Antonio Mazzeo Novembre 2002
La realizzazione della nuova tratta ferroviaria Messina-Palermo è la storia
di centinaia di miliardi finiti nelle mani delle imprese mafiose siciliane,
ma è anche la storia di una serie di stragi, omicidi, lupare bianche che
hanno insanguinato negli anni '80 e '90 i comuni di Barcellona, Terme
Vigliatore e Milazzo. Una cruenta guerra tra le cosche per accaparrarsi
subappalti e commesse, combattuta tra le complicità e le contiguità di ampi
settori delle istituzioni dello Stato. Fiumi di denaro e di sangue che hanno
rafforzato una delle più violente e moderne organizzazioni criminali d'
Italia, la 'famiglia' di Barcellona Pozzo di Gotto.","strage di stato -
strage di mafia
---Cronaca di una strage annunciata---
Sabato 20 luglio 2002. Ore diciotto e cinquantasei. L'Espresso 'Freccia
della Laguna' proveniente da Palermo e diretto a Venezia transita dalla
stazione di Rometta Marea. Improvvisamente il locomotore esce dalle rotaie,
compie un giro di 180 gradi e urta violentemente le strutture laterali del
ponticello sul sottostante torrente Formica. Il resto del convoglio si
stacca dalla motrice e dopo alcuni istanti va a schiantarsi sul casello
ferroviario. Il boato è enorme. L'edificio, disabitato, viene sventrato in
due parti. Le ultime carrozze proseguono la loro corsa per inerzia;
finalmente si fermano sui binari. Una delle due rotaie si è deformata
parzialmente bloccando il moto delle vetture ([1]).
Urla di terrore ed agghiaccianti gemiti di dolore si alzano dalle carrozze
accartocciatesi. I primi passeggeri si fanno spazio tra le lamiere, qualcuno
si getta dai finestrini sfidando il burrone antistante. Lo scenario è
apocalittico: maschere di sangue, corpi lacerati, arti a brandelli. I
soccorritori fanno il primo bilancio della tragedia. Un bollettino di
guerra. Otto i morti: uno dei due macchinisti, un anziano pensionato, un
impiegato comunale, una giovane emigrata in Germania e quattro cittadini
marocchini, due uomini e due donne. Quarantasette i feriti, alcuni
gravissimi, e più di un centinaio di passeggeri illesi, che avranno per
sempre scolpite nell'anima, le immagini di morte di quella terribile sera d'
estate siciliana.
Sessantatré giorni dopo il disastro ferroviario di Rometta, la Procura della
Repubblica di Messina ha emesso otto informazioni di garanzia. I reati
ipotizzati sono gravissimi: si va dal disastro ferroviario all'omicidio e
alle lesioni colpose aggravate. Secondo i consulenti nominati dalla pubblica
accusa, la causa del disastro sarebbe da ricercare nel giunto provvisorio
sistemato sul binario sul quale non sarebbero state compiute le dovute
verifiche. Quel giunto, su cui per fatalità si era bloccata la corsa della
carrozza di coda, sarebbe stato "sostenuto da due e non da quattro morsetti
come richiesto dalle norme di sicurezza", secondo quanto indicato dal prof.
Giorgio Diana, direttore del Dipartimento di meccanica del Politecnico di
Milano, perito nominato dalla Procura.
Era stato lo stesso prof. Diana, dopo un primo sopralluogo alla stazione di
Rometta a dichiarare: "Un giunto staffato, maldestramente applicato, ha
causato la tragedia. Esso non è stato fissato a regola d'arte". Nella
perizia si accennerebbe a particolari "problemi nello scartamento", cioè
nella distanza tra le due rotaie, che nel punto dell'incidente non
corrisponderebbe ai parametri previsti dalle norme vigenti. Eppure su quella
tratta ferroviaria erano stati eseguiti da poco, i lavori di manutenzione e
risanamento dei binari. "Manutenzione compiuta con i piedi", hanno
commentato a caldo gli investigatori. Una manutenzione comunque sospetta e
tormentata: secondo alcune indiscrezioni stampa, i lavori erano stati
considerati conclusi dai dirigenti della RFI (Rete Ferroviaria Italiana),
quaranta giorni prima, ma nella realtà erano ancora in corso al momento
della strage per "gli ultimi ritocchi" ([2]). Un incidente dettato dall'
incuria, dal pressappochismo, dalla logica del profitto che sacrifica
diritti e sicurezza, l'ennesima tragedia di una cultura neoliberista che
punta alla completa privatizzazione del sistema ferroviario italiano e allo
smantellamento della rete nel Mezzogiorno. Tragedia per versi simile alle
stragi che hanno insanguinato la Gran Bretagna dopo la controriforma
'tacheriana' che ha regalato a banche e faccendieri l'intero sistema di
trasporto ferroviario, e che oggi, sotto la pressione del tracollo
finanziario, ritorna nelle mani dello Stato. Tragedia, quella siciliana, che
poteva benissimo essere evitata se solo si fosse dato ascolto a chi aveva
segnalato le tante "anomalie" sui binari della Messina-Palermo, primo fra
tutti l'altro macchinista della 'Freccia della Laguna', sopravvissuto al
deragliamento, che nei giorni precedenti aveva notificato alle Ferrovie l'
incompletezza dei lavori di manutenzione. Una strage che si sarebbe potuta
ripetere, se nel mese di agosto alcuni automobilisti non avessero denunciato
ai Carabinieri, la mancanza di altri bulloni sulle staffe delle rotaie della
tratta Milazzo-Messina, cinque chilometri ad ovest dalla stazione di Rometta
Marea, tra la strada di San Pier Marina e il ponte Niceto ([3]). Una nuova,
ennesima, terribile strage di Stato, in cui come sempre non mancano i
misteri, le presenze inquietanti, i tentativi di inquinare le prove e
depistare le indagini. Sarebbe emerso ad esempio che, subito dopo il
deragliamento, mentre i primi soccorritori portavano aiuto ai sopravvissuti,
qualcuno aveva cercato di rimettere a posto il giunto difettoso.
Inspiegabilmente le forze dell'ordine non avevano transennato la zona per
limitare l'accesso ai soli addetti ai soccorsi. Estranei, curiosi e finanche
borseggiatori-sciacalli avevano libero movimento tra le lamiere e i binari
([4]).
Chi, perché, per conto di chi, aveva interesse a depistare da subito le
indagini? E' uno dei quesiti a cui i magistrati dovranno dare una risposta.
Le possibili cause dell'incidente e le presunte responsabilità di chi era
stato chiamato alla manutenzione dei binari è solo uno dei capitoli dell'
inchiesta della Procura di Messina. Dietro la strage di Rometta Marea,
infatti, ci sarebbe anche una nuova storia di corruzioni e collusioni, di
appalti e tangenti, sorta all'ombra delle grandi commesse delle ferrovie
italiane ([5]). Una storia che in Sicilia non poteva non avere la sua
appendice di piccoli-grandi interessi della criminalità organizzata. Strage
di Stato, ma anche Strage di Mafia, l'hanno opportunamente definita i
coraggiosi giornalisti de La città di Barcellona e dell'agenzia IMG Press di
Messina. Una storia di cui necessariamente deve esserne descritto il
contesto. Perché in Sicilia "si è consumata la solita storia di mafia e
appalti, di negligenze e collusioni, di omertà e di inutili proteste" ([6]).
--I lavori alle ferrovie siciliane sono Cosa nostra --
Sei destinatari dei provvedimenti dei magistrati che indagano sulla tragedia
della 'Freccia della Laguna' sono dipendenti di Rfi (Rete Ferroviaria
Italiana), una delle mille aziende sorte dal processo di smembramento e
privatizzazione delle ex Ferrovie dello Stato. Si tratta di Carmelo D'
Arrigo, operaio specializzato del tronco di Milazzo, Salvatore Piccolo,
operaio tecnico dello stesso tronco, Roberto Giannetto, ispettore aggiunto
dell'Ufficio territoriale di Catania e direttore dei lavori, Filippo
Bardaro, capo settore tecnico che avrebbe dovuto controllare e collaudare i
giunti, Antonino Conti Nibali, responsabile della struttura organizzativa
della Unità territoriale di Catania, Salvatore Scaffidi, capo tecnico
sovrintendente della tratta Rometta-Marea. A loro spettava il monitoraggio e
la valutazione dei lavori di adeguamento dei binari ferroviari.
Ci sono poi altri due indagati, Oscar Esposito, amministratore unico del
consorzio d'imprese che si è aggiudicato l'appalto dei lavori di
manutenzione e soprattutto, direttore dei lavori della Esposito S.p.A. di
Caserta, società capofila; ed il geometra Michele Pagliaro, responsabile per
conto della ditta Esposito del cantiere di risanamento. Due milioni e
quattrocento mila euro è il valore della commessa affidata dalla Rfi al
consorzio d'imprese. Un consorzio campano-siculo, dove oltre alla Esposito
S.p.A., compaiono due piccole aziende di Palermo e la Lavorfer di Corleone,
società il cui amministratore è tale Stefano Alfano nipote del più famoso
Michelangelo Alfano, considerato uno dei maggiori esponenti della mafia
siciliana, per decenni incontrastato signore degli appalti delle pulizie
delle vetture delle Ferrovie dello Stato nell'isola.
Quando nel gennaio del 2000 il Tribunale di Messina aveva emesso il
provvedimento di sequestro dei beni dell'imprenditore originario di
Bagheria, non aveva tenuto conto della segnalazione della Questura che
riteneva nell'orbita di Michelangelo Alfano anche le tre società intestate
al nipote Stefano ([7]). Tra esse appunto la Lavorfer di Corleone, ditta che
due anni più tardi sarebbe entrata nel consorzio per la manutenzione di un
tronco della linea ferroviaria Messina-Palermo. Una 'leggerezza'
imperdonabile, considerando poi il fatto che nel marzo 2002, la Divisione
anticrimine della Questura di Messina, avrebbe accertato ancora una volta
gli inscindibili legami societari tra Michelangelo Alfano e il nipote
Stefano, ponendo sotto sequestro altre due aziende con sede a Bagheria
formalmente sotto la titolarità di quest'ultimo, la Megabound S.r.l.,
operante nel settore della telefonia, ed una ditta individuale immobiliare
([8]). La Mafia, pertanto, avrebbe messo le mani nell'affare risanamento
dei binari siciliani. E ancora una volta a fare da 'ambasciatore' col mondo
delle ferrovie italiane, l'imprenditore Michelangelo Alfano, già presidente
del Messina calcio, condannato per associazione mafiosa nel maxiprocesso di
Palermo contro le maggiori cosche di Cosa nostra. Il suo incontrastato
monopolio nella gestione degli appalti di pulizia delle carrozze ferroviarie
in Sicilia si è realizzato nonostante fossero stati accertati
processualmente i suoi legami di amicizia e di affari con il boss messinese
Domenico Cavò, poi assassinato, braccio destro dello storico padrino Gaetano
Costa. Proprio Alfano avrebbe nominato il Cavò referente delle cosche
palermitane a Messina. Nel passato dell'imprenditore di Bagheria c'erano poi
altri particolari inquietanti: un mandato di cattura per favoreggiamento
personale del ricercato Antonino Scaduto emesso il 18 febbraio 1974, e la
storia di un'auto posseduta da Michelangelo Alfano, una grossa Bmw, notata a
S. Cipriano d'Aversa nel 1981 sotto l'abitazione del latitante Antonio
Bardellino, all'epoca uno dei capi camorristi della 'Nuova Famiglia', vicino
al vecchio boss del barcellonese Pino Chiofalo ([9]).
Latitante dal 1984 al 1987 a seguito di un nuovo mandato di cattura emesso
dai Giudici Istruttori di Palermo, Michelangelo Alfano ricompare
pubblicamente dopo la sopravvenuta revoca del provvedimento restrittivo. La
sua società continua ad ottenere l'affidamento da parte delle FF.SS.
nonostante il racconto fatto alla Commissione parlamentare antimafia dal
grande pentito di mafia Antonio Calderone sui baci scambiati con "i mafiosi
della famiglia Alfano che avevano in appalto la pulizia dei vagoni delle
ferrovie" durante le loro visite a Catania ed il rinvio a giudizio con l'
accusa di essere il mandante del tentato omicidio del giornalista sportivo
Mino Licordari, avvenuto a Messina il 20 giugno 1987.
A non turbare le coscienze dei massimi dirigenti siciliani delle FF.SS.
neppure la clamorosa condanna a 4 anni (pena condonata), da parte del
tribunale di Palermo al 'processo maxiquater', quello sul filone siciliano
della cosiddetta Pizza Connection, i traffici di droga di Cosa nostra con
gli Stati Uniti, intrecciatisi con la vicenda del falso rapimento del
finanziere di Patti Michele Sindona, la torbida messinscena realizzata dalla
massoneria della Camea e da alcuni affiliati alla vecchia mafia siciliana.
Accanto al reo Michelangelo Alfano i personaggi più noti della criminalità
organizzata: i figli di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito; i due Giuseppe
Greco omonimi figli dei padrini di Ciaculli Michele e Salvatore Greco; i
boss napoletani Ciro Mazzarella, Angelo Nuvoletta e Salvatore Zaza, tutti
notoriamente alleati dello scomparso Antonio Bardellino; i mafiosi Giuseppe
'Piddu' Madonia, Salvatore Scaduto e Salvatore Greco fratello del
capomandamento di Bagheria Leonardo; l'imprenditore palermitano Salvatore
Sbeglia, uomo d'onore della famiglia della Noce, finito poi sotto accusa per
la strage di Capaci, ma alla fine assolto ([10]).
