Biografia del giornalista di Liberazione che,
con La Stampa, ha sprangato la Lega e il suo quotidiano
Ecco chi predica contro la Padania
di Igor Iezzi-21 luglio 2002 padania
Da che pulpito viene la predica: un detto che si adatta benissimo per chi in
questi ultimi giorni ha aperto il fuoco su Liberazione "in collaborazione
con la Stampa", contro il nostro giornale, e di conseguenza tutta la Lega
Nord. Un ex militante della sinistra extraparlamentare, Saverio Ferrari,
condannato a 5 anni e 6 mesi per vicende legate agli anni di piombo e membro
influente di Rifondazione Comunista. Ma andiamo ai fatti e leggiamo i
documenti.
Primo episodio: «Il 13 marzo 1975, verso le ore 13, Ramelli Sergio residente
a Milano stava appoggiando il motorino nei pressi della sua abitazione.
Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi; il ragazzo,
dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le
mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra esanime. Alcuni
passanti lo soccorrevano e veniva ricoverato al reparto Beretta del
Policlinico per trauma cranico (più esattamente ampie fratture con
affondamento di vasti frammenti), ferita lacero-contusa del cuoio capelluto
con fuoriuscita di sostanza cerebrale e stato comatoso. Nelle settimane
successive alternava a lunghi periodi di incoscienza brevi tratti di
lucidità e decedeva il 29 aprile 1975» ( Ordinanza di rinvio a giudizio dei
colpevoli, redatta dai giudici istruttori Maurizio Grigo e Guido Salvini).
Secondo episodio: «Nell'abbaino di viale Bligny ( a Milano, ndr), vero
archivio logistico della struttura di Avanguardia Operaia è stata rinvenuta
una mole impressionante di materiale (...). Sono state infatti trovate
migliaia di schede, fotografie con ingrandimenti, con studio di abitudini e
indicazioni di targhe, descrizioni di bar e locali pubblici, nonché di sedi
politiche con tanto di piantina degli interni, agendine, tessere di partito,
documenti di identità... provento di numerose aggressioni anche con
conseguenze molto gravi... E ancora, indicazioni di appartenenti alle forze
di polizia e su forze politiche oggetto in quel periodo di atti di
intimidazione quali gruppi rivali della stessa estrema sinistra e gruppi
cattolici». ( Stessa ordinanza di rinvio a giudizio).
Terzo episodio: Nel 1976, per l'esattezza il 31 marzo, alcuni militanti di
Avanguardia Operaia assaltano e incendiano un bar in Largo Porto di Classe a
Milano. I frequentatori del locale furono massacrati. Tre giovani rimasero
gravemente feriti e rovinati per sempre: Fabio Ghilardi (due operazioni,
coma, polmone d'acciaio, epilessia Permanente), Giovanni Maida, che all'
epoca aveva 16 (sedici!) anni (quattro fratture alla mandibola, una alla
spalla, invalido permanente) e Bruno Carpi (doppio sfondamento della calotta
cranica). Secondo i medici che accolsero i feriti negli ospedali, «negli
aggressori c'era la volontà di uccidere».
Quarto episodio: Martedì 16 luglio 2002 sul quotidiano di Rifondazione
Comunista Liberazione "in collaborazione con la Stampa" di Torino, nelle
pagine milanesi, viene pubblicato un articolo che contiene frasi deliranti
che dipingono i giornalisti del nostro quotidiano come pericolosi razzisti.
A parte la comune matrice comunista e la violenza che li pervade, cosa
accomuna gli episodi citati? La risposta è semplice, senza possibilità di
smentita: una firma, un nome, Saverio Ferrari.
Questo "noto" personaggio che negli anni settanta contribuì a far definire
quel periodo "gli anni di piombo" non è sconosciuto alla Giustizia italiana
che il 16 marzo 1987 nell'aula della II Corte d'Assise di Milano, presidente
Antonio Cusumano, avviò un procedimento per l'assassinio di Ramelli, per le
schedature di viale Bligny e per l'assalto al bar di Largo Porto di Classe.
Uno dei protagonisti di questo processo fu proprio Saverio Ferrari. Il 16
maggio 1987 la II Corte d'Assise lo condannò per l'assalto al bar e per le
schedature a 11 anni. Il due marzo 1989 la II sezione della Corte d'Assise d
'Appello, presieduta dal dottor Cavezzoni, gli riduce la pena a 5 anni e sei
mesi. Infine la sentenza diventò definitiva il 22 gennaio 1990 con la
conferma della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado
Carnevale.
Sembrerà una storia anomala, ma, a guardare nell'universo della sinistra
italiana non è difficile trovare personaggi di questo tipo che si annidano
nelle direzioni dei partiti, nelle redazioni dei giornali oppure in
associazioni di vario tipo. Tutti a pontificare, a fare le anime belle, i
buonisti, ma avendo sulle spalle, e sulle coscienze, reati pesantissimi:
omicidi, tentati omicidi e lesioni. Saverio Ferrari, condannato a 5 anni e
sei mesi per tentato omicidio, si permette di "schedare" i giornalisti de La
Padania ( pratica che abbiamo visto gli è abituale), accusarli di essere
razzisti, nazisti, facendo intendere che potrebbero essere pericolosi
criminali. Lui, che "sa" che cosa è accaduto a un giovane di 16 anni che per
tutta la vita rimarrà invalido, lui, che ha schedato centinaia di ragazzi
ritenuti fascisti. Si ricordi, a questo proposito, che Ramelli, un giovane
di 18 (diciotto!) anni, fu aggredito da militanti, o "militi", di
Avanguardia Operaia, che neppure lo conoscevano. Per colpirlo e stanarlo si
erano serviti di una foto e di un indirizzo forniti dai loro preziosi
schedari. Non dimentichiamo che i "militi" che uccisero Ramelli erano del
servizio d'ordine (?) di Avanguardia Operaia, gruppo di Città Studi, e «a
livello più alto, elemento di spicco era Saverio Ferrari» come sottolineato
dall'ordinanza di Salvini e Grico.
Non sappiamo come in tutti questi anni abbia vissuto Saverio Ferrari, ma
conosciamo le sofferenze che hanno patito le sue vittime e i loro familiari.
Il rifiuto della violenza, che molti predicano, si vede anche da queste
cose.
Ferrari attacca La Padania? C'è da andarne orgogliosi.
LA STAMPA COMPLICE DI QUESTA CAMPAGNA
Ci meravigliamo che un direttore come Marcello Sorgi e un giornale come La
Stampa si rendano complici e partecipi di una simile campagna di menzogne e
di odio contro un giornale e contro un partito. E soprattutto che, dopo 5
giorni , Sorgi non abbia ancora sentito il dovere morale di prendere le
distanze da certe "collaborazioni"; anzi, con il suo silenzio, le avalli.