Benedetto Vertecchi
Se non fosse stato per l'ottimismo della volontà avrei rinunciato subito a
porre per iscritto le riflessioni che seguono, tanto mi sembrano
controcorrente rispetto alle voci che sovrastano nel dibattito attuale sulla
scuola. E si tratta sia di voci soliste (anche se spesso amplificate per la
risonanza del cadreghino dal quale provengono), sia di cori e coretti,
talvolta composti a sostegno del solista di turno, talaltra echeggianti un
senso comune diffuso. Quel che colpisce in tutte queste voci è l'assenza di
un disegno interpretativo, il loro essere schiacciate sulla contingenza del
momento, l'indifferenza con la quale si giostra col destino dei bambini e
dei ragazzi che dalla scuola si attendono (o forse non se l'attendono più)
di essere posti in condizione di comprendere il mondo in cui vivono.
Ad essi si offrono sempre meno strumenti di interpretazione, e li si
avvolge di una sollecitudine dolciastra i cui effetti devastanti
incominciano ad essere fin troppo evidenti.
A costo di apparire schematico, mi sembra utile ricordare che lo sviluppo
dei sistemi scolastici contemporanei è stato in gran parte effetto della
crescita della domanda sociale di istruzione. Con ciò non voglio dire che si
trattasse di una domanda spontanea, perché, è fin troppo facile porla in
relazione al progresso delle conoscenze, ai cambiamenti intervenuti nei
sistemi produttivi, ai mutamenti delle condizioni della vita quotidiana;
intendo solo ribadire che non si è trattato di una domanda genericamente
educativa, ma specificamente rivolta all'istruzione.
Del resto, è del tutto comprensibile che la richiesta investisse qualcosa di
non disponibile, e che si considerava desiderabile.
Chi premeva alle porte della scuola era privo di istruzione, ma non di
educazione, almeno se per educazione intendiamo il complesso repertorio di
atteggiamenti, valori, comportamenti attraverso i quali si precisa il
comportamento individuale per renderlo funzionale all'assunzione di ruoli
sociali. Ad un certo punto che può essere individuato considerando la
storia sociale dei diversi paesi - è emersa la consapevolezza che
un'educazione priva di istruzione non sarebbe stata più in grado di
assicurare quella funzionalità del comportamento individuale all'assunzione
di ruoli sociali prima richiamata.
Strati progressivamente più ampi di popolazione hanno individuato
nell'imparare a "leggere, scrivere e far di conto" la condizione per
sottrarsi ad un destino di marginalità. L'istruzione è diventata un nuovo
valore, in grado a sua volta di ridefinire le interpretazioni precedenti
dell'educazione. E' come dire che, se in un primo momento la crescita della
domanda sociale di istruzione poteva considerarsi una variabile dipendente,
perché, indotta da esigenze collegabili ad altri fenomeni, in un tempo
successivo ha assunto il significato di una variabile indipendente,
diventando a sua volta fattore di trasformazione della vita sociale.
Alla crescita della scuola e, di conseguenza, al diffondersi dell'istruzione
si sono collegate attese positive sia sul piano dell'assetto complessivo
della società, sia su quello del miglioramento delle condizioni di vita di
ciascuno. L'istruzione è stata
considerata capace sia di affinare l'intelligenza, sia di accrescere la
sensibilità.
La spinta individuale all'istruzione ha finito perciò con l'integrarsi in
un programma collettivo, centrato sull'affermazione di un'idea di progresso.
L'istruzione è diventata un simbolo positivo, insieme all'aspirazione per la
giustizia, per l'uguaglianza, per il superamento dei condizionamenti
materiali, per una migliore qualità dell'esistenza derivante dal crescere
della conoscenza e dallo sviluppo della
tecnica. Affermare il diritto all'istruzione ed operare per attuarlo ha
significato combattere, in nome della ragione, paure ancestrali nelle quali
l'irrazionalità si combinava col bisogno e la disperazione trovava l'unico
conforto nella fuga dalla storia.
Nell'istruzione è sembrato trovassero realizzazione i disegni utopici di
Moro, di Bacone, di Campanella; ed in un certo senso è stato così, almeno in
una prima e importante fase di avvio. Limitiamoci a considerare la storia
della scuola in Italia.
