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Esselunga horror story

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artamano

unread,
Jun 24, 2002, 5:05:20 AM6/24/02
to

Esselunga horror story


Questo testo mi e' arrivato dalla mailing list delle Botteghe del Mondo
(CTM, la piu' grande centrale del commercio equo e solidale in Italia, ha
avviato un canale di distribuzione con Esselunga, e la cosa ora sta
suscitando molte discussioni), e lo rigiro a diverse liste, anche se a
prima vista non sono tutte di tema attinente.

Credo sia bene che tutti sappiano che razza di piega stanno prendendo le
cose in questo paese....

paola

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L'ALTRA FACCIA DELL'ESSELUNGA: LE COOPERATIVE

Massimo Brunetti 33 anni. In causa con Esselunga per l'obbligo del
cartellino. Risultato: è stato confinato alla cassa. Nonostante non abbia
un
contratto da cassiere. Sta alla cassa numero uno dell'Esselunga di Ovidio,
quella davanti all'ufficio del direttore, e gli viene impedito di fare
qualsiasi cosa. Di tanto in tanto, passano a chiedergli quanto vuole per
andarsene. Cifre a nove zeri, risponde.

Giovanni De Franco: 43 anni. Era il delegato sindacale dell'Esselunga di
Feltre sino al licenziamento. Il motivo che ha portato al suo
licenziamento?
Ha superato il numero di giorni di malattia consentiti.

Cosmi Panza: 33 anni. Da solo ha fatto lo sciopero della fame per 12 giorni
per rivendicare il suo diritto allo studio. I permessi studio nella sua
busta paga si trasformano in assenze ingiustificate (e con 3 assenze
ingiustificate, l'azienda è legittimata se ti licenzia). Di lui si è
parlato
anche sui giornali. Ha ricevuto anche otto biasimi perché rifiuta di
portare
il cartellino. Ora è in causa perché vuole il riconoscimento della
tendinite
calcificata alla spalla quale danno biologico. Gli è venuta per tutte le
ore
di fila che ha passato in cassa.

La loro storia
Ufficialmente lavoriamo per Esselunga da marzo/aprile '98. Solo
ufficialmente perché prima, per circa un anno, eravamo in una cooperativa
sotto le dipendenze di Esselunga. Il magazzino centrale di Pioltello. Siamo
riusciti a dimostrare l'intermediazione di manodopera illecita da parte
dell'azienda, vale a dire che eravamo a tutti gli effetti già dipendenti di
Esselunga e solo apparentemente di una cooperativa. Quindi abbiamo
costretto
la catena di supermercati ad assumerci come dipendenti e non più come
lavoratori di "serie b". Per noi non esisteva infatti lo statuto dei
lavoratori, né l'articolo 18 della legge 300. Dai magazzini centrali le
merci partono in direzione delle varie filiali. Non esistono orari di
lavoro, tant'è che a Pioltello ci veniva detto giorno per giorno quando
andare a lavorare. Gli straordinari non erano retribuiti. La sicurezza sul
lavoro era a livello zero, degli incidenti che accadono fuori non si sa
nulla, e i ritmi frenetici. Chiusi i cancelli, chiuso con tutto. È un altro
universo, quello.

Le cooperative fanno da filtro, sono una facciata, sono dei contenitori per
aggirare la legge. Di fatto queste cooperative sono sempre proprietà
dell'Esselunga, spesso i dirigenti della cooperativa sono dirigenti o ex
dirigenti dell'Esselunga, ma è difficile dimostrarlo. Chi lavora in queste
cooperative diventa un "socio lavoratore", anziché dipendente, e le tutele
diminuiscono, invece di aumentare. Soci solo per modo di dire, perché non
c'è alcuna partecipazione reale alla vita sociale della cooperativa. Il
"socio" torna utile all'azienda solo perché in qualsiasi momento può essere
spostato da un magazzino all'altro fino a quando non serve più ed allora
viene semplicemente lasciato a casa. Non è licenziato perché ufficialmente
non risulta essere dipendente Esselunga. Quando un magazzino diventa
scomodo
oppure poco conveniente all'azienda, si decide di far decadere l'appalto
con
quella cooperativa e chi vi lavorava sino al giorno prima si ritrova a
spasso e senza alcun genere di riconoscimento.

