freefred
unread,Jun 27, 2015, 10:55:30 AM6/27/15You do not have permission to delete messages in this group
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to
Salve a tutti,
queste sono in realtà mail che scrivo ad alcuni amici durante un
viaggio, a volte quindi possono contenere anche cose un po'
incomprensibili per chi non mi conosce, e non sempre contengono info
tecniche utili per un futuro viaggiatore.
A volte possono essere anche assurdamente lunghe.
SURATTHANI
Avendo tempo da perdere, mi fermo a Suratthani, che spesso è solo
l'approdo per chi viene in traghetto dalle isole alla terraferma, due notti.
Sono contento di essere in una città, perché l'unica cosa che mi è forse
mancata al mare, è stata l'inevitabile dipendenza che sono riuscito a
prendere negli ultimi anni, ovvero il camminare a lungo e a caso.
La prima sera esco dall'albergo e subito sbaglio strada, andando dalla
parte opposta rispetto alla zona centrale e camminando alla deriva
arrivo in un quartiere polveroso in cui due coppie di ragazzi stanno
giocando a calcio-tennis con la classica piccola palla di vimini thai.
Mi fermo a guardarli perché in gioventù ho provato a farlo anch'io, e
ogni volta mi sembrava impossibile, e lo penso ancora, colpire quella
palla senza provare un dolore rovente agli arti inferiori.
Loro invece la fanno sembrare di piume.
A un lato della strada c'è un canale di acqua scura e al suo interno
delle piante enormi, con foglie di mezzo metro, verdissime e
sproporzionate, e poco lontano vedo un grande edificio pieno di balconi,
torri e piccole finestre, che sembra quasi abbandonato.
E' la moschea di Suratthani, ed è un' apparizione.
E' chiusa e quindi l'interno non lo vedo ma mi fermo a guardare i suoi
muri e i suoi minareti che una volta erano bianchi e ora a causa
dell'umidità e delle piogge sono diventati grigi e sfumano nel nero.
Mentre fa ombra al tramonto sembra un castello decadente delle Mille e
una Notte, destinato a sparire ogni sera per poi ricomparire immacolato
all'alba, come se si consumasse ogni volta nel tempo di un giorno.
Non so perché ma immagino che di notte nella moschea restino solo Byron
e Shelley a fare a gara a chi beve più laudano prima che arrivi il mattino.
Quando torno sulla strada principale è già buio, le insegne e le vetrine
sono illuminate ed è così che mi accorgo che praticamente non c'è
nessuna scritta in inglese.
Nella mia vaghezza riesco solo a pensare: fino a stamattina ero a Koh
Samui e a Koh Phangan, ora sono in Thailandia.
Mi accorgerò presto che in realtà sulle isole anche tutti i cartelli
stradali sono in inglese ma non è la norma, e sopratutto che esistono
moltissimi thailandesi che non parlano una parola d'inglese.
In un totale rovesciamento dei ruoli, quando il giorno dopo mi fermerò
sfinito in un ristorante a caso a bere una Coca, mi chiederanno se parlo
Thai.
Andando alla consueta ricerca della birra della sera, qui decisamente
più complicata del solito, mi perdo dalle parti dell'Ospedale.
Bevo infine una Chang a un incrocio e poi chiedo informazioni stradali
ai camerieri, che come spesso in Thailandia, sono in numero esorbitante
rispetto non solo alla clientela ma anche alla dimensione del locale.
Immagino che un cameriere non costi nulla, è l'unica ragione che mi
viene in mente.
La cameriera che mi disegna una mappa improvvisata su un tovagliolo di
carta è una ragazzina, porta l'apparecchio per i denti e ha due grandi
occhi verde acqua che in un veloce futuro si lasceranno certamente alle
spalle intere risaie di cuori infranti.
In una città che a parte per il mercato notturno, che spesso viene
visitato con lo zaino in spalla mentre si aspetta il treno per Bangkok,
è lontana dal turismo, trovo o ritrovo le famose ospitalità e cortesia thai.
Come ho già detto altre volte non ho mai creduto, almeno per la mia
generazione, ai Thai come al “popolo del sorriso”, e tutt'ora le persone
più incredibilmente e sinceramente cordiali che ho mai incontrato sono
stati gli americani (ma molti dicono siano gli africani, che purtroppo
mi mancano).
