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ROMA - La conferma è arrivata alle 17,12 con un imbarazzato: "Sono stato
frainteso". Fino a quel momento erano ancora in molti a pensare che quel
fascicolo di 120 pagine firmato "generale Enrico Celentano" fosse un falso,
una perfida trovata di qualche nemico della Folgore, della quale il generale
dal giugno 1997 è il comandante. Invece no, quella raccolta di vignette
oscene, di melense pillole di saggezza, di battute da caserma, di
filastrocche razziste è stata veramente compilata dal comandante del nostro
corpo di élite.
Subito dietro la copertina c'è una nota dell'autore, datata dicembre '98:
"Cedo a pochi - scrive il generale - questo Zibaldone che ho approntato nel
tempo senza schema, se non quello della cronologia del reperimento casuale
degli scritti ivi contenuti, dal diverso peso specifico e spessore, di cui
alcuni suscettibili di meditazione". Nella pagina successiva, l'elenco dei
destinatari: tutti i comandanti dei vari reparti della Brigata e anche il
"caposervizio assistenza spirituale". Ed è questo il cuore dell'autodifesa
del generale: "Non doveva andare ai soldati ma solo ai comandanti, poi
qualcuno l'ha fotocopiato...". Di certo una fotocopia è finita sulla
scrivania di un senatore verde, Athos De Luca, che ieri ha scritto al
ministero della Difesa per domandare se sia il caso che Celentano resti al
suo posto.
Che nel fascicolo ci siano materiali "dal diverso peso specifico e spessore"
non c'è dubbio. Una pagina di Flavio ("i romani sottoposero il mondo intero
esclusivamente con l'abilità dell'uso delle armi..."), una direttiva del
comando della terza armata datata 6 marzo 1944, l'immancabile poesia di
Kipling (quella che tempo fa fu trasformata in un tormentone notturno da
Gigi Marzullo) e poi alcune vignette babbee. Una ritrae un elefante con la
proboscide trasformata in bazooka e coi testicoli poggiati su un ceppo.
Dietro il ceppo c'è un negro armato di ascia che si accinge a pestare i
testicoli del pachiderma. Il titolo è "artiglieria africana". Il generale
Celentano ha comandato alcune nostre truppe in Somalia: era il responsabile
dell'area tra Johar e Mogadiscio che comprendeva anche il check point
"Demonio", quella della prostituta stuprata col razzo. Ma questa è un'altra
storia nella storia maledetta della Folgore.
A pagina 71 un classico: la storica cartina dell'Italia che circolava nelle
toilette dei primi congressi leghisti, con la Sicilia che si chiama
"Gheddafiland, Sahara settentrionale", la Sardegna che si chiama
"Sardegnau", eccetera. Chi non avesse colto l'ironia può andare alla pagina
successiva, dove lo Zibaldone di Celentano offre al lettore la "Preghiera
del nordista": "O Gesù dagli occhi buoni / fa' morir tutti i terroni". Ma
come è saltato in mente a un alto ufficiale di raccogliere tutta questa
robaccia e di inviarla (assieme ad altro, persino l' inno di Mameli: pagina
55) ai comandanti a lui sottoposti? Ora il generale Celentano - che è
preoccupatissimo - dice che quel suo Zibaldone contiene materiale "buono" e
materiale "cattivo". E che quello buono (tipo Kipling) serve a far
riflettere, mentre quello cattivo dovrebbe suscitare indignazione. E ripete
che l'intero materiale - buono, cattivo, osceno, razzista, patriottico
eccetera - doveva andare solo ai comandanti. Poi qualcuno se n'è
impadronito, l'ha fotocopiato, l'ha fatto circolare, finché lo Zibaldone è
finito nelle mani della mamma di un soldato che, indignata, ha informato il
ministero. Questo a luglio. Il 24 di quel mese, Celentano ha scritto a tutti
i suoi comandanti chiedendo di restituirgli l'opera perché la diffusione
aveva tradito lo spirito della sua iniziativa. Ha anche precisato, nella
lettera, che lo Zibaldone è un insieme di "idee positive, espressione
d'autore e anche immagini ed esperienze dissacranti e incivili". Il problema
è che lo Zibaldone - benché composto senza un progetto - non appare una
casuale raccolta di scemenze. Ha, come quello più celebre, una sua coerenza
interna. Rivela drammaticamente una concezione del mondo fatta di disprezzo
per i politici, per la sinistra, per gli obiettori, per i meridionali ("l'80
per cento degli ufficiali proviene da regioni a Sud di Roma... potremo
coltivarli e selezionarli finchè vogliamo, ma il migliore dei mediocri è
sempre un mediocre"). Ed ecco a pagina 64 un "organigramma della conduzione
delle industrie italiane" dove al vertice della piramide c'è L'Unione
sovietica, sotto il Pci e il Psi (sono anni, si è detto, che Celentano
raccoglie), poi i famigerati "sindacati", quindi gli operai e alla fine il
"titolare". Ed ecco - dopo un lieve sonetto stilnovista ("a vecchiaia d'o
cazzo", pagina 58) - una parodia di Prevert presubilmente elaborata da un
dirigente di divisione ministeriale caduto in disgrazia: "Quelli che sanno,
fanno / quelli che non sanno, insegnano /quelli che non sanno insegnare,
dirigono..." e così via fino alla conclusione: "Quelli che non insegnano/
che non dirigono/ che non coordinano / che non supervisionano / quelli sono
ministri!!!".
Questo farebbe parte del materiale "cattivo", destinato a suscitare
indignazione. Ma viene da chiedersi se l'intento ora dichiarato dal generale
si sia mai realizzato o se invece questi frammenti di qualunquismo senza
ironia abbiano suscitato sorrisi divertiti, risate, ammiccamenti, pacche
sulle spalle. E' il dubbio, atroce, che suscitano le due pagine dello
Zibaldone dedicate al nonnismo. Il titolo è: "Specchio riepilogativo dei
comportamenti, segni ed atti che individuano il nonnismo". Dovrebbe servire,
dice ora Celentano, a individuare i "nonni", per colpirli. Ma anche qua c' è
un certo compiacimento, un indulgere su certi particolari. All'inizio, una
minuziosa descrizione di segni rivelatori della "malattia", poi le punizioni
inflitte dai "nonni" alle reclute: "Sbrandamento" (la recluta è scaraventata
giù dalla branda mentre dorme), "Schiumata" (il sapone da barba nelle
lenzuola). Quindi gli appellativi della "gerarchia dell' anziano". Si chiama
"cane morto" chi rifiuta le logiche della caserma.
(20 agosto 1999)