N.b
poichè tale rivista è fallita , perchè dava fastidio sia alla destra
che alla sinistra istituzionale , trovate tale libro ( in formato
acrobat ) a http://digilander.iol.it/buiobuione5/
Prefazione
teorie liberali hanno propugnato e praticano l'arte della separazione... Non
ha precedenti in Paesi democra-ticamente
più maturi del nostro una tendenza all'unificazione del potere politico col
potere economico e col
potere culturale attraverso il potentissimo strumento della televisione,
incomparabilmente superiore a quello dei
giornali che tuttavia furono chiamati il quarto potere, come quella che si
intravede nel movimento di Forza
Italia. L'unificazione dei tre poteri in un solo uomo o in un solo gruppo ha
un nome ben noto nella teoria politica.
Si chiama, come la chiamava Montesquieu, dispotismo.
Noberto Bobbio
Il caso Berlusconi mette in evidenza lo scarto grandissimo tra la realtà
davanti ai nostri occhi e il ripristino
pieno della legalità, che pure era stata la promessa che aveva accompagnato
il tempo nuovo cominciato nel
1989. Si riproduce uno stato delle cose divenuto familiare negli anni '80,
quando l'ansia dei governanti era
proprio quella di liberarsi delle regole. Davvero la parola d'ordine di
allora può essere racchiusa nella frase «È
legale perché lo voglio io», che venne pronunciata, all'inizio di un'altra
transizione, da Luigi XVI. Il cambia-mento,
e la transizione che viviamo, dovevano portare con sé proprio l'abbandono di
questa logica. Ma il
vecchio si rivolta e il nuovo si rivela non abbastanza attrezzato per
bloccare il ritorno ad abitudini che dovevano scomparire.
Stefano Rodotà
INTRODUZIONE
Si verificò in Italia, agli inizi del 1994, qualcosa che mai era avvenuto in
un Paese democratico e occidentale.
Un uomo, che nelle graduatorie delle ricchezze risultava fra i primi tre in
Italia e fra i primi venti nel pianeta, e
che aveva concentrato nelle sue mani un potere - nel campo dell'
nformazione - senza paragoni nel mondo
civilizzato, decise di dare direttamente la scalata al potere politico. A
questo scopo gettò sul campo tutta la
potenza dei suoi beni, materiali e immateriali, economici e culturali.
L'uomo, Silvio Berlusconi, aveva alle spalle un'ascesa economica sconosciuta
in alcuni passaggi decisivi.
Aveva ricevuto finanziamenti, coltivato amicizie, goduto di protezioni. Si
rivolgeva tuttavia agli elettori come
un uomo nuovo, vergine all'avventura della politica, innocente dei peccati e
dei misfatti del vecchio regime.
Come stavano realmente le cose? Valeva la pena, ai fini di una corretta
informazione, di verificarlo (così come
è d'uso nelle democrazie moderne, dove le biografie dei candidati a
governare sono uno dei cardini del confronto
politico). Valeva la pena di ricostruire e raccontare l'avventura di Silvio
Berlusconi, della sua vita, delle sue
amicizie, dei suoi affari.
CAP 1 PRIMI PASSI
Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre del 1936. Il padre Luigi è
impiegato di banca, la madre Rosa Bossi - nessuna parentela con l'Umberto -
casalinga. Primi passi in uno stabile appena dignitoso in via
Volturno,periferia, nebbia e cemento. A 12 anni collegio dai Salesiani. I
successivi sette anni Silvio Berlusconi li trascorre tra le mura antiche e
freddine del convitto di via Copernico, che ha una meritata fama di grande
severità: sveglia alle 7, colazione a pane e latte, messa e lezioni. Alle 12
pranzo frugale, rosario e lezioni. Alle 9 a nanna, grandi stanzoni da 50
letti, sorveglianti che girano a turno cercando movimenti sospetti sotto le
coperte. Un regime che se non ti ammazza, ti prepara alla vita.
Il giovane Silvio si adatta bene. I compagni lo chiamano Mandrake, come il
mago dei fumetti famoso per astuzia e trucchi magici. Silvio gioca male a
pallone e a pallavolo, ma si fa rispettare quando c'è da fare a botte.
"Durante le preghiere si distraeva - racconta un ex compagno di
scuola,Giulio Colombo - muoveva le labbra a vuoto e pensava ad altro".
L'intelligenza inquieta del Berlusconi giovane ha già altro a cui
applicarsi: "Faceva i suoi compiti in fretta -ricorda Colombo - e poi
aiutava i compagni in cambio di caramelle e monete da 50 lire". Non manca -
tra i segni premonitori - anche una esperienza nel campo della
comunicazione: la domenica ai Salesiani si trasmette un film e il piccolo
Berlusconi si propone - e viene scelto - come aiutante dell'operatore. Ed è
sempre Berlusconi a presentare gli spettacolini del doposcuola.
Dopo la maturità, il giovanotto si iscrive a Giurisprudenza e nel frattempo
trova impiego come rappresentante di aspirapolvere e fotografa matrimoni e
funerali. Ma è solo l'inizio: a 21 anni viene assunto da una ditta di
costruzioni, e nei mesi estivi si imbarca sulle navi della compagnia "Costa"
: racconta barzellette ai passeggeri,canta motivi confidenziali, si fa
accompagnare al piano da Fedele Confalonieri, il suo migliore amico, che lo
seguirà nella scalata ai vertici dell'imprenditoria italiana.
La laurea arriva nel 1961. 110 e lode con una tesi sugli aspetti giuridici
della pubblicità. Vocazione? Sicuro,
ma anche senso degli affari: la Manzoni, rinomata agenzia pubblicitaria,
aveva infatti messo in palio un premio di 2 milioni di lire sull'argomento.
Il laureando fa un figurone e intasca pure il premio.
A 25 anni Silvio Berlusconi ha una laurea in tasca e un mondo intero da
scalare. Siamo negli Anni '60, boom
economico, edilizia in espansione. Quando Carlo Rasini, proprietario della
Banca in cui lavora il padre, gli offre un posto da cassiere, Berlusconi
junior ringrazia e svicola. Suo padre è stato per trent'anni un funzionario
modello, uno che prima di dare agli impiegati una matita nuova si fa
restituire il mozzicone della vecchia e quando esce fa il giro degli uffici
per spegnere tutte le luci. È ricco di stima e considerazione, ma la
famiglia vive ancora nell'anonima dignità di via Volturno, e a Silvio questo
non sta bene. A Carlo Rasini il figlio del ragioniere Berlusconi ha altro da
chiedere: una fideiussione per acquisto di un terreno in via Alciati, in una
zona di Milano dove la campagna sta cedendo spazio ai palazzoni degli
immigrati. Nell'affare l'aspirante costruttore cerca di tirar dentro Pietro
Canali, personaggio già conosciuto nel campo dell'edilizia. Insieme fondano
la Cantieri riuniti milanesi; nella società Berlusconi mette dieci milioni
(circa 170 milioni di oggi), in parte raccattati con le crociere e gli
aspirapolvere, in parte regalatigli dal padre. Il terreno, costo 100
milioni, viene acquistato con la fideiussione della Banca Rasini. Un piccolo
istituto di credito, con un solo sportello a Milano, che secondo un rapporto
della Criminalpol in quegli stessi anni era parte attiva nel riciclaggio del
denaro sporco di quel gruppo di mafia e finanza che passò alla storia come
"la mafia dei colletti bianchi". Ne facevano parte due grossi finanzieri,
Antonio Virgilio e Luigi Monti. I due, stando ad alcune intercettazioni
telefoniche, erano in rapporto,tra l'altro, col palermitano Vittorio
Mangano; un mafioso che per un certo periodo - come vedremo più avanti fu
al servizio di Silvio Berlusconi come custode e stalliere.
Racconterà lo stesso Berlusconi a Capital in una intervista del 1981:
"Canali avrebbe voluto darmi una piccola partecipazione in questa società.
Io però avevo trovato il terreno adatto, ottenuto le dilazioni di
pagamento,curato la pratica per la licenza edilizia e conseguito la
fideiussione. Mi sembrava giusto avere di più. Così un giorno mi armai di
coraggio e andai da lui: "Per via Alciati mi sembrerebbe equo fare 50 e 50."
Canali mi guardò come se fossi matto e mi rispose che anche lui doveva
essere matto a mettersi in società alla pari con un ragazzino. Ma aggiunse
che se riuscivo a essere così sfrontato era probabile che ci sapessi davvero
fare. E accettò".
Con questo episodio da nuova frontiera Silvio Berlusconi inizia la sua
strabiliante carriera. Se in quegli anni
'60 il termine "yuppie" fosse già noto, lui lo calzerebbe alla perfezione:
indossa giacche doppiopetto con bottoni dorati, scarpe inglesi, cravatte di
seta. Arriva in cantiere sempre cinque minuti prima del guardiano, e ha la
parlantina sciolta che serve a convincere gli acquirenti di case che per il
momento sono solo nella sua fantasia.
I soldi per costruire infatti non ci sono; per piazzare i primi mattoni la
Cantieri riuniti milanesi deve vendere le case sulla carta e intascare gli
anticipi. Vuole la leggenda che i primi soldi veri Berlusconi li incassi
dalla madre del suo amico Fedele Confalonieri, a cui vende un pentavani con
servizi e rivestimenti in ceramica. La cosa singolare è che Berlusconi in
realtà non costruisce nulla, non avendo ne mezzi ne operai. L'edificazione
vera e propria degli appartamenti viene subappaltata a imprese
specializzate, che succhiano via gran parte del guadagno.
