PASQUALE PANELLA
LE CANZONI SONO SOLO VAPORI
(primavera 2000)
Il vate (lui forse preferirebbe water) aveva accettato di incontrarmi, ma ho
preferito telefonargli. Sapevo già che è al telefono che dà il suo meglio.
Leggendario, diluviante, Panella vive con il telefono appiccicato all'
orecchio, e soprattutto alla bocca. Forse perché (tranne una recente
acquisizione) non ha mai avuto uno stereo, e il telefono è un buon modo per
ascoltare qualcosa, soprattutto se stesso. Forse perché come Elias Canetti
ha subìto (o prodotto) l'autodafé dell'immensa biblioteca della sua cultura,
optando per la comunicazione orale. Forse perché è un autore-attore senza
spettacoli, se non quelli che telefona tutti i giorni alle sue incantate
vittime. Perché le parole sono milioni e lui ha bisogno di pronunciarle
tutte, articolandole nella sintassi del paradosso e del nonsense. Forse
anche perché disprezza i cantanti (cioè gli autori), e preferisce al limite
i giornalisti, purché le sciocchezze che scrivono possa firmarle un genio,
per ribaltarne il senso. Lui stesso, paroliere per caso, firma quello che
gli fuoriesce dalla macchina da scrivere, come in un incubo del suo amato
Burroughs. Non parla mai di quello che fa, e nemmeno di quel che si fa, o si
fa fare. Parla del linguaggio, provando sempre a soffocarlo nelle sue stesse
spire.
Parlare con lui di Lucio Battisti, come avrei voluto fare, è stato molto
illuminante. Perché Panella di Battisti non racconta quasi niente, ma quello
che non dice è molto più di racconto. E' il mistero della medietà,
caratteristica intrinseca delle canzoni, ma anche delle persone.
Ho dimenticato, con lui, di provare a pronunciare la parola genio. Ma,
proprio per questo, dalla nostra conversazione tale parola brilla di luce
intensa per la sua assenza. In fondo il genio è un vapore della medietà, la
capacità di trovare quello che neppure si cerca, come diceva Picasso. Di
trovare ovvie le cose meno ovvie e così, genialmente, scoprirle. O meglio
ancora (si fa prima) crearle ex novo. Dal vapore, dal nulla.
La chiamo per parlare con lei degli autori di canzoni.
Non ci sono autori, ci sono solo cantanti. Quelli che si dicono autori sono
autori solo di quello che ascoltano: dunque sono cantanti. I cantanti sono
sempre qualcosa di meno.
Eppure lei esordì come autore di testi con Enzo Carella, che cantò Barbara,
vincendo un secondo posto al Festival di Sanremo del 1979.
I cantanti sono parecchi. Enzo Carella è il meno parecchio di tutti,
ovviamente perché è il primo, e come in tutte le cose la prima è sempre
quella buona. Con Carella si è fatto tutto. Proprio ieri ho chiesto di darmi
quelle vecchie registrazioni, che non ho mai avuto, perché non avevo uno
stereo, solo oggi ho un lettore Cd. Sto chiudendo un periodo, un periodo
blu. Non come Picasso, imitativamente, ma chiudo il mio periodo blu per
entrare in quello rosa, il colore della cattiveria e della crudeltà. Non è
vero che è un colore tenero, non è il colore dell'incarnato. Basta prendere
un rosa e metterlo sull'ovale di un viso, e si vedrà che non è quello il
colore della carne.
Ma lei ascolta canzoni?
Sento tanti provini, ma i cantanti, così come le persone, son tutti un po'
uguali.
Anche Lucio Battisti era un cantante?
Credo che così lo si privi della sua definizione assolutamente guadagnata
nel tempo, del suo essere di meno ma non solo.
Quel "non solo" è un di più?
No, i cantanti sono sempre un di meno, perché son baciati dagli angeli. Ci
sono molti parrucchieri che si chiamano Angelo.
Come iniziò e come finì tra lei e Battisti?