Per i magistrati siciliani, la forza politico-prenditoriale di Michelangelo
Alfano, deriva dalla sua qualità di vero e proprio ambasciatore degli
interessi di Leonardo Greco, rappresentante storico della 'famiglia' di
Bagheria, da sempre inserita nei grandi appalti pubblici e dell'edilizia
privata dell'isola. Al boss Leonardo Greco ha fatto riferimento la società
SICIS dei fratelli Bruno, anch'essi di Bagheria, che proprio a Messina ha
edificato il complesso cooperativo Casa Nostra di Tremonti e il Complesso
Peloritano a San Giovannello, entrambi al centro di importanti inchieste
giudiziarie, compresa quella sul 'buco' del Banco di Sicilia con cui la
SICIS di Bagheria risulterebbe esposta per svariati miliardi. Michelangelo
Alfano sarebbe stato "il referente a Messina di Leonardo Greco" e ne avrebbe
"curato dal 1979 gli interessi insieme con Domenico Cavò e quindi con Luigi
Sparacio, nella realizzazione del complesso edilizio Casa Nostra di
Tremonti". "Per il complesso edilizio di Tremonti" secondo l'ex padrino
Gaetano Costa, oggi collaboratore di giustizia "erano direttamente
interessati Leoluca Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò Riina,
Leonardo Greco ed altri esponenti di Cosa Nostra, e vi sovrintendeva
materialmente a Messina Tommaso Cannella sotto la supervisione di
Michelangelo Alfano" ([11]).
Alfano però non è solo l'imprenditore delle ferrovie che fa da garante degli
investimenti dei maggiori boss criminali. E' anche l'uomo che sa muoversi
bene nel mondo della politica siciliana e che sa tessere i necessari
contatti con giudici e magistrati inquirenti. Per aggiustare processi,
rivedere sentenze, depistare le inchieste e delegittimare collaboratori di
giustizia e testimoni. Michelangelo Alfano è oggi uno dei principali
imputati del cosiddetto processo 'Witness' in svolgimento a Catania, sulla
'presunta' attività di destabilizzazione giudiziaria attraverso il
condizionamento di alcuni pentiti siciliani. Secondo l'accusa, l'
imprenditore di Bagheria, in concorso con altre quattro persone, avrebbe
indotto, con minacce e consegna di denaro, alcuni pentiti a rendere
dichiarazioni false su delicate indagini anche grazie l'accondiscendenza di
importanti magistrati, come l'ex PM della Direzione nazionale antimafia
Giovanni Lembo e l'ex capo ufficio Gi del Tribunale di Messina Marcello
Mondello. Insieme ad Alfano, a fare da collegamento tra mafia e
magistratura, l'anziano boss di Villafranca Tirrena don Santo Sfameni,
massone coperto ed imprenditore edile vicino a delicati settori
istituzionali, amministratori della giustizia, ufficiali dei carabinieri. Il
procedimento ha avuto origine dagli esposti dell'avvocato messinese Ugo
Colonna, legale di alcuni importanti collaboratori di giustizia, che aveva
raccolto una serie di gravi anomalie nella gestione da parte del giudice
Lembo del 'pentito' Luigi Sparacio, per anni incontrastato boss delle cosche
messinesi, notoriamente legato a Michelangelo Alfano. Sparacio avrebbe
goduto di un trattamento di favore particolare: libertà di movimento e di
gestione dei suoi affari criminali, residenza protetta in una bella villa e
la restituzione del patrimonio sequestrato, valore venti miliardi. In
cambio, il falso pentito avrebbe esercitato pesanti pressioni su altri
collaboratori di giustizia per 'adeguare' le loro dichiarazioni alle sue,
badando a tenere fuori dalle indagini, la vera e propria cupola
politico-imprenditoriale-mafiosa di Messina (Alfano, Sfameni, ecc.) e i loro
maggiori protettori istituzionali ([12]).
---La calata nel messinese dei Cavalieri nell'apocalisse mafiosa
". nell'ambito del processo 'Mare Nostrum' è in corso l'accertamento che
riguarda la gestione delle estorsioni finalizzate al controllo degli appalti
e subappalti relativi al raddoppio della ferrovia nel tratto che va da
Messina a Patti. Su questo rilevante "business criminale" si sviluppò un
acuto conflitto tra due gruppi mafiosi." ([13]).
Estate del 1992. Alla presenza del potente senatore democristiano Carmelo
Santalco, già sindaco di Barcellona e sottosegretario di Stato ai Trasporti,
vengono inaugurate la nuova tratta ferroviaria Milazzo-Barcellona e le due
nuove stazioni delle città, che per la loro distanza dai centri abitati si
riveleranno presto inutili e sovradimensionate. La tratta Milazzo-Barcellona
fa parte del grande progetto di raddoppio dei binari della ferrovia
Messina-Palermo, lenta ed obsoleta. Negli anni in cui i vertici delle FF.SS.
lanciano il devastante programma dell'Alta Velocità, grande affare per le
imprese di costruzioni e della classe politica di Tangentopoli, in Sicilia
si viaggia a 40 chilometri all'ora. L'unica concessione ai passeggeri
isolani è il raddoppio della linea compresa tra San Filippo del Mela-Terme
Vigliatore-Patti e lo sventramento, senza un preventivo studio di impatto
ambientale e l'adeguamento ai parametri europei in tema di sicurezza, delle
colline dei Peloritani, per realizzare una lunga galleria tra
Villafranca-Rometta e la stazione di Messina Centrale. Un progetto per oltre
1.800 miliardi di vecchie lire che viene affidato nel 1981 ad un
raggruppamento d'imprese che vede capofila la Fratelli Costanzo di Catania,
associate l'Ira Costruzioni del cavaliere Gaetano Graci, la Rizzani de
Eccher di Udine, la Bontempo di Napoli ([14]).
Le società catanesi sono presenti da tempo nella provincia di Messina, dove
hanno concorso alla realizzazione di alcune tratte della mai completata
Autostrada Messina-Palermo; nel capoluogo l'impresa Costanzo ha vinto l'
appalto di 130 miliardi per le infrastrutture universitarie al Papardo,
mentre l'Ira del cavaliere Graci ha ottenuto il primo lotto per il
riammodernamento dello stadio di calcio 'Giovanni Celeste'. In realtà ci si
trova di fronte a due importanti società di costruzioni i cui titolari hanno
conquistato la notorietà perché protagonisti delle maggiori inchieste sulle
relazioni imprenditoria-mafia.
I costruttori Giuseppe e Vincenzo Costanzo sono stati bollati di 'contiguità
' con i boss etnei Nitto Santapaola, Antonino Calderone e Giuseppe Ferrera.
"L'amicizia ed i rapporti con i Costanzo - ha raccontato il primo dei grandi
collaboratori di giustizia catanesi, Antonino Calderone - li avevamo
ereditati da mio zio Luigi Saitta, uno dei primi mafiosi di Catania, che li
proteggeva sin dall'inizio della loro storia" ([15]). La loro azienda era
solita servirsi dell'impresa di autotrasporti Avimec, di pertinenza di
Giuseppe Ercolano, cognato di Santapaola; nella provincia di Trapani,
invece, i fratelli Costanzo hanno potuto contare sui mezzi in mano ai boss
Antonino e Salvatore Minore, anch'essi conosciuti grazie all'intermediazione
di don Luigi Saitta. Non sono mancati poi i legami d'affare con affiliati
alle famiglie palermitane di Cosa nostra, come Antonino Pipitone e Tommaso
Cannella, quest'ultimo capomafia di Prizzi e vicino ai corleonesi ([16]).
I Costanzo, infine, avevano alle proprie dipendenze il mafioso mistrettese
Pietro Rampulla, oggi all'ergastolo per essere stato l'artificiere della
strage di Capaci, rappresentante di Nitto Santapaola nel mandamento di
Caltagirone accanto al boss Francesco la Rocca. "Figlio di Rampulla Vito,
noto mafioso e fratello di Sebastiano - si legge in un rapporto della
Direzione Investigativa Antimafia del 1994 - Pietro ben presto si affiancò
ai più noti mafiosi di Caltagirone, occupandosi ufficialmente di
coltivazione di terreni ed allevamento di bestiame ma percependo, inoltre,
compensi da imprese di costruzioni, fra cui quella dei noti fratelli
Costanzo di Catania, per la guardiania dei cantieri edili (.). Oltre che
mafioso il Rampulla vanta pregiudizi di natura politica. Nel corso degli
studi presso l'Università di Messina collezionò una serie di denunce per
occupazione di facoltà ed episodi di violenza nell'ambito di contestazioni
studentesche sfociate in disordini e scontri con le Forze dell'Ordine. A
tale periodo risale infatti la sua adesione ad Ordine Nuovo e la sua
conoscenza con il barcellonese Cattafi Rosario, unitamente al quale fu
denunciato e successivamente condannato per lesioni" ([17]). Un personaggio
al centro degli intrecci criminalità organizzata-imprenditoria-neofascismo,
Pietro Rampulla, che entra a pieno titolo nella stagione delle stragi e dell
'attacco ai poteri dello Stato, scatenato da Cosa nostra nel 1992 ([18]).
E' grazie alla "protezione" di importanti esponenti di Cosa nostra che gli
imprenditori Costanzo ottengono vantaggi non indifferenti, il più importante
dei quali è il cosiddetto "visto d'ingresso" per lavorare tranquillamente
nelle zone della Sicilia (in particolare le province di Palermo e Trapani)
tradizionalmente controllate da Cosa nostra. Protezioni ingombranti, che i
fratelli Costanzo hanno ammesso pur sostenendo di esserne stati 'vittima',
quasi una scelta "obbligata" per lavorare in tranquillità e non subire il
peso estorsivo e ricattatorio della criminalità organizzata. "Non si è
trattato di un compromesso "necessitato" - ha scritto tuttavia la Procura
generale della Repubblica di Catania - bensì attuazione di una scelta
consapevole e libera in vista dell'espansione dell'attività produttiva dell'
azienda". Per la procura etnea cioè, fin dagli anni '70 l'impresa Costanzo
si è avvalsa non soltanto dei tradizionali fattori della produzione - il
capitale e il lavoro - "ma altresì di un elemento ulteriore - ossia la forza
di intimidazione e di assoggettamento promanante da alcuni autorevoli
esponenti mafiosi - per l'esplicazione dell'attività d'impresa, e, in
particolare, per eliminare i rischi connessi alla acquisizione di nuovi
appalti in ambiti territoriali diversi da quelli di tradizionale elezione".
Forza intimidatrice che i magistrati catanesi definiscono "organica e
costante", assurta essa stessa a "strumento d'impresa", della quale i
fratelli Costanzo si sarebbero avvalsi per decidere non solo "che cosa"
produrre, ma anche "dove" produrre, in conformità ad una prerogativa (.)
accordata solo alle imprese che di quelle protezioni mafiose godevano"
([19]).
Di non certo minore spessore i legami con la criminalità organizzata del
cavaliere Gaetano Graci, recentemente scomparso dopo l'onta di un arresto
per associazione mafiosa. Le imprese di Gaetano Graci hanno operato in
stretto contatto con gli uomini di Nitto Santapaola che "risolveva tutti i
problemi che nell'esercizio della sua attività imprenditoriale il Graci
incontrava". Secondo i magistrati etnei, quei "problemi" andavano "dalla
esigenza di sistemare - con le persone con le quali aveva rapporti di
lavoro - questioni sindacali, alle "lezioni" che occorreva infliggere ai
clan contrapposti che 'disturbavano' con le loro 'pretese' la gestione dei
lavori delle aziende del Graci, al bavaglio alla stampa che dava un'immagine
dei clan e degli imprenditori non proprio esaltante" ([20]).
"I rapporti tra Graci e l'organizzazione di Santapaola - continuano i
magistrati catanesi - risultano essere di natura tale che, da un lato, si
istituisce tra i due soggetti uno scambio continuo di utilità; dall'altro si
verifica, in alcune circostanze, una piena coincidenza tra gli interessi
dell'organizzazione criminale e quelli dell'imprenditore". Stando ai
pentiti, Nitto Santapaola, Giuseppe ed Aldo Ercolano erano di casa negli
uffici del cavaliere Graci e del genero Dino Aiello, e quest'ultimo avrebbe
perfino tenuto i collegamenti diretti con i boss durante la loro latitanza
([21]). Con il boss, Gaetano Graci avrebbe perfino partecipato a battute di
caccia "in epoca immediatamente precedente all'inizio della sua latitanza".
Numerosi poi i membri dei clan che sono stati subappaltatori e fornitori
delle aziende di Graci; tra essi spiccano i nomi di Giuseppe Cremona di Gela
(poi assassinato) e di Giuseppe 'Piddu' Madonia di Vallelunga
(Caltanissetta); un cognato del Madonia stesso era l'amministratore della
grande azienda agricola del cavaliere catanese. E tra le relazioni
'eccellenti', sparse da una parte all'altra dell'oceano Atlantico, oltre ai
maggiori esponenti della massoneria 'coperta' e 'deviata', il boss
italoamericano Joseph Macaluso, il finanziere messinese Michele Sindona e il
Gran Maestro della P2 Licio Gelli.