Bene o male, comunque, l'impresa di via Alciati va in porto senza danni:
Berlusconi e Canali vendono una
ventina di appartamenti e riescono persino a guadagnarci qualcosa.
Certo però il giovane Silvio non diventa ricco con le case di via Alciati.
Eppure poco tempo dopo, nel 1963,
il volume dei suoi affari si allarga in maniera improvvisa e spropositata:
lo troviamo, infatti, impegnato in una mega operazione edilizia, la
costruzione a Brugherio, zona nord di Milano, di un complesso residenziale
per 4 mila abitanti. Come abbia fatto il salto di qualità è un interrogativo
mai sciolto. Di certo c'è solo che nell'affare ci sono ancora la Banca
Rasini in veste di parziale garante dell'operazione, e Pietro Canali. Due
costruttori veri,i fratelli Botta, sono incaricati della edificazione del
mega-complesso. Ha raccontato uno dei due, Giovanni, a Mario Guarino e
Giovanni Ruggeri, giornalisti e autori del libro "Berlusconi. Inchiesta sul
signor Tv": "Per costruire Brugherio avevamo costituito una società, la
Edilnord. Berlusconi ne era l'amministratore, io e mio fratello, come altri
soci, mettevamo l'opera, tiravamo su le case. C'erano un pò di finanziamenti
della banca Rasini e per il resto non so. Guardi, dei soldi è meglio non
parlare. Non sta bene curiosare su chi c'è dietro le società. Berlusconi era
giovanissimo, ma pareva nato nell'edilizia e si capiva che avrebbe fatto
tanta strada. Si incaricava dei permessi, appaltava i lavori, chiamava i
progettisti e diceva: "questa casa la voglio così". E così doveva essere.
Uno con le idee chiare, sempre in movimento di qua e di là, bravissimo nel
trattare con tutti:
autorità, operai, clienti... Se ha guadagnato con Brugherio? Non fatemi
queste domande. Non posso rispondere. Chiedete a lui, e vedrete come si
arrabbia. Oh, lo conosco bene Silvio Berlusconi. Ho lavorato con lui un paio
d'anni, finché abbiamo finito Brugherio, e ho continuato a vederlo anche
dopo... . Sono convinto che prima o poi arriverà al Quirinale. Sicuro,
quello diventerà presidente della Repubblica".
CAP 2 Lugano Bella
Dimostra di aver naso Giovanni Botta quando, nel 1986, predice l'avvento di
Silvio Berlusconi al Quirinale.
All'epoca, infatti, nessuno poteva immaginare che Sua emittenza un giorno si
sarebbe messo in politica. Anche
l'ex socio d'affari, invece, mostra di non voler ficcare il naso nelle
origini della fortuna economica di Silvio
Berlusconi. Le indagini giornalistiche svolte finora hanno appurato soltanto
che quelle ignote fortune vengono
dalla Svizzera. Della Edilnord, la società dell'affare di Brugherio,
Berlusconi è infatti soltanto un socio d'opera,
vale a dire quello che nell'impresa mette tempo e cervello. Socio
accomodante, alias finanziatore, è la
Finanzierungesellschaft fur residenzen Ag di Lugano dell'avvocato Renzo
Rezzonico. Ma il professionista è
probabilmente soltanto un fiduciario dei veri finanziatori, che restano
protetti dalla ermetica discrezione del
sistema finanziario svizzero. Chi ci sia dietro quella sigla dal nome
impronunciabile, da dove vengano i soldi
che permettono il grande balzo di Silvio Berlusconi nell'edilizia, è ancora
oggi un segreto ben custodito. È
grazie a quei finanziatori, comunque, che dopo l'impresa di Brugherio Silvio
Berlusconi può dire addio ai vari
Rasini, Canali, Botta e mettersi in proprio. Lui ha iniziato a pensare in
grande. Più in grande di tutti.
Cap.3 UNA CITTÀ DA BERE
C'era una volta una distesa di erba e radi alberi, circondata da fabbriche e
annegata nella nebbia per buona
parte dell'anno. La distesa stava dalle parti di Segrate, e non aveva nome
perché a nessuno era mai venuto in
mente di chiamarla in qualche modo. Un giorno capitò da quelle parti un
signore ben vestito e sorridente, diede
un'occhiata in giro, e decise che avrebbe fatto di quella landa desolata un
luogo di sogno. Stava per nascere
Milano 2...
Le cose non andarono così, ma quasi. Quell'area, 712 mila metri quadrati,
apparteneva al conte Leonardo
Bonzi, che il 26 settembre del 1968 rivendette tutto alla Edilnord sas di
Berlusconi e dei suoi anonimi finanziatori
svizzeri al prezzo di oltre 3 miliardi di lire dell'epoca. Il 12 maggio del
1969 il comune di Segrate concesse la prima licenza edilizia. Ma le cose, a
partire da quel momento, si complicarono per via degli ostacoli posti al
progetto da una serie di organi tecnici di controllo, i quali si accorsero
che il piano di lottizzazione non era
conforme al programma di fabbricazione varato dalla Regione. Solo il 29
marzo del 1972 la Edilnord poté dare 6.il via alla costruzione di Milano 2,
che sarà completata sette anni dopo. Ma oltre che un affare edilizio, Milano
2 è una sorta di anticipazione del berlusconismo come stile di vita: una
piccola città fuori dalla città, completa-mente autosufficiente, con spazi
verdi e asili, scuole, campi da tennis, parchi gioco. Anonimo e lontano da
Milano come i quartieri dormitorio, ma più costoso e confortevole;
ritagliato apposta attorno alle esigenze di giovani manager in ascesa e
delle loro famigliole. Insomma, l'embrione di una "città da bere", come
reciterà,qualche anno dopo, uno slogan pubblicitario poi affossato dall'era
di tangentopoli.
CAP.4 Gli Amici Svizzeri
Anche nel sogno di Milano 2 entrarono in gioco i famosi e provvidenziali
capitali svizzeri. Seguendo una
prassi in voga tra i costruttori dei ruggenti anni '60, Berlusconi cambia
spesso denominazione alle sue società, e cambiano anche i soci visibili. Ma
non muta la provenienza del denaro: la Svizzera. Nel 1968 la Edilnord Sas
viene sciolta. Prende il suo posto la Edilnord centri residenziali,
protagonista dell'operazione Milano 2. Intestataria della nuova sigla è
Lidia Borsani, una cugina di Berlusconi. Il socio che versa i capitali è
ancora una volta una immobiliare svizzera di cui è fiduciario il solito
avvocato Rezzonico. Nel '73 anche questa seconda Edilnord sparisce per
lasciare il posto alla Italcantieri srl, iscritta presso il registro
societario del tribunale di Milano il 2 febbraio. Il gioco delle scatole
cinesi si fa con la Italcantieri sempre più complicato: la nuova società
appartiene formalmente a Renato Pironi, un giovane aspirante notaio, e a una
casalinga, Elda Brovelli. Il giovanotto rappresenta la "Cofigen Sa" di
Lugano; la massaia è il referente italiano della Eti ag Holding di Chiasso.
"Il capitale sociale - scrivono nel loro libro Guarino e Ruggeri- è
interamente svizzero". La sigla "sas" incollata alla Edilnord di Lidia
Rovani, sta per "società in accomandita semplice". "Socio accomandante",
vale a dire quello che finanzia l'impresa, è la "Aktiengesellschaft fur
Immobilienanlagen in Residenzentren Ag" di Lugano, rappresentata dall'
avvocato Renzo Rezzonico.
Interpellato a Lugano l'avvocato Rezzonico, che ancora nel '94 cura gli
interessi del gruppo Berlusconi, non
apre bocca. Il suo compito è quello di tutelare la riservatezza dei clienti,
e poi dopo tanto tempo è difficile
ricordare. Ci siamo rivolti così all'ufficio del registro della capitale
ticinese. Con risultati migliori: la
Aktiengesellschaft risulta creata il 19 settembre del 1968, dieci giorni
prima della Edilnord. La data di liquidazione è invece il 6 marzo del 1990.
Ragione sociale sono le "Transazioni immobiliari, partecipazioni
finanziarie,compravendita titoli". La società è gravata da "vincolo estero",
può cioè operare solo fuori dal territorio svizzero. Il 100% delle azioni è
detenuto dalla agenzia del Lussemburgo della "Discount Bank Overseas
Limited",una società finanziaria con sede centrale a New York e filiali
anche a Milano e Ginevra. I soci della "DiscountBank" sono numerosi, e
sparsi in tutto il mondo. Si tratta degli americani Morton P. Hjman e
Raphael Recanati,
dei francesi Jean Francois Charrey ed Henri Klein, dei greci Maurice Nissim
ed Elia Molho, dei milanesi Henry Cohen, Aaron Benatoff e Franco Santini,
degli israeliani Oudi Recanati e Joseph Assaraf, dello svizzero Jean Pierre
Cottie, Quest'ultimo, presidente della filiale svizzera della "Discount
bank", è anche membro del Consiglio di amministrazione della Privat Credit
Bank. Una sigla che, come vedremo, tornerà ad occupare un posto importante
nella nascita dell'impresa berlusconiana.
È comunque la "Discount Bank", tramite la controllata "Aktiengesellschaft
fur Immobilienanlagen in
Residenzentren Ag" a portare il capitale della "Edilnord" a 2 miliardi
"interamente sottoscritti e versati dal socio svizzero", il 22 luglio del
1975.