I Thai comunque, sopratutto quando lontani dal turismo, sono decisamente
molto gentili ed ospitali, e probabilmente in alcuni casi anche la forma
delle loro azioni è molto vicina alla nostra immagine gestuale di
cortesia o di accoglienza.
Nelle isole e talvolta pure a Bangkok, in effetti la percezione può
decisamente essere minore, perché alla fine il turismo di massa, di cui
io sono un esempio, ha lasciato e continua a lasciare le sue tracce
distruttive.
Diciamo che nelle isole, a parte rari casi e le famose truffe sul
noleggio dei motorini, sono comunque gentili perché sanno bene che i SUV
li hanno comprati coi soldi dei turisti, e che se i turisti venissero a
mancare, si ritroverebbero a vivere nel villaggio di pescatori della
loro infanzia, solo pieno di ATM spenti e 7/11 in rovina.
La Thailandia resta comunque un paese decisamente onesto, con una
percezione di sicurezza quasi sempre massima, in cui ti puoi fidare
delle agenzie di viaggio, facile da viaggiare e in cui si mangia benissimo.
Al contrario di altri paesi del sud est asiatico, per non parlare
dell'India, è anche un posto in cui è molto facile rilassarsi, o per
dirla in due parole, i rompicoglioni sono abbastanza pochi.
Per certi aspetti, per me personalmente è anche troppo “svizzera”,
troppo rigida, o quantomeno si atteggia ad esserlo.
Come nella battaglia contro il fumo, le retate in strada di motorini, la
minaccia di multa e/o prigione per un'infinità di cose, gli
apparentemente infiniti divieti.
Certo, da un punto di vista europeo sono evidenti alcune pittoresche
contraddizioni.
Puoi portare a scuola i tuoi tre figli su un motorino solo, ma se butti
una sigaretta per terra sono 60 euro di multa.
La prostituzione è formalmente illegale, e mentre lo scrivo persino la
mia tastiera non riesce a smettere di ridere.
Ci sono alberghi in cui alla Reception ti fanno compilare un modulo con
così tanti dati che ti sembra di essere in lista per la visita a un
sottomarino, altri non ti chiedono nemmeno un documento.
Un italiano con cui ho parlato guardando un Gran Premio mi ha detto che
stanno cercando di diventare come Singapore, anche se con alterne fortune.
A Singapore non sono mai stato, non ho dubbi che sia un paese modello in
cui la povertà e la disoccupazione sono state debellate ma tutti quelli
che me ne hanno parlato l'hanno sempre anche descritto come uno dei
posti più noiosi del mondo.
Non ci sono appunto mai stato, quindi sono parole a caso, spero però che
la Thailandia non diventi noiosa.
Sempre senza dimenticare comunque, che a parte Terzani, in Thailandia
siamo sempre tutti Farang.
Farang è la parola thai per identificare i caucasici, le persone di
razza bianca, insomma più o meno gli occidentali.
Al di là comunque del colore della pelle i Farang (tra cui naturalmente
ci sono anch'io) non sono difficili da riconoscere:
Chi beve birre alle 10 del mattino?
Chi guida e cade sbronzo o stonato in motorino?
Chi entra all'Ufficio Postale a torso nudo e nei supermercati in bikini?
I Farang.
Chi beve cocktail da secchielli di plastica da spiaggia?
Chi si dipinge durante il full moon party di Koh Phangan con vernice
fosforescente?
Chi ha più tatuaggi di un lottatore di Muay Thai?
I Farang.
A volte mi sembra che i Thai ci guardino anche con una rassegnata
tenerezza, come quando perdiamo la strada in paesi grandi come un accendino.
Allora immagino le madri indicarci ai loro bambini:
“Guarda, quello è un Farang.
Lo so, ha l'età di tuo padre ma si perde ancora in queste tre strade.
Ma che ci vuoi fare, è un Farang.”
Può essere terribile a pensarci ma in effetti la diversità culturale tra
i thailandesi e gli occidentali, è enorme.
Ormai li vedo pochissimo curiosi nei confronti del turista ma non riesco
del tutto a biasimarli, perché sopratutto a Bangkok e sulle isole ho
visto una quantità di stranieri pochissimo curiosi della Thailandia e
questo è ancora peggio.