Graci non avrebbe lesinato il suo intervento per 'aggiustare' processi a
favore degli affiliati delle cosche. Un caso, per lo meno, sarebbe avvenuto
a Messina, in occasione del processo di Antonio Santapaola, fratello di
Nitto, e Salvatore Tuccio, accusati dell'omicidio di Giuseppe Sicali,
piccolo estortore che aveva avanzato delle richieste di pizzo nei cantieri
messinesi della ditta Costanzo. Dino Aiello, genero di Graci, avrebbe
interessato un legale etneo "amico del presidente del tribunale peloritano,
che conosceva bene". Nino Santapaola e Salvatore Tuccio furono assolti per
insufficienza di prove per l'omicidio Sicali, con sentenza del 1° aprile
1981 della Corte d'Assise di Messina. "Benedetto Santapaola ebbe a
festeggiare tale evento nell'azienda agricola di Misterbianco di proprietà
del cavaliere Graci", ha raccontato ai giudici il pentito Salvatore Castelli
([22]).
---Estorsioni, bombe ed assassinii all'ombra dei lavori della ferrovia
Messina-Palermo
Le convergenze e le contiguità criminali delle grandi imprese chiamate alla
realizzazione del raddoppio ferroviario Milazzo-Barcellona non potevano non
avere dirette conseguenze nell'esecuzione dei lavori nel territorio
investito dall'imponente flusso di denaro. Il doppio binario divenne così il
grande affare delle cosche locali, tra le più 'impermeabili' e violente dell
'intera Sicilia. Il considerevole movimento di denaro generò grandi
aspettative innanzitutto tra le imprese di autotrasporti, lavorazione di
inerti e calcestruzzo, movimento terra, "quali quelle dei fratelli Benenati,
Mirabile, Siracusa, Torre, Di Paola ed altre minori", tutte gravitanti in
ambito mafioso ([23]). Ma i lavori per la nuova tratta ferroviaria divennero
innanzitutto la principale causa del lungo conflitto che si scatenò nell'
hinterland barcellonese a partire dalla metà degli anni '80.
"Dal 1986 - si legge nella relazione della Commissione parlamentare
antimafia, in visita nella città del Longano nel 1993 - la città di
Barcellona diventa teatro di una sanguinosa guerra tra le cosche in
conseguenza dell'enorme flusso di denaro pubblico riversatosi nella zona a
seguito degli appalti per la costruzione delle stazioni ferroviarie di
Milazzo e Barcellona e per il raddoppio della linea ferroviaria
Messina-Palermo. Nell'assenza di una puntuale vigilanza sull'esecuzione
delle opere e sul rispetto della normativa vigente la mafia ha cercato di
accaparrarsi le forniture di materiali e di costruzione, i valori in
subappalto, ecc.".
Una guerra terribile, senza esclusione di colpi, segnata da attentati
dinamitardi, stragi, casi di lupara bianca. Le vittime sono state torturate,
arse vive nei copertoni d'auto, fatte a pezzi e disperse nei greti dei
torrenti. Una guerra che in meno di quindici anni ha contato oltre un
centinaio di morti, più ventisette casi di lupara bianca. Ad essi vanno
aggiunti i dodici morti ammazzati del vicino comune di Milazzo.
A fronteggiarsi in questa lotta per l'accumulazione di capitali, la gestione
delle estorsioni e il controllo degli appalti e subappalti del raddoppio
ferroviario, da una parte il clan di Giuseppe Chiofalo, boss storico di
Terme Vigliatore, appoggiato dai 'cursoti' di Catania e dal clan Bontempo
Scavo di Tortorici; dall'altra la 'famiglia' di Carmelo Milone sostenuta da
Nitto Santapaola, Giuseppe Pulvirenti 'u malpassotu' e dai tortoriciani di
Galati Giordano Orlando. Al clan Milone, vincente, spetterà l'assoluto
dominio del territorio e la non facile gestione del "processo di
assestamento interno". Dal conflitto emergerà inoltre la nuova figura
dominante nel panorama criminale della provincia di Messina: Giuseppe
Gullotti, detto 'l'avvocato', dalle malcelate simpatie di estrema destra e
dalle notorie frequentazioni dei salotti buoni della città del Longano,
'compare d'anello' di quel Rosario Cattafi, ex vicesegretario del Fuan,
identificato accanto a Pietro Rampulla nelle scorribande neofasciste nell'
Università.
Secondo il boss Angelo Epaminonda, negli anni '80 Rosario Cattafi avrebbe
gestito per conto del clan Santapaola la scalata al casinò di Saint Vincent.
Condannato a 11 anni per la vicenda dell'autoparco della mafia di via
Salomone a Milano, il barcellonese è stato poi "graziato" da una sentenza
della Cassazione che ha annullato il processo per incompetenza territoriale.
Rosario Cattafi è stato coinvolto e poi prosciolto nell'inchiesta sui
cosiddetti 'Sistemi Criminali' e in quella su un vasto traffico d'armi a
Paesi sottoposti ad embargo internazionale ([24]). "Dalle indagini condotte
dalla Procura di Milano" - si legge nel rapporto della DIA del 1994 -
emergevano, inoltre, non meglio chiariti rapporti tra Cattafi e presunti
appartenenti ai Servizi Segreti. Le investigazioni consentirono di accertare
la sua veste di mediatore di armi che venivano reperite in Svizzera" ([25]).
Un ulteriore tassello per comprendere la portata destabilizzante di un'
organizzazione criminal-imprenditrice sviluppatasi con gli appalti delle
Ferrovie.
---La lotta per l'egemonia mafiosa sugli appalti
Grazie alle dichiarazioni rese agli inquirenti dall'ex capo della mafia di
Terme Vigliatore, Giuseppe 'Pino' Chiofalo, oggi collaboratore di giustizia,
è stato possibile fornire una prima lettura sull'evoluzione della sanguinosa
guerra di mafia che si è sviluppata attorno al grande affare del 'doppio
binario'. Cresciuto accanto allo zio Fortunato Trifirò, rappresentante della
'ndrangheta calabrese a Barcellona, Chiofalo matura la convinzione di poter
costituire una propria organizzazione criminale autonoma (il Corpo di
società attiva), per arginare lo strapotere nel territorio messinese
orientale delle cosche catanesi, le quali monopolizzavano le attività
estorsive, senza tenere in debito conto gli 'uomini d'onore locali'. In
pochi anni, Chiofalo riesce ad affiliare gente ovunque, nel messinese, a
Palermo e perfino in Campania, dove aveva trascorso un lungo periodo di
detenzione accanto a notevoli esponenti camorristici. Ed è proprio il clan
Chiofalo ad inaugurare la lunga stagione di sangue: la sera del 30 novembre
del 1986 scompare Girolamo Petretta, uomo di punta della mafia barcellonese,
"già inserito nel clan Rugolo-Coppolino, nonché amico di Rosario Pio
Cattafi" ([26]). Per volere dello stesso Chiofalo, di Petretta non si
troveranno mai più i resti mortali, incendiati subito dopo l'uccisione nei
pressi del greto del fiume di Mazzarrà.
E' sempre Chiofalo a spiegare le reali motivazioni dell'assassinio dell'
anziano boss: "Costui amava sottrarre per la sua organizzazione un certo
quid al prezzo, inferiore a quello di mercato, che l'impresa madre pagava
alle imprese locali. Con tale sistema avveniva che la grossa impresa pagava
un prezzo inferiore a quello di mercato e inoltre non era gravata da nessun
pizzo che invece veniva corrisposto dalle imprese locali. La nostra
intenzione era che la grande impresa corrispondesse agli operatori locali i
prezzi di mercato e a noi, questi ultimi, versassero una parte di quel
maggior introito che in tal modo riuscivano ad ottenere. Inoltre era mia
intenzione fare in modo che le grandi imprese subappaltassero alle imprese
locali l'intero lotto che esse si erano aggiudicate e non come facevano
prima, soltanto quei lavori del lotto meno vantaggiosi" ([27]).
Linguaggio forse un po' contorto, ma che ha il pregio di non creare
fraintendimenti di sorta. Nel caso della costruzione del tratto ferroviario
che va da Milazzo sino a Terme Vigliatore, la grossa impresa di cui il
collaboratore di giustizia racconta è incarnata dal consorzio
Costanzo-Graci. Il quid sottratto al prezzo totale dell'appalto è la
tangente da versare alla famiglia mafiosa del posto. Infine, le imprese
locali corrispondono a tutte quelle realtà imprenditoriali legate alla
medesima famiglia mafiosa, già taglieggiate dal racket delle estorsioni e
alle quali vengono cedute le opere in subappalto ([28]).
La scomparsa di Girolamo Petretta segna il punto di rottura di ogni
possibile dialogo tra le cosche. Uno dopo l'altro cadono alcuni dei
personaggi chiave della storia criminale del Longano: Francesco Rugolo,
suocero di Giuseppe Gullotti, Franco Luigi Iannello, Natale Gambino,
Antonino Mazza, Nicolò Bivacqua, Carmelo Pagano. Per frenare l'ecatombe e
ridurre la pressione militare di Pino Chiofalo, sono disponibili a scendere
a patti i boss catanesi Nitto Santapaola e Giuseppe Pulvirenti. Viene
inviato nel barcellonese l'affiliato Salvatore Conti, una delle menti
economiche del clan etneo. E' Pino Chiofalo a riferire la modalità e i
contenuti di quell'incontro: "Il rappresentante di Santapaola venne condotto
a casa mia. Costui, chiarendo il motivo della sua venuta, riferì che i
personaggi di cui era il portavoce intendevano avviare, con me, una
trattativa che riguardava il modo come consentire alle imprese Costanzo e
Graci la serena prosecuzione dei lavori per la realizzazione del doppio
binario ferroviario. Le imprese in questione erano sotto la loro protezione
ed era quindi loro interesse quello di tutelarle anche in aree diverse della
loro zona d'influenza".
Le richieste del padrino di Terme Vigliatore sono però esorbitanti:
Chiofalo pretende subito il 3%, circa sei miliardi di lire, del valore della
commessa (200 miliardi) assegnata ai fratelli Costanzo e a Gaetano Graci.
Poi chiede piena autonomia per assegnare alle imprese 'amiche' subappalti e
forniture per i nuovi lotti della rete ferroviaria che l'Ira Costruzioni
deve iniziare a realizzare tra Terme Vigliatore e Barcellona. Per quanto
riguarda invece il resto dei lavori ancora d'appaltare e quelli relativi a
qualsiasi altra opera pubblica nella provincia, Pino Chiofalo rivendica che
il suo gruppo era riuscito ad organizzare, attraverso un consorzio di ditte
locali, "una entità tecnico-operativa in grado di sopportare brillantemente
il peso di tutte quelle opere complementari all'opera madre" pretendendone
la cessione in subappalto "senza alcuna condizione". Il consorzio a cui
avevano aderito le imprese nelle mani di Chiofalo, doveva cioè "abbracciare
l'intero carico di lavoro connesso ad opere pubbliche e private", senza più
l'intermediazione dei rappresentanti locali del clan Santapaola. Su questo
punto, il boss di Terme Vigliatore, si dichiara inflessibile: "Approfittai
della circostanza per chiarire a Conti la linea d'intesa che avevo stabilito
con le ditte aderenti al consorzio. Prima erano obbligate a versare a
Girolamo Petretta, ai rappresentanti delle imprese Costanzo e Graci, ai
mafiosi catanesi e a Salvatore Conti che forniva il cemento alle due grosse
imprese per conto di Santapaola, la somma di 700 lire per ogni metro cubo di
materiale estratto e trasportato nell'ambito della realizzazione della
grande opera ferroviaria. Da quel momento in poi imposi che tale denaro
continuassero a corrisponderlo non più ai suddetti ma alle casse comuni del
nostro gruppo. Le 700 lire, le imprese locali, le sottraevano dalla somma
complessiva che Costanzo e Graci loro attribuivano su un prezzo già di per
sé inferiore a quello di mercato".
--Verso la definitiva rottura con il clan Santapaola
La trattativa è estenuante e travagliata. Chiofalo rifiuta la proposta dell'
ingegnere Gori della ditta Graci che in cambio della "pace" nei cantieri
delle imprese catanesi è disponibile a garantire la somma complessiva di
dieci miliardi di lire. "Ciò - spiega Chiofalo - sarebbe stato fatto
attraverso una intelligente manipolazione delle varie fatture riguardanti il
ferro, il cemento, i prefabbricati, il movimento terra e quant'altro
affluiva nel cantiere Graci. Egli pensava di dilatare sulla carta le spese
di acquisto di detti materiali facendo rifluire nelle casse comuni del
nostro gruppo il di più che l'impresa catanese in forza delle fatture
avrebbe liquidato rispetto ai costi effettivamente affrontati". Fu lo stesso
ingegnere Gori a spiegare al boss che il costo di previsione dei lavori da
appaltare era stato gonfiato a dismisura in base ad accordi tra le imprese
Graci e Costanzo, grossi esponenti politici ed alti funzionari della Cassa
del Mezzogiorno, "in modo da consentire così non soltanto cospicui guadagni
alle imprese ma anche la distrazione di notevoli somme a favore di politici,
amministratori e potere mafioso".
Di fronte alla fermezza di Chiofalo, i catanesi chiedono tempo per
raggiungere un accordo sull'entità delle somme di denaro che avrebbero
dovuto ottenere dalle imprese Costanzo e Graci. "Mi fecero capire - ha
raccontato Chiofalo - che in quel momento Santapaola aveva bisogno di
Costanzo e di Graci e non poteva influire su di loro per indurli a pagare la
tangente richiesta. Ciò perché doveva svolgersi a Messina un processo a
carico di Nino Santapaola, fratello di Nitto, per il quale gli stessi
Carmelo Costanzo e Gaetano Graci si stavano interessando per fare in modo
che egli venisse assolto". Secondo il pentito, i due costruttori erano
riusciti ad "influenzare" i giudici messinesi Cucchiara e La Torre, e "si
erano addirittura rivolti, in particolare il Costanzo, all'onorevole
Andreotti perché spiegasse al riguardo tutta la sua influenza sul
procuratore dott. Fiorentino che essi sapevano essere a lui molto legato".