Perché questa scelta? Per annientare la forza sindacale. Il magazzino è il
cuore pulsante dell'azienda. Se chi sta in magazzino sciopera, tutta la
distribuzione si blocca e tutte le filiali si ritrovano con gli scaffali
vuoti... prova a immaginare! Così hanno "terziarizzato", affidato a
cooperative esterne la gestione del lavoro e sono poi queste cooperative e
cercarsi i "soci". L'Esselunga sulla carta ha solo pochi dipendenti, ma
tantissimi nell'ombra. Se in qualche cooperativa nasce un focolaio di
protesta, viene immediatamente svuotata e si apre altrove un nuovo
contenitore. Chi si adegua alle regole aziendali passa alla nuova
cooperativa, gli altri rimangono fuori. Siamo al ricatto. Così all'interno
della nostra cooperativa, quella di Pioltello, molti, almeno una trentina,
hanno firmato la rinuncia ad una eventuale vertenza di intermediazione
illecita. In cambio hanno ottenuto 300, 400 mila lire, ma allo stesso tempo
hanno rinunciato al loro diritto ad essere assunti con contratto a tempo
indeterminato.

La nostra battaglia l'abbiamo combattuta con i ragazzi di un centro
sociale,
non con i sindacati, che invece sono entrati dopo nella questione, facendo
danni. Quelli del centro sociale ci hanno messo in contatto con avvocati di
loro conoscenza. Siamo riusciti a smontare la farsa delle cooperative con
tutta una serie di testimoniante e prove. Ad esempio la proprietà dei
carrelli con cui ci spostavamo non era della cooperativa ma di Esselunga,
così chi ci dava ordini era il responsabile del magazzino Esselunga, non
era
uno della cooperativa. Quindi non esisteva autonomia lavorativa all'interno
del magazzino centrale - cosa che la legge prevede per le cooperative e per
i suoi soci -, le modalità di lavoro erano da dipendente e qualunque
scelta,
in materia di orari o turni, veniva presa da Esselunga.

Tutto ciò è stato portato all'attenzione del pretore. L'Esselunga alla fine
si è vista costretta ad assumere non tre persone (noi) ma sei. Le
condizioni nel magazzino non sono però migliorate. Se a noi è andata bene,
altri sono stati meno fortunati. Qualche tempo fa un intero gruppo di
filippini aveva cercato di opporsi alle condizioni di lavoro delle
cooperative, si sono rivolte al sindacato, che non ha scelto la strada che
avevamo percorso noi... risultato: la chiusura della cooperativa e di fatto
il licenziamento in tronco di 50 persone.

Il dramma di tutta la vicenda è l'assenza di prospettive dei ragazzi che
lavorano nei magazzini e nelle cooperative. Sono ragazzi già disillusi
dalla
vita. Nei volti dei genitori hanno conosciuto prematuramente il dramma del
fallimento. Sono soli, indifferenti ai problemi dei colleghi e si lasciano
andare agli istinti più bassi. La loro rabbia esplode in episodi di
violenza
e di ribellione, episodi sempre individuali, come bruciare la merce, o la
macchina del responsabile del magazzino, fare a cazzotti fuori dai
cancelli.
Gesti da teppisti che non portano a nulla. Renderli consapevoli dei loro
diritti significa dare un'iniezione di cultura a dei ragazzi cresciuti in
azienda con la convinzione che qualsiasi sacrificio è dovuto pur di
mantenere il posto.

Solo qui si vedono lavorare immigrati, e parecchi. Nei supermercati non li
vogliono, magari alla gente non piace, potrebbe nuocere all'immagine
dell'azienda. Però all'interno del magazzino sì che li vogliono... Per
forza, la maggior parte di loro è disposta ad accettare davvero tutto, pur
di lavorare. La malattia non è pagata, non c'è tredicesima. Per mantenersi
il posto di lavoro basta accettare i carichi di lavoro imposti. Se non si
accettano i carichi di lavoro e magari si osa far presente di aver diritto
a
riposi, ferie, straordinari pagati, ecc. ecc., viene indicata la porta.
Precariato selvaggio.

Da soci lavoratori a dipendenti
Si sta meglio, ma anche lì non si scherza. Una legge che difende i tuoi
diritti c'è, ma devi farli valere comunque tu da solo, perché nessuno lì
dentro te li riconosce automaticamente.
Basta dire che l'assunzione avviene al sesto livello, anziché al quinto
com'è scritto sul contratto nazionale. E questo è già un furto.

Donne, madri costrette a licenziarsi, perché l'azienda non condeva loro
orari adeguati e permessi necessari ad occuparsi dei figli. I diritti più
naturali, come recarsi ai servizi, diventano favori. Tutto è un favore, una
concessione che la Grande Famiglia Esselunga ti fa. Orari folli, domeniche
a
disposizione dell'azienda: guai dimostrare di avere una vita sociale fuori
da Esselunga e, soprattutto, guai non dare il 100% sul lavoro sempre,
comunque, anche quando si hanno problemi familiari. Se i responsabili
vengono a sapere che qualcosa blocca il rendimento di un loro dipendente,
immediatamente questo diventa ricattabile e viene trafitto.