Abbiamo svolto lo stesso lavoro di ricerca sulla "Italcantieri srl" di
Milano (che prese il posto della "Edilnord") costituita dal giovane notaio
Renato Pironi e dalla casalinga, Elda Brovelli. Si tratta ancora una volta,
apparen-temente,di prestanome. Pironi per la "Cofigen Sa" di Lugano; la
Brovelli per la "Eti ag Holding"' di Chiasso.Anche stavolta il capitale
sociale è interamente svizzero.
Nel lindo e poco frequentato ufficio del registro di Chiasso, la "Eti Ag
Holding" fu registrata il 24 aprile del
1969 col numero di protocollo 518. Ottenere una copia degli atti non è
difficile, se si è disposti a pagare le
trentamila lire a fotocopia previste dal regolamento interno. La lettura è
interessante, e rimanda a un piccolo
gioco di scatole cinesi. I soci della Eti sono tre, tutti di Mendrisio, in
Ticino: si tratta di Arno Ballinari, Ercole e Stefania Doninelli, moglie di
Ercole e rappresentante, nella Eti, della "Aurelius Financing Company
SA" di Chiasso. Il nome più interessante è quello di Ercole Doninelli. A lui
fa capo la FiMo, una delle più note finanziarie svizzere, fondata nel 1956.
Schierata politicamente con l'estrema destra elvetica, la FiMo è
specializzata nel creare canali sicuri e discreti per il passaggio di
capitali da un Paese all'altro. Il suo nome è coinvolto in inchieste
giudiziarie aperte in diversi Paesi europei. La più clamorosa è quella
avviata nel 1989 a Milano a carico del commercialista ed esperto di cavalli
Giuseppe Lottusi. Per conto della FiMo, Lottusi avrebbe riciclato quantità
notevoli di narcodollari provenienti dalla mafia colombiana. Ma attraverso
la FiMo - secondo i giudici di "mani.pulite" - sarebbe passata anche una
parte delle tangenti Eni ed Enimont destinate ai politici italiani.
Tutte queste vicende, comunque, sono di molto posteriori alla nascita della
Eti, che venne liquidata il 16
ottobre del 1978. Pur essendone amministratore unico, Ercole Doninelli era
proprietario di una soltanto delle 50 azioni da mille franchi svizzeri l'una
che componevano il capitale sociale della "Eti Ag Holding". Un'altra quota
era posseduta da Arno Ballinari. Le restanti 48 azioni erano controllate da
Stefania Doninelli, agente in nome e per conto della "Aurelius Financing
Company SA" di Chiasso". In sostanza è da quest'ultima società che vengono i
capitali che Ercole Doninelli amministra e conferisce alla "Italcantieri" di
Berlusconi.
CAP.5 Scatole Cinesi
Parte da qui il gioco delle scatole cinesi: La "Aurelius", fondata l'11
aprile del 1962, ha un capitale sociale di
50 azioni, come la "Eti". E, come nella "Eti", Doninelli e Ballinari
detengono una azione a testa. Il pacchetto di maggioranza, 48 azioni su 50,
è in mano allo svizzero Angelo Materni e all'italiano Dino Marini, che
agiscono per conto della "Interchange Bank". E il gioco delle scatole
prosegue. La "Interchange Bank" risulta fondata il 19 luglio del 1956, con
quattrocentomila franchi di capitale sociale,portato a un milione il 27
agosto dell'anno successivo. Ne fanno parte un gruppo di finanzieri e
imprenditori di nazionalità svizzera, italiana e venezuelana. Il nome più
interessante è forse quello del ticinese Alfredo Noseda,personaggio
coinvolto, negli anni in cui partecipava alla "Interchange Bank", nel "caso
Texon", il primo grande
scandalo finanziario che segnalò la Svizzera come comodo rifugio per
capitali illegali. Noseda, accusato di
evasione fiscale ed esportazione di capitali all'estero per conto di
misteriosi clienti, fu condannato a quattro
mesi di carcere con la condizionale e a una grossa multa.
Quando conferisce i capitali che, di passaggio in passaggio, arriveranno
alla "Italcantieri" di Berlusconi, ne1
1973, la "Interchange Bank" è gia in liquidazione. La procedura
fallimentare, avviata nell'ottobre del 1967, si prolungò fino al 15 dicembre
del 1989, data della definitiva liquidazione della società. A gestire la
liquidazione furono Pierfrancesco e Pierluigi Campana, Guido Caroni, Enzo
Tognoli; personaggi, l'ultimo in particolare, che appartengono all'area
politico-finanziaria di Giafranco Cotti, potente ex parlamentare della
Democrazia cristiana svizzera e dirigente della FiMo, la chiacchierata
finanziaria di Ercole Doninelli, un altro dei finanziatori nascosti di
Berlusconi.
E veniamo alla "Cofigen Sa", la seconda delle due società che conferiscono
capitali alla "Italcantieri". La
"Cofigen" - scopo sociale "le partecipazioni commerciali e la compravendita
di azioni e beni immobili" - venne costituita a Lugano il 21 dicembre 1972,
poco più di un mese prima della "Italcantieri" di Berlusconi, e fu liquidata
nel maggio del '79. Ne erano proprietari per il 50% la "Banca Svizzera
Italiana" e per il 48% la "Privat Credit Bank". La prima fa capo a Tito
Tettamanti, personaggio conosciutissimo e potente, al centro di molte delle
trame finanziarie che attraversano il Canton Ticino. Vicino all'Opus Dei e
alla massoneria, caparbio anticomunista, Tettamanti è rientrato in politica
nel '94, dopo una prima giovanile esperienza che fu interrotta da uno
scandalo finanziario. Dietro la "Privat Credit Bank" c'è invece un'altra
sigla, la Cofi (Companie de l'occident pour la finance e l'industrie), che
ne controlla l'83% del pacchetto azionario. La Cofi, a sua volta, ci porta
nel cuore della finanza svizzera; la proprietà è divisa infatti in parti
uguali tra" Società di banche Svizzere", "Banca
Svizzera Italiana" (entrambe facenti capo al gruppo Tettamanti) e "Cassa
Lombarda" di Milano. E si arriva, di passaggio in passaggio, a uno dei più
sorprendenti tra i nomi che appaiono all'interno della nebulosa
Berlusconi.Fino al 1977, infatti, la Cofi si è chiamata "Milano
Internazionale Sa", con sede in Lussemburgo. Il 99,9% di questa società era
controllata da una sigla italiana, la "Compagnia di Assicurazioni di Milano"
, con sede nel capoluogo lombardo, in via Dell'Auro 7. Rappresentante di
questa società era un senatore democristiano, Giuseppe Pella. Scomparso
molti anni fa, Pella fu l'energico capo della destra democristiana negli
anni '50. Ricoprì a lungo le cariche di ministro delle Finanze e degli
Esteri e per un breve periodo, fino alle sue dimissioni nel 1954, fu
addirittura presidente del Consiglio.
CAP.6 Due Potenti Sconosciuti
Insieme a quello del senatore Pella, i due nomi di maggior spicco in questo
stressante gioco di scatole cinesi
sono Ercole Doninelli e Tito Tettamanti; nomi quasi sconosciuti al grande
pubblico italiano, ma tuttavia interessantissimi. E visto che si tratta dei
personaggi che stanno dietro alle origini dell'uomo a cui tutta l'Italia,
bene o male, è chiamata a guardare, vale la pena di andare a vedere di chi
si tratta.
Tito Tettamanti è un uomo potentissimo, e a lui fa capo una delle più
importanti lobbies internazionali con
sede in Svizzera, il gruppo Saurer. Tettamanti è al centro di una vasta rete
di rapporti d'affari e d'amicizia nel mondo della finanza europea: socio di
Vittorio Ghidella (ex numero due della Fiat, indagato a Bari per truffa ai
danni della Cassa del Mezzogiorno), grande amico dell'ex vicepresidente del
Banco Ambrosiano Orazio Bagnasco e del faccendiere luganese Marco Gambazzi
(coinvolto nelle inchieste sul crack Ambrosiano, e più recentemente gestore
del "Conto Cassonetto" del giudice Diego Curtò), legato all'OpusDei (e al
suo "boss" zurighese Peter Duft, processato a Milano proprio in queste
settimane per concorso in ricatto ai danni di Roberto Calvi), alla Banca
Karfinco (il cui presidente, Hubert Baschnagel, è stato per anni l'analista
economico del gruppo di Tettamanti), a Florio Fiorini, al "deus ex machina"
degli affari in Medio Oriente Nadhmi S. Auchi (coinvolto nel giro delle
tangenti del gruppo Eni ma anche punto di riferimento a Lussemburgo per l'
area di Mauro Giallombardo
e Jean Faber).Un socio di Tettamanti, l'avvocato Giangiorgio Spiess, è uno
degli avvocati di Licio Gelli; un
altro, John Rossi, fu incaricato da Larini e da Fiorini di opporsi alla
rogatoria italiana sul Conto Protezione.
Alla fiduciaria di Tettamanti, la Fidinam, e alla banca a lui collegata, la
Bsi (Banca della Svizzera Italiana) si
rivolse il manager Pino Berlini per smistare la "madre di tutte le tangenti"
del caso Enimont. Fidinam e Bsi,
inoltre, sono entrate a più riprese nella misteriosa nascita della Merchant
Bank di Cragnotti & Partners, anch'essa coinvolta nell'affare Enimont. Ma
le due sigle compaiono anche in altre inchieste giudiziarie: il traffico di
rifiuti, il caso Kollbrunner, indirettamente il caso Techint.
Una delle specialità del gruppo Tettamanti è il "greenmail", ovvero l'
acquisto di un consistente pacchetto
azionario di una società che poi viene rivenduto alla stessa ad un prezzo
maggiorato. Tettamanti ha scalato due colossi elvetici come la Sulzer e la
Rieter, ma anche la Cir di De Benedetti, la United Airlines, la Allegis e la
Gillette in America, la Martell e la Société Genérale in Francia.