All'indomani dell'unità nazionale, il quadro delle condizioni sociali del
Paese era angoscioso, caratterizzato da un quasi generale analfabetismo, da
modi di vita che ignoravano le più elementari norme igieniche, da un'abnorme
diffusione delle malformazioni fisiche e delle malattie epidemiche, dalla
soggezione a pratiche superstiziose, dall'impossibilità per i più
di saziare una fame atavica e perciò di immaginare qualcosa che andasse
oltre il soddisfacimento di bisogni immediati.
A contrastare il dominio dell'ignoranza, negli ultimi decenni
dell'Ottocento, è stato un piccolo esercito di maestri, e soprattutto
di maestre, maltrattati e malpagati, ma capaci di assumere il ruolo storico
che l'idea di progresso della quale erano portatori richiedeva loro.
E' evidente tuttavia che il fondersi della lotta per l'istruzione con l'idea
di progresso non poteva non determinare contraccolpi, perché, da tale
fusione aveva origine un progetto che prima o poi avrebbe assunto
consistenza politica. In altre parole, l'istruzione diventava istruzionismo,
e cioè una rappresentazione sociale fondata sulla centralità della ragione.
Gli strati egemoni della popolazione, se avevano considerato innocue, e
talvolta con qualche simpatia, le iniziative per l'educazione popolare
derivanti da spirito filantropico, perché, incapaci di trasformarsi in un
progetto politico, non potevano non cogliere il pericolo costituito
dall'affermarsi del programma istruzionista.
La risposta, ed è questa la constatazione che viene di fare in questi ultimi
scorci del millennio, è stata straordinariamente efficace, ed è consistita
nel minare progressivamente le esigenze originarie dell'istruzionismo,
sostituendo la conoscenza con
valori ininfluenti dal punto di vista dei rapporti fra le classi sociali.
All'istruzionismo si è dunque opposto l'educazionismo: la disfatta della
scuola che oggi constatiamo costituisce una sicura conferma dell'efficacia
della risposta educazionista.
L'ambiguità e l'indeterminatezza che hanno caratterizzato e caratterizzano
la strategia educazionista, l'intercambiabilità dei contenuti attraverso i
quali essa si è espressa si sono rivelate scelte vincenti in un disegno
reazionario di espropriazione della conoscenza.
All'istruzionismo e all'educazionismo corrispondono concezioni della scuola
fortemente antagoniste.
L'istruzionismo muove da una nozione articolata delle funzioni sociali, fra
le quali si identifica un compito specifico, affidato alla scuola, di
trasmissione dei repertori culturali. Ciò non significa che l'istruzionismo
non consideri la rilevanza che assumono nella formazione fattori diversi,
come quelli relativi alle scelte di valore o alla preferibilità di questa o
quella condotta nella vita quotidiana: vuol dire invece che la
responsabilità per ciò che riguarda questi altri fattori viene attribuita ad
altre strutture
dell'organizzazione sociale.
L'educazionismo procede esattamente all'opposto, privilegiando le componenti
valoriali e tollerando quel tanto (o meglio, quel poco) di conoscenza che
non sia di ostacolo ad un disegno volto essenzialmente ad incidere sulla
determinazione delle condotte. In questo quadro la scuola non assume una
funzione specializzata nell'ambito di una divisione delle competenze
all'interno della società civile, ma diventa simulazione della società
civile, della quale raccoglie le istanze per riproporle alle
generazioni in formazione. Non c'è dubbio che ad un confronto superficiale
l'impostazione educazionista sia molto più suggestiva di quella
istruzionista.
Gli stessi insegnanti da un lato sono identificabili per il compito,
importante anche se limitato, di specialisti della mediazione culturaletra
le generazioni, dall'altro assumono un ruolo demiurgico, teso a plasmare le
coscienze.
Quel che non appare in un simile confronto è che il compito apparentemente
più modesto è caratterizzato da una stabilità molto maggiore, per il fatto
che corrisponde ad una esigenza strutturale (com'è il bisognodi
conoscenza) nell'organizzazione della società, mentre il ruolo demiurgico
viene esercitato contingentemente, nei limiti temporali e di contenuto
considerati convenienti dalle classi socialmente egemoni.
