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L'Italia nega il permesso a un'attivista palestinese di entrare in Italia! Ma è vero?

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Rocco Catalano

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Dec 3, 2017, 1:06:02 PM12/3/17
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Perchè è stato negato l’ingresso in Italia a Leila Khaled

Pubblicato da ab il 3/12/17 • Inserito nella categoria: Primo Piano

03/12/2017 DI INVICTA PALESTINA

"Il fotomontaggio che segue è ciò che avremmo voluto leggere, è andata
diversamente, ancora una volta abbiamo perso.”

3 dicembre 2017 �€" Rosario Citriniti e Simonetta Lambertini �€"
Invictapalestina
Cari amici, cari lettori di Invictapalestina
Martedì 28 novembre è stato negato l’ingresso in Italia alla combattente
palestinese Leila Khaled, riaccompagnata in Giordania con la forza. Su
chi sia Leila non c’è bisogno di dilungarsi, le sue immagini sul muro
illegale costruito dall’occupante israeliano ne raccontano in modo
eloquente le gesta e rimarcano ciò che rappresenta per il popolo
palestinese e che non si deve dimenticare: militante della formazione
marxista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP),
rifugiata dal 1948, membro dell’Ufficio politico del Consiglio
nazionale palestinese, vive ad Amman (Giordania).
a mural of former PLO militant Leila Khaled. EPA/ATEF SAFADI
Inevitabilmente in seguito alla notizia si è scatenata, soprattutto su
Facebook, una pioggia di commenti e di imprecazioni contro le lobby
ebraiche, il sionismo nostrano, i giornalisti e i partiti complici di
queste operazioni di censura e di supporto alle pubbliche relazioni
israeliane.
Stessa reazione alla notizia dell’ANSA, che ha riportato le minacce
israeliane al Giro d’Italia, e alle immediate correzioni grafiche del
sito ufficiale da parte di uno staff “sportivo” che si abbassa per
raccogliere il denaro e diventa servizievole fino a perdere la dignità.

Volendo trarre conclusioni non affrettate per valutare la possibilità di
creare un fronte antagonista a questi episodi è necessario approfondire
e soprattutto mettere a nudo alcune dinamiche del movimento
filopalestinese. A nostro parere, infatti, occorre partire dalla
considerazione che molta parte di ciò che avviene è ciò che noi
permettiamo. Avviene non tanto per una forza terribilmente potente di
sostenitori della politica israeliana, ma soprattutto per una debolezza
nel nostro fare attivismo.
Sicuramente in un paese democratico, non servo del potere delle lobby,
sarebbe prevalsa la democrazia e non la censura, ma ormai non è più una
novità che per ogni conquista, anche degli spazi pubblici, sono
necessarie la mobilitazione e la lotta. Il governo italiano, giornali,
organizzazioni ebraiche italiane che hanno promosso una petizione
contro la presenza di Leila, hanno fatto la loro parte in base agli
interessi che rappresentano e all’elettorato che continua a sostenerli,
siamo noi a non avere fatto la nostra parte.
In passato e in altri articoli, Invictapalestina ha approfondito
l’aspetto autoreferenziale, l’aspetto frammentario delle iniziative
arrivando alla conclusione di Enrico Campofreda che: “Cento mani scavano
cento buche in cerca di una fonte irraggiungibile. Insieme troverebbero
un’acqua sorgiva, da sole sguazzano ciascuna nel proprio stagno”.
Lo sport-washing
Ma il problema che oggi si pone va oltre: il sionismo è organizzato, è
economicamente supportato da milioni di euro di donazioni, pianifica i
suoi interventi con i Media, studia l’impatto sulle persone, sceglie
strategie e investimenti che producono maggiore consenso. La partenza
del Giro d’Italia da Gerusalemme occupata è un esempio fra tanti di
intervento nello sport, per sovrapporre nello sguardo di milioni di
telespettatori l’immagine di un israele paese-cartolina che offre
bellezza e modernità, all’immagine del paese occupante che pratica
l’apartheid che è nella realtà.
Vacanze in Israele: se Israele chiama, l’Italia risponde