Come molti altri uomini d'affari svizzeri, Tettamanti ha un piede anche nell
a politica. Divenuto consigliere di Stato del Ticino (ministro cantonale)
giovanissimo, alla fine degli anni '60, Tettamanti dovette dimettersi pochi
mesi dopo per uno scandalo immobiliare. Agli inizi del '94 prepara, in
perfetta sintonia con Silvio Berlusconi,il suo rientro in Politica. Il suo
programma prevede la formazione di un "polo moderato e liberista" che si
opponga allo "sfascio" causato dalle sinistre.
Nei suoi interventi pubblici, il finanziere elvetico individua nel
socialismo e nel suo carattere assistenzialista la causa di tutti i mali del
mondo, e chiede quindi l'abbattimento di tutte le prestazioni sociali dello
Stato. Niente indennità di disoccupazione, niente sanità pubblica,
privatizzazione di tutti i servizi, comprese le pensioni, che nel progetto
di Tettamanti andrebbero gestite da fiduciarie private, come la sua Fidinam.
La Banca di Tettamanti, la Bsi, ha intrapreso negli ultimi mesi un'intensa
campagna di public relations per
migliorare la sua immagine sulla piazza finanziaria ticinese. Uno degli atti
più significativi di questa operazione è stata la pubblicazione del pesante
volume "Terra d'asilo", un'opera in cui si testimonia quanto aiuto il Ticino
abbia dato agli imprenditori ed ai politici in fuga dall'Italia fascista
durante la seconda guerra mondiale. Il libro è stato presentato dai vertici
del gruppo Bsi anche in Italia. A Roma è stato significativamente scelto
Palazzo Giustiniani, sede della massoneria italiana, per una presentazione
nella quale il presidente del senato Giovanni Spadolini e Vittorio Olcese
hanno ripetutamente magnificato il ruolo della massoneria (specie quella
locarnese) nello sviluppo della finanza italiana nel dopoguerra.
Anche la biografia di Ercole Doninelli sconfina spesso nella cronaca
giudiziaria; al suo nome è legata infatti la vicenda della FiMo, notissima
finanziaria che da quasi quarant'anni si occupa di far arrivare denaro (o
altro) da un mittente che nessuno deve conoscere, ad un destinatario che
vuole restare segreto.
La FiMo è stata fondata da Ercole Doninelli e da un gruppo di italiani
(guidati dal genovese Ennio Sastra) nel 1956, ovvero in un momento chiave
della recente storia svizzera. Dopo l'entrata dei carri armati sovietici a
Budapest, infatti, in tutta la Confederazione si scatenò un'ondata mai vista
di contestazione giovanile che chiedeva un ostracismo assoluto al comunismo
e la nascita di organismi che controllassero la fedeltà americana dei
cittadini (attraverso servizi speciali di spionaggio interno) e
combattessero economicamente il Patto di Varsavia (si arrivò a campagne di
aperta ostilità nei confronti degli imprenditori che intrattenevano rapporti
commerciali con l'Oltrecortina; al contempo ci si diede da fare per
organizzare il finanziamento di tutta una galassia di associazioni di
estremisti di destra. Non è un caso che due dei dirigenti storicamente più
importanti della FiMo, la parlamentare ginevrina Genevieve Aubry e l'ex
parlamentare democristiano Gianfranco Cotti, facciano parte di quest'area di
anticomunismo viscerale, e siano elementi di spicco (la Aubry ne è stata
presidente mondiale)della Wacl (World Anti Communist League), un'
organizzazione creata nella Corea del Sud che finanzia in tutto il mondo
attività anticomuniste.
La FiMo è clamorosamente finita sotto inchiesta in Italia nel 1989, quando
il ragioniere milanese Giuseppe
Lottusi venne colto sul fatto a riciclare, per conto della società svizzera,
i soldi della mafia colombiana. I magistrati italiani sospettano che tramite
i canali del narcotraffico giungessero in Svizzera anche una parte dei
ricavi delle tangenti pagate ai politici italiani.
La FiMo è sotto inchiesta anche in Francia, per riciclaggio di denaro
sporco, e in Belgio, per la bancarotta
fraudolenta della PiBi Finance di jean Verdoot, morto misteriosamente a
Ginevra all'inizio del '93 dopo un incontro con i vertici della FiMo (che da
parte loro negano che l'incontro sia mai avvenuto). Inoltre la FiMo è sotto
inchiesta per bancarotta fraudolenta in diverse procure del Friuli e del
Veneto per il crack delle società legate alla Sirix Intervitrum ed al gruppo
Cofibel francese e PiBi Finance belga. Per lo stesso motivo è stata aperta
un'inchiesta anche in Olanda, dato che alcune società del gruppo si trovano
in quella sede.
La FiMo è accusata di aver partecipato al riciclaggio delle tangenti
Enimont, delle tangenti Eni, delle tangenti Iri, è coinvolta collateralmente
nelle inchieste sulla sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle
tangenti della Carlo Gavazzi. Un'altra società legata alla FiMo e alle
tangenti è la Socimi di Milano, indagata per le mazzette al Comune,
sospettata per il traffico d'armi, e presieduta dall'ultimo presidente della
FiMo, Elio Fiscalini.Uno dei fiduciari dell'area FiMo, Giancarlo Tramezzani,
è morto in circostanze misteriose il 17 settembre 1993, a poche ore dall'
arrivo in Ticino di Antonio Di Pietro, che indagava sui risvolti elvetici
dell'affare Enimont.La versione ufficiale venne rivista almeno quattro
volte. Alla fine, per uccidersi come pretende il referto ufficiale
Tramezzani doveva essere un incrocio tra Mennea, Hulk e Aquaman, oltre ad
avere la freddezza e la lucidità di spararsi ripetuti colpi di
fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare la mira... Per gli
inquirenti svizzeri,dato che è stata trovata una lettera, il caso è chiaro:
suicidio.Fin qui le singolari vicende degli uomini che finanziarono l'ascesa
di Berlusconi nel mondo dell'imprenditoria: in sostanza un grande massone,
Tettamanti, e un finanziere di estrema destra, Doninelli, la cui finanziaria
è implicata in vari scandali, compreso il riciclaggio a favore dei narcos
colombiani; entrambi, tra l'altro, coinvolti- attraverso alcune loro
società - in quella tangentopoli italiana che ha travolto il vecchio regime
che Silvio Berlusconi intende soppiantare.
Restano da capire molte cose: ad esempio se personaggi chiacchierati come
Doninelli e Tettamanti, o istituti
importanti come la "Società di Banche Svizzere", finanzino i primi passi di
Silvio Berlusconi per proprio conto, o per conto di clienti che vogliono
mantenere l'anonimato. Resta da capire perché Berlusconi riceva quei
finanziamenti e quali vincoli abbia contratto con i suoi benefattori più o
meno occulti. E c'è da chiedersi quali di quei legami siano rimasti saldi e
operanti, e quali si siano persi strada facendo. Solo Silvio Berlusconi
avrebbe il potere (e, da uomo pubblico, il dovere) di rispondere a questi
interrogativi.
Cap.7 Gli Anni Ruggenti
Le foto d'epoca ritraggono un giovanotto di altezza media, doppiopetto blu,
pantaloni grigi, il viso molle
ornato da due incongrui baffi neri e incorniciato da capelli neri che sono
in realtà un parrucchino, uno dei tanti della collezione berlusconiana dell'
epoca. Se ci fosse un borsello, sarebbe la perfetta rappresentazione del
travet anni '70. Eppure nel 1973 Silvio Berlusconi è già un uomo di
successo; a sancire il salto di qualità, da costruttore
d'assalto a imprenditore, è il trasloco dalla pur lussuosa palazzina di
viale San Gimignano 12, che lui stesso
aveva costruito, alla villa di Arcore. Proprio quella che diventerà, nel
1994, un luogo cruciale della politica
italiana del dopo-tangentopoli.
Ad Arcore, complice un vicino antiquario, Berlusconi si fa prendere da una
moderata passione per l'arte, che
in parte è anche senso degli investimenti. Ben presto le pareti della villa
si orneranno di Tintoretto, Tiziano,
Rubens. Non può mancare, nella iconografia dell'arrivato, la scuderia; che
infatti sorge in fretta, ma che, come
vedremo, sarà per Sua Emittenza la fonte indiretta di qualche dispiacere.
Anche il garage di Arcore comincia a
riempirsi: nel 1973 ci sono due Fiat 130, una Mercedes 600, un'altra
Mercedes, 2800, una Maserati Bora. Libri
pochi: l'economista Adam Smith, qualche giallo, "L'Utopia" di Tommaso Moro",
e "L'elogio della Follia", di
Erasmo da Rotterdam.