Per comprovare tuttavia la disponibilità del clan catanese a venire incontro
alle richieste di Chiofalo, Santapaola decide di inviare la somma di 400
milioni di lire. Il denaro fu consegnato da Salvatore Conti in occasione di
un pranzo presso un noto ristorante di Fiumara di Naso, presenti i maggiori
esponenti della criminalità della zona nebroidea. "Costituiva un 'omaggio'
per la comprensione da me dimostratagli e per la piega che avevano preso i
nostri accordi" ha raccontato Pino Chiofalo. "Nel ringraziarmi per aver
rinunciato alla tangente che avrebbe dovuto corrispondermi Costanzo, mi
assicurava che di lì a poco tempo mi sarebbe stata corrisposta la tangente
dovutami da Graci, impresa cara più che a Santapaola agli Ercolano, che
seppur non sarebbe stata pari al 3% dell'ammontare dei lavori, vista la mia
disponibilità ad una riduzione, comunque non sarebbe stata inferiore ad un
miliardo e mezzo".
Chiofalo non si fida però degli interlocutori e sospetta che i boss catanesi
stiano ordendo una trappola con il clan dei barcellonesi per eliminarlo.
Nell'ottobre 1987, mentre l'accordo sulle somme da corrispondere per i
lavori del doppio binario appare congelato, la 'famiglia' di Terme
Vigliatore stringe un'alleanza con i rappresentanti del clan etneo dei
'cursoti', ormai in rotta con il boss Nitto Santapaola. Durante un incontro
tenutosi a Patti con gli affiliati catanesi Mario Nicotra, Orazio Scaravilli
e Gaetano Porzio, Chiofalo e i 'cursoti' decidono di lanciare una stagione
di fuoco contro i loro avversari. "Decidemmo di procedere ad un'azione
violenta che avesse la forza di bloccare i cantieri del Costanzo e del
Graci. Intendevamo poi stravolgere i quadri economici del Santapaola,
convinti che solo così ne avremmo determinato la quasi esautorazione.
Intendevamo infatti uccidere sia il Costanzo, sia il Graci, leader delle
unità economiche che conferivano forza al Santapaola e possibilità di
legittimo accesso ai grandi appalti guadagnati attraverso la correità dei
politici".
In attesa del momento propizio per assassinare i due costruttori, i
chiofaliani decidono di inviare un messaggio inequivocabile alle due imprese
impegnate nella realizzazione della ferrovia. Il 12 dicembre 1987, due
squadre armate raggiungono i cantieri della Fratelli Costanzo a Barcellona e
dell'Ira Costruzioni a Terme Vigliatore. "Nel primo sequestrammo il
guardiano e demmo alle fiamme alcune strutture, provocando notevolissimi
danni. Nel cantiere di Graci, tentammo di arrecare il danno attraverso l'uso
delle ruspe. Tali manovre attirarono l'attenzione di una guardia giurata.
Per frenare la sua azione, ordinai che al suo indirizzo venissero esplosi
alcuni colpi a titolo intimidatorio. Per meglio evidenziare la nostra azione
intimidatrice nei confronti del Graci, esplodemmo numerosi colpi d'arma da
fuoco sui mezzi esistenti".
---La caduta degli Dei
Gli attentati incendiari ai cantieri delle imprese catanesi sembrano aver
raggiunto il loro scopo. Nitto Santapaola fa sapere attraverso Francesco
Mangion di aderire alle richieste di Chiofalo e invia un primo acconto di 50
milioni ed una seconda tranche da 500. Chiofalo però non si accontenta e
decide di eliminare gli imprenditori che concorrono alla gestione delle
opere per il secondo binario e che non mostrano segnali di volersi piegare
al nuovo 'dominus'.
Cade così, il 14 dicembre, sotto il piombo del clan di Terme Vigliatore, il
cavaliere del lavoro Francesco Gitto, il primo degli 'intoccabili',
personaggio-cerniera tra criminalità locale, imprenditoria ed istituzioni.
Costruttore, titolare di negozi di abbigliamento a Barcellona, Milazzo e
Trapani, presidente della squadra locale della Nuova Igea Calcio, Francesco
Gitto è descritto dallo stesso Chiofalo come un autorevole amico di
esponenti della massoneria e di politici, magistrati, poliziotti, ufficiali
dei carabinieri. A questi ultimi, Gitto ha persino affittato lo stabile che
ancora oggi ospita gli uffici della stazione di Barcellona. "La parte che
Gitto rappresentava aveva stabilito un'intesa completa con il potere
politico di cui i referenti massimi erano il sen. Carmelo Santalco, l'on.
Saverio D'Aquino, allora sottosegretario all'interno, e il sen. Giulio
Andreotti. Detti personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese
catanesi che anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i grandi
appalti di opere pubbliche e, per quel che riguardava Barcellona, quello del
raddoppio ferroviario. Decisi allora l'eliminazione di Gitto".
Nello stesso giorno dell'assassinio di Gitto e del braccio destro Natale
Lavorini, vengono assassinati altri due personaggi vicini al clan
barcellonese, Saverio Squadrito e il figlio Giuseppe, quest'ultimo
proprietario di un'impresa di bitumi impegnata in importanti opere
pubbliche. Per le forze dell'ordine, che avevano assistito per troppo tempo
impotenti alla carneficina umana, è stato superato ogni limite. L'ordine è
quello di fermare la furia omicida di Pino Chiofalo. Viene scatenata una
vera e propria caccia all'uomo, alcuni degli uomini d'onore legati al boss
sono avvicinati per ottenerne la collaborazione. Viene infine ordita una
trappola per arrestare il mafioso di Terme Vigliatore. Egli viene catturato
in un blitz nella cittadina di Pellaro (Reggio Calabria), il 27 dicembre del
1987, appena tredici giorni dopo la morte di Gitto. Con lui finiscono in
manette i due esponenti dei 'cursoti' di Catania, Mario Nicotra e Gaetano
Porzio, che saranno poi uccisi subito dopo la loro scarcerazione.
L'arresto di Chiofalo non segna tuttavia una tregua nella guerra per il
controllo del territorio. Il boss ritrova in carcere i vecchi amici e
fidelizza nuovi adepti, realizzando una sorta di centrale operativa in grado
di coordinare la controffensiva. Il patto militare sottoscritto con i boss
messinesi Mario Marchese e Giuseppe Leo permette di accrescere la potenza di
fuoco contro gli avversari, in cambio del riconoscimento delle pretese dei
clan peloritani sui proventi degli appalti del raddoppio della linea ferrata
da eseguirsi nella tratta Rometta-Messina, finiti al consorzio Ferrofir di
Roma delle imprese Astaldi, Dipenta e Impregilo-Fiat.
Nel giro di poche settimane, con una determinazione pari o addirittura
superiore a quella del primo anno di guerra, il clan di Chiofalo rilancia la
campagna contro i barcellonesi e contro gli affiliati sospettati di
tradimento. Il bilancio dei successivi mesi è ancora più tragico. Uno dopo l
'altro, cadono altri personaggi 'eccellenti', primi fra tutti i commercianti
Bartolo Milone e Luigi Sanò, gli affiliati Francesco Siracusa e Sebastiano
Montagno Castagnolo, i costruttori edili Francesco e Benedetto Benenati,
vero e proprio braccio economico dell'organizzazione Chiofalo, passati poi
nelle file di Carmelo Milone ([29]). "I fratelli Benenati riuscivano a
legalizzare il denaro proveniente dalle varie attività illecite cui il
nostro gruppo dava vita" ha spiegato Pino Chiofalo. "Ciò riuscivano a fare
in quanto titolari di un impianto di calcestruzzo e un'azienda per il
movimento terra e trasporto di materiale edile. I due Benenati avevano
ingrandito la loro azienda sfruttando i capitali del nostro gruppo e con lo
steso denaro avevano realizzato i vari investimenti in beni immobili ed
acquistato le costose attrezzature. Gli imprenditori della zona affidavano
loro i lavori o ne richiedevano le prestazioni ben sapendo che il vero
ispiratore di quella attività ero io. Questo sino al mio arresto, poiché in
molti di noi nacque il dubbio che i due Benenati fossero stati i potenziali
delatori. In uno dei colloqui con l'avvocato Benedetto Di Pietro decidemmo
così la soppressione dei due infedeli fratelli". Il 2 febbraio 1990 a cadere
sotto i colpi dei barcellonesi è Giovanni Marchetta, assassinato all'interno
del noto ristorante 'La ruota'. Al Marchetta era stato assegnato da Chiofalo
il compito di tenere aperta la trattativa con il clan rivale, forte del
mandato che l'imprenditore aveva ottenuto nei primi mesi dell'87 da Nitto
Santapaola per la fornitura di gasolio alle ditte impegnate nella
costruzione del doppio binario. In realtà agli inizi dei lavori, la
fornitura di carburante per tutti i mezzi della Fratelli Costanzo e dell'Ira
Costruzioni era stata assegnata "attraverso la mediazione di Girolamo
Petretta", alla ditta individuale del professor Giuseppe Giambò, gestita con
il cognato Ernesto Caruso e il genero Filippo La Spada. Un affare di circa
900 milioni al mese, che dopo l'eliminazione di Petretta e dei capi storici
della criminalità barcellonese, era finito nelle mani di imprenditori
contigui al clan Chiofalo. L'arresto del boss aveva mutato nuovamente i
rapporti di forza e l'impresa Costanzo aveva deciso di non affidare più la
commessa alla società Sacne, rappresentata a Barcellona da Giovanni
Marchetta, preferendo nuovamente il Giambò, questa volta 'protetto' da
Antonino Isgrò, tra i candidati più prestigiosi a guidare la mafia
barcellonese, grazie all'alleanza sottoscritta con i "rappresentanti locali
della potente mafia nissena, Luigi e Calogero Ilardo" ([30]).
Il cambio dei fornitori di gasolio aveva fatto infuriare Chiofalo, che dal
carcere ordina l'assassinio del professore Giambò. La risposta degli
avversari non si fa attendere. Dieci giorni prima del suo omicidio, Giovanni
Marchetta è avvicinato al Sebastian Bar di Barcellona dai mafiosi Giuseppe
Gullotti, Filippo Barresi, Mario Calderone e Antonino Bellinvia. "Il
Gullotti - ha rivelato Chiofalo - fece sì che il discorso cadesse sulla
fornitura del gasolio alle imprese catanesi e locali. Disse che la realtà
criminale barcellonese aveva subito delle radicali trasformazioni talché in
quel panorama non vi era più spazio per il clan Chiofalo. Precisò che non
era valsa a nulla l'eliminazione del professore Giuseppe Giambò, giacché la
gestione della fornitura di gasolio sarebbe stata comunque di esclusiva
pertinenza della mafia barcellonese. Era dunque consigliabile che il
Marchetta abbandonasse l'idea di continuare a condurre quell'affare". L'
imprenditore espresse con rabbia il suo diniego, firmando la sua condanna a
morte.Il ruolo di Giovanni Marchetta nell'organizzazione Chiofalo era
similare a quello ricoperto da Francesco Gitto all'interno del clan
barcellonese. "A Marchetta - spiega Chiofalo - era stato affidato il compito
di operare all'interno delle varie istituzioni statali per garantire al
nostro gruppo protezione e facilitazioni. In tale ottica si collocavano
eventuali favoritismi da parte di magistrati nei processi, conoscenze
anticipate su progetti di servizio di organi di polizia e interventi su
autorevoli politici che si intendeva avvicinare al nostro gruppo". Giovanni
Marchetta ricopriva l'incarico di concessionario Piaggio per la zona di
Barcellona e Milazzo ed era persona notoriamente legata al maggiore
esponente politico locale del tempo, il sen. Carmelo Santalco. Secondo una
denuncia presentata dall'allora responsabile Piaggio di Messina, Francesco
Luvarà, sarebbe stato proprio il senatore Santalco, "approfittando della sua
posizione di membro della commissione legislativa incaricata di redigere il
nuovo codice della strada" a fare ottenere dall'azienda del gruppo Fiat l'
affidamento della concessionaria a Giovanni Marchetta, nonché a fare
assumere un uomo della sua segreteria presso la stessa casa produttrice. Il
Luvarà ha aggiunto di aver preso visione dal responsabile Piaggio per la
Sicilia di una lettera di Carmelo Santalco indirizzata al sen. Umberto
Agnelli, con la quale si raccomandava vivamente quella pratica. In seguito
all'esposto fu aperta un'inchiesta da parte dei sostituti procuratori Angelo
Giorgianni ed Olindo Canali, poi archiviata nel novembre del 1995.
--- Imprenditori e trafficanti di morte
L'ecatombe proseguì per tutto il 1990. Neanche un mese dopo l'omicidio di
Giovanni Marchetta, a cadere sotto il piombo del clan barcellonese è Antonio
Marchetta, che aveva giurato di volersi vendicare contro i presunti
responsabili della morte del fratello. Seguono una serie di attentati,
falliti, del clan Chiofalo contro il leader del gruppo dei 'mazzarroti'
Francesco Trifirò, e contro Salvatore Caravello, suo fedelissimo braccio des
tro. Il 5 maggio riesce invece l'agguato a Montalbano Elicona, contro l'
imprenditore edile Francesco Pagano, impegnato nell'esecuzione di alcuni
lavori per il doppio binario, e fratello di Carmelo Pagano, ucciso nell'87
all'inizio della guerra di mafia.
