Fabrizio de André e la sua compagna Dori Ghezzi vivono all'Agnata, che
in gallurese vuol dire "angolo protetto". La passione per la campagna il
cantautore genovese se la porta dentro fin dall'infanzia, da quando
d'estate vicino ad Asti guardava incantato il contadino di suo padre
dire alla vacca "gira a destra", e la vacca girava proprio a destra. De
André non è ancora riuscito a far girare la vacca, però sa mungere, ha
addestrato i cani a mandare le mucche fuori dal recinto, sa svegliarsi
per tempo quando è la stagione delle semine. Il suo problema principale,
fino al momento del sequestro, non era più trattare con i discografici o
pensare al successo delle sue ultime composizioni, ma ridurre il numero
degli aborti fra le sue numerose vacche. Per acquistare il terreno e
costruire la fattoria aveva dato fondo ai suoi risparmi e aveva fatto
domanda per avere i contributi della Cassa per il Mezzogiorno.
Qualche giorno prima del rapimento, in casa De André si discusse di
quagli aghi nel pagliaio che la polizia stava cercando. La gente
scappava terrorizzata dalla Costa Smeralda, i miliardari erano in stato
d'allarme, potevano sfuggire ai banditi tornando sul continente, ma non
si davano pace per la svalutazione cui le loro ville erano sottoposte
per la crescente criminalità. Fabrizio rideva e diceva: "A noi chi
volete che ci sequestri? Non abbiamo soldi 'a gogò', qualche risparmio,
il resto investito nell'azienda agricola. E poi io mi sono sempre
battuto per gli oppressi, per i deboli, come fanno a colpire me?" E
Salvatore Pinna, compare di Fabrizio all'Agnata, replicava: "Sequestrare
te sarebbe troppo facile. I banditi amano il rischio, il pericolo, come
fanno a fare del male a uno come te che vive in un posto isolato, senza
difesa, con le porte di casa sempre aperte?" Sia Fabrizio sia Pinna
erano convinti che il banditismo sardo fosse ancora un mondo di
personaggi romantici e coraggiosi.
Quella sera Dori e Fabrizio lessero un libro di astrologia di
Sementoski. Scoprirono di avere due predizioni in comune. Sia per
Fabrizio (Acquario, 18 febbraio 1940), sia per Dori (Ariete, 30 marzo
1946) quel libro prediceva un lungo periodo di segregazione e una
superiorità sui nemici.
Mancavano ventiquattr'ore al rapimento. I banditi erano già appostati e
pronti ad agire da una decina di giorni. In casa con Fabrizio e Dori
c'erano i genitori di lei, sua sorella Fiore e il marito, i loro tre
figli. E naturalmente la piccola Luvi, due anni, la bambina dei due
artisti. I rapitori poi confidarono ai due ostaggi che avrebbero voluto
entrare in azione proprio quella sera, legare i grandi e chiudere i
bambini in una stanza. Poi avevano preferito rinviare di un giorno. Alle
sei e mezzo del pomeriggio successivo i parenti di Dori se ne andarono,
portarono Luvi al mare vicino a Olbia.
Fabrizio e Dori hanno due camere separate. In genere restano insieme per
un po', ma lui fuma, legge, rimane sveglio fino a tardi e allora Dori va
a dormire lì accanto. Quella sera la donna sentì un rumore di scarponi,
si alzò: "Dori non ti muovere", le disse una voce dall'accento sardo.
Sopra, vicino alla stanza di Fabrizio, c'era la sagoma di un uomo
incappucciato, dall'altra parte due persone con le armi in pugno. Vicino
al letto Fabrizio teneva un Winchester, ma non cercò di prenderlo. Li
fecero sdraiare tutti e due sul letto, misero loro le maschere, gli
legarono le mani dietro la schiena. Nodo, il cane, abbaiava. Si sentì il
clic della sicura di una pistola: "Nodo, vai da Cita", ordinò Fabrizio
alludendo alla cagnetta di cui Nodo è innamorato. Se i banditi erano
potuti entrare indisturbati era anche colpa del cane, non aveva abbaiato
perché non si trovava alla villa, era da Cita. I banditi scesero al
piano terreno, tolsero la maschera a Dori, le fecero prendere un po' di
indumenti pesanti, frugarono nei cassetti per cercare soldi e gioielli.
Spensero tutte le luci di casa, se ne andarono a bordo della Dyane 6
arancione di Fabrizio. Il giorno dopo, per sviare le indagini, la
abbandonarono su una banchina del porto di Olbia, da dove partono i
traghetti.