Che altro manca? Ma la barca, naturalmente. C'è quel perdigiorno di Silvano
Larini che ha un bellissimo
dodici metri a vela. Berlusconi decide di strafare; c'è il Pininfarina, ramo
automobili, che si è fatto costruire in
Inghilterra un mostro da 40 metri, attrezzato per le traversate atlantiche,
che dovrebbe diventare un battello
oceanografico finanziato dal ministero della Marina. Ma il progetto fallisce
e l'industriale automobilistico deci-de
di disfarsi di quel colosso dal nome pomposo: Geographic Vascel First. Lo
acquista Berlusconi, ed è il primo,vero sintomo di una megalomania
galoppante. Sua emittenza veste i marinai di blu, e regala agli ospiti
sgargianti accappatoi arancione. Lui, invece, ne indossa uno marrone; così,
racconta un giorno a un amico, CAP.7 "Tutti Capiscono"
alla prima occhiata chi è il padrone quassù".Il Geographic ecc. troneggia
una estate nel porto di Viareggio, poi a Cape D'Antibes, poi a Portofino,
dove Berlusconi ha acquistato Olivetta, il suo rifugio estivo. A Santa
Margherita Ligure, nella memorabile estate del '73, Berlusconi si prende due
soddisfazioni consecutive: surclassa la barchetta di Larini, ormeggiata
accanto alla sua, e ospita per una sera la mitica Jaqueline kennedy, la
vedova d'America. Nella villa di Portofino fanno compagnia a Berlusconi la
moglie, Carla Dall'Oglio, i figli Piersilvio, detto Dudu, e Marina.
.Ma spesso il cavaliere molla gli ormeggi e va in giro per le isole Eolie
con l'amico Roberto Manovelli,
importatore di vestiti esotici, Maurizio Adriani, titolare di una fabbrica
di motoscafi in via Zuretti, e pochi altri.
A Vulcano qualcuno ricorda ancora la sera d'agosto in cui dal Geographic
eccetera sbarcò l'allegra brigata dei milanesi ricchi, capitanata da un
Silvio Berlusconi in bermuda a fiori e su di giri. L'uomo che molti
anni dopo si sarebbe candidato alla presidenza del Consiglio al posto di
Azeglio Ciampi entrò nell'unica discoteca del paese, balzò sul palco,
afferrò il microfono e annunciò l'apertura del concorso "chiappe d'oro",
dedicato a signore e signorine, che si sarebbe tenuto di lì a poco nel suo
yacht, ormeggiato nel porticciolo. In palio, una crociera tra le isole Eolie
a bordo dello yacht medesimo. Si racconta però che il carisma del cavaliere
quella volta fece cilecca, e che il Geographic eccetera levò le ancore
quella notte stessa senza che nessuna concorrente si presentasse all'
appuntamento.
Le ferie del cavaliere comunque durano poco, e il più del suo tempo è
lavoro, lavoro e ancora lavoro. Berlusconi
ha al suo fianco Romano Comincioli, direttore vendite della Edilnord,
Giancarlo Foscale, il siciliano Marcello
Dell'Utri, l'amico d'infanzia Fedele Confalonieri. Sono di quegli anni le
prime frequentazioni politiche cono-sciute.
A Milano Berlusconi va spesso in piazza Duomo dove ha gli uffici il Psi, e
in via Volturno dove ci sono
quelli che sarebbero diventati i suoi più accesi nemici, i comunisti. Ma le
frequentazioni maggiori le ha con i
democristiani. Quando, in una intervista, gli chiedono di elencare i
politici che preferisce lui indica "un uomo di
grande valore come Mazzotta"; Roberto Mazzotta, presidente della Cariplo,
finirà in prigione nel febbraio del
1994, per lo scandalo della Cariplo. E ancora, Enzo e Maria Cartotto,
Gianstefano Frigerio, che diventerà
famoso come il primo imputato di "mani pulite" processato in tribunale,
Egidio Carenini. Un personaggio,
quest'ultimo, che tornerà ancora nel nostro racconto. Piduista, considerato
una sorta di "ufficiale reclutatore" di
Gelli in Parlamento, Carenini è in quell'epoca sottosegretario all'
industria, dicastero retto da Carlo Donat Cattin.
Berlusconi e Carenini si incontrano spesso in quegli anni a cavallo tra il '
73 e il '75 (l'iscrizione di Berlusconi
alla P2 avverrà, lo ricordiamo, nel '78), si scambiano visite e regali.
Qualche vecchio funzionario del ministero
dell'Industria, in via Molise a Roma, a due passi da via Veneto, ricorda
ancora il Berlusconi in versione "baffi e
parrucchino" attraversare a grandi passi i corridoi, con un paio di
collaboratori che gli arrancavano dietro carichi
come muli di progetti e studi di fattibilità, e infilarsi senza quasi fare
anticamera nel'ufficio del ministro.
Sono anni di grandi progetti edilizi per Berlusconi: ne parla
dettagliatamente un libro per addetti ai lavori,
"Dal parco sud al cemento armato. Politica urbanistica e strategie
immobiliari nell'area milanese", scritto da due
architetti, Alessandro Balducci e Mario Piazza: "Berlusconi - scrivono i due
esperti - ha da tempo messo le mani
sui pregiati terreni di Basiglio, un comunello a sud di Milano che conta,
nel 1971, circa 450 anime. Rifacendo
praticamente il pia- no di fabbricazione del paese, Berlusconi propone un
piano di lottizzazione per 10 mila
abitanti, Milano 3, una nuova città di cui il vecchio borgo diventerà una
piccola, insignificante frazione... e
sempre Silvio Berlusconi, uno dei principali attori".
L'espansionismo del Cavaliere viene però frenato dai tecnici del piano
intercomunale milanese, che limitano
in parte il progetto. Ma col passare del tempo mutano gli equilibri
politici; nello staff del piano intercomunale
entra l'architetto Silvano Larini, l'amico di barca di Berlusconi, il quale
sostiene che sotto il profilo giuridico e
urbanistico l'operazione Milano 3 è perfettamente legittima. Ma ci vorrà l'
energico intervento dell'assessore
regionale Parigi, socialista - spiegano Piazza e Balducci - per superare
molti altri ostacoli di legge che avrebbero
bloccato per anni il progetto di Milano 3. Commenta l'architetto Piazza: "La
vicenda relativa all'approvazione
di Milano 3 da parte dell'amministrazione comunale e degli organi di
controllo convalida pienamente i giudizi
dati sull'attività e sulla qualità dei rapporti politici di Berlusconi nel
caso di Milano 2. La ripetizione di questo
modello di rapporti prova che non si tratta di coincidenze di tipo episodico
fra operatore e partiti, ma di una
struttura consolidata che permette a Berlusconi di affermare e portare
avanti con i massimi vantaggi le sue
iniziative".
Un custode molto particolare
Vittorio Mangano era un uomo di rispetto. Alto, i tratti mediorientali, il
fisico e lo sguardo un pò appesantiti,
si era trasferito a Milano nei primi anni '70, per conto degli amici
palermitani; e non se la passava male. Camera
fissa al prestigioso hotel Duca di York, belle macchine, cene al Toulà, il
più conosciuto ristorante della città,
frequentazioni con esponenti in vista del mondo finanziario, come quel duo
Monti-Virgilio, che sarà protagoni-sta,
di lì a poco, di uno dei primi scandali meneghini. Ogni sera, come uno
scolaretto diligente, Mangano
telefona ad Alfredo Bono, o a Salvatore Inzerillo, due tra i massimi
esponenti di Cosa nostra in quegli anni '70.
li mette al corrente delle novità, prende istruzioni per l'indomani.
Riesce difficile immaginare che un uomo così si riduca a fare il custode e
lo stalliere, sia pure al servizio di un
imprenditore emergente come Silvio Berlusconi. Eppure, nei primi mesi del
1975, Vittorio Mangano viene pre-11.so a servizio ad Arcore. Si trasferisce,
con la moglie e la figlia piccola, nell'edificio che un tempo ospitava gli
alloggi della servitù, a destra della villa. Chi frequentava casa Berlusconi
in quegli anni, lo ricorda bene. Ricorda
come il mafioso siciliano si occupasse solo dei cavalli, di cui era
appassionato, e ricorda che fra tutti i dipendenti
di Arcore Mangano era l'unico a cui Silvio Berlusconi desse del lei. Quell'
uomo corpulento, silenzioso, se lo
ricordano anche gli abitanti di Arcore, per la sua abitudine di prendere di
tanto in tanto il calessino di casa, e
andarsene in giro per il paese. Uno stalliere davvero strano, la cui
presenza ad Arcore è stata ammessa dallo
stesso Cavaliere: "Ad Arcore avevo bisogno di un fattore, uno che si
occupasse dei terreni e degli animali, dei
cavalli. Chiesi a Dell'Utri, che mi presentò Vittorio: fu una mia scelta, su
una rosa di nomi che mi vennero
prospettati. No, non feci indagini preventive su Mangano, perché mi diede l'
idea di una persona a posto e
competente".
Clamoroso errore, per un imprenditore che ha fama di saper scegliere gli
uomini come le cravatte; ma sentia-mo
ancora il Cavaliere: "Mangano si sistemò con la sua famiglia ad Arcore,
nella mia villa. Ricordo che poco
tempo dopo, dopo un pranzo in villa, uno degli invitati, Luigi D'Angerio,
aveva rischiato di essere rapito: il
sequestro fu casualmente sventato dall'arrivo di una pattuglia dei
carabinieri. Seguirono delle indagini. Ed
emerse che Mangano era pregiudicato. Non ricordo se il rapporto lavorativo
con lui finì per suo spontaneo
allontanamento o perché le forze dell'ordine lo prelevarono. Ricordo
comunque che, dopo qualche tempo,
Mangano fu incarcerato".
Tutto questo, comunque, non spiega ancora il fatto che un boss della mafia
si metta in lizza per un posto di
fattore presso Berlusconi. Nel corso del nostro lavoro di documentazione
abbiamo incontrato una persona,
all'epoca vicina a Berlusconi, che ci ha dato una versione dei fatti che
potrebbe spiegare l'apparente stranezza.
Il suo racconto contraddice in parte quello di Berlusconi. Ma sono passati
molti anni, e non è escluso che uno dei due, o entrambi, ricordino male.