Gli insegnanti, privati di una precisa identità come mediatori di cultura,
finiscono col confondersi con una moltitudine variegata di maestri di vita,
che comprende quanti operano in contesti specificamente orientati alla
trasmissione di valori (per esempio, le Chiese), ma anche le schiere di
imbonitori i cui messaggi sono amplificati e resi pervasivi dall'affermarsi
dei sistemi di comunicazione di massa.
La crisi della scuola - e, di conseguenza, della professione degli
insegnanti - si spiega considerando la funzionalità assai maggiore
rispetto ad un disegno educazionista della trasmissione di valori esercitata
attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. Il sogno di potenza, e
qualche volta di onnipotenza, di quegli insegnanti che in buona fede avevano
abbracciato posizioni educazioniste viene ad infrangersi contro una realtà
nella quale la scuola si mostra sempre meno necessaria proprio al
raggiungimento di obiettivi definibili in termini di valori.
Le raffiche descolarizzatrici sono solo un avvertimento rispetto a quel che
potrà accadere se non si ripensa ai modi di formazione non solo
dell'infanzia e dell'adolescenza, e cioè delle fasce d'età cui
tradizionalmente si è rivolta la
proposta della scuola, ma anche delle successive età della vita.
L'affermazione dell'educazionismo non è un fenomeno solo italiano. E del
resto sarebbe difficile pensare ad una tendenza così fortemente centrifuga
in una provincia che non fa nulla per affermare una sua autonomia culturale
rispetto al centro dell'impero. E se guardiamo al centro dell'impero
constatiamo quale sia il significato reale del disegno educazionista: torna
ad affermarsi l'analfabetismo come carattere dominante della cultura di
massa, mentre la conoscenza viene conservata e trasmessa in pochi
santuari, nei quali si ricreano quelle condizioni di discriminazione sociale
che il progetto istruzionista per un breve periodo aveva creduto di aver
superato.
Ancora una volta il possesso di una cultura alfabetica, centrata su quelle
capacita di leggere, scrivere e far di conto (più o meno ridefinite per
corrispondere all'evoluzione dei tempi) che costituirono l'elemento dinamico
dello sviluppo dei
grandisistemiscolastici diventa l'elemento distintivo dell'appartenenza alle
classi socialmente favorite.
L'educazionismo si configura - a dispetto di qualche lustrino tecnologico -
come la scelta formativa più funzionale per ampliare l'area della
subalternità sociale.
Non basta a cambiare questa realtà l'entusiasmo col quale sciami di mosche
cocchiere dell'educazionismo accolgono interventi di politica scolastica
costantemente rivolti ad estenuare la rilevanza culturale della proposta
scolastica.
Rinunciare ad una valutazione attendibile dell'apprendimento, ampliare il
catalogo dei contenuti formativi senza sviluppare in profondità alcun
aspetto, plaudire ad una scolarizzazione definita per semplice inclusione di
ampie quote di popolazione, lastricare i selciati scolastici di ogni sorta
di buoni sentimenti, trasformare gli allievi da destinatari di un messaggio
di apprendimento a soggetti di intervento clinico: tutto ciò non fa che
rendere progressivamente più sbiadita l'immagine
della scuola.
Occorre invece affermare una nuova idea di scuola, sempre che ci si muova in
una prospettiva di progresso e non si sia rassegnati all'avvento di un
ambiguo medioevo tecnologico. Bisogna prendere atto che una prima, lunga
fase della scolarizzazione si è conclusa. Oggi tutti, o quasi, i bambini e
ragazzi vanno a scuola, almeno nei paesi industrializzati. Ma trovano una
scuola svuotata di quei beni che i loro genitori e i loro nonni si
attendevano di trovare al suo interno, ed a volte
hanno trovato.
Si deve trovare nella proposta formativa della scuola una componente
dinamica che sia in grado di sostituire la spinta che nella prima
scolarizzazione era costituita dall'attesa di mobilità sociale.
La ricerca può assecondare la definizione di una nuova identità della scuola
in senso istruzionista, o fornire ulteriori elementi
alla prevalenza educazionista.