La notte del 16 giugno 1990 è la volta dell'anziano boss Carmelo Coppolino,
commerciante di frutta e verdura di Terme Vigliatore, pienamente inserito
nel contrabbando di tabacchi ed in affari con i boss del narcotraffico di
Palermo, Francesco Marino Mannoia e Pino Savoca, 'chimici' della lavorazione
di morfina. Grazie alle loro competenze, Coppolino aveva impiantato in un'
abitazione di proprietà del cavaliere Francesco Gitto la prima raffineria di
eroina della provincia di Messina. "A Barcellona abbiamo lavorato due
partite di morfina, una di 40 chilogrammi ed una di 50 chilogrammi" ha
raccontato ai giudici di Palermo Francesco Marino Mannoia. "Per questa
lavorazione, era previsto un compenso di cinque milioni al chilo. Alla
'famiglia' di Brancaccio ho corrisposto la somma di 40 milioni; diversi
milioni li diedi ad Ignazio Pullarà, quale contributo per le famiglie dei
detenuti e perché li consegnasse in parte a Totò Riina". Mannoia poi, fa una
'rivelazione' sull'identità di chi rappresentava nel messinese la storica
'famiglia' di Brancaccio. "Della famiglia di Giuseppe Di Maggio e
successivamente di Pino Savoca, faceva parte Michelangelo Alfano. Lui
addirittura un tempo aveva la squadra di calcio del Messina, poi si è
comprato il Bagheria. Era una brava persona, qualche volta, insieme, alla
fine degli anni '70 abbiamo fatto qualche gita in motoscafo".
Carmelo Coppolino era anche uno dei più fedeli alleati del clan Santapaola;
era stato lui a condurre da Pino Chiofalo, alla vigilia del Natale del 1986,
il mafioso Salvatore Conti, per tentare un accordo a difesa degli interessi
delle imprese e delle 'famiglie' catanesi impegnate nei lavori per il doppio
binario ferroviario. Coppolino poi, secondo gli inquirenti, alla vigilia
della sua scomparsa, si era incontrato ripetutamente con il maggiore boss
etneo. A Nitto Santapaola era stato perfino fornito un comodo rifugio nel
barcellonese, utilizzato fino al 1992, stavolta sotto la 'protezione' dell'
emergente Giuseppe Gullotti. "Carmelo Coppolino - si legge in un'informativa
dell'Arma dei Carabinieri - faceva parte, fino alla data della sua
eliminazione, del 'gotha' mafioso barcellonese, ed era legatissimo a
Benedetto Santapaola, Natale Santapaola, Pietro Rampulla e Luigi Ilardo,
quest'ultimo ucciso da due killer in Catania il 10 maggio 1996, cugino del
boss mafioso Giuseppe Madonia, detto 'Piddu', nonché figlio del noto boss
mafioso Calogero Ilardo, uomo d'onore della famiglia di Vallelunga
(Caltanissetta)" ([31]).
Tredici giorni dopo la morte di Coppolino, cade sotto i colpi di un fucile
caricato a pallettoni, Francesco Foti, appaltatore di contrada Acquaficara
di Barcellona. Muoiono poi trucidati Antonino Tardi e Giuseppe Sottile. L'11
settembre il gruppo Chiofalo colpisce un altro obiettivo 'eccellente', il
geometra Antonino Isgrò, in corsa per l'investitura a capo supremo della
rinnovata cosca barcellonese. Anche Isgrò cade nell'ambito dello scontro per
la spartizione degli appalti e della commesse per la ferrovia. Ha ricordato
il collaboratore di giustizia Salvatore Marotta, ex rappresentante della
cosca di Sant'Agata Militello: "Nino Isgrò era da tutti ritenuto un
personaggio di grandi qualità organizzative e di intelligenza (...). Pippo
Cipriano mi disse che l'Isgrò si era permesso di sottrarre al gruppo
Chiofalo la fornitura di gasolio all'impresa che stava realizzando il doppio
binario ferroviario a Barcellona. In questa lotta per il potere era morto
Marchetta ed altri della sua famiglia e così, disse il Cipriano, era giusto
che morisse anche l'Isgrò".
I barcellonesi rispondono all'omicidio Isgrò con l'eliminazione di Enzo De
Pasquale, Ciro Aprile, Domenico Bartolone (figlioccio di Giovanni Marchetta)
e del geometra Giovanni Salamone, imprenditore edile e consigliere comunale
repubblicano di Barcellona. Successivamente, tra il marzo e il luglio '91,
vengono messi a segno i colpi più eclatanti, quelli che segneranno la fine
delle aspirazioni di leadership del boss di Terme Vigliatore: l'omicidio
dell'avvocato Benedetto Di Pietro, vero e proprio 'consigliere' di Chiofalo,
e quello del proprio figliolo, Lorenzo Chiofalo.
La spirale di sangue e delle vendette incrociate subisce un'impennata senza
una pur minima risposta delle forze dell'ordine: muoiono Giuseppe Trifirò,
ritenuto da Chiofalo responsabile della morte del figlio; Antonino Mirabile,
piccolo imprenditore edile; Antonino Pitì; Fortunato Trifirò; Domenico
Micale; Antonino Marchetta, fratello di Giovanni ed Antonio, da poco rimesso
in libertà dopo il proscioglimento dall'accusa di essere il responsabile
dell'omicidio del prof. Giambò; Salvatore Caravello, già scampato alla morte
in altri due agguati. A questo punto viene sancita la supremazia del clan
Gullotti nella fascia tirrenica della provincia di Messina. Come segnalato
dai ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri di Messina
"permanendo l'assenza di Chiofalo", la mafia del Longano poteva finalmente
gestire in assoluta tranquillità e discrezione "l'appetitosa occasione del
raddoppio della ferrovia Messina-Palermo e della costruzione delle nuove
stazioni ferroviarie di Milazzo e Barcellona". "Essa - prosegue l'
informativa dei ROS - con sistemi operativi caratterizzati dalla saggia
moderazione mafiosa, si intrometteva tra le ditte appaltatrici ed i loro
committenti facendo leva sull'autorevolezza del proprio affermato prestigio
e non su atti intimidatori eclatanti dai quali rifuggiva. (.) Tale
organizzazione, in posizione di incontrastata egemonia, gestiva altresì l'
illecito controllo di una attività economica che al tempo registrava, nell'
area compresa tra Milazzo e Patti, un'intensa trasformazione urbanistica ed
edilizia. Ciò soprattutto a causa della costruzione di numerosi insediamenti
abitativi di tipo turistico, Portorosa, Edil Turist, ecc.." ([32]).
---La resa finale di Pino Chiofalo
Nonostante il raggiunto controllo mafioso del territorio barcellonese, anche
il 1992 sarà segnato da una lunga serie di omicidi e di casi di lupara
bianca, in buona parte giovani spacciatori e tossicodipendenti che tentano
di farsi spazio nei dirompenti traffici di stupefacenti. L'ombra delle
estorsioni nei lavori del doppio binario ricade però su uno dei più brutali
omicidi che hanno segnato la recente storia criminale del Longano, quello
dei giovani Giuseppe Pirri e Antonio Accetta, assassinati la notte del 20
gennaio, giorno della festa del patrono di Barcellona, San Sebastiano. I due
ragazzi furono sequestrati, pestati a sangue e torturati, poi condotti all'
interno del cimitero comunale, per essere infine giustiziati di fronte ad un
altare. Secondo il pentito catanese Maurizio Avola, il duplice omicidio fu
ordinato direttamente da Nitto Santapaola, dopo una richiesta estorsiva che
Pirri e Accetta avrebbero fatto a danno degli imprenditori catanesi Graci e
Costanzo che si stavano occupando della costruzione del doppio binario. "Il
Graci ed il Costanzo - ha raccontato Avola - fecero presente ai vertici
della famiglia, la situazione che si era verificata nel cantiere della
ditta. Si decise quindi di dare una lezione ai due estortori che facevano
parte del clan antagonista Chiofalo".
Una lezione 'simbolica', eseguita davanti all'altare di un cimitero per
chiarire a tutti che i due giovani avevano osato sfidare "persone al di
sopra delle quali vi era solo Dio", come hanno riferito altri collaboratori
di giustizia barcellonesi, pur negandone la causale estorsiva. Santapaola e
il nipote Aldo Ercolano, qualche tempo prima dell'omicidio Pirri-Accetta,
avevano ordinato l'esecuzione di quattro affiliati al clan dei 'cursoti',
Rosario Chillemi, Filippo Alesci Lo Presti e Salvatore Mirabile, rei, anch'
essi, di aver chiesto il pagamento di tangenti a Costanzo, Graci e al
costruttore Palmeri, impegnati nella realizzazione di grandi opere nel
messinese. I tre giovani furono attirati con una scusa in una campagna
catanese, dove furono strangolati. I loro corpi furono poi fatti incenerire
all'interno di pile di copertoni cosparse di liquido infiammabile e poi
incendiate ([33]).
A Pino Chiofalo, consapevole della propria sconfitta, non resta altro che
decidere la resa e offrire la propria collaborazione agli inquirenti. Le sue
dichiarazioni saranno determinanti per la realizzazione della prima vera
grande operazione antimafia del messinese, la Mare Nostrum, che porterà a
centinaia di arresti di boss e gregari e farà luce sulla gestione del
sistema estorsivo delle grandi opere, prima fra tutte il raddoppio
ferroviario. Resterà fuori dalle indagini, però, il cosiddetto 'terzo
livello', la rete di contiguità e protezioni che rappresentanti delle forze
dell'ordine, magistrati, uomini politici, grandi imprenditori, hanno
assicurato e purtroppo continuano ad assicurare alla mafia del Longano.
Pino Chiofalo, da collaboratore di giustizia, farà ancora parlare di sé in
merito ad una presunta trattativa con Marcello Dell'Utri per ritrattare
alcune dichiarazioni che riguardavano il deputato di Forza Italia sotto
processo a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Nell'estate
del 1997, alla vigilia dell'apertura del dibattimento, l'ex boss di Terme
Vigliatore e Cosimo Cirfeta, collaboratore di giustizia pugliese, dichiarano
ai magistrati che li interrogano che tre tra i principali pentiti che
accusano Marcello Dell'Utri, hanno concordato tra di loro le versioni che
inchioderebbero il politico berlusconiano. E' sufficiente una breve indagine
per verificare che Chiofalo e Cirfeta si sono inventati tutto, probabilmente
in cambio di denaro e della promessa a rivedere le loro posizioni
giudiziarie. Gli inquirenti accertano perfino che Pino Chiofalo era riuscito
ad incontrarsi quattro volte con l'esponente di Forza Italia. Durante l'
ultimo incontro, il 31 dicembre del 1998, gli agenti della DIA immortalano
Marcello Dell'Utri mente consegna al pentito due regali per i figli. In un'
altra foto compare l'autista di Dell'Utri mentre passa una borsa al
collaboratore. Chiofalo ha sempre negato di aver ricevuto denaro, ammettendo
solo i regali per i congiunti. "Dell'Utri mi promise i soldi" ha raccontato
Chiofalo. "Mi disse: 'Lei è ormai dentro questa vicenda fino al collo.
Confermi le accuse di Cirfeta e io la farò ricco. Lei e la sua famiglia
avrete sempre la riconoscenza mia, del dottor Berlusconi e di tutte le
persone che ci vogliono bene'" ([34]).
---I clan Madonia e Provenzano a Milazzo
Il cavaliere Gaetano Graci, beneficiava della possibilità di realizzare
"tranquillamente" le sue attività di costruttore, fuori dalla provincia di
Catania, "grazie a Nitto Santapaola e a Piddu Madonia". E' quanto affermato
dai magistrati nella loro ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell
'imprenditore. Così, nel barcellonese, in vista dei lavori per il raddoppio
binario, giungono gli emissari del clan etneo e uno dei luogotenenti più
fidati della 'famiglia' nissena di Vallelunga, Luigi 'Gino' Ilardo, che
abbiamo visto essere cugino di Giuseppe Madonia e stretto collaboratore
degli scomparsi boss Carmelo Coppolino ed Antonino Isgrò. Ilardo ricopre il
ruolo di vero e proprio ambasciatore del superlatitante Bernardo Provenzano,
con il quale, meticolosamente, intrattiene una fitta corrispondenza per il
controllo diretto degli appalti e dei subappalti. A cavallo tra gli anni '80
e '90, i più cruenti della guerra di mafia, Gino Ilardo si impianta
stabilmente a Milazzo insieme al fratello Giovanni. Quest'ultimo diventa
capostazione presso la nuova stazione di Milazzo, per trasferirsi
successivamente, sempre come capostazione, a Villafranca Tirrena ([35]).