Al centro del racconto c'è, anche in questo caso, il sequestro di Luigi D'
Angerio, un nobile che frequentava
spesso, all'epoca, la villa di Arcore.Il fallito sequestro di D'Angerio
davanti alla villa di Arcore, secondo il nostro testimone, avvenne prima
dell'assunzione di Mangano, e anzi ne fu la causa; secondo questo racconto
Berlusconi rimase terrorizzato da quell'episodio, probabilmente convinto che
i sequestratori avessero in mente di prendere lui, e si fossero sbagliati.Di
certo c'è che nei giorni successivi a quell'episodio Berlusconi partì per la
Svizzera con l'amico e collaboratore Romano Comincioli, la moglie, i due
figli e la governante. L'imprenditore ritornò ad Arcore pochi giorni dopo,
senza la famiglia. Il servizio di vigilanza fu rafforzato, e affidato al
fido maresciallo Nino Quartarone,un poliziotto in pensione che aveva
lavorato a lungo accanto al vicequestore Allegra, uno dei personaggi più
noti della questura di Milano al tempo del commissario Calabresi.
Fu qualche settimana dopo, secondo il racconto del nostro uomo, che Mangano
arrivò in villa, presentato da
Dell'Utri su segnalazione di Gaetano Cinà, un altro uomo di rispetto del
clan di Mimmo Teresi e Stefano
Bontade. E, stando a questa versione dei fatti, l'arrivo del boss avrebbe
tranquillizzato Berlusconi; e infatti, di lì a poco, la famiglia fece
rientro in Italia.
L'unico fatto certo, è che la presenza di Mangano in qualsiasi posto serviva
da garanzia di tranquillità. Tra le
tante storie della mala milanese si racconta quella della signora,
proprietaria di un ristorante, che ricevette
richieste di denaro dalla banda della Comasina: "Va bene, disse la signora,
però i soldi andate a prenderli dal mio amico Vittorio Mangano, all' hotel
Duca di York". I malavitosi, qualche giorno dopo, le chiesero umilmente
scusa del disturbo.Un riscontro sulla storia della fuga in Svizzera di
Berlusconi viene da Filippo Alberto Rapisarda, un finanziere siciliano che
all'epoca dei fatti coltivava, come Berlusconi, il pallino dell'editoria, e
che aveva molte, forse troppe amicizie negli ambienti più disparati, mafia
compresa. In comune con Berlusconi, Rapisarda aveva anche il fatto di aver
avuto come segretario particolare, per un certo periodo, Marcello Dell'Utri,
amico di Berlusconi e attuale amministratore delegato di Publitalia, la
macchina aspira-pubblicità dell'impero Fininvest.
Rapisarda, che è stato spesso nei guai con la giustizia, venne interrogato
nel maggio del 1987 dal sostituto
procuratore di Milano Giorgio Della Lucia. E partendo da Gaetano Cinà, il
personaggio a cui abbiamo già
accennato, dice a verbale: "Era difficilissimo dire di no a Cinà, che avevo
conosciuto negli anni Cinquanta
insieme a Mimmo Teresi e Stefano Bontade (due capimafia, il secondo dei
quali molto ben inserito anche in
ambienti massonici n.d.r.). Cinà non rappresentava solo se stesso, ma il
gruppo in odore di mafia che faceva
capo a Bontade, Teresi e Filippo Marchese. Dell'Utri poi mi disse che
conosceva tutti questi personaggi mafiosi perché s'era dovuto interessare
per mediare tra coloro che avevano fatto minacce e estorsioni a Berlusconi e
Berlusconi stesso. Dell'Utri aggiunse che, a seguito di queste minacce,
Berlusconi aveva fatto andare all'estero la moglie e i figli. E mi disse che
la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese
di denaro dei mafiosi". Ma l'interrogatorio di Rapisarda continua. E a costo
di passare per pazzo il chiacchierato imprenditore fa mettere a verbale:
"Ricordo che negli ultimi mesi del '78 incontrai in piazza Castello, dove c'
è la fermata dei pullman, Teresi e Bontade, che mi invitarono a prendere un
café con loro. Teresi mi disse che stava per diventare socio di Berlusconi
in una società televisiva privata, spiegandomi che ci volevano dieci
miliardi, e mi chiese un parere, tra il serio e lo scherzoso, se era un buon
affare".
Difficile districarsi tra verità e possibili menzogne, di fronte a simili
dichiarazioni. Meglio restare ai fatti. E i
fatti dicono che in effetti il boss Vittorio Mangano, nel 1975, prestò
servizio come stalliere nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore. E tra i
fatti ci sono anche alcune telefonate, intercettate dalla polizia, tra
Marcello Dell'Utri,uno dei massimi dirigenti della attuale galassia
Fininvest, e lo stesso Mangano.
La telefonata è del 1980. Mangano chiama dalla sua stanza al Duca di York,
dove ha fatto ritorno dopo
l'esperienza di un onesto lavoro al servizio di Berlusconi. L'ex stalliere
sembra parlare in maniera molto confi-denziale col numero tre, dopo
Berlusconi e Confalonieri, del gruppo di Arcore:
Mangano: "Caro Marcello, ho un affare da proporti e ho anche il cavallo che
fa per te";
Dell'Utri: "Caro Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli (soldi, n.d.r.)
e io non ne ho. Sapessi quanti problemi mi crea mio fratello".
Mangano: "I soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio".
Dell'Utri: "Ti dico che sono nei guai, ho bisogno di soldi per quel pazzo di
mio fratello. E Silvio non "sura"
(non scuce n.d.r.)".
Il fratello "pazzo", di cui parla Marcello Dell'Utri, si chiama Alberto e a
quel tempo, in effetti, le sue imprese non potevano preoccupare chi gli
voleva bene. Il più giovane dei Dell'Utri era infatti amministratore
delegato della Inim, una immobiliare con sede a Milano, in via Chiaravalle
7, di cui era presidente Francesco Paolo Alamia, un fedelissimo di don Vito
Ciancimino, l'uomo dei corleonesi che in quegli anni era uno dei più
influenti politici siciliani. La polizia fu a lungo convinta che la Inim,
alle cui attività era interessato, forse per dare una mano al fratello,
anche Marcello Dell'Utri, non si occupasse di edilizia, ma di traffico di
droga. Dopo un periodo di carcere, Alberto Dell'Utri venne rimesso in
libertà, e oggi lavora anche lui a Roma con Berlusconi, come dirigente del
gruppo Publitalia.
Ma non è ancora finita: Il rapporto di polizia che contiene l'
intercettazione della telefonata tra Mangano e
Dell'Utri, ne riporta anche un'altra di incerto significato, tra due
siciliani non identificati: uno dei due dice
all'altro: "Berlusconi... è il massimo no? È la nostra prossima pedina".
CAP8 VIVA LE BANCHE
Altri finanziamenti all'impresa berlusconiana arrivano dalla Immobiliare S.
Martino di Roma, di cui è ammi-nistratore unico Marcello Dell'Utri. Ma
attenzione: soci fondatori della S. Martino sono due società della Banca
Nazionale del Lavoro. Berlusconi, infatti, ha già trovato la chiave magica
che gli permette di accedere ai generosi finanziamenti bancari, carta
decisiva della sua incredibile ascesa. Nel settembre del 1977 la Milano 2
S.p.A,nata sulle ceneri della S. Martino, ha utili per 16 milioni ed
esposizioni bancarie per 6 miliardi e 400 milioni. Il volume di mutui e
iscrizioni ipotecarie è destinato a crescere sempre di più. Fino ai
vertiginosi quattromilacinquecento miliardi di debiti di cui parlano i
giornali del 1993.
Persino nella capofila Fininvest, che nasce a Roma l'8 giugno del 1978, con
20 milioni di capitale, i soldi sono delle banche. I soci fondatori sono
infatti gli stessi della S. Martino: la Servizio Italia e la Società
azionaria fiduciaria. Ed entrambe - come documenta il settimanale "ll Mondo"
del 20 novembre 1981- appartengono alla Banca Nazionale del Lavoro, un
istituto di credito interamente pubblico, che dipende dal ministero del
Tesoro. Insieme al Monte dei Paschi di Siena, la Bnl è la banca che mostra
di avere la più salda fiducia nelle iniziative del giovane Berlusconi.
Proprio queste due banche - è impossibile non notarlo - sono quelle
maggiormente inquinate,in quegli anni, dalla P2, loggia massonica coperta
alla quale Berlusconi si è iscritto nel 1978. Scrive infatti la commissione
parlamentare d'inchiesta sulla loggia di Gelli nella sua relazione finale:
"alcuni operatori (Genghini,Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e
finanziamenti al di là di ogni merito creditizio".Secondo "Il Mondo" del 2
dicembre 1984, per costruire Milano 2 Berlusconi gode di "un rapporto
preferenziale tra il suo gruppo e il Monte dei Paschi di Siena. Con Giovanni
Cresti, direttore e padre dell'istituto di credito, l'imprenditore milanese
ha stabilito una solida amicizia, che risale ai primi anni '70,quando
Berlusconi spesso e volentieri partiva in macchina da Milano per andare a
trovare il potente banchiere nel suo ufficio della sede centrale del Monte
Paschi, a Siena. Cresti aveva piena fiducia nelle iniziative di Berlusconi e
la sua banca in quasi dieci anni (dal 1970 al 1979) eroga mutui fondiari per
un totale di 70 miliardi al tasso del 9 - 9,5 per cento".
