Vittorio Giovannelli
da “Le tribù della tivù”, Mursia editore
Sostituire Berlusconi in Fininvest mi sembrava un'impresa impossibile. E in
effetti qualche problema ci fu. Al posto di Berlusconi entrarono in scena
tre soggetti: il management che era rimasto in azienda dopo l'uscita del
nucleo, diciamo così, "politico", i figli dell'ex Presidente e Publitalia. E
per non perdere il filo occorre seguire le loro azioni collegandole
strettamente. Lasciamo coloro che entrarono, con lui, in politica: Alessio
Gorla, mio assistente, Gianni Pilo direttore marketing Rti, Roberto
Spingardi, direttore personale, Giancarlo Innocenzi già direttore di
Videonews, Antonio Palmieri della struttura eventi speciali, oltre
naturalmente a Marcello Dell'Utri e Niccolò Querci con una task force di
uomini di Publitalia, oltre a Gianni Letta, Vittorio Dotti, Cesare Previti.
Restava a reggere la tivù il trio di fedeli della prima ora:. Confalonieri,
Bernasconi e Galliani, uniti più che mai nella rifondazione dell'Azienda. La
famiglia però, in quella fase, non era più al timone. I figli Marina e
Piersilvio, familiarmente detto Dudi, erano troppo giovani e privi di
esperienza per poter coprire ruoli di vertice. Due parole su di loro. Li ho
conosciuti nel 1985 e posso ben dire di averli visti crescere. Vivevano a
villa San Martino ad Arcore e in tutti quegli anni li ho visti cambiare,
maturare anche fisicamente. Lei: piccolina, minuta, guizzante, con tendenza
alla risatina che forse era un riflesso che schermava la sua determinazione,
alla ricerca perenne di un'adeguata acconciatura (ora perfetta). Quando il
padre la invitò, alternandola a Dudi, ai nostri Comitati Programmi, mostrò
interesse e diligenza. Ascoltava e prendeva appunti. Per ore stavamo in
riunione e lei non mollava. Dudi, più giovane (15 anni) e certo più tentato
dalle seduzioni del mondo esterno (non mancavano le prime amicizie femminili
e i motorini), con ampi sorrisi e poca loquacità prendeva regolarmente posto
al grande tavolo quando toccava a lui partecipare. Finché restava con noi
ascoltava in silenzio ma il suo sguardo era molto penetrante e l'espressione
molto assorta, come se volesse recuperare in personalità l'handicap
dell'età. Quasi sistematicamente però alla prima pausa spariva. Raccoglieva
naturalmente tutta la nostra solidarietà che è qualcosa di più della
comprensione. Due occasioni poco felici accompagnarono la loro crescita. Per
entrambi si rese necessario a un certo momento riparare all'estero per il
rischio di un rapimento. E così non li incontrammo per un bel po'. Cessato
quel pericolo rientrarono ma di lì a poco Dudi fu coinvolto in un gravissimo
incidente motociclistico. Ricordo ancora la telefonata affranta che il
Presidente mi fece dalle Bermuda una mattina presto di luglio del 1991. Sino
al giorno prima era a Milano. Non era previsto alcun viaggio e la cosa mi
sorprese. Doveva aver viaggiato tutta la notte. Sapevo che in quelle isole
aveva una villa per le vacanze ma anche quelle non erano previste.
"Giovanelli, sono qui ad assistere Dudi. Ieri ha avuto un gravissimo
incidente in motorino. Stava andando al mare con Alessandro Billi e ha avuto
uno scontro frontale con un camion. Alessandro è ferito in maniera più
leggera. Piersilvio è molto grave. Ora è nelle mani di un abilissimo
chirurgo che è venuto con me dall'Italia." Un padre, semplicemente un padre
in ansia per la vita di un figlio. Non avevo molte possibilità di essergli
di aiuto. Cercai le parole per confortarlo. Di questo aveva bisogno, e forse
per questo mi aveva chiamato. Spero di non averlo deluso in quell'occasione.
Comunque il ragazzo con la sua forte fibra si riprese e dopo qualche mese
ricomparve in quel di Arcore. Provato, con un sorriso che da mite era
divenuto triste, smagrito e con qualche segno sul volto non tornò nei nostri
comitati. Tutte le sue energie e il suo tempo erano dedicati alla sua
riabilitazione. Quando penso alle Bermuda a me viene in mente l'incidente e
non, come credo capiti agli altri, l'ormai famosissima foto in cui
Berlusconi, Confalonieri, Dell'Utri, Bernasconi e Galliani marciavano nei
viali dell'isola in tenuta sportiva, assolutamente uguale per tutti. Quasi
una divisa. Quasi a sottolineare che di una squadra si trattava. La stessa,
monolitica, vincente e affiatatissima squadra che gestiva tutta la
Fininvest. Ecco, pensai guardandola, questa immagine potrebbe essere il
simbolo dell'atmosfera che si vive in Azienda. Nessuna dissidenza, nessuna
battaglia. Solo competizione affinché le aree di rispettiva competenza
risultino maggiormente efficienti e redditizie. Il Capitano però si era
allontanato dalla squadra e restava da dimostrare che tutto potesse
continuare come prima. Ci provammo in ogni caso. Riuscimmo a tenere l'unità
e lo spirito anche se più d'uno avvertì la mancanza di motivazioni che solo
Berlusconi sapeva dare. Bernasconi continuò a produrre o coprodurre film e
fiction, o ad aprire sale cinematografiche. Galliani gestì il processo
televisivo con determinazione e impegno. A Publitalia, proveniente dalla
Sipra, era arrivato nel 1992 Giuliano Adreani. Sarà lui, quando diventerà
direttore generale nel 1994, a ricomporre le fila di quella formazione che
più era stata dissestata dall'uscita dei candidati politici che avevano
seguito il Presidente, e dalle vicende giudiziarie che l'afflissero.
