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CORREGGIO (Reggio Emilia) - Archi e chitarra elettrica, pianoforte a coda e
suoni campionati: dall'incontro degli opposti nasce ancora una volta la
musica di Franco Battiato, che ha la rara proprietà immanente di restare
attaccata alle radici e nello stesso tempo di raccontare i giorni nostri
correndo verso il futuro.
Un'alchimìa che domenica sera alla Festa de «l'Unità» di Correggio si è
tradotta in un concerto energico e divertente, volutamente consono al calore
della stagione estiva.
Almeno 5 mila presenti, nell'Arena gremita, 2 ore di musica, 31 canzoni tra
cui le 4 affidate all'inseparabile filosofo-paroliere Manlio Sgalambro:
queste le cifre dello spettacolo di Battiato, non legato a un disco in
particolare (l'ultimo, Ferro battuto, risale a più di un anno fa e il
prossimo, Fleurs 3, uscirà in autunno) e quindi liberamente aperto ai
successi pop da L'era del cinghiale bianco del 1979 a oggi.
Lo show è stato introdotto da quello dell'emergente cantautrice parmigiana
Bianca, all'altezza della situazione sia per la qualità delle canzoni (sei
scritte da lei e una, Nido, di Cristina Donà) sia per certe affinità
stilistiche con Battiato.
Da Formula a Senza voce, da Islamismo mon amour a Seta, Bianca ha dimostrato
di essere pronta per il salto discografico, grazie anche all'apporto di sei
musicisti più classici che leggeri: Nicola Tassoni coautore e 1º violino,
Lorenzo Amadasi 2º violino, Igor Codeluppi viola, Beppe Grassi violoncello,
Claudio Cirelli pianoforte, Mario Benelli voce e piano nella stravolta Nido.
Ma ecco il concerto di Battiato, che comincia con una personale versione di
una cover che farà parte di Fleurs 3: Impressioni di settembre della Pfm.
Saggiate tre anni fa con il cd Fleurs, le «rivisitazioni» comprendono dal
vivo anche La canzone dell'amore perduto di Fabrizio De André con il
contrappunto di archi e cori e l'eccellente tocco pianistico di Carlo
Guaitoli, Ruby Tuesday alla ricerca della purezza della melodia dei Rolling
Stones, Ritornerai di Bruno Lauzi da ballare abbracciati, Il cielo in una
stanza di Gino Paoli per piano e voce, Insieme a te non ci sto più di
Caterina Caselli con finale che sa tanto di Luigi Tenco (Ciao amore ciao).
Bisogna inchinarsi alle capacità di arrangiatore di Battiato, in grado di
regalare cover più emozionanti degli originali (ma con De André è gara
dura). Stesso rispetto per il Battiato autore, che destina le prime fasi del
concerto ai suoi pezzi più rock, ideali per la chitarra elettrica di Chicco
Gussoni: Strani giorni molto inglese, Il cammino interminabile più
mediterraneo-orientale, Shock in my town tecnologico ma con gli immancabili
archi del Nuovo Quartetto Italiano, Il mantello e la spiga con il basso
pulsante di Lorenzo Poli, Auto da fé ruvido e graffiante.
Gradevole la parentesi di Sgalambro, rapper cavernoso i cui consigli si
cibano di filosofia e ironia, tra una Cheek to cheek swingata alla Paolo
Conte e una Me gustas tu più alternativa di Manu Chao. Battiato si sfoga
alla chitarra elettrica e poi incanta con l'ispiratissima La cura, la
ripescata Nomadi (in cui si concede un «camminante» al posto di
«camminatore»), la jungle Sarcofagìa, Fornicazione del '95 e Povera patria
del '91, «schiacciata dagli abusi del potere» e a lungo applaudita per la
sua attualità: «E' una canzone che non faccio da tempo. Per me è stata
sempre imbarazzante perché tratta di cose politiche, però quest'estate...».
Nel presentare la carrellata di vecchi hit, Battiato si scatena: «Non
mollate, perché arriva una sequenza trucida», con L'era del cinghiale
bianco, Voglio vederti danzare, Cuccurucucu e la preveggente Magic shop
(«C'è chi parte con un raga della sera e finisce per cantare 'la Paloma'»),
Stranizza d'amuri, Prospettiva Nevski, i bis La stagione dell'amore,
L'animale, E ti vengo a cercare e Centro di gravità permanente. Un «centro»
sempre più spostato verso il rock.
Fabrizio Marcheselli