Iniziarono a camminare nella notte, quasi due ore. Si fecero consegnare
una catenina d'oro con la medaglietta della Madonna, l'orologio, due
catene d'oro. Era mezzanotte. Fabrizio per fumare voleva alzare il
cappuccio, ma sentì una lama davanti al volto, una punta affilatissima
che gli stava aprendo un foro all'altezza della bocca. Dopo una notte
insonne ci fu un'altra giornata di marcia: serve a stancare fisicamente
gli ostaggi in modo da intorpidire le loro reazioni psicologiche, è una
tattica collaudata in tre secoli di esperienza dato che i primi
sequestri in Sardegna datano dal 1690.
Cominciarono le ipotesi sulla sparizione dei due cantanti. Telefonate
misteriose (poi risultate false), le ipotesi assurde di un autorapimento
per estorcere denaro al padre, amministratore delegato della Eridania
Zuccheri, la supposizione che le Brigate Rosse volessero punire Fabrizio
per aver pubblicamente dichiarato di aver votato per la DC (in realtà
aveva dato la sua preferenza a Paolo Casu, candidato alle regionali, un
esperto agronomo suo amico). I giornali intervistarono Giannino Guiso,
il difensore di Renato Curcio. Rispose: "Dopo il fallimento
dell'iniziativa industriale di Ottana, nel popolo sardo si è diffusa una
maggiore coscienza politica. Fino a ieri i pastori accettavano, tacendo,
ciò che veniva imposto. Oggi si rendono conto che ogni modello di vita
scaturisce da una volontà politica. Traducendo questa coscienza in
chiave di rapimento, vediamo che un tempo il pastore rapiva con l'asino,
oggi ci va con il motoscafo e sceglie con maggior cura le sue vittime.
Ma la continuità è ancora lui, il pastore. E non è più solo: ora gli
sono accanto ex operai, ex studenti, ex impiegati, intellettuali
disoccupati". La sera in cui Fabrizio venne rapito, una strana scena
accadeva in un bar di Tempio Pausania: in mezzo ad alcuni amici, un
pastore accendeva il sigaro servendosi di banconote da diecimila lire.
Quel pastore venne arrestato. Insieme a lui il fratello, cavatore di
granito, e un insospettabile bidello delle magistrali di Tempio. Sono
ancora oggi sospettati di essere stati i basisti. Le indagini erano
scattate mentre i due cantanti si trovavano ancora prigionieri. Il 17
dicembre nelle campagne nuoresi, tra Bitti e Orune, i carabinieri
compiono un blitz notturno nell'ovile "Sa Janna Bassa" dov'era in corso
un vertice dell'Anonima sarda. Nelle tasche di uno dei due latitanti
uccisi, Giovanni Maria Bitti, c'erano alcuni volantini delle Brigate
Rosse. Otto persone vennero arrestate, una riuscì a fuggire.
Tre mesi dopo la scena si spostò in Toscana. Allo sportello della Cassa
Rurale di Sarteano, un paesino vicino a Siena, il veterinario comunale
di Radicòfani (Siena) versò tredici milioni, otto dei quali provenivano
dal rapimento De André-Ghezzi. Quell'uomo si chiamava Marco Cesari,
aveva trentasette anni, nella zona dove lavorava da alcuni anni si erano
insediate colonie di sardi, alcune delle quali legate ad altre vicende
di rapimenti, fra cui quello dell'industriale milanese Marzio Ostini,
settecento milioni di riscatto, mai più tornato a casa e dato in pasto
ai maiali secondo le risultanze del processo.
Il veterinario disse di aver ricevuto quei soldi sporchi in cambio di un
dipinto di epoca fiamminga venduto a uno svizzero. La polizia non ci
credette. Cesari risultava aver compiuto numerosi viaggi in Sardegna nel
periodo caldo dei sequestri, disse di essere andato a controllare alcune
greggi che dovevano essere acquistate da pastori trapiantati in
continente. Ma il mistero su quelle ottantadue banconote da centomila,
modello 1978, taglio piccolo, rimase. I legami stretti tra le bande
dell'isola e quelle in Toscana emersero in fretta. Alla fine di marzo
l'inchiesta si allargò ad altri rapimenti, quello della bambina Ilaria
Olivari, quello di Alfonso de Sayons, quello del piccolo Del Tongo, nove
anni, sequestrato in provincia di Arezzo. E poi ci sono analogie e
tracce dei rapimenti Arba, Rosas, Casana, Troffa, Schild, Locci, Bussi.
Il dato certo è che la zona di Radicòfani è l'epicentro del riciclaggio
del denaro sporco di molti di quei sequestri. È evidente l'esistenza di
un cervello unico in tante di quelle azioni, ma l'uomo-guida della
Superanonima sarda resta ancora avvolto nel mistero.
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[pp. 268-271 del testo originale]
(2 - continua)
*Riccardo Venturi*
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*So er an îr ûfgestigen ist (Vogelweide)
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