[HOBBIT] Cap. 10 - Un'accoglienza calorosa

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Nymeria

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Nov 16, 2005, 4:30:56 PM11/16/05
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Con questo capitolo si puo' osservare un notevole cambiamento del tono
narrativo, che viene innalzato dallo stimolo a diverse riflessioni di
carattere psicologico.
Da un lato i rapporti tra Bilbo ed i Nani prendono una nuova piega,
soprattutto perche' lo Hobbit pare giunto al limite della sopportazione:
la sua risposta all'ennesima lamentazione conduce ad una reazione seccata
che, pur ampiamente giustificata da tutta l'ingratitudine pregressa, fa
pensare che qualcosa stia mutando nel suo carattere, se non altro grazie
al forte senso di autonomia indubbiamente sviluppatosi nel corso delle
lunghe settimane vissute da solo assumendosi la responsabilita' di un
grande numero di decisioni; in contrasto con il suo pensiero del capitolo
precedente sulla interdipendenza con i Nani, qui sembra che auspichi (o
che percepisca come concreta) la possibilita' di sopravvivere senza di
loro - non so se si possa parlare di influenza dell'Anello, pero' le sue
parole sono piuttosto pungenti e decisamente fuori carattere per lui.
Non si puo' dimenticare inoltre il costante senso di sconforto che lo
accompagna da questo punto in avanti: puo' certamente trattarsi dell'ansia
dovuta a cio' che lo attende ora che il compimento della missione si
avvicina, ma nello stesso tempo mi ricorda molto i pensieri depressi e
catastrofici che spesso si accompagnano al possesso dell'Anello;
escludendo questo fattore, si puo' pensare che dipenda dal fatto che la
sua posizione e' drasticamente cambiata: da inutile fardello scarsamente
considerato si e' ora trasformato in colui che prende decisioni e risolve
problemi - forse un peso troppo grande per lui, a questo stadio.
Una figura molto interessante e' quella del Governatore: Tolkien non
risparmia nessun particolare nel mostrarci il suo gretto opportunismo -
ricorda un po' la "mind of metal and wheels" di Saruman - e soprattutto la
sua abilita' politica nel lasciare che siano gli altri a prendere le
decisioni; mi da' l'impressione di chi rimane nelle retrovie per poter
affermare, in caso di fallimento, di aver previsto la catastrofe ed in
questo modo cadere sempre in piedi.
Anche la concessione di aiuti e provviste a Thorin ed ai suoi e'
chiaramente un atto calcolato: liberandosi di loro potra' ritornare a
gestire i suoi affari (per tacere della sua posizione quale uomo piu'
importante della citta', che ha dovuto subire uno slittamento al secondo
posto con l'arrivo dei Nani) - la sottintesa convinzione che Smaug
risolvera' il problema per lui fornisce la perfetta indicazione del suo
profilo psicologico.
Il comportamento dello stesso Thorin e' del resto improntato al tornaconto
personale: la sua decisione di partire, prima che la novita' della
presenza dei Nani sia passata in secondo piano, testimonia la sua
scaltrezza nello sfruttare la situazione contingente, ben conscio del
fatto che, una volta esaurito l'entusiasmo iniziale, gli Uomini potrebbero
perdere ogni interesse e negare il loro aiuto.
Questo gioco di potere che si intuisce tra i vari personaggi, ognuno dei
quali tende a raggiungere il proprio scopo a scapito degli altri, dimostra
la profondita' di questo racconto solo apparentemente infantile - la
maggior parte dei caratteri delineati in queste pagine viene decisamente
descritta in toni tutt'altro che 'favolistici' e pare una riflessione
personale dell'autore sulla condizione dell'animo umano; solo Bilbo sembra
aver mantenuto un sano buon senso ed una notevole cognizione della dura
realta'.


--
Nymeria - FeSTosa #313
I will not say the Day is done, nor bid the Stars farewell

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