Per quel che mi riguarda inizia come finisce, cioè forzatamente. Parliamoci
chiaro: parlando di canzoni io non sono affatto adeguato. Per me scrivere le
canzoni è come fare le rapine. C'è un mondo abbastanza imbecille da farsi
uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno dover andar lì a mano armata. Io
che nella vita non ho fatto altro che pensare a scrivere, anzi non ho fatto
altro che non pensare a scrivere, so che basta appoggiare la mano sui tasti
della macchina da scrivere, come si fa su quelli di un pianoforte, e fai
uscire quattro parole. Ma se ciò non è preceduto da una continua
elaborazione della scrittura precedente, non esiste scrivere. A me della
canzone non me ne è mai importato nulla. Mi sono avvicinato alla canzone
giusto per ascoltare quattro dischi, quelli che facevo, magari nemmeno a
casa ma in in studio di registrazione, mentre si elaborava. Oggi sono molto
annoiato, perfino dall'ascolto di me stesso. Già a quel tempo, per me,
scrivere era scrivere al di là di una destinazione, era scrivere in prosa.
Capitavano queste occasioni abbastanza lucrose, e quindi lo facevo. Pur
senza competenza di quello che la produzione musicale italiana è o non è, mi
è sempre parsa un'attività abbastanza cretina. Mi vergognavo un pochino che
il mio nome apparisse, usavo pseudonimi, poi sfuggiva perché il mondo della
musica leggera è molto ciarliero. Ma è stato per me un mondo anche molto
affabile, gentile, affettuoso.
Anche i cantanti sono dunque un po' angeli, come i parrucchieri.
Dicendo "i cantanti" libero queste creature di tutte le scaglie
imprenditoriali che le ricoprono. Quando diventano imprenditori sono invece
abbastanza ributtanti. Ma è bello vedere un cantante che, nell'esercizio
delle sue funzioni, risolve dei passaggi, trova il suo momento di voce.
Mentre registrava a Londra i dischi delle canzoni scritte con lei, spesso
Battisti le telefonava. Cosa le chiedeva?
Più che chiedere mi faceva ascoltare delle cose.
Le chiedeva modifiche ai suoi testi?
No, a volte capitava che gli proponessi dei tagli. Io preferivo abbondare,
però lo avvertivo: fa' 'na cosa, vedi tu quello che più ti occorre. A volte
capitava non che fossero tagliati di botto, ma che alcune parti fossero
restituite frammentariamente.
Con Mogol, Battisti preferiva modificare la propria melodia piuttosto che
intervenire sulla lunghezza o sulla metrica dei versi. Faceva così anche con
i suoi testi?
Come no, sempre. Salvo in casi rari, quando io stesso gli proponevo delle
varianti, delle frammentazioni. Battisti lavorava moltissimo sulla melodia.
Si dice che lei e Battisti vi sentivate al telefono ogni giorno.
Anche più di una volta al giorno.
E cosa vi dicevate?
Di tutto, qualche volta era anche finalizzato alle canzoni. Poi a volte
anche le chiacchiere potevano essere utili.
Sembravate avere in comune una vocazione scientifica. Lucio Battisti sapeva
riparare tutti gli oggetti meccanici, lei li metteva in versi.
Scrivere significa avere tutte le vocazioni, e dibattersi perfino nella
sconoscenza.
Ma perché ci sono tutte quelle macchine, e tutte quelle macchinazioni, nei
suoi testi scritti per Battisti?
Perché se fossi vissuto in altri tempi avrei parlato di cose occorrenti nel
passato. La canzone in fondo è molto legata a tutto questo che si muove,
vive un po' di questa sua prima ambizione che è il movimento. Ecco perché
nelle canzoni si vola sempre, il primo referente dinamico e primordiale è
quello, e nella canzone generalmente è teorico. Come in Freud, è l'anelito
del mancante. Se uno parla del volo o è perché vive tutti i giorni su un
aereo, o è perché si sta frustrando. Non è che io perda tutta la notte per
dire solo "io volo", come scrissi in un pezzo. Perché più astutamente
osservavo la frustrazione che a loro veniva, cantanti e autori, mettendo il
volo dovunque. La canzone è ingenua, una da poco arrivata, una parvenue.
