Neoimperialismo
di Ignacio Ramonet, «Le
Monde Diplomatique», Paris, n. 590
(traduzione dal francese di José F.
Padova) – tratto da www.osservatoriomonopoli.it
«È
un grande giorno per l’Iraq!» ha dichiarato il generale americano Jay Garner
sbarcando a Bagdad bombardata e saccheggiata, come se la sua augusta apparizione
significasse la fine miracolosa dei mille e un flagelli che fanno soffrire
l’antica Mesopotamia. Ciò che più sbalordisce non è tanto l’indecenza del
proponimento quanto il modo apatico, rassegnato, con il quale i grandi mezzi di
comunicazione hanno riferito circa l’insediamento di colui che bisogna proprio
definire «il proconsole degli Stati Uniti». Come se non ci fosse più alcun
diritto internazionale. Come se si fosse ritornati all’epoca dei mandati (1).
Come se in fin dei conti fosse normale che Washington designi un ufficiale
superiore (in pensione) delle forse armate americane per governare uno Stato
sovrano…
Presa senza neppure consultare i membri fantasma della «coalizione»,
questa decisione di nominare un ufficiale superiore per gestire un Paese vinto
ricorda spiacevolmente le antiche pratiche del tempo degli imperi coloniali.
Come non pensare a Clive che governa l’India, a Lord Kitchener che comanda in
Sud Africa o a Lyautey che amministra il Marocco? E dire che si credeva questi
abusi fossero condannati per sempre dalla morale politica e dalla
storia.
Tutto questo non c’entra, ci si dice, occorre piuttosto confrontare
questa «transizione in Iraq» con l’esperienza del generale Douglas McArthur in
Giappone dopo il 1945.
Non è ancora più inquietante? Non c’erano volute le
distruzioni atomiche delle città di Hiroshima e di Nagasaki, insomma quasi
un’Apocalisse, perché l’America decidesse di nominare un generale quale
amministratore di una potenza rivale vinta? In un’epoca nella quale
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) non era ancora in funzione.
Adesso
l’ONU esiste, almeno in teoria (2). E l’invasione dell’Iraq da parte delle forze
americane (con i loro complementi britannici) non conclude in nessun modo una
qualsiasi terza o quarta guerra mondiale… A meno che il presidente George W.
Bush e il suo entourage non considerino gli attentati dell’ 11 settembre 2001
come l’equivalente di un conflitto mondiale…
Certo il generale Garner ha
fatto capire che questa occupazione non sarebbe eterna: «Resteremo per il
tempo necessario, ha affermato, e partiremo il più rapidamente possibile
(3)». Ma la storia ci insegna che questo «tempo che ci vorrà» può durare a
lungo. Dopo aver invaso le Filippine e Porto Rico nel 1898, con il pretesto
altruista di “liberare” quei territori e le loro popolazioni dal giogo
coloniale, gli Stati Uniti passarono molto in fretta a sostituire l’antica
potenza dominante. Dopo aver represso i resistenti nazionalisti, non lasciarono
le Filippine che nel 1946, continuando sempre ad intervenire negli affari del
nuovo Stato e sostenendo, ad ogni elezione presidenziale, il candidato di loro
scelta, fra cui il dittatore Ferdinando Marcos, che rimase al potere dal 1965 al
1986… E continuano ad occupare Porto Rico… Perfino in Giappone e in Germania,
cinquant’anni dopo la fine della guerra, la presenza militare americana resta
imponente.
Vedendo sbarcare a Bagdad questo generale Garner e il suo gruppo
di 450 amministratori, non ci si poteva impedire di pensare che gli Stati Uniti,
in questa fase neo imperiale, riprendevano a loro carico quello che Rudyard
Kipling ha chiamato «il fardello dell’uomo bianco». O che le grandi
potenze, dal 1918, qualificavano come «missione sacra di civilizzazione»,
riferendosi a popoli incapaci «di dirigere sé stessi nelle condizioni
particolarmente difficili del mondo moderno (4)».
Il neo imperialismo
degli Stati Uniti rinnova la concezione romana di un dominio morale – fondato
sulla convinzione che libero scambio, mondializzazione e diffusione della
civiltà occidentale vanno bene per tutti -ma anche militare e mediatico,
esercitato su popoli considerati più o meno come inferiori (5).
Dopo il
rovesciamento dell’odiosa dittatura, Washington ha promesso di stabilire in Iraq
una democrazia esemplare, la cui influenza, sotto l’impulso del nuovo Impero,
porterà alla caduta di tutti i regimi autocratici della regione. Ivi compreso,
assicura James Woolsey (6), ex direttore della CIA e vicino al presidente Bush,
quelli dell’Arabia Saudita e dell’Egitto…
È credibile una simile promessa?
Evidentemente no. Donald Rumsfeld, ministro della Difesa, si è d’altra parte
affrettato a precisare che «Washington rifiuterà di riconoscere un regime
islamico in Iraq, anche se fosse il desiderio della maggioranza degli iracheni e
riflettesse il risultato delle urne (7)». È una vecchia lezione della
storia: l’Impero impone la sua legge al vinto.
Tuttavia ce n’è un’altra: chi
di Impero vive di Impero perisce.
(1) Inventato alla fine della guerra
1914-18, il regime del «mandato» sostituì quello del «protettorato», termine
considerato dal presidente americano Woodrow Wilson come troppo
colonialista…
(2) Anche se alcuni dei «falchi» più fanatici di Washington,
quali Richard Perle, ne annunciano già la «caduta».
(3) El Pais,
Madrid, 22 aprile 2003
(4) Cfr. Yves Lacoste, Dictionnaire de
géopolitique, Flammarion, Paris, 1993, p. 964
(5) Riguardo a ciò
l’atteggiamento di Francia e Germania, che si oppoenvao alla guerra contro
l’Iraq, ha permesso di evitare che, in seno alle opinioni pubbliche arabe questo
conflitto apparisse come l’espressione di uno «scontro di
civiltà».
(6)
International Herald Tribune,
Paris, 8 avril 2003
(7) El Pais, op. cit.