Google Groups no longer supports new Usenet posts or subscriptions. Historical content remains viewable.
Dismiss

[OT] Curriculum vitae - Mario Carità

294 views
Skip to first unread message

PomeroŠ

unread,
Apr 22, 2006, 9:48:54 AM4/22/06
to

- Profilo del magg. Mario Carità, promotore del primo gruppo di S.S.
italiane a Firenze, successivamente spostatosi a Padova e Bergantino
(Rovigo):


La banda Carità spesso girava per Firenze e successivamente a Padova e
Vicenza cantando una canzone che iniziava così:

Eccoci qua, siam tutti qua,
siam del reparto Carità,
se qualcuno ci toccherà, botte,
botte in quantità.

La rima poetica lascia molto a desiderare e forse Dante si rivoltò nella
tomba al pensiero che quel canto e quelle genti mettevano in cattiva luce il
nome dei fiorentini nel mondo

- Non si trattava di vanterie; il 22 marzo '44, al campo di Marte di
Firenze, Carità comanda il plotone di militi che fucila pubblicamente, dopo
averli ripetutamente percossi, 5 giovani renitenti alla leva militare.


- Diversi sopravvissuti hanno lasciato testimonianze agghiaccianti sulle
sevizie subite dagli uomini della banda e personalmente da Carità. Uno di
essi, tra i tanti, è il magistrato Ettore Gallo, promotore del CLN di
Vicenza, arrestato a Lonigo, consegnato a Carità e rinchiuso nelle celle di
tortura allestite dalla banda a Palazzo Giusti di Padova. Condannato a
morte, verrà salvato dall'insurrezione del 25 aprile '45 (apprezzato
giurista, nel 1991 Gallo sarà eletto Presidente della Corte costituzionale).
Indicativa anche la vicenda del magg. Mario Argenton, componente del Comando
generale del CVL. Arrestato a Mantova il 10 settembre '44 dalle brigate
nere, Argenton viene consegnato alla banda Carità e rinchiuso a Bergantino,
nel Polesine, nella caserma dei Carabinieri trasformata in prigione.

- Un mese dopo il fermo, con una serie di stratagemmi, Argenton evade
fortunosamente, aiutato dalla marchesa Emilia Guerrieri Gonzaga e da Paride
Mantovani, anch'essi detenuti. Informato della fuga mentre è a Milano,
Carità rientra furibondo e uccide a revolverate il suo incolpevole vice,
ten. Ferdinando Manzella, accusandolo di complicità e negligenza. L'intera
vicenda è testimoniata da un dettagliato scritto di Mantovani, eletto dopo
la Liberazione senatore e sindaco di Ostiglia. Carattere e agire di Carità
trovano sintesi nelle osservazioni cliniche di una delle sue vittime, il
medico Augusto Dauphiné: "Sui capelli nerissimi spiccava una candida ciocca
in mezzo alla fronte, rivelatrice di anomalie nel sistema nervoso... lo
sguardo costantemente collerico, i pugni che stringeva continuamente
parlando.. " Vi avverto - disse Carità, entrando subito nel vivo - vi sono
due soluzioni per voi. O la fucilazione alla schiena o la deportazione in
Germania. Se direte tutto, vi dò la mia parola di vecchio soldato che mi
limiterò a farvi deportare in Germania". Circa i cruenti metodi usati negli
interrogatori, spesso condotti da Carità, c'è un ricordo scritto del magg.
Argenton (conservato dalla figlia Carla). L'ufficiale di Stato maggiore
decorato e promosso sul campo per atti di valore sul fronte russo tra
l'altro rammenta: "In due settimane avevo subito una decina di questi
interrogatori... La notte, dal finestrino della mia cella che dava sul
corridoio, vedevo spesso rientrare barelle con gente che tornava dalle
camere di tortura. Uno, di questi fu Attilio Gombia, coraggioso comunista
che sopravvisse e ritrovai alla Liberazione con le ossa mezze rotte". Le
sevizie praticate e le numerose uccisioni sono descritte minuziosamente dai
magistrati inquirenti di Lucca e di Padova che irrogano 16 anni di carcere
alla figlia di Carità, Franca, 3 anni di riformatorio all'altra figlia
minore, Isa, l'ergastolo ai componenti della banda Chiarotto e Checchi, la
pena capitale a Castaldelli, Coradeschi Linari, Tecca