Giovanni Cresti, direttore generale del Monte Paschi, è iscritto alla P2
come pure il vicepresidente dell'Istitu-to , Loris Scricciolo. L'altra banca
amica di Berlusconi, la Bnl, è in assoluto la più inquinata, all'epoca, dal
potere parallelo di Licio Gelli: risultano iscritti infatti il direttore
generale Alberto Ferrari e gli alti funzionari Vittorio Azzari, Luigi
Bertoni, Mario Diana, Gustavo De Bae, Bruno Lipari, Claudio Sabatini e
Franco Capari. D'altra parte, dallo scandalo dei finanziamenti all'Irak agli
stretti rapporti con la Bcci, meglio nota come "kriminal bank", la Banca
nazionale del lavoro. Nel 1972, indagando sull'acquisto da parte del
piduista Michele Sindona della "Franklin National Bank" per 40 milioni di
dollari, gli enti federali statunitensi specializzati in reati economici
avevano scoperto che i soldi erano arrivati al bancarottiere siciliano,
amico di Gelli e della mafia, dalla"Capitalfin International Ltd" di Nassau,
una finanziaria della Bnl. E anche in quel caso presidente della finanziaria
era un piduista, Alberto Ferrari.
Certo, non è automatico che le agevolazioni di cui Berlusconi ha goduto
siano in qualche modo collegate alla
appartenenza massonica, come dimostra il fatto che i finanziamenti iniziano
prima dell'iscrizione dell'imprenditore alla P2. Ma è anche vero che l'
atteggiamento di Berlusconi, che ha sempre minimizzato e ridicolizzato la
vicenda della sua appartenenza alla loggia coperta di Gelli, non ha
contribuito a fare chiarezza su questo delicato punto: "Ma cosa volete che m
'importi della massoneria - disse una volta Sua Emittenza in pubblico -, in
America io mi sono iscritto anche all'associazione per la protezione dell'
alce selvatico".
Che cosa abbia fatto Silvio Berlusconi in difesa dell'alce selvatico non è
dato sapere. Si sa invece cosa risponde Berlusconi a chi gli chiede di Licio
Gelli: "Anch'io, come cinquanta milioni di italiani, sono sempre in curiosa
attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a
Licio Gelli. Anni di inchieste sono serviti solamente ad offrire alle varie
fazioni politiche un terreno di lotta e di calunnie facili quanto
strumentali".
Di fronte a tanta sicurezza, da parte del leader di "Forza Italia", si resta
ancora più stupiti di certe coincidenze che sembrano nascere apposta per
contraddirlo: ad esempio la scoperta che "Servizio Italia", una delle
fiduciarie della Bnl che stanno dietro alla "Immobiliare San Martino" di
Marcello Dell'Utri, è rappresentata da Gianfranco Graziadei, piduista; e che
Licio Gelli e un altro piduista con tutti e due i piedi nei mass media,
Bruno Tassan Din ,utilizzavano la stessa "Servizio Italia" addirittura come
recapito romano per la loro corrispondenza.
Cap.10 SUA EMITTENZA E LA P2
"Licio ed Egidio si erano offerti a farle pervenire una mia
"lettera-proposta" al fine di rendere più probabile
che lei, pur col suo enorme e assorbente lavoro, la leggesse". L'italiano
lascia a desiderare, ma la lettera allegata agli atti della richiesta di
autorizzazione a procedere contro l'onorevole Claudio Martelli per il
cosiddetto caso Kollbrunner, è uno spaccato interessante - anche se tutto da
verificare - sul funzionamento della vecchia ragnatela piduista in pieni
anni '90. Mittente Eugenio Carbone, ex direttore generale del ministero dell
'Industria, il cui nome venne trovato negli elenchi della P2. Destinatario
Silvio Berlusconi, tessera P2 numero 1816, oggi proprietario di un
quotidiano, di due settimanali ad alta tiratura, di sei emittenti televisive
e di molte altre cose.
Il Licio e l'Egidio citati nella prima riga sono, secondo i magistrati, il
capo della P2 Gelli ed Egidio Carenini, ex parlamentare democristiano, già
protettore di Mino Pecorelli e anch'egli iscritto alla P2. Eugenio Carbone è
imputato nell'inchiesta aperta a Roma su di un traffico di titoli rubati al
Banco di S. Spirito. Carbone, fratello di un monsignore e socio della Camera
di Commercio Italo - Slovena, è sospettato di aver trafficato i titoli
rubati insieme a un gruppo di altri ex piduisti, e sarebbe coinvolto nel
tentativo di acquistare la Banca Agricola Romena,con 300 miliardi ricavati
del traffico dei titoli.
Ma è bene dire subito che nel "caso Kollbrunner" Berlusconi non è
minimamente coinvolto. Il nome di Sua
emittenza è finito nell'inchiesta soltanto perché, nel corso di una
perquisizione negli uffici di Carbone, in via
Ripetta 25, sono state rinvenute le copie di due lettere indirizzate al
"Caro dottor Berlusconi". La prima è datata 29 luglio 1992, la seconda 27
settembre dello stesso anno. Nella prima Carbone, che si trova in difficoltà
economiche, chiede a Berlusconi un aiuto per se e per sua sorella: "Non
avrei mai immaginato di doverla disturbare per questo - scrive Carbone nel
suo solito italiano zoppicante - ma è solo a un vero amico che è possibile
farlo, pensando che egli sia l'unico che possa fronteggiare la cosa, senza
ricorso a banche ma ad altri enti finanziari".
Sotto la firma, in basso a sinistra, Carbone aggiunge l'annotazione:
"inviata a Licio ed Egidio". Anche sulla
seconda lettera è aggiunta l'indicazione: "Postacelere a Licio Gelli e a
Egidio Carenini". Ma mentre la prima
lettera lascia presupporre un rapporto di amicizia tra Carbone e Berlusconi,
nella seconda Carbone sembra
preoccupato innanzitutto di farsi ricordare dal proprietario della
Fininvest, e a questo scopo fa riferimento ai
comuni amici Gelli e Carenini. Quindi passa ad esporre in maniera un pò
confusa un progetto, probabilmente
per la creazione di una sorta di giornale cattolico in Slovenia e Croazia:
"Trovo importante che lei esamini la
14.proposta - scrive Carbone - per entrare in una attività diversa, gradita
non solo in Vaticano, ma al Papa (la
diffusione di documenti - i suoi in particolare - nelle lingue di paesi dell
'Est), anche in Russia, tramite una
esplorazione tramite il giornale "Trud" che si presta allo scopo". Carbone
si dilunga sui particolari di un eventuale viaggio di Berlusconi a
Portorose, in Slovenia, dove - spiega Carbone - l'imprenditore di Arcore
dovrebbe incontrare alcune personalità locali. A questo punto l'ex direttore
generale del ministero dell'Industria cambia bruscamente argomento: "Mi
interessa poi che la Lupo Moda (un'azienda tessile pugliese n.d.r.) possa
essere esaminata per una entratura alla Standa".
Sul finire della lettera Carbone torna sui suoi problemi finanziari,
suggerendo a Berlusconi di aiutarlo con
"una operazione bancaria tramite finanziaria". Quindi la conclusione: "La
mia situazione, Licio forse le ha detto, dipende sempre dalla controversia
non ancora chiusa, dopo 10 anni, per la... fratellanza". Il riferimento,
verosi-milmente,è ai problemi che Carbone ebbe al ministero dell'Industria a
causa della sua appartenenza alla P2.
Interrogato sul contenuto delle due lettere il 4 novembre dello scorso anno,
Carbone dichiarò: "Conosco
Berlusconi da circa 30 anni, e cioè fin da prima di quando lo conobbe Gelli.
Mi sono interessato presso Berlusconi per un mio amico Lupo di cui non
ricordo il nome... Gelli recentemente, circa due mesi fa, si rivolse a
Berlusconi per sollecitarlo a prendere in esame la mia richiesta di aiuto
alla situazione finanziaria in cui mi sono venuto a trovare".
Il contenuto delle lettere, come si vede, è perfettamente nei confini della
legge. E non è nemmeno escluso che possa trattarsi di semplici millanterie
di Carbone, dal momento che tra le carte sequestrate non c'è traccia delle
risposte di Berlusconi o di suoi collaboratori. L'unica traccia di rapporti
tra Sua Emittenza e il gruppo massonico -finanziario che ha Carbone tra i
suoi referenti è tanto flebile quanto inquietante. È una traccia che parte
da un nome, quello del siciliano e presunto mafioso Vito Rallo, e da una
inchiesta della polizia svizzera che va sotto il nome di operazione "Mato
Grosso". La vicenda è delicata, con risvolti tutti da chiarire; ma ne
riferiamo per dovere di cronaca. Al centro di tutto c'è
un commissario di polizia, Fausto Cattaneo, che per molti anni è stato
considerato, nella Svizzera italiana, una sorta di super-poliziotto.
Sicuramente al suo nome e alla sua abilità professionale sono legate quasi
tutte le più importanti inchieste contro i narcotrafficanti che riempiono,
nella confederazione elvetica, le suites dei grandi alberghi e i conti
correnti delle principali banche. È con queste credenziali alle spalle che
Cattaneo, nel 1991, dà il via all'operazione "Mato Grosso".
