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VE LI RACCONTO IO I PRETI

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Wallace

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Aug 15, 2007, 8:07:44 AM8/15/07
to
VE LI RACCONTO IO I PRETI
Libero 8 agosto 2007
di VITTORIO FELTRI
Si fa alla svelta a dire i preti e quello che forse hanno fatto e che se non
l'hanno fatto magari lo farebbero; già, sono uomini come gli altri: bella
scoperta. In questi giorni è un macello. Mancava don Gelmini accusato di
abusi sessuali su giovanotti delle sue comunità di recupero drogati. Ho
detto giovanotti, non bambini dell'asilo e delle elementari che basta fare
bau bau per spaventarli e costringerli a subire i nostri porci comodi. Nulla
di tutto questo. Il vecchio sacerdote, spavaldo e burbero perché ha un sacco
di cose da sbrigare, con tredicimila persone sparpagliate in Italia e nel
mondo, stando alla denuncia avrebbe piegato ai suoi voleri libidinosi alcuni
Maciste; e questi, chissà per quali motivi, non si sarebbero ribellati, loro
che solo con uno schiaffone o uno spintone lo avrebbero ribaltato. A
distanza di anni poi si sono recati dal giudice a piagnucolare come
verginelle violate: quel prete ci ha fatto la bua. Ma andate a rane col
bacchettone. Li conosciamo i tossici alla disperazione. Per una dose sono
capaci di tutto come ogni buono a nulla: rubano rapinano ammazzano si
prostituiscono. Ormai hanno la coscienza al burro fuso, pronti a qualsiasi
nefandezza allo scopo di soddisfare l'esigenza di sostanza per il loro
cervello sforacchiato. Figurati se si intimidiscono e si riducono ad agnelli
passivi davanti al parroco arrapato. Credere a certe stupidaggini è
impossibile se non si è ingenui o in malafede. Ho 64 anni e faccio fatica
con una volontaria, immaginatevi con una che non ci sta. Don Gelmini,
invece, 82 anni suonati, quando s'attizza diventa feroce più di un leone e
ti sbrana tre o quattro Marcantoni come fossero lecca-lecca. Scusate, non vi
viene da ridere all'idea che il nonno assatanato faccia strage di drogati
rotti a ogni esperienza, marciapiede incluso? A volte la cronaca dei
giornali sembra il canovaccio d'un film di Natale con Boldi nel ruolo di
sciupafemmine o di castigamaschi, dipende. Nel caso di don Gelmini, inoltre,
è impensabile che lui rischiasse rapporti - età a parte - con gente
sieropositiva nella più ottimistica delle ipotesi. Solo un cretino si butta
in avventure del genere, e la biografia dell'uomo viceversa è tutt'altro che
quella di un cretino: basta dare un'occhiata alla sua colossale opera, 250
centri di salvezza per ragazzi rottamati dall'esistenza. Tutto questo non
conta. Gli sputtanatori professionali non vanno a fondo, e di ragionare non
se ne parla neanche. C'è un neo? Trasformiamolo in un bubbone sotto la lente
d'ingrandimento dei media, e scordiamo il contorno che contraddice il
puntolino nero. È una pratica antica quanto il mondo: prendi uno lassù in
alto e buttalo giù, così ci divertiamo a sentire il fragore della caduta.
Pessima storia che finirà in niente. Frattanto però don Gelmini trascorrerà
notti insonni; l'angoscia gli suggerirà discorsi sbilenchi da consegnare ai
taccuini dei cronisti; lui ne ha già consegnati alcuni, come quello degli
ebrei lobbisti che s'è dovuto rimangiare per manifesta stupidità. Provate ad
essere diffamati gratis. C'è da smarrire la sinderesi. Gli innocenti non
sono preparati a difendersi e lo fanno da indignati irrazionali. Ricordo
Enzo Tortora assediato dalle toghe: anziché smontare le accuse, sparava
cazzate a raffica. E uno che ascoltasse aveva il sospetto: questo è
rimbambito dalla coca. Nossignori. Era solo frastornato. Massacrato dal
carcere. Incredulo di essere considerato un venditore di morte. Don Gelmini
non è messo meglio: tira calci per uscire dall'angolo. Ma i calci non
riparano niente. Qualcosa ferisce: ad averlo messo nei guai sono giovanotti
ai quali ha cercato di fare del bene, togliendoli dalla strada dove si
rotolavano nella loro merda e accogliendoli in comunità. La comunità, per
chi lo ignorasse, non è un convento di novizie devote e mansuete; è un luogo
di recupero in cui le regole o sono di ferro e vengono rispettate o non si
recupera un accidenti. La fase di disintossicazione fisica è breve, un paio
di settimane. Le cosiddette crisi di astinenza non sono uno scherzo, però
passano in fretta. Il lavoro vero, quello lungo e difficile, viene dopo: la
ricostruzione della personalità, dello spirito, della volontà è una
operazione che richiede una grande applicazione del tossico e degli
educatori; un lavoro di gruppo che comprende la dedizione a un mestiere,
l'inserimento a pieno titolo nelle attività collettive. Insomma. Chi entra
in comunità deve ricominciare da capo soggiacendo a norme ben delineate,
opposte a quelle del randagismo tipico degli ambienti della
tossicodipendenza. Riempire il vuoto lasciato dalla droga (o dall'alcol) è
faticoso. Chi può farlo se non uomini inclini a sa- crificarsi in una sorta
di missione priva di remunerazione se non esclusivamente morale? Muccioli fu