I due fratelli Ilardo, d'intesa con il clan dei barcellonesi e i catanesi di
Nitto Santapaola, creano a Milazzo un agguerrito gruppo criminale,
denominato la 'cupola', assorbendo i maggiori malavitosi operanti nell'
hinterland. "Per stabilire le linee programmatiche del gruppo - ricorda Pino
Chiofalo - e fissare meglio la falsariga dell'intesa, essi organizzarono una
riunione presso un ristorante di Milazzo alla cui gestione credo fossero
stati interessati gli stessi due fratelli Ilardo. A tale riunione prese
anche parte il ben noto boss nisseno Piddu Madonia, lo stesso Santapaola e,
naturalmente esponenti del gruppo barcellonese". Qualche tempo dopo, sempre
secondo l'allora boss di Terme Vigliatore, i fratelli Ilardo organizzarono
un nuovo incontro, stavolta a San Piero Patti, a cui parteciparono Giuseppe
Gullotti, i fratelli Ofria, Francesco Pagano e ancora una volta Nitto
Santapaola. "La ragione di tali riunioni risiedeva nel fatto che quelle
forze intendevano programmare le più opportune strategie per la gestione
delle grandi opere pubbliche e private, come la centrale a carbone, la
realizzazione del doppio binario e la stazione ferroviaria, la
trasformazione di una parte del porticciolo, i lavori di urbanizzazione
della città, ecc., di cui si prevedeva l'avvio nella fascia tirrenica
compresa tra Milazzo e S. Stefano di Camastra. In particolare, andavano
discusse le modalità di impianto nell'area di Montalbano Elicona, di una
raffineria di eroina e la gestione di un vasto traffico di stupefacenti. L'
intesa riguardava naturalmente il taglieggiamento della piccola e media
imprenditoria".
Gino Ilardo, relativamente alla protezione di carattere estorsivo delle
imprese esecutrici dei lavori del raddoppio ferroviario Messina-Palermo,
avvia i contatti con l'allora reggente del clan messinese di Giostra, Mario
Marchese, tramite il bancario Salvatore Valenti, esponente di rilievo della
vecchia mafia barcellonese e ben collegato a Cosa nostra palermitana e
nissena. Valenti, indiziato di riciclaggio del denaro sporco ed usura,
vicino ad importanti ambienti finanziari ed assicurativi, fu poi assassinato
nel febbraio del 1986 a Messina, da sicari vestiti con maschere di
carnevale. "Era una mia vecchia conoscenza - ha riferito Mario Marchese -
vicina agli uomini politici Giuseppe Merlino, Alfio Ziino e Santino Pagano,
nonché ai boss Pietro Aglieri, Giuseppe La Mattina, Antonino Gargano, Nando
Greco, Giuseppe Madonia, Pietro e Sebastiano Rampulla".
Sempre a Milazzo, i fratelli Ilardo hanno tessuto relazioni d'affare con
alcuni noti imprenditori locali, finalizzate principalmente alla gestione
del traffico di droga e di banconote false. Quando nel novembre del 1998
scatterà in tutta la Sicilia la cosiddetta 'Operazione Oriente' contro la
trama di protezioni e appoggi di cui ha goduto in tutti questi anni il
latitante Bernardo Provenzano, le forze dell'ordine eseguono ben nove
arresti nella cittadina tirrenica. In manette un imprenditore edile
originario di Barcellona, Tommaso Catalfamo; un commerciante, Vincenzo Di
Maria; il gestore del bar della nuova stazione ferroviaria di Milazzo,
Francesco D'Angelo; ben tre gestori di locali di ritrovo e ristoranti,
Francesco Doddo, Domenico Italiano e Francantonio Salamone; infine due
cittadini originari di Palermo ma residenti a Milazzo, Giuseppe Lombardo,
'affiliato' alla famiglia nissena, e Antonino Bertè, quest'ultimo militare
della Guardia di finanza ([36]). Per i magistrati era Doddo, a ricoprire un
ruolo "assolutamente centrale" nelle relazioni Milazzo-Ilardo-Gela. "Da un
lato egli avrebbe operato da collante tra il clan Madonia e gli acquirenti
delle sostanze stupefacenti; dall'altro, avrebbe di fatto gestito il gruppo
degli altri associati originari di Milazzo che lo hanno coadiuvato in questa
attività". In una telefonata intercettata al noto ristoratore milazzese,
egli informava la moglie di avere incaricato Salamone "per acquistare a
Palermo da falsari 500 milioni in banconote da 50.000 lire, che dovevano
essere riciclati localmente" ([37]). .
A partire dall'ottobre 1993, tre anni prima della sua morte, Gino Ilardo
inizia a fornire una timida collaborazione di natura confidenziale al
tenente Michele Riccio, in forza al ROS dei Carabinieri. Un contributo non
certo secondario, che permette alle forze dell'ordine di individuare il
rifugio della latitanza di Giuseppe Gullotti e quello dove si nascondeva il
mafioso di Villafranca, Santo Sfameni, ricercato al tempo per un attentato
eseguito ai danni di un docente universitario di Messina, il prof. Nello
Pernice (maggio '94). Ilardo fornisce inoltre elementi inquietanti sulle
contiguità degli ambienti criminali barcellonesi con certi settori
istituzionali. "In Barcellona Pozzo di Gotto, risultavano collusi con la
mafia i sottufficiali dell'Arma maresciallo Bono, e il maresciallo Gatto, in
servizio a Milazzo", si legge nell'informativa del 1996 del tenente Riccio
denominata 'Grande Oriente'. "Questi erano strettamente collegati ad un
insospettabile, il professore Giorgianni, nonché a tale Elio Marchetta,
figlio del titolare della concessionaria Piaggio di Barcellona, ucciso per
vicende di mafia, ed anche lui collegato ai predetti personaggi. (.). Il
maresciallo dei CC Gatto, incaricato della gestione dei pentiti della
provincia di Messina, sovente forniva informazioni o addirittura copia dei
verbali a mafiosi interessati a conoscere la loro posizione giudiziaria
tramite l'interdizione di un usuraio, tale Vincenzo Pergolizzi, notaio di
Milazzo" ([38]).
Ilardo fornisce importanti indicazioni per comprendere l'importanza dell'
intervento del prof. Giorgianni e dei rappresentanti delle forze dell'
ordine, in occasione dei lavori del raddoppio ferroviario. "Su richiesta dei
mafiosi Coppolino, Girolamo Petretta e Nitto Santapaola, Giorgianni aveva
aiutato i costruttori Graci e Costanzo, consentendo loro di impiantare sui
suoi terreni i cantieri necessari alla realizzazione del secondo binario
della linea ferroviaria Messina-Palermo. I suddetti sottufficiali dell'Arma,
parallelamente, avevano tutelato il positivo svolgersi "degli affari", anche
alla luce della concorrenza violenta, che altro mafioso locale, Pino
Chiofalo, ora collaboratore di giustizia, aveva scatenato con l'aiuto di
altri mafiosi del paese di Tortorici, i quali non avevano riconosciuto la
supremazia di Nitto Santapaola. Nell'ambito di tale contrasto, alcuni uomini
di Chiofalo, avevano fatto irruzione nei cantieri del Graci, mitragliando
alcune betoniere ivi parcheggiate" ([39]). Sempre secondo Ilardo, oltre a
Coppolino e Petretta, i contatti con il prof. Giorgianni, sarebbero stati
tenuti dai mafiosi Francesco Rugolo e Franco Iannello. Due personaggi,
questi ultimi, che le indagini avrebbero provato in stretti legami d'affari
con l'imprenditore Vincenzo Pergolizzi proprio per la gestione dei
subappalti del raddoppio ferroviario, grazie al 'paravento' della Edil.Perg.
S.r.l., società con sede nel vicino municipio di Torregrotta.
Pergolizzi, costruttore originario di Pace del Mela e residente a Milazzo, è
stato arrestato nel dicembre 1999 con l'accusa di concorso esterno in
associazione mafiosa; secondo gli investigatori, l'uomo avrebbe svolto per
conto dei clan della zona tirrenica messinese (Gullotti-Sfameni-Sparacio) e
per i Pillera-Cappello di Catania, il ruolo di "tutela e custodia in favore
di alcuni latitanti, fornendo loro appartamenti come nascondigli e tutti i
mezzi necessari per favorirne l'eventuale fuga". In contatto con Luigi
Ilardo ed altri affiliati al clan Madonia, Vincenzo Pergolizzi avrebbe
esercitato il controllo usuraio ed estorsivo ai danni di commercianti
milazzesi e barcellonesi; avrebbe inoltre assicurato, grazie alle sue
influenti amicizie, "interventi in eventuali vicende giudiziarie" ([40]).
Stando sempre alla Procura di Messina, Pergolizzi "vanta conoscenze e
relazioni con soggetti rappresentanti le istituzioni": militari dell'Arma
dei carabinieri "che gli riferiscono di indagini in corso"; direttori dei
lavori ed assessori comunali e provinciali "a cui è disposto regalare
appartamenti"; alti funzionari degli istituti di credito di livello
nazionale; un ex ministro ed alcuni parlamentari; finanche "persone
probabilmente inserite nei servizi segreti" ([41]).
Il luogotenente di Bernando Provenzano e Giuseppe Madonia, Luigi Ilardo, ha
poi confidato ai ROS elementi relativi a presunti contatti tra alcuni
politici messinesi e la criminalità organizzata ed ai rapporti mafia-grande
imprenditoria. Tra i politici a lui noti come "vicini a Cosa Nostra", Ilardo
segnalava "il sen. Carmelo Santalco di Barcellona, Pippo Campione, ex
presidente regionale dell'antimafia, l'on. Dino Madaudo, socialdemocratico,
ex sottosegretario alla difesa, l'on. Saverio D'Aquino, ex sottosegretario
agli interni, liberale" ([42]). Madaudo e D'Aquino, quest'ultimo
recentemente scomparso, sono nomi noti nelle cronache giudiziarie sui
rapporti mafia-politica. La 'contiguità' degli onorevoli Santalco e Campione
è tutta ancora da provare. Per ciò che riguarda invece la gestione delle
grandi opere nella provincia di Messina, Ilardo ha confermato di avere
curato per conto di Leoluca Bagarella e della famiglia di Bagheria (quella
di Leonardo Greco e del suo rappresentante in loco Michelangelo Alfano), le
estorsioni a danno della Itinera di Alessandria e della Edilstrade di Forlì,
società impegnate nella realizzazione di un lotto dell'autostrada
Messina-Palermo, nel tratto Rocca di Caprileone-Cefalù ([43]).
--Gli interessi del signor P3 & Soci
Proprio su questo appalto gestito dalla Itinera del costruttore Marcellino
Gavio, secondo notizie stampa, vi era stata un'indagine da parte della
Guardia di finanza, in merito ad un possibile ruolo di 'favore' interpretato
dal faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia e dal messinese Giuseppe D'
Angiolino, già presidente di Italstrade e dal 1993 amministratore delegato
dell'Anas ([44]). Dall'indagine non sarebbero emersi elementi di rilevanza
penale. Va tuttavia sottolineato che su ipotetici contatti tra lo stratega
dell'affare Alta Velocità ferroviaria, con personaggi di spessore criminale
del messinese, sono state riempite pagine di verbali giudiziari.
La megainchiesta della Procura di La Spezia sul comitato d'affari creato da
Pacini Battaglia, piduisti vecchi e nuovi ed importanti manager pubblici per
la gestione di grandi opere ferroviarie e l'export internazionale di armi da
guerra, aveva preso avvio dopo l'irruzione del Gico di Firenze il 17 ottobre
1992 presso l'Autoparco di Via Salomone a Milano, una delle maggiori basi
operative di Cosa nostra nel nord Italia. Tra le carte sequestrate nell'
autoparco i documenti su una partita di armi inviate a Paesi sotto embargo
dal porto La Spezia all'interno di container utilizzati dall'imprenditore
Ugo Sottomano, personaggio in stretto contatto con il gestore dell'
autoparco, Giovanni Salesi. La triangolazione "vedeva protagonisti alcuni
faccendieri di Messina" e alcuni dirigenti della Oto Melara di La Spezia.
"La svolta nell'inchiesta si registra quando i finanzieri si accorgono che
il personaggio centrale delle rete di affari sporchi sulla quale stavano
indagando era il banchiere Pacini Battaglia. E' proprio indagando su di lui
che l'inchiesta si allarga a dismisura, andando ad aprire altri due filoni:
quello sugli appalti delle Ferrovie dello Stato per l'Alta Velocità e quello
sulla corruzione dei magistrati" ([45]).
Per orientarsi sulla possibile identità dei "faccendieri di Messina" è
opportuno riportare alcuni passi dell'ordinanza di custodia cautelare nei
confronti di Pierfrancesco Pacini Battaglia ed alcuni dirigenti della Oto
Melara, emesso dai magistrati di La Spezia nel settembre 1996: "A seguito
delle indagini a carico di un'organizzazione criminale dedita al traffico di
auto di grossa cilindrata (.), e al contrabbando di ingenti quantitativi di
tabacchi lavorati esteri, venivano effettuate intercettazioni telefoniche,
nell'ambito delle quali destava sospetto una conversazione avvenuta l'1
settembre 1993 tra Giuseppe Paolo Frisone (spedizioniere di La Spezia e uno
dei principali organizzatori dei traffici di auto rubate) e Felice Dell'Eva.