La controinformazione
Migliaia di associazioni nel mondo �€" alcune anche sostenute da attivisti
israeliani �€" contrastano con costanza questa strategia “comunicativa”
con video, articoli, libri, dibattiti che mettono in evidenza le
violazioni continue dei diritti umani, la situazione dei prigionieri
politici, le uccisioni extragiudiziarie, la distruzione delle strutture
scolastiche e sanitarie create con fondi internazionali, la politica di
insediamento ecc.
Nonostante, però, il forte impegno di “controinformazione” se facciamo
un bilancio dei risultati non possiamo dirci ottimisti: le condizioni
del popolo palestinese sono ogni giorno più dure, al punto che Ilan
Pappe nel suo ultimo libro ha definito la Palestina “La più grande
prigione della terra”.
Allora cos’è che non funziona? Cos’è che vanifica tanto impegno?
Non abbiamo la pretesa di essere esaustivi, né ci permettiamo di
analizzare le dinamiche interne ai palestinesi, a partiti, alleanze,
accordi che i palestinesi stessi raccontano e denunciano con ricchezza
di dettagli. Ci limiteremo a indicare alcuni aspetti riscontrati
nell’attivismo filopalestinese che sicuramente non possono essere motivo
di alcuna preoccupazione per lo stato sionista finché rimangono tali.
A tale proposito facciamo due esempi.
Il primo: la liberazione del prigioniero Samer Issawi. Dopo un lungo
sciopero della fame di 277 giorni e una mobilitazione mondiale Samer
viene liberato, l’attivismo esulta, migliaia di post su Facebook gridano
alla sconfitta del sionismo. Pochi mesi dopo, però, viene riarrestato ed
è ancora in carcere nel completo silenzio.
Samir Issawi é LIBERO, un grande “VAFFANCULO” al ‘divieto di feste’
imposto da Israhell!
Il secondo: mobilitazione a sostegno dei prigionieri politici.
Nel mese di maggio, un giornalista su ‘Contropiano’ titola un suo
articolo: “Acqua e sale. Hanno vinto i prigionieri palestinesi.” Una
campagna serrata con migliaia di selfie di politici, scrittori,
attivisti col bicchiere in mano, molti articoli, molti video,
interviste. Alla fine si arrivò ad un accordo tra prigionieri e
carcerieri con grande soddisfazione anche degli attivisti.
Acqua e sale persino nella Camera dei Deputati italiani
Sono passati pochi mesi, il sipario è calato e, a parte le prese di
posizione retoriche, non sembra ci sia più tanto interesse. Si parte per
altre campagne, altre iniziative, altri progetti e intanto una recente
testimonianza dell’ufficio legale di Addameer riporta l’attenzione sulla
carcerazione amministrativa, sulla tortura, sugli spostamenti punitivi,
sull’uso di armi elettroniche sui prigionieri durante i trasferimenti da
una cella all’altra e da un carcere all’altro. Pratiche che non sono mai
state interrotte nonostante lo sciopero della fame che ha visto un’alta
partecipazione dei prigionieri anche di diversi schieramenti politici.
L’attivismo ai tempi dell’impotenza
Sicuramente stiamo attraversando un periodo storico molto difficile e
ogni forma di partecipazione attiva, a partire dal G8 di Genova del
2001, deve fare i conti con una repressione feroce mai vista prima in
Italia, è però necessario osservare come il conformismo ha trasformato
anche l’attivismo, basta andare sui social per verificare che articoli
più lunghi di 10 righe riducono la lettura, così come i video che durano
più di qualche minuto. Prevalgono invece individualismo, narcisismo e la
continua ricerca di like che va dalle battute da bar ai compleanni,
dalle esternazioni mattutine ai cambi d’immagine del proprio profilo,
alle foto personali ecc. �€" questo avviene anche tra gli attivisti. Sul
versante palestinese nei commenti leggiamo quasi sempre le stesse cose,
poche analisi e tanto sfogo, quante volte abbiamo letto sotto i post
“Vergogna, vergogna! Israele fascista, stato terrorista!”, slogan
condivisibile, ma a cosa serve urlarlo con la scrittura se non seguono
azioni concrete in grado di aggregare persone, informare superando la
solita cerchia di amici, portare gli eventi sui media nazionali?
Un altro aspetto da considerare è che durante le nostre iniziative
raramente si vedono giovani, persino Jeff Halper l’ha evidenziato a
Roma durante un incontro qualche mese fa, ritenendosi soddisfatto per
essere con i suoi settant’anni il più giovane in sala! Come
Invictapalestina abbiamo pubblicato oltre 400 video e sono deprimenti
le notifiche di Facebook che riceviamo con l’avviso che il video appena
pubblicato interessa un pubblico dai 55 ai 65 anni.
La nostra cecità sulle analisi, la mancanza di ricerca di nuovi
strumenti, la mancanza di impegno reale e finalizzato è palpabile per
chi spia la rete, controlla i nostri profili, osserva con attenzione le
nostre pagine per capire i nostri comportamenti e anticipare eventuali
iniziative, peraltro sempre più rare e prevedibili.
Ciò che avviene è quello che noi permettiamo!
E’ per questo motivo che legiferare per cercare di arginare in Italia
l’impatto del BDS, negare un’aula universitaria o il patrocinio per una
manifestazione sulla Palestina (Trieste) è diventato lecito e
possibile. Non c’è nessuna contrapposizione efficace, come dire, non c’è
opposizione e quando si manifesta in qualche forma non è efficace per
contrapporsi e favorire i cambiamenti necessari.
Anche il tira e molla dell’Università di Roma per la proiezione di ‘3000
notti’ di Mai Masri, film sulla situazione delle donne nelle prigioni
israeliane è stato possibile perchè era chiara la mancanza di un
movimento organizzato e di opposizione all’atteggiamento autoritario
dell’Università. Tutto ciò grazie alla nostra debolezza, litigiosità,
incapacità di definire obiettivi collettivi e di raggiungerli con
efficacia unendo le forze di tutti. Il film alla fine è stato proiettato
e la regista è così ritornata in Italia, perchè il flebile tam tam
generato dalle associazioni e l’eventuale pubblicità negativa che
sarebbe seguita, sono stati sufficienti per smuovere un ente culturale.
Difficilmente avrebbe avuto lo stesso successo contestando con la stessa
modalità un giornale prezzolato o un rettore colluso.
E’ però necessario riconoscere che, da parte delle Associazioni,
qualche sforzo è anche fatto in questa direzione, si è cercato e si
cerca anche attualmente di organizzare gruppi di lavoro trasversali alle
stesse associazioni e sono proprio questi che hanno raggiunto maggiori
risultati e visibilità sia per la maggiore disponibilità economica che
per la condivisione di materiale, oltre alle idee e ai progetti
maggiormente efficaci perchè risultato di incontri preliminari e
mediazioni che hanno allargato la partecipazione. La contestazione del
giro d’Italia 2018 va in questa direzione.
In ogni caso è importante fare qualche riflessione anche sulle
associazioni, che in linea di massima, agiscono oggi come piccole
imprese individuali con i loro programmi esclusivi e personalizzati
spesso persino in concorrenza con altre associazioni.
Noi associazioni che con vari scopi specifici operiamo a sostegno dei
diritti del popolo palestinese, restiamo sovente autoreferenziali e
resistiamo a praticare un fattivo coordinamento: ci piace l’idea , ma
ancor più la nostra particolare ragione sociale
Inoltre molti “singoli” anziché collaborare e rafforzare l’esistente col
proprio contributo, aprono la loro pagina Facebook sicuramente per
essere “più ricca e completa” di quella di un altro, aprono il proprio
Blog, il proprio sito, scrivono il proprio libro, relazionano il proprio
viaggio, senza dare un contributo alla rete complessiva, anche perchè
non si pongono l’obiettivo di aumentare, migliorare, arricchire
l’informazione, ma quello molto riduttivo e narcisistico di rapportarsi
con la propria rete personale di amici e godere dei propri “like”.
In questi casi è evidente la ricerca di una soddisfazione personale che
mal si coniuga con un impegno civile che possa incidere minimamente
nelle vite delle persone che si vorrebbero “salvare” dall’oppressione.
Il rimpatrio di Leila Khaled è una chiara dimostrazione pubblica della
nostra incapacità di agire in modo collettivo, di rivendicare obiettivi,
ma soprattutto dell’incapacità di gestire il nostro ego. Il
fotomontaggio che segue è ciò che avremmo voluto leggere, è andata
diversamente, ancora una volta abbiamo perso perché preferito usare il
mouse piuttosto che scendere in piazza in massa, abbiamo preferito
urlare il nostro sdegno tra le mura domestiche anziché contaminare le
piazze con le ragioni dei popoli che vogliamo sostenere.