Il part-time è fittizio. Di fatto è sempre full-time a causa degli
straordinari che si è costretti a fare. Questa storia degli straordinari è
paradossale: il contratto nazionale prevede al massimo 200 ore annuali di
straordinario; sai come lo leggono loro? Loro ti dicono che le 200 ore di
straordinario sono obbligatorie per contratto. C'è chi si è visto arrivare
una letterina tipo: "Lei non ha raggiunto le 200 ore di straordinario
obbligatorie..." E quando poi si chiede il consolidamento dell'orario, cioè
di fatto si chiede che venga riconosciuto che si fa un numero di ore di
straordinario eccessivo che parifica il part-time al tempo pieno,
l'Esselunga lo rifiuta. Anzi, molto spesso costringe il lavoratore (più
spesso la lavoratrice) a ritirarlo.
Le donne sono quelle che stanno di più alla cassa e non c'è lavoro più
alienante di quello. Esiste un documento di valutazione dei rischi dove
Esselunga riconosce i problemi alla salute generati dalla prolungata
permanenza in cassa. Viene anche indicato come rimedio l'alternanza fra
cassa e rifornimento scaffali. Eppure, ciò non avviene se non per chi
abbraccia per intero la filosofia aziendale. La cassa invece diventa uno
strumento di tortura contro chi non si mantiene a distanza dal sindacato,
contro chi non accetta turni massacranti e decisi all'ultimo momento. È
così
che a Cosmi hanno diagnosticato una tendinite calcificata alla spalla.
Adesso è in causa, con l'Esselunga e con l'INPS che voleva essere
compiacente e non faceva procedere le cose, non rilasciava i documenti.

Un'altra tattica è il demansionamento. Vieni assunto con un ruolo e una
funzione specifica, per il quale sei preparato e che svolgi con competenza:
all'improvviso te ne assegnano una di più basso livello. Ti senti inutile,
se non sei forte cadi in depressione, e via in una spirale che alla fine ti
porta a licenziarti. Ti ci hanno portato loro.

Il problema vero è quello della cultura aziendale, che è quella della
famiglia, della famiglia mafiosa. Se qualcuno ha fatto qualcosa che alla
Famiglia Esselunga non è piaciuto, lo prendono in tre, lo portano in una
zona isolata del supermercato, gli fanno un bel discorsino, con minacce più
o meno velate, facendogli subodorare che potrebbe essere trasferito alla
cassa, che i permessi che aveva chiesto potrebbero non essergli concessi,
che il turno potrebbe essere cambiato o magari la sede... cose così, da
picciotto. La conseguenza diretta è l'omertà, il silenzio che nasconde
tutto. Zitti, zitti che se no è peggio.

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From: "Michele Sciarabba" <sci...@tin.it>
To: "Mailing list BDM" <b...@citinv.it>
Date: Wed, 19 Jun 2002 20:24:14 +0200

Per maggior comprensione mando in lista l'articolo di cui parla il
messaggio di CTM (dal Manifesto di oggi 19, giugno). Ciao Michele

Esselunga, critiche vietate
Pugno di ferro della famiglia Caprotti: licenziati due dipendenti

Attacco ai diritti Il licenziamento è avvenuto perché i due lavoratori
avevano osato criticare sul sito Internet della «Casa della cultura» la
politica del lavoro della Esselunga.
LUCA FAZIO
MILANO
Gentilissimi clienti...Cosa succederebbe in Esselunga, azienda leader
nella grande distribuzione, 12 mila dipendenti, più di 100 punti vendita,
oltre 3,36 miliardi di euro di fatturato, se scomparisse l'articolo 18?
Quasi niente, verrebbe da dire. Perché già adesso il colosso della
famiglia Caprotti (presente in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia e
Toscana) se ne infischia persino dell'articolo 1, quello che garantisce il
diritto di manifestare almeno il proprio pensiero nei luoghi di lavoro. Ne
sanno qualcosa due dipendenti dei supermercati di piazza Ovidio e via
Bergamo, licenziati perché hanno osato criticare Esselunga sul sito
internet della Casa della Cultura di Milano. «Questa non è un'azienda
ostile ai lavoratori, è un'azienda che organizza l'ostilità», spiega
Giovanni Gazzo, segretario della Uiltucs-Uil di Milano, che segue la
vicenda degli ultimi licenziati in casa Esselunga. E sono molti anche i
lavoratori che decidono di andarsene. «Ho fatto sei anni in quella
galera...ho lavorato 6 giorni su 7 in una cifra di Esselunga diverse: i
primi due anni ogni giorno potevo andare in un supermarket diverso anche
se era dall'altra parte della tangenziale...mi è capitato la domenica di
alzarmi nel panico di essere in ritardo, per poi capire che era il mio
giorno di riposo...e ora si lavora anche di domenica», racconta Davide sul
sito www.chainworkers.org.