Nella circostanza il Frisone segnalava all'interlocutore le notizie diffuse
quella sera stessa e riguardanti la cosiddetta "Operazione Arzente Isola",
diretta dall'Autorità Giudiziaria di Messina, concernente traffici
internazionali di armi. La conversazione lasciava capire che il Frisone
fosse implicato in qualche modo nel traffico in cui alle notizie televisive
(.). Giova ricordare, inoltre, che la predetta attività investigativa aveva
tratto origine da notizie informative secondo cui il sodalizio sarebbe stato
impegnato in un vasto traffico di armi a cui avrebbero partecipato aziende
italiane leader nel campo degli armamenti e soggetti appartenenti al
sodalizio di stampo mafioso la cui base operativa principale era costituita
dall'ormai famoso "Autoparco" di via Salomone a Milano" ([46]). A ricevere
un avviso di garanzia l'1 settembre 1993, nell'ambito dell'inchiesta
'Arzente Isola', il barcellonese Rosario Cattafi, poi arrestato per le
frequentazioni dell'autoparco di Milano, il 'compare d'anello' Filippo
Battaglia, oggi imputato a Catania per un traffico di armi gestito accanto
agli uomini del clan Santapaola e ad alcuni imprenditori vicini a Forza
Italia, e il costruttore Saro Spadaro, anch'egli plurisospettato di
frequentazioni mafiose e socio d'affari del cavaliere Gaetano Graci.
Stando al collaboratore di giustizia Maurizio Avola ([47]) le relazioni tra
il faccendiere Pacini Battaglia e il barcellonese Rosario Cattafi sarebbero
andate al di là dell'ipotizzata cogestione del traffico internazionale di
armi. Deponendo al processo contro Marcello Dell'Utri, Avola ha riferito
dell'intenzione di Cosa nostra, di assassinare nel 1992, l'allora magistrato
Antonio Di Pietro per "fare un favore ai politici" e tutelare "gli interessi
illeciti dell'on. Bettino Craxi e del sen. Cesare Previti, messi in pericolo
dalle indagini di Di Pietro". Il progetto di attentato sarebbe stato
discusso nel corso di una riunione tenuta in un hotel di Roma, alla presenza
di due uomini d'onore del vertice della famiglia catanese di Cosa nostra,
Eugenio Galea e Aldo Ercolano, e di "soggetti esterni all'organizzazione
mafiosa". Avola fa al proposito due nomi: Rosario Cattafi, "appartenente ai
servizi segreti" e il finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Va tuttavia
detto che gli inquirenti non hanno raccolto le prove di quanto affermato dal
collaboratore e che è in corso un procedimento penale originato dalle
querele presentate contro Avola dal sen. Previti e da Pacini Battaglia
([48]). Cattafi, intanto, ha ottenuto recentemente l'iscrizione all'Ordine
degli Avvocati del Foro di Barcellona Pozzo di Gotto, nonostante la
Cassazione abbia confermato la validità dell'ordinanza del Tribunale di
Messina che ha imposto al neolegale la sorveglianza speciale e l'obbligo di
soggiorno nella città del Longano ([49]).
Gallerie, conzorzi e imprese di mafia: l'affare Ferrofir-Peloritani
Il controllo estorsivo sui grandi lavori ferroviari è stato esercitato anche
sulla tratta Messina-San Filippo del Mela, la cui progettazione e
realizzazione è stata concessa nel 1984 dalle FF.SS. al Consorzio Ferrofir,
costituito da alcune delle maggiori imprese del centro-nord Italia, l'
Impregilo, l'Astaldi e la Di Penta. Lavori che sono stati sospesi
ripetutamente per problemi di ordine finanziario e amministrativo, suddivisi
in due lotti, il primo rappresentato dalla lunghissima galleria che collega
la stazione centrale di Messina a Villafranca Tirrena (circa 13 chilometri
scavati all'interno dei monti Peloritani); il secondo dalla tratta
Villafranca-San Filippo, quella dove si è realizzato il disastro ferroviario
dell'Espresso 'Freccia della Laguna', i cui lavori sono stati avviati solo
nel 1997 dopo uno specifico decreto del governo che ha autorizzato lo
sblocco del cantiere ([50]). Come abbiamo visto in precedenza, nel carcere
di Gazzi fu sottoscritto un accordo tra Pino Chiofalo, Mario Marchese e
Giuseppe Leo per la spartizione dei proventi derivanti dal 'pizzo' imposto
alle imprese appaltatrici. Una fetta consistente delle estorsioni ai danni
del Consorzio Ferrofir finì pure nelle casse del clan del rione Mangialupi,
guidato da Salvatore Surace, oggi collaboratore di giustizia, come
recentemente accertato in sede processuale dal Tribunale di Messina.
In vista dell'assegnazione dei lavori ferroviari alle grandi imprese del
centro-nord, si sarebbero attivati congiuntamente gli uomini dei clan
barcellonesi, importanti esponenti politici locali ed i maggiori
imprenditori della fascia tirrenica, alcuni dei quali con entrature
massoniche 'deviate'. Sul tavolo mafia-politica-imprenditoria per la
gestione della tratta Messina-San Filippo del Mela, si è soffermato il
pentito Angelo Siino, per anni 'ministro delle opere pubbliche' di Cosa
nostra. Deponendo al processo 'Mare Nostrum' contro le cosche della fascia
tirrenica messinese, Siino ha raccontato la vicenda in cui venne in contatto
con l'on. Giuseppe Merlino, andreottiano, ex sindaco di Messina, poi passato
a guidare importanti assessorati regionali. "Fu organizzato un pranzo in un
ristorante a Capo Milazzo, dove in effetti ci fu una dimostrazione
esponenziale di potenza da parte di tutti, per farmi vedere che erano molto
ben organizzati. Venni invitato da Iannello e lì trovai i fratelli Torre
Antonio e Angelo, quest'ultimo anche massone aderente alla Camea. C'erano l'
onorevole Merlino che si occupava della gestione degli appalti pubblici in
provincia di Messina, qualche altro personaggio minore, l'imprenditore
milazzese Oliva, Santo Sfameni di Villafranca Tirrena. In questa circostanza
parlammo di un consorzio denominato Ferrofir, che doveva occuparsi della
costruzione di alcune gallerie. A tali opere era interessato l'imprenditore
barcellonese Gitto, ma l'uomo che doveva occuparsi dell'intera gestione dell
'affare doveva essere Giovanni Sindoni" ([51]).
Grazie alla deposizione di Siino, fa la sua comparsa tra i possibili
'signori della ferrovia', il nome di un personaggio ritenuto da tutti
'intoccabile', l'imprenditore barcellonese Sindoni, a capo di una delle
maggiori aziende siciliane di trasformazione agrumaria. Definito da Maurizio
Avola, "l'uomo più importante per Cosa nostra nella provincia tirrenica
messinese", Giovanni Sindoni e il figlio Emanuele hanno operato nel settore
delle opere pubbliche accanto a Giovanni Salamone, l'ex consigliere comunale
repubblicano di Barcellona assassinato in un agguato mafioso il 12 gennaio
del 1991. Ex socio della Nuova Igea Calcio, Giovanni Sindoni vanta
precedenti penali per omicidio colposo, abusivismo edilizio ed associazione
per delinquere; nei primi anni '80 è stato coinvolto in una megainchiesta
sulle truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all'ex sindaco di Bagheria
Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando una condanna a otto
mesi di reclusione ([52]).
Il collaboratore di giustizia Angelo Siino non fornisce ulteriori
particolari per chiarire l'effettivo ruolo di Giovanni Sindoni nell'affaire
doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore Gitto che sarebbe stato
interessato alla realizzazione di alcune gallerie della Messina-San Filippo.
"Praticamente Gitto era un grosso contoterzista, cioè era uno che faceva
lavori per conto terzi. Non faceva lavori edili, ma si occupava di lavori
stradali. E poi in effetti era quello che manipolava la maggior parte dei
lavori sull'autostrada Palermo-Messina e a causa di questo gli successe che
gli ammazzarono un parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse pure Gitto,
gestiva un negozio a Barcellona Pozzo di Gotto ed era parente col
governatore Cuomo. E effettivamente questo signore insieme con questo
Sindoni mi era stato detto che era un interessato alla gestione, addirittura
che da lì a poco questo Gitto sarebbe stato in grado di poter gestire
direttamente i lavori della Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello
che fece la maggior parte dei lavori autostradali, e debbo dire anche che ha
avuto questo problema, gli fu ammazzato questo parente che prese le sue
difese. Che i due Gitto erano imparentati io l'ho saputo da Nino Isgrò o da
Matteo Blandi, malavitoso di Caronia...".
Secondo Siino, cioè, la morte del cavaliere Francesco Gitto sarebbe stata
determinata dalla sua discesa in campo a difesa del "parente costruttore",
interessato a mettere il sigillo sulle maggiori opere pubbliche della
provincia. Dichiarazioni tutte da provare, certamente. Ci sarebbe tuttavia
un primo riscontro: ben undici lotti della costruenda autostrada
Messina-Palermo, tra Caronia, Acquedolci e Sant'Agata di Militello, sono
stati assegnati ad una azienda di costruzioni con sede nel comune di
Falcone, la CEC - Civil Engineering Company del cavaliere-ingegnere Carmelo
Gitto. Sempre alla CEC, il Comune di Messina ha recentemente appaltato un
lotto degli svincoli autostradali di Giostra-Annunziata. Una vera e propria
leadership in campo regionale a cui però non sono mancati importanti
riconoscimenti in ambito nazionale ed internazionale: alla società di
Carmelo Gitto si è rivolto perfino il governo d'Israele per la costruzione
di una galleria strategica per il processo di colonizzazione dei territori
occupati della Cisgiordania ([53]).
Per l'esecuzione dei lavori autostradali, l'ingegnere Gitto sarebbe stato
sottoposto all'immancabile carico estorsivo delle organizzazioni criminali
della fascia tirrenica. Lo ha raccontato il collaboratore Salvatore Marotta:
"Durante un incontro a Falcone in un villino che credo fosse di proprietà
dello stesso Gitto, è stata pattuita e concordata l'estorsione a carico
della ditta Cogei e della ditta Gitto. Fu il mistrettese Matteo Blandi che
riscuoteva le tangenti delle diverse imprese che in quel momento operavano
nella zona a fissare un incontro per stabilire quanto la Cogei avrebbe
dovuto corrispondere al nostro gruppo. Alla riunione prendemmo parte io, il
geometra Nino Isgrò di Barcellona, Pino Oieni, mio figlio Calogero, Matteo
Blandi, Giuseppe Miragliotta, Masino Florio e Michele Adorno. Per conto
della Cogei presero invece parte Domenico Gitto, titolare della omonima
impresa ([54]), ed il geometra Siracusano. Il Gitto personalmente aveva
chiesto a tutti quelli che avrebbero dovuto partecipare alla riunione di non
portare armi. Lui stesso infatti avrebbe garantito un ordinato svolgimento
della discussione. Con questo egli intendeva anche prevenire un eventuale
danno alla sua immagine che invece avrebbe provocato una visita da parte
delle forze dell'ordine...".
Marotta ricorda con precisione l'ammontare del pizzo che fu imposto alle
imprese. "Il costo dei lavori che la Cogei stava eseguendo si aggirava sui
20 miliardi o poco più. Secondo consuetudine l'impresa avrebbe dovuto pagare
una percentuale non inferiore al 2 per cento. Il Gitto però ricordando che
anch'egli avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose una diminuzione
della cifra che così venne stabilita in complessivi 350 milioni. Il Gitto,
invece, essendo impegnato nello stesso lavoro, quale subappaltante, per l'
opera di sbancamento e movimento terra si impegnò a versare la cifra di 2
milioni e mezzo da corrispondere ogni fine mese per tutto il periodo della
durata dei lavori. La Cogei invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra
stabilita nella misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i
soldi avrebbero dovuto essere prelevati nel cantiere di Gitto che si
incaricava a corrispondere ciò che era dovuto dall'impresa e la sua stessa
quota parte. L'Isgrò ha partecipato alla riunione anche per tutelare l'
interesse dell'impresa Gitto, da sempre sotto la protezione esclusiva della
mafia barcellonese".
Sempre secondo Giovanni Marotta, fu proprio l'estorsione ai danni dell'
impresa Gitto a causare la definitiva rottura tra il suo clan di Sant'Agata
Militello e l'anziano boss nebroideo Giovanni Tamburello. Quest'ultimo
decretò la morte di Matteo Blandi che si era guadagnato tra l'altro anche un
subappalto nei cantieri autostradali della Cogei del Gruppo Rendo. "Fui
raggiunto a Sant'Agata dal Tamburello - ha aggiunto Marotta. "Egli mi disse
minacciosamente che non aveva mandato il denaro di cui all'accordo con la
Cogei giacché la quota a me spettante l'aveva utilizzata per assoldare i
killer che egli aveva incaricato per uccidere il Blandi". Secondo gli
inquirenti che hanno redatto l'informativa Mare Nostrum contro i clan
mafiosi della provincia di Messina, il denaro precedentemente concordato con
il clan Marotta per i lotti 22 e 22 bis dei lavori autostradali, fu
interamente versato dalla Cogei e dalla Gitto al boss Tamburello.
Altri 200 milioni furono richiesti ai costruttori di Falcone dal gruppo
criminale vicino a Iannello. "Alcune telefonate a scopo estorsivo furono
fatte alla vittima" ha raccontato il collaboratore tortoriciano Francesco
Galati Rando. "Iannello in particolare disse che essendo il Gitto
insensibile alle richieste telefoniche, era meritevole di una lezione che
doveva essere quella del danneggiamento di autovetture o di edifici
attraverso l'esplosione di colpi d'arma da fuoco". Nel 1990 un attentato
incendiario distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri dell'ingegnere
Carmelo Gitto.