Si parte come spesso accade, dalla soffiata di un confidente: alla Migros
bank di Lugano verrebbero riciclate
grosse somme di denaro del traffico di cocaina provenienti dall'Italia dopo
essere partite dal Brasile. Tra i clienti della Migros, c'è per l'appunto un
distinto signore che entra ed esce quasi tutti i giorni dagli uffici dell'
istituto,e che il resto del suo tempo lo passa in aereo tra l'Europa e il
Brasile. Si chiama Edu De Toledo, e gli agenti di
Cattaneo lo notano subito. Cattaneo lo avvicina sotto falso nome, e nel giro
di poche settimane si infiltra nell'organizzazione.Un buon colpo, perché la
struttura verrà smantellata, ma è anche l'inizio delle disgrazie di
Cattaneo. Nel traffico di cocaina, infatti, sarebbero coinvolti anche degli
agenti delle polizie di Svizzera e Francia. Parte una sorta di
controinchiesta contro Cattaneo, accusato di aver stretto rapporti con una
prostituta brasiliana.
"La prostituta, ribatte il commissario, era in realtà la mia interprete. Me
ne sono innamorato e sono intenzio-nato a sposarla".
Ma intanto l'inchiesta è passata di mano, e Cattaneo è stato addirittura
sospeso dal servizio. Prima di mollare, però, Cattaneo è incappato in Vito
Rallo, personaggio legato alla mafia, sotto inchiesta per traffico di droga,
armi e monete false. Ma di Rallo si occupano anche i magistrati della
Pretura di Roma che un anno fa hanno chiesto di poter continuare le indagini
contro l'onorevole Claudio Martelli nel quadro dell'inchiesta su un traffico
di certificati di deposito rubati meglio noto come "caso Kollbrunner", dal
nome di una collaboratrice di Martelli coinvolta nell'inchiesta. Rallo è
stato arrestato in Francia, con alcuni di quei titoli
in tasca. E le fila del traffico, secondo i magistrati di Roma, vengono
tirate da uno studio professionale romano del quale fa parte Eugenio
Carbone, il piduista che scrive a Berlusconi citando il comune amico Gelli.
Il nome di Rallo compare a pagina 17 del dossier inviato dal commissario
Cattaneo alla magistratura ticinese. Come Avevamo già trovato a pag.7
quello della FiMo, la finanziaria fondata da Ercole Doninelli, personaggio
che abbiamo già incontrato in queste pagine come uno degli originali e
occulti "sponsor" delle fortune di Sua Emittenza. Il nome di Silvio
Berlusconi compare, nel dossier "Mato Grosso", sorprendentemente, a pagina
19.Ecco cosa scrive Cattaneo: "Con uno stratagemma sono entrato in contatto
con il finanziere e industriale Juan Ripoll Mary. Si tratta di un
personaggio che gode in patria (il Brasile n.d.r.) di poderosi appoggi
politici,specialmente quando era al potere l'ex presidente Collor,
destituito perché coinvolto in uno scandalo legato a un vasto giro di
trafficanti di cocaina e riciclatori".
Cattaneo, stando al suo rapporto, entra in confidenza col finanziere
brasiliano; il quale gli racconta di essere
15.titolare di quattro società panamensi a Lugano, che sono il paravento per
il traffico di cocaina.
"Sua intenzione - scrive Cattaneo - era quella di riciclare 300 milioni di
dollari provenienti dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia, oltre a altri
100 milioni del gruppo terroristico ETA. Già aveva pianificato un
sofisticato e immenso apparato di riciclaggio prevedendo addirittura i
codici di contatto fra le persone che ne dovevano costituire le pedine. A
suo dire il denaro bloccato in Italia doveva provenire dall'impero
finanziario di Silvio Berlusconi, ora notoriamente confrontato con grosse
difficoltà finanziarie mentre il fratello Paolo è al centro dell'attenzione
dei media per il suo coinvolgimento nei risvolti dell'inchiesta "mani
pulite". Berlusconi - occorre precisarlo - non è tra gli indagati, e
nemmeno tra i personaggi-chiave dell'inchiesta. Oltretutto non è nemmeno un
cittadino elvetico, e nel dossier Cattaneo se ne occupa di sfuggita,
rimandando ad uno specifico rapporto che è tuttora coperto dal segreto. Le
indagini sulla operazione "Mato Grosso", infatti, sono state riaperte in
Svizzera di recente, dopo che una nuova inchiesta ha confermato molte delle
scoperte dello sfortunato commissario ticinese. Restano quelle lettere, in
cui il piduista Eugenio Carbone scrive al cavaliere di Arcore citando i
comuni amici Licio Gelli ed Egidio Carenini (un ex deputato democristiano,
piduista e amico del Berlusconi dei primi anni). Se le lettere agli atti
dell'inchiesta sono state effettivamente spedite - come risulta dalla
deposizione di Carbone
ai magistrati - esse lascerebbero intuire l'esistenza di rapporti molto
recenti tra il proprietario del più potente
gruppo editoriale privato italiano e il capo della P2; il quale, dal canto
suo, non è mai uscito di scena, come
dimostrano le inchiesta in corso in varie città italiane.
Continua .......
--
____________________
www.censurati.it
www.misteriditalia.it
Icq 6973768 oppure 328\6849962
Membro del club "Amici di Serg1"
Tessera num. 000
giuseppe_scano [ at ] hotmail.com .
______________________-
--
____________________
www.censurati.it
www.misteriditalia.it
Icq 6973768 oppure 328\6849962
Membro del club "Amici di Serg1"
Tessera num. 000
giuseppe_scano [ at ] hotmail.com .
______________________-
>N.b
>poichè tale rivista è fallita , perchè dava fastidio sia alla destra
>che alla sinistra istituzionale , trovate tale libro ( in formato
>acrobat ) a http://digilander.iol.it/buiobuione5/
Ti potevi benissimo fermare qui
--
Lapalissiano
Icq 57269703
credevo che non tutti\e aveste acrobat e allora m'era sembrata
cosa gradita postarvelo qui . chiedo scusa se ho intasato il sever .
Comunque complimenti per il sito.
ciao, ful
poichč il sito cambia sempre url eccoti gli altri indirizzi da cui
aprire il portale
http://go.to/buiobuione
oppure
http://come.to/buiobuione
dopo di che vai nella sezione niente di nuovo sul fronte
occidentale e poi clicca sezione posta prioritaria e trovi il libro
da me postato , se vuoi avere anche l'altro libro denuncia del
passato di Berlusconi clicca su gli affari del presidente ( l'unico
libro che egli non ha denunciato , chissŕ fino a quando ) e
lětrovi iol link per scaricartelo , mentre per il primo ti s'apre
acrobat direttamente .
scusa la brutalità....ma sei ammattito??
Non è che mettendo "lungo" il messaggio non viene scaricato dal server, lo sai
questo?
E non so se ti rendi conto che postare due messaggi di 66Kb e 80Kb è una
follia, per giunta una follia OT.
> :-] scusa la brutalità....ma sei ammattito??
> :-] Non è che mettendo "lungo" il messaggio non viene scaricato dal server, lo sai
> :-] questo?
> :-] E non so se ti rendi conto che postare due messaggi di 66Kb e 80Kb è una
> :-] follia, per giunta una follia OT.
Neppure Vincenzo era giunto a tanto :-)))))))))
A proposito, è morto? :-))))
Ciao! :-]]
----------------------------------------------------------------------
Luca [Poughkeepsie]
ICQ# 122364468
lucaswebs...@hotmail.com
Poughkeepsie!
----------------------------------------------------------------------
NO non sono come dici tu , volevo solo fare un piacere a chi non
aveva acrobat . infatti l'ho messo per avvisare chi lo legeva che i
post erano lunghi
> > E non so se ti rendi conto che postare due messaggi di 66Kb e 80Kb è una
> follia, per giunta una follia OT.
non esiste nellle netetiquette un limite ai post . e poi perchè
ot ? ne hanno parlato tutti i media tali cose sono contenute anche
nel libro di Travaglio
questo è ovvio, ma vale se cio' che scrivi è in topic, tu invece non lo sei mai
ultimamente.
e poi perchè
> ot ? ne hanno parlato tutti i media tali cose sono contenute anche
> nel libro di Travaglio
questo discorso è gia' stato affrontato varie volte, e non si è mai arrivati ad
una conclusione che mettesse tutti d'accordo. Comunque, postare decine e decine
di Kb di un argomento di politica è, secondo me (ma non solo), evidentemente
OT.
> non esiste nellle netetiquette un limite ai post . e poi perchè
> ot ? ne hanno parlato tutti i media tali cose sono contenute anche
> nel libro di Travaglio
Vabbè se allora iniziamo a parlare del conenuto di ogni libro citato in tv
siamo fritti (per non parlare di argomenti scientifici affrontati da La
macchina del tempo, Sfera et similia).
Qui si parla di tv nel senso stretto.
Senza rancore, ma i tuoi post sono ot e pure lunghissimi; sul contenuto poi
si può essere d'accordo o meno, ma questo poco importa per il senso del
discorso.
Non esiste perche' si presuppone che la gente usi il buon senso, non
trovi??
O forse e' chiedere troppo;-)
Ciao
--
Pino Vitucci
La vera felicita' sta nelle piccole cose:
una piccola villa, un piccolo yacht, una piccola fortuna.
beh, certo Pino che tu certe volte hai delle pretese veramente esagerate.......
:-PP
Non lo dice nessuno, allora lo dico io che
quando si parla di B. nel NG media.tv
l'argomento e' tutt'altro che OT.
In it.fans.tv sarebbe diverso.
La lunghezza dei post e' invece
senz'altro controindicata: ne va'
dell'incisivita'. Un NG e' <un po'>
come la televisione, non ci si
puo' dilungare troppo, non si
puo' approfondire piu' di tanto,
si va avanti a <spot>, battute,
smiles e lo scambio d'informazioni
e' piuttosto limitato e le idee
circolanti piu' che frutto di pensieri
originali sono ttroppo spesso mutuate
dalla televisione.
Salutoni
E. Delacroix