Inoltre, in caso di veto statunitense, l’Autorità Nazionale
Palestinese rassegnerebbe le sue dimissioni e nessun membro
dell’attuale amministrazione o appartenente alla corrente moderata di
Fatah concorrerebbe alle prossime elezioni presidenziali. Un fatto
gravissimo, che metterebbe con le spalle al muro sia Washington che
Gerusalemme: secondo la Costituzione palestinese infatti, nel caso in
cui la carica istituzionale ricoperta da Abbas dovesse rimanere
vacante, subentrerebbe automaticamente il presidente del Parlamento,
Abdel Aziz Duaik, membro di Hamas già condannato dal tribunale
militare israeliano di “Ofer” a 36 mesi di detenzione per appartenenza
al gruppo parlamentare “Cambiamento e Riforma”.
Il Re saudita Abdullah, il presidente egiziano Mubarak e lo stesso
Abbas contano sul fatto che il rappresentante della Casa Bianca
all’Onu sarà comunque costretto a non boicottare il tentativo arabo,
almeno fino a quando la soluzione del conflitto israelo-palestinese
rimarrà una delle priorità in testa all’agenda internazionale
dell’attuale amministrazione americana. Nel caso in cui Washington
dovesse astenersi, in favore dell’iniziativa araba si potrebbero
schierare almeno dieci dei 15 membri del Consigli di Sicurezza.
Secondo Abbas, infatti, a garantire la ratifica di una risoluzione che
in pratica metterebbe fine ad ogni futura discussione sulla
delimitazione dei confini palestinesi, ci sarebbero i voti favorevoli
di Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, così come quelli dei paesi
africani, asiatici e sud americani. Un impegno il cui impatto politico
potrebbe essere sicuramente paragonato a quello del 29 novembre 1947,
quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvando la
Risoluzione 181, diede il via al Piano di spartizione della Palestina
elaborato dall'UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine)
per la creazione di due Stati: uno ebraico, l'altro arabo, con
Gerusalemme sotto controllo internazionale.
Per Washington e Gerusalemme la questione palestinese diventa ancora
più spinosa, se si pensa che a Beirut si torna a discutere sulla
legittimità della Risoluzione 1559 con la quale, il 2 settembre 2004,
le Nazioni Unite, oltre a ribadire il rigoroso rispetto della
sovranità ed integrità nazionale del Libano, chiedevano il ritiro di
tutte le forze straniere ancora presenti sul territorio e lo
scioglimento e il disarmo di tutte le milizie, Hezbollah inclusa.
Secondo fonti israeliane, il 23 dicembre scorso il ministro degli
Esteri libanese, Ali al-Shami, avrebbe infatti informato la Casa
Bianca sulle intenzioni del presidente Michel Suleiman di chiedere
l’annullamento della Risoluzione 1559.
Un’iniziativa duramente criticata dalla stessa coalizione di governo
che, attraverso le parole del portavoce dell’alleanza “14 marzo”,
Fares Soueid, avrebbe parlando di eccessiva e contestabile libertà
d’azione. La richiesta di revisione della Risoluzione Onu arriva poi a
poche ore dai colloqui di Damasco tra il premier libanese, Saad al-
Hariri, e il presidente siriano, Bashar al-Assad, ed in concomitanza
con l’incontro a Beirut tra il ministro degli Esteri iraniano,
Manouchehr Mottaki, e il leader del movimento sciita Hezbollah, Sayyed
Hassan Nasrallah.
Fatti concomitanti e che lasciano intravedere nuovi scenari. Il
viaggio in Siria del nuovo primo ministro libanese, il primo dopo
cinque anni di conflitto tra Damasco e la vasta alleanza politica
guidata da Hariri, segna infatti l’inizio di una nuova fase di
relazioni diplomatiche destinate a rafforzare la cooperazione tra i
rispettivi governi e, molto probabilmente, a garantire un Libano più
stabile. Anche se il neonato governo di unità nazionale ha ottenuto un
larghissimo voto di fiducia (122 dei 128 voti disponibili), a Beirut
il dibattito parlamentare ruota ancora intorno alla legittimità
dell’arsenale del movimento sciita appoggiato da Iran e Siria.
L’esecutivo del sunnita Hariri, che per anni ha accusato Damasco di
aver ucciso suo padre, lo statista Rafik al-Hariri, e che nell'aprile
2005 ha costretto la Siria a ritirare le sue truppe, non è l’unico a
sostenere il diritto di Hezbollah ad avere le armi. Il leader
cristiano maronita Michel Aoun, generale cristiano che il 14 marzo
1989 lanciò contro l’esercito siriano la sua personale “guerra di
liberazione del Libano”, è certo che per il Paese il movimento sciita
significa sicurezza e libertà. Rispondendo alle critiche del capo
delle Forze libanesi, Samir Geagea, Aoun parla di “difesa del diritto
ad una resistenza armata come beneficio per il Libano”, mentre ai
falagisti di Bachir Gemayel contesta i ripetuti tentativi portati
avanti per modificare il paragrafo 6 del documento programmatico del
governo, nel quale si ribadisce il diritto del Libano, della sua
gente, del suo esercito e della sua resistenza (Hezbollah) a liberare
i territori occupati di Shebaa e le colline di Kfar Shouba.
http://www.altrenotizie.org/esteri/2929-onu-la-mozione-palestinese.html