capisce anche la diffusione nel Sud di call center e catene
di franchising tipo McDonald's. Agli imprenditori la flessibilità piace, ma i
giovani fino a che punto la stanno scegliendo?
SCIOPERI ALLA FIAT
La settimana di scioperi alla Fiat si è aperta in anticipo con le fermate di
ieri alle meccaniche di Mirafiori e le assemblee alle carrozzerie e alla
palazzina impiegati, alla porta 5. Lunedì le proteste - due ore di sciopero,
in qualche caso aumentate - riguarderanno tutti gli stabilimenti italiani e
avranno al centro tre obiettivi: il rinnovo del contratto integrativo a cui
l'azienda si oppone con prepotenza, il ritiro del licenziamento di due
delegati a Pratola Serra e delle mille minacce di licenziamento tra gli
impiegati "esclusi" dalle due joint venture tra Fiat e General Motors.
Da Torino a Pratola Serra. "Immediata e concreta apertura della trattativa per
arrivare in tempi brevissimi a un accordo; richiesta al governo di una
mediazione per la ripresa e la conclusione della trattativa in tempi rapidi
(in particolare per Fma e SaTa di Melfi); ritiro dei licenziamenti". Sono
questi i tre punti emersi dalle assemblee di fabbrica in preparazione dello
sciopero dei metalmeccanici di lunedì alla Fma (Fabbrica motori automatizzata)
di Pratola Serra.
Uno sciopero che qui sarà di otto ore (come a Melfi), a dimostrazione della
durezza dello scontro che si è aperto al Sud tra i lavoratori e la Fiat. Pesa,
come dimostra la rabbia dei lavoratori esplosa anche nelle assemblee di
preparazione dello sciopero, il licenziamento dei due delegati di fabbrica di
alcuni giorni fa. Ancor più pesa, probabilmente, nell'animo dei lavoratori,
una sorta di amarezza e delusione per aver regalato all'azienda in questi anni
una fiducia e una pace sociale che hanno prodotto profitti altissimi, ma non
una straccio di normali relazioni sindacali.
Le otto ore di sciopero si terranno anche a Melfi, dove si sta sviluppando un
duro scontro soprattutto contro le terziarizzazioni. Ma Giorgia Calamita,
delegata della Sata, vuole dare un suggerimento agli amici e cugini di
Pratola: "Oltre alla lotta per essere equiparati agli altri lavoratori Fiat,
dobbiamo agire anche in senso generale, senza più sentirci diversi dagli altri
lavoratori del gruppo. Perciò dobbiamo evitare di ghettizzarci e capire che
sul contratto la partita è decisiva per tutti".
AMAZON: SINDACATO PER LA "NEW ECONOMY"
La calma cristallina dei siti web si rompe: i lavoratori di Amazon.com, il
sito americano di e-commerce più noto al mondo, creano per la prima volta un
sindacato. Tra i 400 impiegati dei servizi alla clientela di Seattle gira in
questi giorni un modulo per l'adesione al Da...@Amazon.com, che diventerà una
costola del WashTech, l'organizzazione che già da tempo tutela i lavoratori
del settore tecnologico.
Per gli Stati Uniti è una vera e propria rivoluzione. Come afferma Marcus
Courtney, di WashTech, "sfata il mito secondo cui i lavoratori della new
economy non vogliono essere rappresentati e i sindacati sono inutili nel
ventunesimo secolo". Gli Amazon-impiegati sono ormai decisi ad andare fino in
fondo ma, perché la loro nuova creatura venga riconosciuta, dovranno
raccogliere la maggioranza delle firme.
Intanto l'azienda corre ai ripari. Mentre il portavoce della compagnia, Patty
Smith, ostenta nonchalance davanti alle telecamere della Cnn, affermando che
"non c'è nulla di nuovo, non è la prima volta che tentano di organizzarsi",
aggiungendo che i dipendenti "non hanno bisogno dei sindacati, in quanto
posseggono anche le azioni", dall'altro lato i manager stanno inviando degli
inviti molto particolari ai lavoratori.
Una gentile convocazione per quello che i dirigenti chiamano "all-hands
meeting", una "democraticissima" assemblea dove tutti sono invitati a parlare.
Novità rispetto a quelli del passato: questa volta - la riuscita preme molto
all'azienda - la partecipazione verrà addirittura retribuita come una normale
giornata di lavoro anche a chi non è in turno. I sindacati, dal canto loro,
definiscono invece questo tipo di riunione "captive audience": un modo per
chiamare a raccolta tutti gli impiegati e fare un'unica ramanzina
intimidatoria. Tanto che, in una email ai supervisori, uno dei capi avrebbe
scritto di "informare i dipendenti degli svantaggi che porta con sé l'adesione
a un sindacato: scioperi, picchetti, multe e contributi".