Anche questo sposalizio di interessi tra la parola e la musica. parola e
musica non hanno niente a che vedere tra di loro, la canzone esiste per puro
amore dell'orrido. Le più sopportabili sono le canzoni di tipo
comportamentale, dove la musica è solo un'enfatizzazione dei toni
espressivi. Quelle dove ad una splendida musica corrisponde una splendida
falsità testuale sono le migliori, le canzoni stupide-belle, dove l'
interesse dell'ascoltatore è lo stesso per il quale si sposarono parole e
musica, perché per accoppiare insieme le due cose ce ne vuole, di sforzo.
Oggi è un interesse potentissimamente commerciale, oggi per unire musica e
parole a volte si devono mettere assieme due colossi industriali. La prima
cosa che si chiede è se uno ci ha le edizioni. Poi la canzone cerca sempre
di creare la castità, sembra sempre che uno produca la canzone di nuovo, la
novia, la sposa, la nuova.
Dopo la vostra prima collaborazione, quella di Don Giovanni, lei non scrisse
più testi sulle melodie di Battisti, ma fu lui a musicare i suoi testi.
Perché invertiste il metodo?
Invertire il metodo è stata una mia richiesta, perché in Don Giovanni la
presunzione di canzone era ancora forte. A me piaceva stabilire un diritto
di prima notte, che una canzone uscisse già fatta, che uno se la fosse già
fatta, in tutti i sensi, o signora, coi suoi difetti. Tutti quelli che
ascoltano canzoni sono puritani, mormoni, una cosa tremenda. La canzone è
piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone è il tentativo
di darsi una morale. Altri si danno una calmata, questi una morale. Perciò
la canzone esiste sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano, ed essa
ha con loro traffici illeciti. Una volta degli amici facevano una festa con
le canzoni di Dylan, era venti o trent'anni fa. Chiedo: ma che dice questo?
Andai a guardare, e mi sembrò un chierichetto. Noi italiani siamo abbastanza
svezzati, gente come napoletani e romani, gente che circonda il Vaticano:
quelli di Dylan mi sembrarono testi di uno scadente spiritualismo. Nessuno
era d'accordo, tutti credevano che fossero gran cose. Solo dopo trent'anni,
andandolo a rileggere, se ne rendono conto, forse perché lo hanno visto
piegarsi davanti al papa. Sembravano canzoni di grande assalto, ma non era
vero: canzoni mormoni, piegate, molto moraleggianti.
Ma cosa vi dicevate al telefono, lei e Battisti? Parlavate del vostro
lavoro, o di cos'altro?
Allora parlavo un po' così come adesso: per me parlare significa monologare.
Ma vi vedevate?
A volte ci trovavamo insieme, e c'era anche allora quella. Voglio dire,
quando la stampa lamentava la sua sparizione, era lei che la creava. La
sparizione di Battisti era una comoda notizia da scrivere seduti. Ma in
fondo io apprezzo il giornalismo. E' vero, non siamo più ai tempi d'oro, non
dico di Truman Capote, ma del giornalismo iniziale, quello mosso, presente,
di ricerca, nel senso proprio del cercare. Tutti sono notizia, sotto una
certa specie. Ad esempio la bellezza, o lo scatenamento del desiderio da
parte di un personaggio molto bello, è notizia; finché non arriverà alla
decadenza, quando la notizia sarà quella, la notizia della decadenza.
Lei tace le relazioni, non parla mai di sentimenti. Lei lo ha amato, quel
Battisti? Ricordo la violenza con cui scrisse a Boncompagni dopo una sua
battuta infelice in televisione, all'indomani della scomparsa del musicista.
Io me la son presa perché ci aveva messo dentro anche me, me fisicamente. I
testi sono come i quarti di bue, se uno non vuole non li produce. A me
risultano più approssimative e più antipatiche le critiche benevole, perché
non dicono niente di vero. Poiché l'astio, il livore, è molto più lucido.
Ricordo certe scivolate di Luzzato Fegiz o di Zampa, che mi attaccavano:
quando mi incontravano mostravano un'opinione di me molto più alta. Quello
che dite è tutto vero, mancava solo la firma, perché non ci stava scritto
Roland Barthes. Se si scrive "Panella persegue un progetto di insensatezza",
ed è firmato Roland Barthes anziché Fegiz, è questo che fa la differenza.
Detto da Fegiz vorrebbe essere un astioso insulso. volevo dire insulto (ma
detto da me va benissimo). Quando i benefattori sparano qualche complimento,
chi se ne importa.