L'individualizzazione centrata sulla differenziazione della proposta di
apprendimento allo scopo di consentire a ciascuno di conseguire determinati
obiettivi di competenza rappresenta una scelta di ricerca che possiamo
definire istruzionista. Ma
c'è anche una individualizzazione fittizia, di tipo educazionista: mi
riferisco a quelle formulazioni, grondanti comprensione verso gli allievi,
che riducono l'individualizzazione ad un aggiustamento dei traguardi
conforme alle capacità di cui un allievo viene
inizialmente accreditato.
Una individualizzazione siffatta non ha bisogno di ricerca: ci si arriva
facilmente, evitando di compiere scelte più impegnative. Non varrebbe
neanche la pena di occuparsi di questa individualizzazione fittizia (che in
realtà non è altro che una teorizzazione del determinismo sociale) se essa
non cercasse argomenti a sostegno pescando disordinatamente nella ricerca
psicologica e sociologica.
E' ben vero infatti che al di sotto di una cattiva riuscita scolastica si
può individuare questa o quella spiegazione, ma è altrettanto vero che
accettare tali spiegazioni nella generalità dei casi insoddisfacenti vuol
dire ridurre lo sviluppo a patologia dello sviluppo e il condizionamento
sociale a meccanica sociale. Non si nega evidentemente che in aree marginali
della distribuzione delle caratteristiche degli allievi possano addensarsi
componenti patologiche sul piano psicologico o su quello sociale, ma è anche
vero che nella grande maggioranza dei casi i problemi che si presentano
vanno affrontati dall'interno della proposta didattica, se vogliamo che un
certo repertorio di competenze si generalizzi, e possa quindi essere
considerato un aspetto descrittivo modale della popolazione. E' questa
l'idea di scuola per la quale merita di impegnarsi.
da Cadmo, 10-11, 1996
Non sorprende di trovare alle superiori ragazzi disordinatamente affamati di
contenuti, dopo lo sproloquiante diluvio di didatticisimo di saggi stile
Vertecchi che ci inonda da un quinquennio. O di un De Mauro che cita le
istanze raccolte dagli insegnanti nelle assemblee del 1970 come se fossero
di appena ieri...
BASTA!!!
Non c'e' niente di peggio di demagoghi conservatori travestiti da
progressisti.
Decisamente di un altro secolo. Non c'è traccia di bambine e ragazze.
Pat
Sappia il Vertecchi che il piccolo esercito di maestre è ancora in trincea e
non molla.
Pat
> L'educazionismo si configura - a dispetto di qualche lustrino
tecnologico -
> come la scelta formativa più funzionale per ampliare l'area della
> subalternità sociale.
Nel nuovo millennio, invece, Vertecchi ( e non sarebbe male, a questo punto,
cominciare ad analizzare in profondità il vertecchismo) risulta far parte
della banda che la pensa cosà:
(dal sito del MPI)
LINEE GUIDA PER LA DIFFUSIONE DELLA QUALITA' NELLA SCUOLA
Come è noto, da più anni il Ministero della Pubblica Istruzione e
Confindustria hanno instaurato sistematici e proficui rapporti di
collaborazione, finalizzati all'innalzamento della qualità e dell'efficienza
del sistema dell'istruzione, all'ampliamento dell'offerta formativa, alla
realizzazione di organici e puntuali raccordi e interazioni tra scuola e
mondo della produzione e del lavoro, al costante adeguamento e miglioramento
dei livelli di istruzione, in sintonia con i rapidi e continui processi di
trasformazione che caratterizzano la società in cui viviamo.[...]
Si è superato così, e non solo sul piano formale, un vecchio luogo comune
secondo cui la scuola doveva interessarsi e farsi carico solo
dell'istruzione, mentre l'impresa doveva preoccuparsi solo di produrre beni
e servizi, e si sono posti a confronto due mondi tradizionalmente lontani
tra loro, spesso condizionati da reciproche diffidenze e incomprensioni.
> Si è superato così, e non solo sul piano formale, un vecchio luogo comune
> secondo cui la scuola doveva interessarsi e farsi carico solo
> dell'istruzione, mentre l'impresa doveva preoccuparsi solo di produrre
beni
> e servizi, e si sono posti a confronto due mondi tradizionalmente lontani
> tra loro, spesso condizionati da reciproche diffidenze e incomprensioni.
>
*Posti a confronto* mi andrebbe benissimo.