- Dopo 1'8.9.1943 fu costituito a Firenze un ufficio di polizia denominato
Reparto di Servizi Speciali (R.S.S.), nominalmente dipendente dalla 92°
Legione della Milizia e diventato poi tristemente famoso come "banda Carità"
dal nome del suo comandante, il seniore Mario Carità. Costui, nato a Milano
del 1904, da padre ignoto all'anagrafe egli figurava con questa
iscrizione: -Mario Carità del fu Gesù
, poco più che quindicenne si era già reso noto a Lodi, ancor prima della
marcia su Roma, per aver partecipato alle violenze delle squadre fasciste di
Luigi Freddi. Si trasferì a Firenze dove lavorò come piazzista di apparecchi
radio per la filiale della Philips, ma fu licenziato a causa di alcune
truffe. Mise un negozio di accessori per la radio e cominciò la sua
avventura di informatore politico della questura

- Allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva preso parte alla
campagna di Grecia al comando di una compagnia di camicie nere.
- Componevano lo stato maggiore della banda il capitano Roberto Lawley, il
tenente Pietro Koch, Ferdinando Manzella, il colonnello dell'aeronautica
Guido Simini, i tenenti Armando Tela ed Eugenio Varano. La banda comprendeva
diversi "servizi" e alcune delle sue squadre erano particolarmente note per
la loro ferocia:

- La squadra Perotto, ad esempio, detta anche "squadraccia della labbrata",
comandata dal tenente Mario Perotto;

- La squadra Manente, detta anche "squadraccia degli assassini", operante
con le S.S. tedesche e comandata da Emo Manente;

- La squadra dei "quattro santi" Natale Cardini, Amaldo Natali, Valerio
Menichetti e Luciano Sestini, sicari operanti anch'essi al servizio delle
S.S..

- Complessivamente, con tutte le sue squadre, i servizi e i collaboratori,
la banda era composta da circa 200 persone, 178 delle quali furono poi
imputate al processo celebrato dopo la Liberazione: gente d'ogni specie, per
lo più delinquenti comuni già condannati per furti, rapine, scassi e altri
delitti.

- Facevano infine parte della stessa due sacerdoti: un frate, padre
Ildefonso, al secolo Alfredo Epaminonda Troia, nato ad Arcinazzo, nel 1915,
che era solito assistere alle torture dei patrioti suonando al pianoforte
canzonette napoletane o l' "Incompiuta" di Schubert; e don Gregorio
Baccolini, cappellano delle SS e propagandista del Partito fascista
repubblicano. La banda Carità aveva il compito di scoprire le organizzazioni
della Resistenza, catturare i dirigenti del movimento partigiano, dei
Comitati di liberazione nazionale dei partiti antifascisti, e si serviva di
ogni mezzo, dallo spionaggio alla provocazione, sino ai più efferati sistemi
di tortura. Essa agì prevalentemente a Firenze in stretto contatto con le SS
e con gli altri servizi di polizia tedeschi e italiani. Ebbe sede dapprima
in una villa in via Benedetto Varchi, si trasferì successivamente nelle
Villa Malatesta di via Ugo Foscolo e poi, definitivamente, al n. 67 di via
Bolognese, in un caseggiato che acquistò presto il nome di Villa Triste.


- Numerosi furono i partigiani e i patrioti catturati e uccisi a Villa
Triste o assassinati da elementi della banda per le strade di Firenze. Tra
questi: Bruno Fanciullacci, Enrico Bocci, Anna Maria Enriques Agnoletti,
Maria e Bartolomeo Caroviello, Franco Martelli, Edgardo Savoli, Alessandro
Sinigaglia, Elio Chianesi


Il Carità, scoperto alla fine della guerra da una pattuglia americana in una
casa dell'Alpe di Siusi (Alto Adige), tentò di difendersi con le armi quando
due militari entrarono nel suo appartamento, ma questi non gliene diedero il
tempo, facendo fuoco prima di lui e freddandolo. Il resto dei componenti la
banda venne catturato dopo la Liberazione. Processati alla Corte d'Assise di
Lucca nel giugno 1951, alcuni di essi furono condannati all'ergastolo, altri
a pene minori, altri ancora assolti per insufficienza di prove, o con
formula piena.

L'avv. Piero Calamandrei, patrono di parte civile nel processo intentato a
Lucca contro la banda Carità, così ne descrisse. le genesi e i metodi
nell'arringa pronunciata il 20.6.1951:

"...Le occupazioni professionali di questi gentiluomini erano il furto e la
rapina, l'omicidio, ma soprattutto la tortura. Talvolta la tortura aveva un
modo di esplodere quasi frenetico, una specie di follia sadica prendeva
tutti i carnefici. Ma per lo più le torture si svolgevano con più calma, con
sistemi diciamo così razionalizzati: non erano improvvisate, erano studiate
e meticolose..."


0 new messages