Battisti rivelò un giorno a un amico una specie di metodo per valutare
quello che lei scriveva: "I testi di Panella, se non li capisco vuol dire
che sono giusti".
Qualche testo sempre mi rimaneva fuori. Sì, vabbè, ma era quello che
chiedevo io, avrebbe fatto una brutta figura a dire "ho capito tutto",
peggio che dire "io sono ignorante". Si sbaglia a mettere queste faccende
sul piano della comprensione delle cose. Si dovrebbe piuttosto rimanere
incantati di fronte a questo oggetto dal quale esce la musica. Non capiscono
nemmeno perché un disco messo in un posto suona, poi vogliono capire cos'è
la musica? Mi sembra troppo. Tra un uomo e una donna, non sia mai che uno
debba dire all'altro: "fàmmiti sempre capire". Mi sembra molto offensivo. E
poi si parla di sentimento. Riconoscano prima che il sentimento è una falsa
sovrastruttura, e allora poi parliamo di capire.
Quando lei e Battisti facevate assieme una canzone, cercavate la stessa
cosa?
No, non credo. Io non so neppure cosa cercassi. Non è nemmeno che non
cercassi niente. Mi trovavo quelle frasi davanti, oggi sarebbero
probabilmente diverse. Ma non per ragioni strutturali o formali, perché le
canzoni che vengono un giorno non vengono un altro.
Per un Battisti che non scriveva più secondo la logica della strofa e del
ritornello, le melodie erano diventate un'operazione di dispendio. Come la
parola per lei. Un'altra affinità fra voi due?
Io non scrivevo ritornelli, ma un percorso obbligato, nel quale c'erano però
dei moduli tornanti. Ma quelle canzoni nell'insieme sono dei ritornelli.
Ma sono anche come i quarti di bue, come lei stesso diceva prima. Il
pubblico compra le canzoni per mangiarle.
No, il pubblico mangia tutto, è quasi una discarica, riceve i testi di
tutto. Se uno pensa a quello che è l'elaborazione della canzone... Prendiamo
un giovane autore o cantante, giovane per offenderlo. Vive la sua vita
giovanile, tutta fatta di speranze, pulsioni compositive, aspettative, e la
sua dotazione è circa venticinque canzoni. Sono le canzoni migliori della
sua vita. A un certo punto c'è questo ragazzo che s'incontra con altri
ragazzi, produttori, discografici, e da questo gran corpo bovino o suino
ricavano qualcosa come una cistifellea, nella quale gli antichi credevano ci
fosse l'anima. Una cosa assottigliata, strofa-strofa-inciso, la cistifellea:
qualcosa che normalmente si butta. E la buttano, infatti, in pasto al
pubblico. Non mi pare che il pubblico riceva il meglio. Di tutto il corpo,
bovino o suino che sia, di una vita rivolta alla canzone, ricevono qualcosa
che veramente è stato sterilizzato da quel corpo. Lo ricevono nei termini di
una "operazione" discografica, si dice così, no? Questo tampone pieno d'
alcol snaturato. Quello che arriva. La canzone è qualcosa di molto levigato,
prosciugato, tagliato e ritagliato, una cosina così. Ma nego che ci sia un'
affinità tra musica e testi, che ci sia stata o che ci sarà. E' un
matrimonio di interessi. La parola non ha niente da condividere con la
musica, né la musica con le parole. Esiste un luogo comodo, che è la
canzone, con cui oggi la gente ritiene di aver assolto il compito del
consumo culturale. Una cosa composta, molto calata nel ruolo. Si fanno
seminari, ne parlano sul serio: questa è la più grande offesa portata alla
canzone. La canzone non va discussa, perché è fuori da ogni discussione.
Sennò perde la sua caratteristica di figlia degenere di un matrimonio d'
interesse, ma bella, leggera, idiota. Perde quello che veramente dovrebbe
essere: inafferrabile. Non conoscendo e non amando la canzone, le ho
restituito quello che dovrebbe essere: l'inafferrabilità. Se chiediamo a un
amante della canzone del passato cosa vuol dire "Vola, colomba bianca vola,
diglielo tu che tornerà", lui non lo sa. Con la canzone si entra in
scemenza, uno esce dalla priorità del tutto. Entra in scemenza, nell'
avulsione dal tutto. Ma da anni vien fuori che bisogna essere problematici,
che bisogna farne un problema.
