Sull'arca di Battiato c'è la cultura della nuova destra
IMPOSSIBILE, di fronte al nuovo LP di Battiato, fare un discorso
«equilibrato»: si sente di doverne dire tutto il bene e insieme tutto
il male possibili.
«Tutto il bene»: è un prodotto tecnicamente perfetto, di chiarezza
cristallina, cosi preciso e individualizzato da poter costituire un
modello per tutti i «colleghi». Modello di cosa? Di un atteggiamento
artistico rigoroso. Non serve barcamenarsi sul mercato alla ricerca di
scopiazzature in serie di modelli di successo: Battiato mostra
l'importanza di lavorare il proprio orto con l'ambizione di tirarne
fuori la migliore verdura della regione. Anche se è destinato ad avere
schiere di imitatori, insegna ad approfondire il linguaggio personale
e distinguersi, dare segnali di differenza non di omologazione e di
appiattimento sulla media stanca della produzione discografica
nazionale.
Forse manca nell'LP un brano della forza di Centro di gravità
permanente, ma c'è una nuova sintesi che sbarazza il campo dal troppi
elementi, dalle troppe citazioni affastellate in «La voce del
padrone». E' a suo modo anche un disco «a tesi» che vuol fare
chiarezza. Chi considerava Battiato un post-moderno, maestro della
citazione «al di fuori del contesto» e seminatore ironico di codici
non ideologici, dovrà ricredersi: questo disco è un manifesto
serissimo.
E veniamo cosi a dire «tutto il male possibile»: proprio perché dai
solchi, pezzo dopo pezzo, viene fuori il «Battiato-pensiero», è bene
dire una volta per tutte di che pensiero si tratta. E' un vero Bignami
di stimabilissima cultura da Nuova Destra, quella che alletta Cacciari
e molti altri. Gli ammiccamenti si sprecano: si ritorna a parlare di
«chi scappa in Occidente», degli appelli di «Radio Varsavia»; si mette
in prima fila «l'imperialismo degli invasori russi» (davanti a inglesi
e americani si intende) (Esodo), si apprezza da veri snob la nuova
cultura penitenziale cattolica (Scalo a Grado); si affonda nel
narcisismo della propria diversità modellando le proprie fantasie
sessuali sulle movenze dei danzatori dervisci: la distinzione del
linguaggio sembra voler far dire all'ascoltatore: «Euh! Ma com'è colto
il Battiato».
Anche le canzoni di Giorgio Gaber (con il quale Battiato si
affratella) nascondono citazioni di Musil, Adorno, Celine e chi più ne
ha più ne metta. Ma Gaber «abbassa il tono», sceglie di spiegarsi in
un linguaggio più basso e didascalico perché la citazione non si senta
e ne arrivi invece il contenuto provocatorio vero. Battiato invece
tiene alla proprietà del linguaggio colto. E' solo una deviazione in
corner che vi dica «giù dalla torre gli artisti» perché è proprio come
Artista che Battiato si presenta e come un Artista che ci crede al
Massimo Grado.
Nello stesso tempo si avverte però un che di professorale, e se
vogliamo anche di impiegatizio, in questa cultura esposta come il
servizio da tè nel salotto buono. Se Gaber spinge l'acceleratore del
paradosso e si paragona a Dio giudicando i vivi e i morti, Battiato si
limita a un giochetto di società (Giù dalla torre) che tra l'altro lo
avvicina (in questo brano) più a Renato Zero che a Dio. Ma poi, quasi
a riscattarsi, torna «in alto» e non ci risparmia la seguente massima:
«L'evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da
un'evoluzione di pensiero» (New Frontiers).
Insomma: il nostro ci configura uno scenario da Fine del Mondo, dove
moltitudini in coda varcano i confini verso una nuova Arca di Noè.
Un'Arca che è una salvezza «colta» preparata dall'educazione di massa.
Profeta e pedagogo, altro che post-moderno. Naturalmente per salire a
bordo dell'Arca bisognerà fare gli esami. Neanche esami facili dato
che dovremo aver letto tutto il catalogo Adelphi e al contempo saper
ballare «come le zingare nel deserto coi candelabri in testa».
Ma se una volta ammessi sull'Arca si scoprisse di esserci imbarcati su
un nuovo Titanic? Allora, semisommersi dai flutti e cercando rottami a
cui afferrarci, non ci sarà di gran consolazione sapere alla
perfezione «come danza il derviscio». E dalle labbra non ci usciranno
canti latini e roboanti cori mitteleuropei, ma semplici, volgari,
carnali imprecazioni. E sarà finalmente La voce del burino. Gianfranco
Manfredi
> Il testo completo della famigerata recensione dell'album "L'arca di
> Noč" scritta da Gianfranco Manfredi sul supplemento "Tuttolibri" della
> Stampa dell'11/12/82
Il pezzo č acuto, contiene qualche vizio e prende un paio di cantonate, ma
mi sembra una critica niente affatto estranea al contesto e all'album in
questione.
MLG
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