--Cave e discariche l'ennesima risorsa dei clan barcellonesi
Ma sul contesto storico-criminale in cui è maturata la strage dell'Espresso
'Freccia della Laguna' ricadono altre gravi ombre. Quelle della cosiddetta
"ecomafia", degli enormi disastri ambientali e delle irrimediabili
lacerazioni del territorio collinare dei Peloritani, originati dai lavori
per la realizzazione del raddoppio ferroviario. "Dove sono finiti i milioni
di metri cubi di terra argillosa estratta lungo gli undici chilometri di
quella galleria che congiunge Messina con la città di Villafranca?" Ha
domandato al Presidente della Commissione parlamentare antimafia l'on. Nichi
Vendola del Partito della Rifondazione Comunista, nei giorni successivi alla
tragedia di Rometta. "Sono finiti forse in mare? E chi ha lucrato le somme
che lo Stato, pagando circa otto mila lire al metro cubo, ha erogato per
smaltire ciò che non è stato smaltito? E ancora: da dove si è estratta la
terra per costruire il rilevato ferroviario nel tratto Rometta-Bercellona?
Forse dal greto di ciascuno dei tre torrenti che insistono su quel
territorio? E che dissesto idrogeologico si è determinato? E come mai una
intera galleria, appena completata al prezzo di svariati miliardi, crolla,
un anno fa, nella indifferenza generale? Quella galleria, a due passi da
dove si è realizzato l'attuale disastro ferroviario, era già un monito ed un
emblema dei rischi legati al contenuto criminale ed anti-ambientale di un
progetto che in trent'anni ha dissipato risorse e vite senza edificare il
secondo binario".
Nel suo intervento, Vendola ha chiesto di conoscere quali siano state le
ditte che hanno operato nell'area, attraverso il "nolo a freddo", nella
movimentazione terre. "Chi, nei fatti e non solo con nomi di copertura -
aggiunge Vendola - ha eseguito gli sbancamenti, l'apertura di nuove cave, la
perforazione dei rilievi montuosi? E si può sapere se quelle cave siano
state a loro volta riempite con materiali da discarica, con rifiuti tossici
e nocivi? E quali siano le ditte che hanno assicurato le forniture di
gasolio ai mezzi che hanno eseguito i suddetti lavori?". Il parlamentare ha
lanciato infine una stoccata contro i vertici che hanno guidato sino a
quattro anni fa la Procura di Messina, 'rei' di non avere esercitato l'
azione penale nei confronti dei gruppi criminali che soppiantarono l'
egemonia del clan Chiofalo nel controllo degli appalti. "Parliamo di nomi
pesanti della mafia della Sicilia orientale: Giuseppe Gullotti, Giovanni
Sindoni, Santo Sfameni, Michelangelo Alfano, Salvatore Di Salvo, tutti
membri della famiglia catanese di Nitto Santapaola." ([55]).
Le vittime della strage dell'Espresso 'Freccia della Laguna" - Rometta
Marea - 20 luglio 2002
Ali Abdelhakim, 33 anni, nato ad El Gara, Marocco
Hanja Abdelhakim, Marocco
Miloudi Abdelhakim, 75 anni, nato ad El Maaiz, Marocco
Placido Caruso, 76 anni, originario di Milazzo, residente a Messina
Fatima Fauhreddine, 59 anni, Marocco
Stefano La Malfa, 51 anni, impiegato comunale di Milazzo
Giuseppina Mammana, 22 anni, siciliana residente in Germania
Saverio Nania, anni 43, macchinista di San Filippo del Mela
----------------------------------------------------------------------------
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[1] In Gazzetta del Sud, 27 settembre 2002.
[2] In Gazzetta del Sud, 25 settembre 2002.
[3] In Gazzetta del Sud, 16 settembre 2002. Problemi similari al
posizionamento dei giunti, sono stati denunciati dalla trasmissione
'Striscia la notizia' di Canale 5, in data 21 ottobre 2002, in un binario
nei pressi della stazione calabrese di Rosarno.
[4] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p.13.
[5] N. Anselmo, "Otto indagati per lavori eseguiti male", Gazzetta del Sud,
24 settembre 2002.
[6] T. Bellinvia, "Strage di Stato. e di mafia", La città di Barcellona
Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 5.
[7] F. Pinnizzotto, "Miliardi attribuiti ad attività illecite", Gazzetta del
Sud, 22 gennaio 2000.
[8] Nel corso dell'operazione del marzo 2002, sono stati sottoposti a
confisca anche il capitale sociale e i beni aziendali della F.A.M.
Finanziaria Immobiliare S.a.s. di Messina, l'Alfaservizi S.r.l. di Bagheria,
ed una ditta individuale, sempre con sede a Bagheria, intestata ad un
secondo nipote dell'ex presidente del Messina calcio, Vincenzo Alfano,
fratello di Stefano e suo socio nella Megabound S.r.l. (In Gazzetta del Sud,
17 marzo 2002). Tra i beni di Michelangelo Alfano sottoposti a sequestro, la
società Miledil S.r.l. di Messina, più una lunga lista di appartamenti,
terreni ed auto di grossa cilindrata.
[9] Nell'occasione, l'imprenditore di Bagheria era comunque riuscito a
dimostrare di aver venduto l'auto qualche tempo prima ad un autosalone di
Milano.
[10] Associazione Antimafia 'Rita Atria' di Milazzo, Comitato per la pace e
il disarmo unilaterale di Messina, "Graziella Campagna a 17 anni vittima di
mafia. Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la
'mafia non esiste'", Armando Siciliano Editore, Messina, 1997, pp. 19-21.
[11] Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale, "Le mani sull'
Università. Borghesi mafiosi e massoni nell'ateneo messinese", Armando
Siciliano Editore, Messina, 1998, pp. 77-78.
[12] B. Carazzolo, R. Gugliotta, "Il giudice e il commendatore", Famiglia
Cristiana, n. 14, aprile 2002, pp. 58-61.
[13] Lettera-appello dell'on. Nichi Vendola al Presidente della Commissione
parlamentare antimafia sulla strage di Rometta, in La città di Barcellona
Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 19.
[14] E' importante sottolineare, come la Fratelli Costanzo di Catania, sia
stata inserita nel 1991 nel Consorzio Cepav Due per la realizzazione della
tratta ad Alta Velocità Torino-Milano, accanto alla Cogefar del Gruppo Fiat,
alla Grassetto del cavaliere siciliano Salvatore Ligresti, alla Recchi e
alla Cambogi.
[15] W. Rizzo, N. Savoca, A. Sciacca, "Il governo della mafia", Edizioni
Arbor, Palermo, 1994, p. 52.
[16] Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione, "Ordinanza-sentenza contro
Abbate Giovanni + 706", Palermo, 1988, p. 3.572.
[17] M. Torrealta, "La trattativa. Mafia e Stato: un dialogo a colpi di
bombe", Editori Riuniti, Roma, 2002, pp. 124-125.
[18] Pietro Rampulla, avrebbe partecipato persino agli attentati incendiari
contro le sedi della DC, che la mafia realizzò in Sicilia nel 1992
(Monreale, Misilmeri, Messina), dopo il "tradimento" di Salvo Lima e dei
politici andreottiani dell'isola (E. Bellavia, S. Palazzolo, "Falcone
Borsellino Mistero di Stato", Edizioni della Battaglia, Palermo, 2002, p.
67).
[19] Procura Generale della Repubblica di Catania, "Motivi aggiunti a
sostegno dell'appello proposto in data 17-12-93 nel Procedimento Penale n.
108/89 R.G. G.I. ( n. 1000/89 P.M.) a carico di Alleruzzo Domenico + 53",
Catania, 1993, in Città d'Utopia, n. 12/13, marzo-giugno 1994, pp. 56-57.
[20] Procura della Repubblica di Catania, "Ordinanza di custodia cautelare
nei confronti di Gaetano Graci", in I Siciliani nuovi, agosto 1994.
[21] In Gazzetta del Sud, 30 luglio 1994.
[22] W. Rizzo, N. Savoca, A. Sciacca, "Il governo della mafia", cit., p.
57-58.
[23] Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri - Sezione anticrimine
di Messina e della Questura di Messina - Commissariato di Capo d'Orlando,
"Operazione 'Mare Nostrum' - Informativa", Messina, 25 febbraio 1994.
[24] Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale, "Le mani sull'
Università", cit., pp. 44-45.
[25] M. Torrealta, "La Trattativa", cit., p. 126.
[26] Procura della Repubblica di Palermo. Direzione Distrettuale Antimafia.
"L'onore di Dell'Utri. I legami del berlusconiano Marcello Dell'Utri con
Cosa nostra, nella richiesta di rinvio a giudizio per concorso in
associazione mafiosa", Kaos Edizioni, Milano, 1997, p. 226.
[27] Le dichiarazioni ivi riportate di Pino Chiofalo, sono state riprese da:
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina - Direzione
Distrettuale Antimafia, "Operazione 'Mare Nostrum' - Informativa", Messina,
25 febbraio 1994.
[28] A. Alizzi, "Mafia, tangenti e sangue", La città di Barcellona Pozzo di
Gotto, settembre 2002, p. 18.
[29] A. Mazzeo, "Profilo mafioso", L'isola, 29 aprile 1994, pp. 10-12.
[30] Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri - Sezione anticrimine
di Messina e della Questura di Messina - Commissariato di Capo d'Orlando,
"Operazione 'Mare Nostrum'", cit..
[31] Procura della Repubblica di Palermo. Direzione Distrettuale Antimafia.
"L'onore di Dell'Utri", cit., p. 226.
[32] Tribunale di Messina - Ufficio del giudice per le indagini preliminari,
"Ordinanza Custodia Cautelare in Carcere, procedimento N. 606/93 contro
Abbate Francesco + 345", Messina, 1994.
[33] In Il Resto del Carlino, 16 maggio 2000.
[34] P. Gomez, M. Travaglio, "La repubblica delle banane. Affari e malaffari
di trenta potenti nelle sentenze dei giudici", Editori Riuniti, Roma, 2001,
pp. 277-280.
[35] Attualmente Giovanni Ilardo è imputato di associazione mafiosa nel
procedimento giudiziario Mare nostrum.
[36] In Gazzetta del Sud, 11 novembre 1998. In sede processuale è caduta l'
accusa per gli imputati di associazione mafiosa; tuttavia Doddo e Catalfamo
sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Caltanissetta, mentre
Salamone, Italiano e D'Angelo sono ancora sotto processo a Gela.
[37] In Gazzetta del Sud, 12 novembre 1998.
[38] Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri - 1° Reparto
Investigativo, "Indagine 'Grande Oriente'", Roma, 30 luglio 1996, p. 55.
[39] Ibidem, pp. 21-22.
[40] G. Palomba, "Pesanti le accuse per l'imprenditore Enzo Pergolizzi",
Gazzetta del Sud, 6 dicembre 1999). Oltre alla Edil.Perg. S.r.l. che ha
gestito i subappalti per il raddoppio della ferrovia Milazzo-Barcellona,
Vincenzo Pergolizzi è titolare della Cosper S.r.l., della Cogeper S.r.l. e
della Peredil S.r.l., anch'esse imprese edili.
[41] In Gazzetta del Sud, 7 dicembre 1999.
[42] Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri - 1° Reparto
Investigativo, "Indagine 'Grande Oriente'", cit., p. 331.
[43] Ibidem, p. 236.
[44] In Centonove, 13 dicembre 1996. Nello specifico l'Itinera, dopo aver
vinto la gara d'appalto avrebbe 'girato' i lavori alla controllata Satap,
società concessionaria dell'autostrada Torino-Piacenza.
[45] F. Imposimato, G. Pisauro, S. Provvisionato, "Corruzione ad Alta
Velocità. Viaggio nel governo invisibile", Koinè Nuove Edizioni, Roma, 1999,
pp. 181-182.
[46] In "Dialoghi segreti. I verbali delle conversazioni di Pacini Battaglia
su armi, politica, soldi, favori", I libri di Avvenimenti, Supplemento al n.
41 di Avvenimenti, settembre 1996, pp. 6-7.
[47] Maurizio Avola è stato uno dei killer più spietati del clan Santapaola,
autoaccusatosi di una cinquantina di omicidi, tra cui quello del giornalista
Giuseppe Fava.
[48] M. Torrealta, "La trattativa", cit. pp. 100-101. Per ciò che riguarda
la querela presentata dal sen. Previti, la Procura di Palermo ha comunque
chiesto l'archiviazione.
[49] R. Gugliotta, "Rosario Pio Cattafi: l'uomo dai mille volti", 12 agosto
2002, www.imgpress.it.
[50] Per conoscere il contrastato e per certi versi sconcertante iter della
concessione dei lavori del raddoppio ferroviario Messina-San Filippo, al
Consorzio Ferrofir, si veda l'Interrogazione al Presidente del Consiglio e
al Ministro dei Trasporti, del Sen. Germanà (Forza Italia), Seduta n. 0125,
presentata in data 4 febbraio 1997.
[51] Corte d'Assise di Messina, Verbale di udienza - Interrogatorio del
teste Angelo Siino, Processo n. R.G. 19/98, Abbate Francesco + 272 -
denominato 'Mare Nostrum', Messina, 18 settembre 2001.
[52] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: Il Richelieu siciliano", settembre
2002, www.imgpress.it.
[53] Per approfondire il tema si veda: A. Mazzeo, G. Restifo, "Premiata
ditta Gitto & Figli. Da Israele ai grandi appalti della Sicilia, gli affari
di una società chiamata a realizzare l'autostrada dell'apartheid
antipalestinese", Messina, 2002, www.terrelibere.it/gitto.
[54] Domenico Gitto è figlio del cavaliere Carmelo e ricopre il ruolo di
amministratore delegato della CEC - Civil Engineering Company.
[55] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 19.