Stiamo scrivendo l'ennesimo libro su Battisti, nell'eterna speranza che sia
quello vero. Lei trova sbagliato che in un libro si racconti la vita di una
persona?
Sì. La vita di una persona coincide con la vita di chi l'ascolta, quella
persona lì. Poiché esiste uno standard esistenziale: anche se gli
ascoltatori di canzoni sono tanti, mediamente parlando, la canzone è la
soddisfazione della zona mediana: le apprensioni, le aspettative, i medi
desideri e le medie voluttà del medio. E' tutto medio. Non esiste una
canzone di tipo tirannico, o criminale. E' tutto mezzo e mezzo. Un po'
autoritario, ma un po'. Un po' vittima, un po' no. Se uno dovesse
ricostruire i rapporti umani dalle canzoni, non ne verrebbe fuori quasi
nulla. E' un mondo molle, perché è un mondo medio. E' un mondo di quella
vita lì, che non prende posizione né per un verso né per un altro. Non dà
colpi né al cerchio né alla botte: accenna. Alla canzone non è chiesto di
dire, ma solo di apparire. Ecco perché L'apparenza. E' un po' un miracolo,
ne ha tutte le caratteristiche, salvo che non la fa troppo lunga, perché
dura tre minuti, se ne capisce l'origine, perché c'è di mezzo un oggetto. A
differenza di Fatima può vendere anche qualche milione di copie nel mondo,
ma almeno non è così invasivamente ecclesiale. La sua capacità invasiva è
epidemica, ma sempre meno di quell'altra. Di vantaggioso ha che dura meno:
la si può riascoltare, ma la sua durata resta sempre quella. Da ragazzi si
comprava un 45 giri, e il primo giorno lo si metteva cento volte di seguito.
Ma non è che facendo così moltiplicassero i tempi: non riuscivano a capirne
il miracolo, per cui lo ripetevano. La canzone è amabile perché finisce,
presto.
E la vita di chi scrive canzoni?
Della vita, che dire? Sono vite normali. Uno si sveglia dopo essere andato a
letto il giorno prima, fa colazione. E vive come chiunque. Io poi son poco
attendibile. Poco mi ci trovo nei panni di chi vive di ricordi, io so
parlare solo di me, che vuole che dica di un altro? Si può dire di Alfred
Jarry, che col revolver sparava ai bagarozzi, e li stecchiva pure. Ma son
passati più di cento anni. Ho letto di Graham Greene che era uno scrittore
mediocre perché parlava di persone. Obiettivamente è uno scrittore medio. Un
bravo scrittore, scrittore-scrittore, di quelli veri, scrittore di
professione, non certamente di vocazione. Si interessava delle persone
perché di meglio non sapeva fare. Interessarsi alle vite è una noia, perché
le vite sono noiose.
Ma insomma, questo Lucio Battisti. Nessun dettaglio da ricordare?
Sono io che non mi trovo nelle parti di uno che ricorda, non sono un
memorialista, affettivamente parlando.
Un rapporto, dei sentimenti?
Io di natura non sono portato molto alla condivisione di nulla. Penso a me,
penso di me, non vedo perché debba penare trapassandomi negli altri. Il
fatto di mettere insieme queste due cose, la musica e le parole, questa
compenetrazione in realtà è perfino un superamento, una sospensione dell'
amicizia. Non vedo perché uno debba impegnarsi, dopo aver fatto qualcosa del
genere, che è perfino un po' immorale, come qualsiasi fondazione di una
moralità: l'immoralità dell'estetica è nel farle, le cose, non nell'averle
fatte. Partecipare di questa immoralità, come commettere una rapina insieme,
è più dell'amicizia. Mi viene in mente Genet, che non aveva amici, ma che
perciò aveva ancora qualcosa di più potente, con i suoi complici. Dell'
amicizia non me ne importa nulla, anzi la detesto un pochino. Non la
capisco.
Si è mai mosso di casa per incontrare Battisti?
Ho frequentato solo la sua casa romana, si figuri se io mi muovo, certo non
per andare a parlare di canzoni. Si parla meglio al telefono.
Anche per comporre testi di canzoni?