Ma e' successo ben altro....
sandra
Vertecchi ci ha avvisato sur giornale,
Adesso che tornamo da le ferie,
Che vo' aboli' curriculi e materie
Pe' fa' 'na scola a qualità totale.
'Ndove li risurtati der finale
Dovranno da esse menti fatte in serie
Perché so' già assegnate le cariere
Che 'n so' da scopinaro o manovale.
Lui vede 'na repubblica 'ndo' i saggi
Decidono, analitici a priori,
I fii d'amici ai quali da' l'ingaggi;
L'antri saranno servi a lor signori:
Buffoni, nani, rigoletti e paggi,
Mo co' l'avallo dei legislatori.
Giancarlo
30 agosto 2000
-------------------
l'ho prelevato da
http://space.tin.it/lettura/giaperis/
Arsenicum Album
--
"Flectere si nequeo Superos
Acheronta movebo"
> Decisamente di un altro secolo. Non c'è traccia di bambine e ragazze.
> Pat
ecco la "political correctness" in versione di corporativismo femminista, che
altro non è che una sorta di neovittorianesimo. Bello invece questo "secolo", in
cui vengono scritti i film e gli sceneggiati Tv con le veline del ministero
delle pari opportunità, e intelligente soprattutto. Eh, miss?!
Luca
--
Posted from net128-007.mclink.it [195.110.128.7]
via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG
> ecco la "political correctness" in versione di corporativismo >femminista,
(omissis)
:-)))
Solo un newsbie poteva fraintedere il sottile umorismo di Pat.
Che faceva riferimento ad un precedente post, firmato "quelle e quelli" che
a sua volta procurò diversi
strascichi...;-)))
saluti
Al-Farid
> ecco la "political correctness" in versione di corporativismo femminista
In realtà siamo d'accordo! Avevo solo dimenticato una faccina.
Questa storia dei bambini e delle bambine, studenti e studentesse, docenti e
docentesse, sinistri e sinistre, destri e destre... è diventato uno dei miei
tormentoni preferiti.
Ok, person? (hai letto *La cultura del piagnisteo*?)
Saluti
Pat (uoma)
> In realtà siamo d'accordo! Avevo solo dimenticato una faccina.
(...)
> Ok, person? (hai letto *La cultura del piagnisteo*?)
> Saluti
> Pat (uoma)
Ok, person.
Incasso la tua replica, e anche quella di Al Fahrid, che mi ha etichettato con
il terribile
epiteto di newsbie, che non so cosa significhi (somiglia a "nerd").
Non ho letto "La cultura del piagnisteo". Chi è l'autore?
Saluti
>Al Fahrid, che mi ha etichettato con
> il terribile
> epiteto di newsbie, che non so cosa significhi
Nuovo entrato in un ng.
Ciao
Al-Farid
> Non ho letto "La cultura del piagnisteo". Chi è l'autore?
Robert Hughes, Adelphi (e che Adelchi non se n' abbia a male ;-))
Ciao
Pat
> Robert Hughes, Adelphi (e che Adelchi non se n' abbia a male ;-))
> Ciao
> Pat
Adelchi, il fratello di ... Manzoni? sarà morto, Manzoni è uno scrittore
dell'800 ... tranquilla prof! ; -)
Comunque grazie.
Ciao
Luca
P.s. Ringrazio anche Al per la delucidazione.
>Un'idea di scuola. Riflessioni di fine millennio
>
>Benedetto Vertecchi
>....
>da Cadmo, 10-11, 1996
Ho letto almeno due volte l'articolo del Vertecchi, provando forti
sentimenti: fastidio, disorientamento, rabbia.
In primo luogo, il fastidio per la qualità della prosa. Bisogna avere
un profondo e misterioso rancore verso la lingua italiana per usare
termini come "istruzionista" ed "educazionista" senza sentirsi
allegare i denti.
Ma poi, cercando di cavare il sugo da quei fiori secchi, non potevo
fare a meno di chiedermi, disorientato: costui, di che va parlando?
Passare da una scuola che si propone di inculcare indeterminati ed
appiccicaticci "valori" ad una scuola che trasmetta istruzione; da una
scuola che pretende di portare la pace nel mondo e di fermare le
stragi del sabato sera ad una scuola che, molto più umilmente, si
limita ad insegnare a "leggere, scrivere e far di conto".