un antesignano (ora sulle sue orme c'è il figlio con l'ausilio dei soliti
Moratti) ed ebbe tante grane, anche giudiziarie, da scoraggiare un
rinoceronte. Faceva del bene e gli davano addosso. Perché era manesco.
Perché era qui ed era là. Trovare il pelo nell'uovo è un giochetto. Basta
infilarcelo. I problemi nascono sempre dall'interno. Un pirla con pochi
scrupoli disposto, anche senza trenta denari, a tradire il proprio
benefattore è sempre in agguato. Il Giuda si annida fra coloro che si
ribellano alle regole o non sono in grado di adattarvisi completamente.
Reggono per un po', quindi sgarrano e vanno incontro all'espulsione
interpretata come un'ingiustizia, un affronto che chiama vendetta. Sono
meccanismi elementari. Scattano automaticamente nelle menti più fragili. Gli
educatori quali don Gelmini ne sono consapevoli, tuttavia non possono
chiudere le palpebre per garantire il quieto vivere. In una comunità
tollerare lo sgarro equivale a rompere l'equilibrio precario indispensabile
a tenere insieme giovani impegnati a restituirsi la dignità di esseri umani
indipendenti dagli stupefacenti. Ecco perché talvolta nei centri di recupero
si creano dei corti circuiti. Ciò non stupisce. Stupisce semmai che
puntualmente si sviluppi intorno a episodi, direi fisiologici, uno scandalo
distruttivo tale da scalfire la reputazione di personaggi meritevoli di
gratitudine e apprezzamento. Per comprendere il dramma (sarebbe più
opportuno dire la tragedia) del fenomeno droga in continua espansione, ci
sono soltanto due modi: avere un figlio drogato o frequentare una comunità
non con lo spirito del visitatore di zoo, bensì con l'umiltà di chi accede a
un pianeta di un'altra galassia. La fortuna o il padreterno, che è lo
stesso, mi ha risparmiato il dolore di un tossico in casa. Però sono amico
di un prete, don Chino Pezzoli, collaboratore di Libero, il quale gestisce
con don Mario una trentina di centri in cui mi ha introdotto. Un certo
clima, amici, bisogna respirarlo, certe facce vanno guardate, certe parole
bisogna udirle. La comunità è un laboratorio organizzato come un alveare.
Vedeste come agiscono in simbiosi le "api", ciascuna col suo com- pito,
ciascuna con le sue responsabilità, ciascuna col suo soccorritore lesto a
intervenire. Ma chi ha insegnato a questi preti strani senza stole e senza
turiboli a sporcarsi le mani con tanti derelitti, trasformandoli in ragazzi
e ragazze alacri, sorridenti, solidali? Queste però sono impressioni. Serve
rammentare che qui non piovono soldi dal cielo. Terre, capannoni, stalle,
coltivazioni, latte, formaggi, alloggi civili - addirittura ospitali - non
sono frutto di miracoli, ma della fede e del lavoro di un omino piccolo e
tosto che prima fa e poi trova i soldi per pagare. Don Chino è una trottola
a carica nucleare, mai esaurita. Ogni mattina, alzandosi dal letto, ha
un'ossessione: raccattare 25 mila euro, quanto assorbe al dì la sua azienda
di promozione umana, 500 giovinotti e giovinotte che se non avessero un
"padre" come lui sarebbero dispersi nei meandri fangosi della droga. Quella
di don Chino è una fondazione con le carte a posto. Solo in luglio ha
spalancato i cancelli a 30 larve; in agosto siamo già a dieci. Diventeranno
api. La Regione Lombardia passa 44 euro al giorno per ogni "degente". Non
sono quattrini buttati. La percentuale di recuperi supera l'80 per cento.
Una comunità costa all'anno un decimo di un carcere che non salva nessuno.
Se lo Stato anziché detenere in prigione i tossici li affidasse ai vari don
Chini, finanziandone adeguatamente le strutture, risparmierebbe il 90 per
cento. E allieverebbe la società di un peso greve. I danni provocati da un
drogato sono incalcolabili. Sicuro, i Sert (Servizi pubblici per
tossicodipendenti) svolgono egregiamente la loro funzione diagnostica, ma
non ricostruiscono la personalità dei ragazzi e non li reinseriscono fra
noi. Occorrono le comunità. Servono questi preti. Lo so che spesso i preti
stanno sulle palle con quella voce che dà sui nervi; ma con chi li potremmo
sostituire, con le Asl? Ce ne sono parecchi, bravi e generosi, tra i quali
non vogliamo escludere don Gelmini. Cerchiamo di non gettare via le poche
cose che funzionano nel nostro Paese. Un appello finale proprio ai preti che
desideriamo ringraziare: cessino di litigare tra loro come politici
qualsiasi. Accantonino le vendettine e facciano ciò che sanno fare meglio di
chiunque altro. Amen.

massivan

unread,
Aug 15, 2007, 8:53:04 AM8/15/07
to

"Wallace"

> VE LI RACCONTO IO I PRETI
> Libero 8 agosto 2007
> di VITTORIO FELTRI


"massivan"

Come se non bastasse il racconto (revisionista)
su "Il Giornale" dell'attentato di Via Rasella...che buffonate.


Joseph Dzhugashvili

unread,
Aug 15, 2007, 8:58:46 AM8/15/07
to
On 15 Ago, 14:07, "Wallace" <nos...@nospamtin.it> wrote:

> di VITTORIO FELTRI

DI VitAHAHAHAHAHAHAHAHAAH
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FeltROTFL


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Joseph Dzhugashvili

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