Ci sono stati vari modi. All'inizio, dettandoglieli. Poi i fax, poi ancora
la prima Internet.
Battisti le ha mai fatto proposte di modifica, sui testi? Voglio dire: non
sulle metriche, ma sui contenuti?
Il problema sarebbe stato capire quali erano, i contenuti.
Perché? Vuol dire che Battisti non li capiva?
In fondo questa cosa fu risolta prestissimo. La cosa che dissi subito, e che
subito lo persuase. Diciamo che probabilmente io gliene ho parlato come ne
ho parlato con lei, sulla canzone come apparizione, sulla sua volatilità, la
peste da una parte e il miracolo dall'altro.
Dunque lui accettò subito questa sua posizione?
Immediatamente.
Lei è elusivo, nei suoi testi come nel racconto della vita.
Ogni vita a raccontarla è assolutamente insulsa, salvo che tu non lo faccia
da giornalista, detto nel senso bello. I fatti accaduti esistono solo in
alcune pagine di questi giornalisti qui, parlo di gente come Hemingway. Ma
uno notevole sotto il profilo esistenziale è Enzo Carella, perché non avendo
vissuto imprenditorialmente la vita che fa, vive una vita senza risorse, che
io ricordo e tengo presente come tutti gli altri. Ho un certo affetto per il
giornalismo, specialmente per il cattivo giornalismo, che è ingenuo, perché
è avventizio. Come quando cominciarono a dire: è la loro fine, non vendono
più, eccetera. Per qualche motivo i discografici, vuoi perché macinano
musica, vuoi perché sono commercialmente aggiornati, le garantisco che
afferrano le cose molto più dei giornalisti avventizi. Capirono subito che
dietro quella cosa c'era un evento commerciale, come si dice nel loro
lessico. E quando leggevano quelle cose, le previsioni giornalistiche su
quel cantante che consideravano finito, i discografici ridevano. L'evento è
stato talmente produttivo dal punto di vista promozionale - tanto che noi
oggi ne stiamo parlando - perché le vendite superarono le previsioni e ci fu
pure un richiamo di vendita del suo passato, di tipo vendicativo. Senza che
l'avessi fatto volontariamente, io partecipai di un'ottima operazione
commerciale. Ecco perché andava bene tutto. L'elemento di novità attira le
attenzioni, e la novità erano quelle parole lì.
Perché finì?
Perché mi stancai. Mi pareva che cinque dischi fossero già troppi. Si stava
diventando troppo produttivi e continui. Io non amo molto la continuità. Se
mi dessero un miliardo per posare nudo lo accetterei, perché mi metterebbe a
rischio e non me ne importerebbe nulla. Perfino Fegiz cominciava a parlarne
bene, si diventava consueti. Alcune cose io non le ho neanche firmate,
perché non volevo diventare un miserabile mito della musica leggera, come
dire: non c'è altro, ti devi accontentare. Diventare qualcosa in mancanza di
tutto.
Mai pentito?
Assolutamente no. Anzi, in generale mi sto allontanando sempre più dalla
canzone. Ne faccio sempre meno, e cerco di farle nella maniera più stupida
possibile. Ma la cosa non era riconducibile a un episodio.
Lui come la prese?
Credo non bene. Ogni disco finito io dicevo vabbè, abbiamo fatto, ci
possiamo dire appagati. Ma lui parlava subito del prossimo. Da parte mia era
sempre più evidente questo blando scostamento dalla canzone. Da quella in
particolare, perché stava diventando consueta, stava prendendo piede, come
si dice. La mia scrittura per canzone è scrittura applicata alla canzone.
Per me la canzone non è il riferimento assoluto, ma nemmeno relativo. Di
quel passo avremmo fatto un disco ogni due anni per sempre. Era tutto così
ripetitivo. Due anni e tutto si ripeteva, solite solfe, solito balletto,
tutte finzioni da parte di tutti, il pubblico finto. Per me quelle cose, a
voler esagerare, avrebbero dovuto vendere quindicimila copie. Il discorso
più interessante è proprio questo: l'incidenza di queste cose nelle faccende
discografiche, negli interessi del pubblico. La vita è bella quando te l'
immagini, perché se sei bravo riesci a veder quello che non puoi vedere.