E chi non sarebbe d'accordo?
Ma per quanto mi frugassi il cervello, non riuscivo a trovare nemmeno
un aspetto dell'attuale riforma della scuola che andasse in quella
direzione (*).
Anzi: da decenni ormai la scuola italiana - per lo meno la scuola
superiore, che è quella che conosco - sembra avviata su una china
rovinosa. Si sono equiparati gli istituti professionali agli istituti
tecnici; poi gli istituti tecnici ai licei; a questo punto si è capito
che il sistema non funziona, e si è deciso di trasformare i licei in
una specie di grande scuola media, dove il motto è il "successo
formativo". Non uno di meno. Il parcheggio.
Ognuno ha il suo lunghissimo quaderno delle lamentele; ma se dovessi
indicare un punto - uno su tutti gli altri - nel quale la politica
scolastica in atto ha fatto cilecca, è quello della mancata riforma
dell'istruzione professionale.
L'elevamento dell'obbligo a quindici anni significa, una volta attuata
la riforma dei cicli, che chi non proseguirà gli studi, uscirà dalla
scuola a metà di un ciclo, senza niente in mano, indirizzato ad un
"obbligo formativo" che chissà per quanti anni resterà sulla carta -
non vedo all'orizzonte nessun progetto definito per riempire questo
vuoto. Né può esserci: se tutto deve essere "liceo", non si può certo
aprire una scuola per falegnami o parrucchieri.
I poverissimi saranno in mezzo alla strada. I meno poveri si
troveranno allo sbando in una scuola di cui nessuno riesce a capire le
finalità.
Altro che "leggere, scrivere e far di conto"! Un incredibile miscuglio
di dilettantismo organizzativo e di arroganza ideologica, di povertà
culturale e di sadismo burocratico ha prodotto la scuola dei POF e
delle passerelle, dei moduli e dei debiti formativi. Uno psicologismo
da settimanale femminile ha coperto di penose cartuccelle i voti dei
bocciati. La più banale operazione scolastica richiede una
documentazione scritta esasperante, con grave nocumento per le foreste
del mondo.
Rabbia.
Se questi erano gli intenti - riportare la scuola alla sua funzione
naturale di luogo ove si impartisce istruzione, "leggere, scrivere e
far di conto" - raramente nella storia del nostro paese si è vista una
più forte discrepanza fra fini e mezzi, fra obiettivi e strumenti, fra
parole e fatti.
Si sono persi cinque anni. Si è sprecata un'occasione che non si
ripeterà mai più. Sul cadavere della scuola pubblica si apprestano a
banchettare gli avvoltoi del buono scuola, gli avventurieri della
devolùscion, gli inquisitori in camicia nera dei libri di testo.
_____________
(*) No, c'è un'eccezione: la riforma dell'esame di stato, che, come ho
già detto a suo tempo, è "meglio del peggio":
http://www.mauriziopistone.it/confessioni/polemiche.html#noterelle
_____________
Maurizio Pistone - Torino
http://www.mauriziopistone.it
mailto:pis...@mclink.it
strenua nos exercet inertia Hor.
>Uno psicologismo
> da settimanale femminile
Pistone!!!
Ragionando allo stesso modo: hai mai visto Vertecchi IN FACCIA?
Col papillon, il labbrino distratto, quell'aria navigata e quello sguardo un
po' cosě...
Ed il nome, Benedetto...Be-ne-det-to... Meriterebbe un incipit alla Nabokov.
Tutto si tiene.
Pat 2001
> la riforma dell'esame di stato, che, come ho
> già detto a suo tempo, è "meglio del peggio":
Su questo mi sia consentito di non essere d'accordo.
E non parlo tanto della formula, quanto della sua applicazione così come è
stata indirizzata.
Al riguardo mi pare che lo stesso Pistone avesse scritto qualcosa nel suo
sito ( il pezzo si apriva con una considerazione di P. Francini,ricordo)che
però adesso non trovo.
Al-Farid
ps
Pat potrebbe anche inviare una certa foto di Vertecchi a Pistone...
E ti sei dimenticato quelli di 'una certa' formazione professionale
sandra