Il sindacato adesso ha impugnato i due clamorosi licenziamenti e questa
mossa, apparentemente elementare, può incrinare la tesi dell'invincibilità
di Esselunga sul piano legale, fama che l'azienda ha saputo conquistarsi
tra i suoi dipendenti grazie a sperimentate tattiche psicologiche e
ricattatorie e a turni di lavoro massacranti. «Questi sono segnali forti
di limitazione della libertà e vanno respinti con forza da qualsiasi parte
arrivino», si legge su un volantino che qualche giorno fa, quasi
clandestinamente, veniva allungato ai passanti davanti ad alcuni
supermercati. Una piccola azione sindacale, condotta sul marciapiede ma a
debita distanza dagli ingressi, che nemmeno ha sporcato il magico mondo
bio sapientemente reclamizzato dall'azienda.

I miliardi spesi in pubblicità (belle) dicono quanto sia importante
l'immagine per gli strateghi del marketing Esselunga, azienda leader anche
nel sapersi presentare nel migliore dei modi. Messaggi subliminali
compresi, denuncia Fabio Sormani, il segretario della Filcams-Cgil
Lombardia che ha letto attentamente News di Esselunga di giugno: «Sotto un
titolo innocuo, in un altrettanto innocua rubrica, appare nella foto di
una bella spiaggia estiva una copia ripiegata de Il Sole 24 Ore con il
titolo La Cgil sciopera da sola. Il Governo: una scelta ideologica».
L'azienda di Caprotti fa anche politica? Si direbbe di sì, a partire da
una cena pro Berlusconi che poco prima delle ultime elezioni servì a
raggranellare qualche soldo per la campagna elettorale. Una scelta che
potrebbe spiegare l'occhio di riguardo (assegnazioni di aree dismesse) che
la giunta del sindaco Albertini ha sempre avuto per la famiglia Caprotti.
Compromettente? Tutt'altro. L'azienda, grazie a un brillante accordo con
Ctm altromercato (pecunia non olet), adesso sovrappone anche il suo logo a
quello di uno storico marchio del commercio equo e solidale. Come dire,
gentilissimi clienti, guardate come siamo solidali con i lavoratori che
faticano, nell'altro mondo. Eppure, il 5 luglio uscirà un libro edito da
Sensibili alle Foglie che, nel suo piccolo, di Esselunga racconterà tutta
un'altra storia.

Luber

unread,
Jun 26, 2002, 3:52:55 PM6/26/02
to

"artamano" <arta...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:khBR8.62812$TS.17...@news1.tin.it...

>
>
> Credo sia bene che tutti sappiano che razza di piega stanno prendendo le
> cose in questo paese....
>

????????????

>
> Massimo Brunetti 33 anni. In causa con Esselunga per l'obbligo del
> cartellino. Risultato: è stato confinato alla cassa. Nonostante non abbia
> un
> contratto da cassiere. Sta alla cassa numero uno dell'Esselunga di
Ovidio,
> quella davanti all'ufficio del direttore, e gli viene impedito di fare
> qualsiasi cosa. Di tanto in tanto, passano a chiedergli quanto vuole per
> andarsene. Cifre a nove zeri, risponde.

Perchè in causa per il cartellino?

> Giovanni De Franco: 43 anni. Era il delegato sindacale dell'Esselunga di
> Feltre sino al licenziamento. Il motivo che ha portato al suo
> licenziamento?
> Ha superato il numero di giorni di malattia consentiti.

Quanti giorni di assenza e per che tipo di malattia?

>
> Cosmi Panza: 33 anni. Da solo ha fatto lo sciopero della fame per 12
giorni
> per rivendicare il suo diritto allo studio. I permessi studio nella sua
> busta paga si trasformano in assenze ingiustificate (e con 3 assenze
> ingiustificate, l'azienda è legittimata se ti licenzia). Di lui si è
> parlato
> anche sui giornali. Ha ricevuto anche otto biasimi perché rifiuta di
> portare
> il cartellino.

Il cartellino è un diritto per i consumatori, perchè non vogliono portarlo?

Luber


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