Non è un giudizio morale, ognuno viaggia come vuole, ma non vedo perché
dovremmo pretendere di essere trattati come Principi soltanto in quanto
turisti, o stranieri.
Al contrario di quanto si possa pensare, la Thailandia non vive grazie
al turismo, che occupa comunque una rilevante percentuale delle sue
entrate, è uno dei più grandi esportatori di riso e tapioca del mondo.
La parola Farang è certamente nel tempo diventata anche dispregiativa ma
d'altra parte la maggior parte dei comportamenti dei turisti sono
incomprensibili per loro.
Anche perché, come già il Messico, la Thailandia, sopratutto le isole,
viene vista da molti turisti come uno di quei posti “free” in cui poter
fare le cose che non si possono fare nel proprio paese.
Se vuoi girare per strada scalzo, sporco e con la maglietta bucata in
effetti nessuno ti dirà nulla ma non vedrai mai un thailandese che non
sia un mendicante fare lo stesso.
Stesso discorso vale per gli americani e i canadesi in Messico, secondo me.
In Messico tra l'altro mi domandavo: ma se il tuo sogno è girare vestito
di stracci e bere birra finché non svieni al sole, perché diamine fai il
concessionario d'auto in Colorado?
Sono chiaramente opinioni personali e al limite del superficiale, e ho
parlato con persone che la pensavano diversamente.
A Siem Reap un belga diceva più o meno che i Thai “hanno la puzza sotto
il naso”, e talvolta è certamente vero, anche se con alcuni Farang che
conoscevano da anni li ho visti teneri e pieni di rispetto ed amicizia.
Sempre in Cambogia, a Battambang, uno svedese aveva invece opinioni
decisamente opposte alle mie.
“In Thailandia? Mai più, nemmeno se mi pagano” mi ha detto,
“Ci ho vissuto due anni. Un paese di merda, un popolo di criminali”
Il fatto è che diceva solo queste mezze frasi piene di disprezzo a cui
però non faceva mai seguire una spiegazione, il che rendeva la
conversazione a tratti inquietante.
Suratthani mi offre dell'ottimo cibo a prezzi irrisori, bei templi
cinesi, con le consuete colonne avviluppate di draghi, un fiume così
tranquillo da sembrare quasi misterioso, locali di karaoke in cui la mia
religione mi impedisce di entrare, una shrine bianchissima con dentro un
Buddha tremante di foglie d'oro, che in quel momento è anche l'occasione
per un set fotografico matrimoniale.
Non sono certo che non fosse, come una volta in India, in realtà un set
pubblicitario, ma anche in questo caso gli attori recitavano comunque
perfettamente la parte degli innamorati per l'eternità, lui vestito a
metà tra un DJ e un Maraja, lei una specie di farfalla indocinese
leggera leggera.
Anche il Night Market, dove ceno accanto a due ragazze vestite come
Lisbeth Salander non è male, è ancora fresco, nonostante sia in assoluto
il luogo più visitato dai turisti.
Da Suratthani torno ovviamente a Bangkok di cui però non scrivo.
E' forse la capitale estera in cui sono stato più volte ma non posso
dire di conoscerla.
Negli anni le attrazioni le ho viste credo tutte ma la città ha un
fascino così totale che sono comunque sempre contento di ritornarci.
Al contrario di altre capitali del mondo, che i turisti sfuggono o usano
soltanto come punto di partenza o d'arrivo non ho mai conosciuto né
chiacchierato con nessuno che non fosse entusiasta di Bangkok.
AYUTTHAYA
Arrivo ad Ayutthaya in treno e lascio la mia valigia nella cloak room
della stazione prima di andare nel soi 2, la mini enclave turistica, a
cercare un albergo.
Purtroppo o per fortuna, prendo un tuk tuk.
Ad Ayutthaya i tuk-tuk hanno una forma unica e particolare, almeno per
quanto riguarda la Thailandia.
Al contrario del solito, la scocca ricopre anche tutta la parte della
ruota anteriore, assomigliano decisamente al casco di Darth Vader in
Star Wars e quando sono nuovi e di colori impensabili sono favolosi.
Ciò non toglie ovviamente che se c' è davvero un Dio qualunque, allora
deve esserci per forza anche un Inferno crudele dedicato esclusivamente
ai guidatori di tuk-tuk thailandesi e cambogiani, ai mototaxi vietnamiti
e ai rickshaw driver indiani.
