Il 12/06/2013 21.24, Naciketas ha scritto:
> Il 12/06/2013 21:06, Gino ha scritto:
>
>> Il diritto allo studio di quelli più bravi esige che
>> l'attività didattica
>> non sia eccessivamente penalizzata per colpa di chi non
>> studia e non vuole
>> studiare. Anche questo tipo di scelte va effettuato con
>> assennatezza: ma è
>> la paura atavica degli insegnanti di trovarsi in difetto,
>> di essere accusati
>> di non aver mai fatto abbastanza, che ha portato ad
>> un'ulteriore
>> degenerazione della scuola. Ah, i bei tempi della scuola
>> selettiva...
>
> Lo studio non è una faccenda di quantità degli argomenti, ma
> di qualità delle lezioni.
assurdo : è una faccenda di PRODOTTO della quantità PER la
qualità (anche se a parità di prodotto sono certamente
migliori situazioni equilibrate, dove l'uno aspetto non
prevalga troppo sull'altro).
Ci sono vari motteggi che stigmatizzano l'uno eccesso e l'altro.
Ad es. gli architetti dicevano degli ingegneri che
restringevano sempre più il campo nella necessità di scavare
a fondo ed approfondivano sino ad arrivare a sapere TUTTO di
NIENTE,
mentre gli ingegneri dicevano gli architetti che allargavano
il campo sino ad arrivare a sapere NIENTE di TUTTO.
Ora la semplice legge del prodotto (un'iperbole equilatera),
non ammette zeri ed assegnerebbe zero ad entrambi i casi.
Quel che è ragionevole assumere è che, molto
grossolanamente, in un TEMPO COSTANTE (curricolare) si
riesca a "SPIEGARE A SOMMA COSTANTE", cioè travasare in
certa misura e come si ritiene opportuno della "quantità" in
"intensità", e viceversa.
Diversi insegnanti possono avere diversa qualità già a
partire dal fatto che la somma di uno è diversa da quella di
un altro (perché ad es. si spiega meno ore nette, e si perde
più tempo in minchiate, e/o si spiega più lentamente, ma
anche la velocità è un parametro non libero ma almeno in
certa misura vincolato alla velocità sostenibile dagli
studenti, quindi il primo parametro ha più libertà di
manovra, ed imho è la ragione di non fare più orali routinari).
Ma anche a somma costante, la diversa qualità si può
valutare dal prodotto dei due parametri (quanti argomenti X
approfondimento medio degli argomenti), laddove delle
soluzioni bilanciate sono più efficaci, rispetto ai casi
estremi di fare tutto ma spolverato, e pochissime cose
estremamente approfondite.
Ci ho pensato molte volte, notando un altro aspetto del
problema "qualità", e ho enucleato un'altra variabile,
l'uniformità.
Mi piacerebbe essere uniforme, ma non lo sono (inoltre non
saprei dare un peso alla cosa), e a seconda degli argomenti
tendo piuttosto facilmente o ad allargarmi in estensione o
ad approfondire in intensità.
Se mi paragonassi a un compressore audio video, mi definirei
a bitrate variabile.
In particolare tendo a scavare sin quando da quasi tutti i
pezzi teorici non diventi possibile risolvere un qualche
genere di esercizio applicativo, mentre laddove so a priori
che questo non è possibile perché richiederebbe strumenti
(spesso matematici) non a disposizione, allora tendo a
tagliare in profondità per allargare in estensione.
La maggior parte dei pessimi libri di testo di chimica
invece, specie al biennio, tendono ad espandere enormemente
le cazzate non quantitative, discorsive, glissando
allegramente sui problemi rognosi che pur potrebbero
diventare applicativi, solo perché sono ostici da spiegare.
In definitiva tendono a fare DIVULGAZIONE chimica senza
spiegare la materia. Amano far vedere di voler entrare in
faccende estremamente teoriche tronfi del fatto che tanto
quelle parti saranno saltate, perché non sono commestibili
né dalla totalità degli studenti né da parte rilevante degli
insegnanti.
> In ogni mia lezione ci sono due
> livelli: uno base, uno di approfondimento; c'è chi si
> arresta al primo, chi coglie il secondo.
> Gli studenti più bravi non perdono nulla, se sacrifico un
> modulo alla fine dell'anno; per tutto l'anno hanno avuto
> stimoli in abbondanza.
>
> a.
>