Confalonieri, il nuovo Presidente, si adoperò per ricementare l'edificio. E
i figli? Furono bruscamente mandati in prima linea. Marina aveva iniziato il
suo apprendistato nella storica sede della Fininvest di via Paleocapa a
Milano da dove operava Confalonieri. Piersilvio, che dal 1992 aveva iniziato
un' esplorazione dell'Azienda partendo da Publitalia, approdò a Rti, prima
nella redazione della Direzione di Italia1 e poi finì a condividere con me
il mio spazioso ufficio. Non aveva ancora un ruolo preciso. Stava un po' con
me nel comitato che analizzava le nuove proposte di programmi che arrivavano
in grande quantità al mio ufficio e alle reti, oppure frequentava il
marketíng, dove Federico Di Chio aveva preso il posto di Gianni Pilo;
partecipava anche alle riunioni del coordinamento dove si confrontavano
richieste e proposte delle tre direzioni rete. Insomma, frequentava la
scuola di tivù. Avrebbe scalato senza frenesia i vari gradini della
gerarchia aziendale ma anche lui fu costretto dalla scelta del padre ad
accelerare i tempi. Intanto Marina si muoveva per dare concretezza a un
disegno che doveva riportare ai vertici operativi la proprietà, ovvero lei e
il fratello. Così, eravamo nel 1994, convocò in via Rovani me e Franco Ricci
per riordinare le idee e l'organizzazione. Da lì passammo a via Paleocapa
come un piccolo gruppo di congiurati. Lavorammo con i due fratelli
Berlusconi, Gilberto Doni, Vincenzo Colombo e Franco Ricci per definire sia
un modello di ristrutturazione sia i profili degli uomini adatti a
costituire una struttura di vertice la cui conduzione fosse alla portata di
Piersilvio. Ferme restando le attribuzioni di entrambi nel consiglio di
amministrazione della Fininvest, operativamente i fratelli avevano deciso di
dividersi: Marina alla Mondadori e Piersilvio alla televisione. Lei scelse
per maestro Franco Tatò. Amministratore delegato di ferro arrivato in
Mondadori nel 1991 e poi nel 1993 nella Silvio Berlusconi Editore. Nello
stesso anno era diventato amministratore delegato Fininvest (1993-1995).
Marina aveva scelto bene per imparare come mettere ordine nei conti. Un
aneddoto sulla determinazione del Kaiser (così era chiamato Tatò per la
frequentazione della Germania e per la sua durezza) lo raccontava lo stesso
Berlusconi: "Quando Tatò operava i suoi tagli micidiali ebbi la sensazione
che guardandomi pensasse di tagliare anche me". Piersilvio, invece, per
imparare il mestiere prese come riferimenti Confalonieri e il sottoscritto e
cominciò a diventare, pur senza una carica precisa, un punto di riferimento
per tutto il management. Il suo primo atto pubblico fu un intervento a una
convention di Publitalia a St. Vincent. Era il 1994 e quell'anno, per la
prima volta, sarebbe salito sul palco. Era il suo battesimo del fuoco
davanti alla platea dei dirigenti dell'azienda che se ne stavano lì in
attesa di capire se il ragazzo sarebbe stato all'altezza del padre. Un po'
colpa dell'età, un po' per l'affetto verso un ragazzo che avevo visto
crescere, mi prese una grande tenerezza quando ci incontrammo per qualche
istante nella hall dell'albergo e lo vidi camminare nervosamente su e giù.
"Ho la gola secca", mi disse "Anch'io. È normale, poi passa. Quando apri il
microfono passa tutto", gli risposi. Io dovevo parlare prima di lui e non
mentivo. Quelle benedette convention erano sempre motivo di ansia anche per
me che ne avevo viste tante. Potevo capire come si sentisse. Doveva parlare
dallo stesso palco, nello stesso posto, davanti allo stesso pubblico che
aveva tante volte ascoltato e applaudito il padre. Il confronto sarebbe
stato inevitabile. Era un po' come per Sandrino Mazzola scendere nel campo
dove papà Valentino aveva esaltato moltitudini di tifosi. (Sì, lo so bene
che non sto parlando di due campioni del Milan, ma non è colpa mia se non
c'è stato un Rivera junior!) Andò benissimo; il giovane Berlusconi trovò il
registro giusto e gli applausi non mancarono. Alla fine del suo intervento
molti gli andarono incontro per congratularsi, io me ne stavo in disparte a
guardare la scena davvero contento per lui che, prima di lasciare la sala,
mi venne incontro e mi abbracciò. Restai senza fiato, sia per la forza delle
sue giovani e palestrate braccia sia per l'emozione. Poi si appartò con
l'unico giornalista al quale era stato permesso di seguire la nostra
convention. Credo fosse de La Stampa. Alla sera, durante la cena, Mauro
Crippa, il direttore generale della comunicazione, mi raccontò che quando il
giornalista chiese a Piersilvio quale fosse stato il momento più emozionante
per lui, ebbe questa risposta: "Quando alla fine dell'intervento ho
abbracciato Giovanelli". Perché nascondere quanto mi abbia fatto piacere la
sua dichiarazione? Tanto me ne ha fatto!
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