Se si fa una seduta spiritica e si evoca Dante, non si fa nemmeno in
tempo a chiedergli come sta che ti sta già dicendo di quanto sia
desolato di non poter aggiungere alla Divina Commedia il girone dei
guidatori di tuk tuk.
Il soi 2 è una piccola strada in cui si concentrano le guesthouse, i
ristoranti e le agenzie di viaggio, dove praticamente ci sono solo
turisti e spesso si mangia anche malissimo perché tanto i gestori dei
ristoranti sanno che al massimo dopo due giorni tutti se ne andranno e
non torneranno probabilmente mai più.
Questo perché ad Ayutthaya, che per quattrocento anni è stata la
capitale del Siam, si viene per vedere i templi del Parco Storico.
Prima di quelli, camminando sotto il sole, arrivo a vedere un antico ma
tutt'ora in funzione tempio buddhista, dove la cosa che mi colpisce di
più in realtà sono le innumerevoli statue di galli.
Hanno dimensioni diverse anche se quasi tutte la stessa forma, un gallo
nero e fiero, e sembrano essere dappertutto.
Alcuni sono alti come un uomo, altri più piccoli sono disposti a decine
sui lati interni del tempio, davanti a quelle che mi sembrano urne
funerarie.
Dopo aver dormito un mese in Messico accanto a dei galli, io li
sterminerei tutti e mi accontenterei del pollo sintetico, tuttavia
memorizzo anche questa stranezza tra le ignoranze da colmare.
Ogni volta che entro in un tempio buddhista, così pieno e denso di
simboli, mi accorgo di non saperne nulla.
Se poi si aggiungono anche eserciti di statue di galli, la cosa si fa un
po' troppo astratta.
I galli di Ayutthaya comunque, rappresentano, o raccontano, se ho capito
bene, una vicenda mitico-storica, cioè più o meno una leggenda.
Sembra che un antico re Thailandese, fatto prigioniero dai Birmani,
abbia vinto la libertà e di conseguenza la sua patria, scommettendole in
un combattimento di galli, di cui era appassionato ed esperto, col Re
della Birmania.
Non ho ancora guardato se ci sia e quale sia, un'eventuale versione
birmana di quest'episodio.
L'attuale Re della Thailandia, Rama IX, è il sovrano dal regno più
longevo e dal patrimonio più ricco, circa trentadue miliardi di euro,
narrano le cronache.
E' leggendario che se si calpesta per sbaglio una moneta ti mettano in
prigione ma i guai sono certi se si strappano volontariamente delle
banconote, che hanno tutte, sopra, l'immagine del Re.
La pena per aver offeso il Re può arrivare fino a 50 anni di carcere,
con l'aggravante che qualunque giudice per non sembrare irrispettoso nei
riguardi del sovrano, farà sempre di tutto per darti la pena massima, o
almeno così si dice.
Quindi, come in Argentina non si parla delle Falkland, in Thailandia non
si parla del Re.
Il Re sembra essere amatissimo dai thailandesi.
Le sue fotografie sono dovunque, anche se spesso lo ritraggono in età
molto più giovane.
C'è una sua immagine che mi incuriosisce da sempre e che è la mia
preferita, perché il Re mi sembra un viaggiatore.
E' vestito in borghese e non in costume regale, e ha una macchina
fotografica vecchio stampo a tracolla.
Non sono mai riuscito a spiegarmi però in nessun modo il walkie-talkie
che tiene in mano.
Con chi sta parlando?
O forse è un antico telefono cellulare?
Devo chiedere ma spesso non so come.
L'immagine del Re, di ogni dimensione, è per le strade, all'ingresso
delle città, davanti ai parchi e alle scuole, nei calendari, nei quadri
e nelle fotografie in tutti i luoghi pubblici, nei templi, nei ristoranti.
La scritta luminosa LONG LIVE THE KING spesso accende le creste dei
grattacieli di Bangkok e decora i lunotti posteriori delle auto.
Non ha un potere politico reale, la Thailandia è passata alla monarchia
costituzionale negli anni '30 ed è governata ormai da parecchi anni da
diverse giunte militari ma quando per esempio gli scontri tra due
fazioni politiche bloccarono l'aeroporto di Bangkok, fu infine il Re ad
intervenire, rimproverandoli per il fatto che stavano rovinando
l'economia del paese.