Una vera e propria allergia ai sindacati, insomma. Peccato che i lavoratori di
Amazon abbiano ormai gli occhi aperti, messi in guardia dai licenziamenti
dell'anno scorso, che hanno riguardato il 2% dei dipendenti (150 sui circa
7500 di allora). E, soprattutto, il timore di nuovi tagli al personale viene
dalle moderne strategie di risparmio adottate dalle compagnie americane, che
trasferiscono i servizi di assistenza ai clienti nei paesi più svantaggiati.
A beneficiare dell'outsourcing Amazon, infatti, sarà la recente alleata
indiana Daksh.com, che offre lavoratori a 109-175 dollari al mese (250-400
mila lire) contro i 1900 pagati ai dipendenti americani. La stessa Microsoft
ha ormai trasferito buona parte dei propri servizi a Bangalore. Mentre il sito
della Daksh seduce le grandi compagnie con dolci parole: "Vi forniamo
significativi risparmi dovuti ai differenti sistemi di retribuzione tra India
e Stati Uniti". Essere più espliciti sarebbe davvero impossibile.
19 novembre ’00
SUDAFRICA: BRUCIATI IN FABBRICA
Lenasia, Johannesbug, Sudafrica. 11 persone morte nel rogo della fabbrica di
detersivi in cui lavoravano ed erano prigionieri. Il dettaglio è più preciso:
10 donne, le operaie, e un uomo, il sorvegliante. Molto probabilmente tutti
neri, questo le agenzie non lo dicono. E' giusto, non fa differenza. Di certo
erano molto "flessibili": non guardavano all'orario e guadagnavano 350 rand
(100.000 lire) al mese. Facevano il turno di notte, tra venerdì e sabato, e il
padrone (probabilmente bianco, questo le agenzie non lo dicono - è giusto
anche stavolta - comunque un "padrone", perché il ruolo, al contrario della
pelle, fa differenza) le aveva chiuse dentro.
I vigili del fuoco hanno dovuto tagliare i lucchetti che bloccavano la
cancellata esterna. Ma anche le porte di ingresso al capannone erano chiuse da
fuori. Hanno dovuto fare un buco nel muro, neanche fosse una banca. Un gruppo
di passanti di ritorno da un night aveva sentito le urla, ma non aveva potuto
far nulla: porte e cancelli chiusi. Se le entrate non fossero state bloccate
sarebbero scappati tutti. Ne avevano tutto il tempo. I corpi, o almeno le
tracce, sono stati ritrovati un po' su tutti i lati del perimetro del
capannone. Avevano corso, cercato un'uscita, lontano dalle fiamme che salivano
dai banchi di lavorazione. Hanno avuto tempo.
Margaret Washington, un'operaia che non era al lavoro per uno dei tanti banali
motivi della vita quotidiana, e molti testimoni dei dintorni hanno raccontato
che quella di chiudere dentro le donne era un'abitudine di lunga data. Il
padrone riapriva porte e cancelli solo al momento di far entrare il turno di
mattina.
Il 25 marzo del 1911 andò a fuoco una fabbrica tessile di New York. Il
padrone, anche lì, aveva chiuso dentro le sue operaie. Centoquarantasei; agli
americani piace fare le cose in grande. Quella strage divenne il fondamento
della giornata internazionale della donna, in un giorno diverso dello stesso
mese, l'8. Ma allora si era agli albori del movimento operaio, quando i
diritti dei lavoratori erano ancora tutti da conquistare. E di operai, donne e
uomini, dovevano morirne a migliaia prima di ottenere il riconoscimento di
essere umani, non "materia prima" della produzione. Quello che oggi stanno
perdendo.
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| VOGLIAMO DOCUMENTARE L'ATTUALITA' |
| DELLA LOTTA DI CLASSE, STANDO AL SUO INTERNO |
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> Il 25 marzo del 1911 andň a fuoco una fabbrica tessile di New
> York. Il padrone, anche lě, aveva chiuso dentro le sue operaie.
> Centoquarantasei; agli americani piace fare le cose in grande.
> Quella strage divenne il fondamento della giornata internazionale
> della donna, in un giorno diverso dello stesso mese, l'8.
Non vero. L'8 marzo fu proposto da Clara Zetkin come giornata internazionale
della donna al Congresso socialista di Copenaghen nel 1910. L'incendio del
1911, quindi, avvenne quando essa era stata gia' istituita. Dalle cronache
dell'epoca, d'altronde, risulta che le vittime del rogo del 1911 furono di
entrambi i sessi, e nessun cenno a lucchetti o chiavistelli di sorta.
Andrea
salo...@mediacomm.it