Che fare?
Non è facile indicare soluzioni, ma si può provare indicando una via da
intraprendere. Le associazioni, i singoli, gli attivisti, sono risorse
importanti e sicuramente la base per ogni cambiamento possibile. Secondo
noi è importante chiedersi quanto siamo disposti a cedere per la
realizzazione di un progetto collettivo. Progetto collettivo che non
deve essere appiattimento delle idee e/o delle singole identità.
Progetto che non deve neanche avere la pretesa di essere globale, ma
potrebbe includere di volta in volta argomenti condivisi e ricevere la
forza di ciò che ci unisce.
A livello di attivismo nelle piazze, quando la pochezza dei risultati
ottenuti farà riflettere maggiormente gli organizzatori sulla necessità
di spostare il focus dalle proprie posizioni personali alla Palestina,
la soluzione verrà da sola.
Nel campo dell’informazione siamo di fronte all’Hasbarà israeliana, ai
giornali “associati”, alle televisioni. Dall’altra parte cosa c’è?
Migliaia di profili personali (importanti) centinaia di pagine sulla
Palestina (importanti), alcune pagine storiche (ancora più importanti)
ma abbiamo mai pensato a chi si rivolgono? Quante persone raggiungono?
Quali contributi accettano?
Finché non facciamo una riflessione onesta su questo ultimo punto, anche
l’informazione che proponiamo sarà limitata e inefficace, perchè non
riuscirà mai a superare il muro che ci separa per raggiungere ed
informare la gente comune.
Da segnalare come novità lo sforzo di alcune associazioni di ritrovarsi
sotto la sigla di Società Civile per la Palestina che sarà rilanciata
anche durante la Giornata per i diritti del popolo palestinese il
prossimo 9 dicembre a Firenze: Palazzo Vecchio ore 9. A questo sforzo
anche noi vogliamo partecipare per superare noi stessi

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