Cosa vuole che m'importi mettere a nudo una vita normale? Non importa
nemmeno a quello che l'ha vissuta. Le vite taciute è meglio che lo restino.
Le vite di cui non si conoscono grandi espressioni, grandi barbagli, grandi
abbacinamenti e grandi scivolate, grandi uppercut e grandi record (della
vita, non della musica leggera, che qualsiasi imbecille è in grado di
apportare) vanno taciute, perché quelle grandi espressioni non furono
espresse proprio per non essere raccontate. Chi si esprime in maniera
notevole vuole essere raccontato in maniera notevole. Vite così sono
esistite, vite che volevano essere raccontate. Gente che, sapendo di vivere
in pubblio, viveva in pubblico godendo, e pagandolo. Questo li pone di
fronte alla violenta scelta di essere quasi per sempre. Ci fanno pure i
film, su Ciaikovskij, su Oscar Wilde: gente talmente densa di racconto che
questo racconto gli usciva dai pori. L'altra gente ascolta le canzoni, e
ascoltare le canzoni significa farle. Non esiste un autore di canzoni che
non sia stato pubbblico della canzone. Chi fa canzoni è un ascoltatore, e lo
sarà per sempre. Io non ho mai ascoltato canzoni, ho scritto in assenza di
suono, come Beethoven. Ecco perché ho scritto prima di ascoltare la canzone,
perché io non la sento. O si vivono vite notevoli, o si ascoltano (si fanno)
le canzoni.
Io sono elusivo perché son sordo.
E detesta gli aneddoti.
Alcuni fatterelli è bene che non si conoscano mai, perché se la normalità
vuol esser taciuta, è bene che sia taciuta. Molte vite possono essere
ricostruite sulle opere. E' tutto lì. Esiste un'esposizione sfrontata,
impavida di sé, che può essere ricostruita come vita.
Mi vien da pensare che quella pretesa di Battisti, che diceva di non essere
più interessato a comunicare, forse gliel'aveva suggerita lei.
La canzone non è necessaria, per cui nessuno può dire di trovarsi scomodo in
quei panni. Non è sartoriale. La più concreta analogia è quella con il
miracolo: pura visione, puro nulla, però colorato. Non puoi infilare le
braccia in una nuvola. Durano forse uguale, la canzone e il miracolo: per un
miracolo un tempo di quattro minuti è sufficiente. La noia, l'usura, la
sopravvivenza di una chiesa su quel miracolo sono molto più durature. La
canzone è più astenuta: certo, sono un miracolo, ma non stiamo a far tante
chiacchiere, tanto poi ne apparirà un altro. Son miracoli stagionali.
E poi?
Le canzoni sono vapori. La canzone dice: io sono un po' falsa. Ma il fatto
che lo dica è grande. Sono un po' falsa, cioè sono un miracolo: un abbaglio
nel quale puoi vedere delle cose, puoi vedere l'amore, cioè un abbandono
cantabile, una cosa falsa. Ad esempio, io ho giocato a lungo come
centravanti nella Roma, allenato da Zeman.
Davvero?
No, in teoria.
La cistifellea questa sconosciuta...
> Ci sono stati vari modi. All'inizio, dettandoglieli.
> Poi i fax, poi ancora la prima Internet.
Sarebbe interessante rintracciare i loro msg via email :)
> Ogni vita a raccontarla è assolutamente insulsa, salvo che tu non lo
> faccia da giornalista, detto nel senso bello. I fatti accaduti esistono
> solo in alcune pagine di questi giornalisti qui, parlo di gente come
> Hemingway. Ma uno notevole sotto il profilo esistenziale è Enzo Carella,
> perché non avendo vissuto imprenditorialmente la vita che fa, vive una
> vita senza risorse, che io ricordo e tengo presente come tutti gli altri.