E i dimostranti in effetti tornarono a casa.
Ci sono ovviamente anche oppositori del Re, ma ne so troppo poco e il
discorso diventerebbe complicato, e si arriverebbe probabilmente a
parlare della fragilità se non addirittura dell'apparenza della
democrazia della Thailandia, che per esempio nelle classifiche sulla
libertà di stampa e di espressione certamente non brilla.
Tutti i reali hanno una bandiera, anche se solo quella del Re e dei suoi
congiunti più prossimi viene mostrata continuamente in pubblico.
La bandiera del Re, che si vede ovunque per le strade della Thailandia,
è gialla, perché è nato di lunedì.
I colori dei giorni della settimana sono una delle bellissime idee
vitali del buddhismo, e non è raro vedere i thailandesi vestirsi secondo
il colore della giornata, mentre altri dovrebbero indossare tutti i
giorni qualcosa del colore del giorno in cui sono nati.
Questo mi fa pensare anche al loro smodato e per me a tratti
incomprensibile, amore per le uniformi.
Dagli scolari vestiti da boy scout o da ragazzo della Via Pal, ai
liceali vestiti da bancari o da agenti dell'FBI, fino alle universitarie
in minigonna e ai commessi dei negozi e dei supermercati, i thailandesi
sembrano adorare indossare un'uniforme, o anche un qualunque segno di
riconoscimento che dimostri la loro appartenenza a un gruppo, che sia
una cravatta o una spilla o una targhetta colorata.
Ci sono momenti della giornata, quando gli studenti escono dalle scuole
per esempio, che le strade si riempiono di piccoli eserciti disarmati di
bambini e di ragazzi, e quando si mischiano a volte fanno pensare alle
gangs degli anni '50, tutti così giovani, pettinati e allegri.
INTERMEZZO N.1: Dialogo quasi esemplare tra un turista dalla testa verde
e la signora che gestisce la Guest House:
“Boat Trip?”
“Sono appena arrivato, faccio due passi”
“Tomorrow?”
“Forse, ma non penso”
“Tomorrow?”
“Credo di no”
“Tomorrow?”
“Io odio le barche, miss”
“The day after tomorrow?”
LOPBURI
Sono venuto ad Ayutthaya anche per la sua vicinanza con Lopburi, che
raggiungo col treno più economico del mondo.
Lopburi è famosa per essere infestata di scimmie.
Una parte della piccola città è in ostaggio di centinaia di macachi che
si arrampicano sui fili elettrici, danzano sui cornicioni degli
alberghi, rubano cibo, cappelli, portafogli e cellulari, scalano le
autopompe dei pompieri, si siedono a riflettere sui frigoriferi dei
ristoranti.
I guardiani del tempio che le scimmie hanno scelto come casa portano
fionde alla cintura, le donne addette alle pulizie li cacciano con delle
scope, altri con bastoni, urla, tubi dell'acqua usati come fruste.
In molti altri paesi le strade sarebbero piene di scimmie impiccate ai
semafori, qui a salvarle è il meraviglioso (e quanto deve essere
difficile a volte) amore buddhista per tutte le creature viventi.
Le scimmie vengono nutrite due volte al giorno, a spese della comunità,
per evitare che calino in massa sugli abitanti ed esproprino i
supermercati, come in un B-Movie di fantascienza.
Non posso assolutamente fare a meno di ridere.
E non posso nemmeno fare a meno di pensare a come a volte le conseguenze
delle scelte possano rivelarsi astrattamente imprevedibili.
Mi chiedo se quando gli abitanti di Lopburi hanno deciso di avere un
rispetto meraviglioso per tutte le creature viventi, abbiano sospettato
che un giorno l'esercito delle centomila scimmie avrebbe considerato per
sempre la loro piccola cittadina come la Tortuga, o come Las Vegas.
Il tempio delle scimmie è comunque piuttosto bello e sopratutto
decisamente ben conservato, per quanto le scimmie restino la principale
attrazione.
Sono in effetti centinaia, assolutamente padrone del luogo.
Si può comprare del cibo da tenere in mano e diventare così una specie
di grappolo di scimmie umano, ma restando comunque un po' nel sito non è
complicato interagire, anche involontariamente, con questi tre milioni
di macachi.