E bravo Carella. Di cui da poco è uscita una doppia raccolta
con i brani panelliani (RCA, 10 euro). Info by Amos :)
> Ho un certo affetto per il giornalismo, specialmente per il cattivo
> giornalismo, che è ingenuo, perché è avventizio. Come quando cominciarono
> a dire: è la loro fine, non vendono più, eccetera. Per qualche motivo i
> discografici, vuoi perché macinano musica, vuoi perché sono
> commercialmente aggiornati, le garantisco che afferrano le cose molto più
> dei giornalisti avventizi. Capirono subito che dietro quella cosa c'era un
> evento commerciale, come si dice nel loro lessico. E quando leggevano
> quelle cose, le previsioni giornalistiche su quel cantante che
> consideravano finito, i discografici ridevano. L'evento è stato talmente
> produttivo dal punto di vista promozionale - tanto che noi oggi ne stiamo
> parlando - perché le vendite superarono le previsioni e ci fu pure un
> richiamo di vendita del suo passato, di tipo vendicativo. Senza che
> l'avessi fatto volontariamente, io partecipai di un'ottima operazione
> commerciale. Ecco perché andava bene tutto. L'elemento di novità attira le
> attenzioni, e la novità erano quelle parole lì.
Mah, qui Panella sostiene che i bianchi
hanno avuto pure successo commerciale.
Quanto al resto però non mi pare che Lino
abbia smesso di scrivere testi per canzoni...
> Ad esempio, io ho giocato a lungo come
> centravanti nella Roma, allenato da Zeman.
>> Davvero? > No, in teoria.
Manco Oronzo Canà l'avrebbe preso...
> Quello che non mi persuade del tutto in questa intervista
> ed in genere in tutte le interviste rilasciate da Panella
> è il fatto che traspare un Battisti troppo succube e
> malleabile (io ho fatto ,io ho deciso, ho chiuso perchè).
Non è solo Lino ad aver questo atteggiamento.
A Panella poi io rimprovero ben altre cose come
l'atteggiarsi a paladino della privacy quando lui fu
il primo a spifferare la vita privata di Lucio a
giornali pseudoliberali... :(
> Non credo che Battisti fosse un caratterino così
> facilmente addomesticabile. Piuttosto usava i
> suoi collaboratori per raggiungere scopi precisi.
Certamente
> Perciò la decisione di troncare tra i due magari fu presa
> da Lino, ma Battisti probabilmente la accolse come
> il cacio sui maccheroni o come piaceva a Lucio di
> pecorino sulla amatriciana(:-)
Mah... temo invece che in quella circostanza
Lucio non se l'aspettasse e però di sicuro non
si è perso d'animo e chissà che avrebbe o ha
fatto poi... Se è vera la storia che si racconta
sul fatto che avesse trovato uno peggio di Lino...
Tornando a quel divorzio artistico non mi fece
una bella impressione il titolo e il modo di proporre
l'articolo (non il contenuto) apparso su Sette a cura di
Patrizia Orpello... Ecco l'uomo che ha licenziato Battisti
> Tornando a quel divorzio artistico non mi fece
> una bella impressione il titolo e il modo di proporre
> l'articolo (non il contenuto) apparso su Sette a cura di
> Patrizia Orpello... Ecco l'uomo che ha licenziato Battisti
Pensa che in quel titolo io ci leggevo una sorta di gioco di parole:
"ha licenziato" in riferimento al fatto che si erano presi delle licenze i
due artisti:
Licenza poetica e licenza musicale e interpretativa.
Invece rileggendolo per bene come ha fatto notare anche Maurizio, sembra che
l'artista "primario" sia lui e il "secondario" Battisti, capitato per caso
sul cammino del lavoro di PP e poi debitamente "licenziato" ovvero
"liquidato".
Che abbia pagato la liquidazione?:-)
Raffaella
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----- Original Message -----
From: "Maurizio" <m.ard...@virgilio.it>
Newsgroups: it.fan.musica.lucio-battisti
Sent: Sunday, January 16, 2005 7:38 PM
Subject: Re: intervista a Panella 2000
' i suoi collaboratori ' non mi pare una descrizione tanto ...felice (per
non parlare del resto..)
Ciao, C.
In generale, io non mi fiderei tanto (ma tutto varia da caso a caso e
soprattutto è personalmente) delle copertine e 'titoli' ecc..., per me sono
come prendere la 'famosa realtà', che già non sento molto esistere (eppure
tutti ci si 'sentono proprio dentro) e 'spiaccicarla' su una pagina di un
giornale appunto, che è una cosa ancora 'meno' di una dimensione....,
C.
anche a me fa la stessa impressione ogni volta che leggo le sue interviste.