Mentre stavo seduto all'ombra un paio di scimmie mi sono rovinate
addosso lottando tra loro e poco dopo un cucciolo mi è balzato sulla
schiena, ha esplorato l'etichetta della mia camicia e poi è tornato ad
accapigliarsi coi fratelli.
Degli altri due luoghi a pagamento di Lopburi, solo le rovine di fronte
alla stazione hanno una loro bellezza mentre la ex residenza
dell'ambasciatore, un tempo forse magnifica, è davvero impossibile da
riconoscere, più che rovine sono ruderi.
Venendo dal mare, e sopratutto essendo vittima del crollo dell'euro,
scopro che fortunatamente a nord di Bangkok i prezzi sembrano tornare bassi.
A Lopburi cinque ravioli ripieni di mistero e due involtini di
tagliolini forse al tofu mi costano 20 bath, quando 35 sono 1 euro.
Come considerazione tecnica, la prossima volta porterò con me molti più
contanti, così meravigliosamente antichi e prevedibili.
I bancomat thailandesi non solo, e questo lo sapevo, prendono 180 Bath
di commissione per ogni operazione ma, e questo forse non me lo
ricordavo, applicano anche sempre tassi di cambio lontanissimi da quello
ufficiale, ai limiti dell'usura e della nostalgia del cambio in nero.
TRENO
Ci sono alberi in fiore dappertutto.
Da alcuni pendono come lanterne grappoli di piccoli fiori giallo
brillante, altri che mi sembrano piccole magnolie e che i Thai usano
anche per decorare gli spazi pubblici, hanno invece fiori bianchi e
rossi, dai petali umidi.
(mai come quando viaggio mi rendo conto della mia colpevole ignoranza
della flora e della fauna)
Dove finisce la pianura, vedo delle montagne lontane sotto la luna piena
che è già in cielo, sulle risaie e nei campi volano a decine uccelli
simili a cicogne o ad aironi, e altri più piccoli, che sembrano
indossare un gilet di terra bruciata sul corpo nero come quello di un
corvo, saltano tra i fossi.
Ci sono strane oasi, che non so se immaginare artificiali, con al centro
immobili pozze d'acqua ricoperte di ninfee e dal finestrino opposto al
mio vedo che il sole che scompare all'orizzonte è diventato un pianeta
rosso scuro.
Gli altri passeggeri sono studenti in divisa scolastica o persone
vestite di viola in omaggio alla figlia più giovane del Re, che ha
compiuto gli anni il 2 aprile, e che è nata di sabato.
Un giovane monaco arancione sta in piedi accanto alle porte d'uscita
aspettando la prossima fermata.
La Thailandia, anche vista da un treno di terza classe, è bellissima.
Uno dei pregi di Ayutthaya è che quasi tutti i suoi siti storici sono
inseriti all'interno della città, anche se quelli a pagamento sono
naturalmente recintati.
La maggior parte è raggiungibile a piedi o in bicicletta ed è
impossibile non trovarli, perché una cosa che mi stupisce della città (a
parte i tuk-tuk da copertina di Urania) è che le sue strade disposte
quasi a scacchiera, sono enormi, larghissime, almeno nel periodo in cui
c'ero io, assolutamente sproporzionate al traffico che le percorre.
Sembrano piste d'atterraggio.
Il sito più famoso, che é anche il simbolo di Ayutthaya, sono i tre
chedis (stupa buddisti in pratica, ovvero costruzioni di solito a piani
sovrapposti che sfumano verso l'alto per finire con una punta, e che
dovrebbero rappresentare simbolicamente la testa del Buddha), che in
effetti sono bellissimi, enormi, e conservati benissimo.
La parte che mi piace di più però del Parco Storico è quella immersa in
un giardino gigante di piccoli laghi e di ponti, che ha qualcosa di
disordinato e quindi anche di selvaggio, e tra cicogne che litigano e
aironi che meditano , ci sono templi a volte in parte diroccati, con
statue del Buddha insensibili alle intemperie e infinite sale di
preghiera dalle colonne spezzate.
INTERMEZZO N.2: I miei abiti stanno diventando vento
Nonostante beva birre, dimagrisco.
Ma non riuscirò comunque a farlo al ritmo con cui le lavanderie a chilo
restringono i miei pochi vestiti.
bye