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Recensione di Daniele S.

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Ivan

unread,
May 30, 2003, 4:33:07 PM5/30/03
to
Ciao, il mio amico Daniele vi saluta e, dato che non riesce a postarla (per
problemi con OE) mi ha chiesto di inviarvi questa sua recensione sull'album
"Sono io, l'uomo della storia accanto".

................
Ritorna. E' stato, in questi ultimi 5 anni, un traghettatore di folle da
record nei più grandi stadi italiani; un viaggiatore verticale ed intimista,
un incantatore spogliato di raffinatezze virtuali nella corsa verso nuove
riletture da un sito archeologico ad un tempio lirico. E questa volta
ritorna, appunto, ma ripartendo da sé.
E' lui, Claudio Baglioni, 52enne cantautore romano, ormai arrivato all'album
numero 23 in ben 35 anni di onorata carriera. Un percorso di musica e
parole, poesie e cantiche intramontabili, punti fermi della discografia
italiana, che ora il cantastorie ripercorre con un nuovo album dal titolo
"SONO IO, L'UOMO DELLA STORIA ACCANTO", uscito il 23 maggio, ed un tour
Kolossal negli stadi, a seguire, come il secondo dei due principali
ingredienti di un back emozionale si, ma ben ponderato: quello al Baglioni
dai sapori antichi, più sentimentale, più diretto, più innamorato.
Dopo 3 dischi di ricerca ermetica e di sperimentazioni armoniche e test
uali, Baglioni è ad una nuova svolta: "un ricomincio da me" ha dichiarato,
con un disco traboccante di romanticismo e di amore, una parola, questa, che
per lunghi anni il divo Claudio ha quasi voluto sfuggire, ricercando se
stesso in un viaggio tra passato-presente-futuro nel quale ( come confermano
le sue ultime scelte live: Acustico, una tournèe nei siti archeologici di
tutta Italia con canzoni denudate di tecnologie e suonate a mano, ed
Incanto, un tour teatrale intimo e suggestivo, con il solo Baglioni al
pianoforte al centro di un palco minimalista per esecuzioni dal grande
potere evocativo), conclusa la fase di indagine, il cantautore si è
ritrovato sulla via del cuore, della comunicazione immediata, oltre che
dello struggimento e del sentirsi, appunto, vivo accanto alla gente che l'ha
sempre amato.
Un disco passionale, toccante, gustoso, equilibrato, bellissimo. Capace di
passare da momenti di delicatezza musicale purificata nell'aria armonica e
nel coefficiente di penetraz ione testuale, ad altri in cui l'atmosfera da
primo impatto si fa solenne, sinfonica e maestosa sia sul piano del
componente interpretativo che tematico
"Sono io, l'uomo della storia accanto", si presenta subito come una delle
pagine più oneste del Claudio nazionale, distillata da anni di poliformi
impennate dell'operosità per la finezza artistica al limite dell'enigma
artificioso; su di essa l'artista sigla la mappa per rincasare al cuore, al
bisogno di commuoversi e di ritrovarsi, maturo, come il più classico dei
confidenti delle storie di vita di fans e appassionati.
E' lui, L'uomo della storia accanto della musica italiana. Lo è honoris
causa.
Si è guadagnato la pagnotta con cantiche romantiche, con dolci melodie senza
età e senza tempo, allorquando il piombo era il colore dominante di un'
intera fase storica e l'attore delle note alieno agli schieramenti
collezionava etichette più di una ciquita; andando avanti per la sua strada,
perché se c'è una costante ch e le stagioni dei secoli hanno, questa è l'
urgenza d'amore. Perché le maggioranze cambiano, le guerre vanno avanti,
nonostante le poesie di protesta. Ma l'amore resta. E Baglioni questa volta
svolta non alla guida di un aliante pindarico e svolazzante all'inseguimento
di un tempo diradato dai sintetizzatori e dalle aure iperboliche, ma al
timone di un vagone carico di batticuori, di impulso, e d'amore: E della
suggestione, ma quella primordiale. Quella capace di rilasciare lo
scontrino della coscienza, della magia pur nella (apparente) semplicità. A
differenza di dischi e trilogie magniloquenti ed inarrivabili, dove l'
incantesimo è magistrale, ma artefatto e strutturato. E gira che ti rigira,
per quanto una crescita possa arricchire un repertorio già di per se segnato
da molteplici quanto rare peculiarità, che, messe insieme fanno di un'
artista uno dei più grandi in assoluto oltre ogni dato oggettivo ad
esemplificazione, il killer torna sempre sul luogo del delitto. Ed è arduo
non farlo quando ti chiami Baglioni, e sai che mezza Italia sia sottovoce
che a squarciagola canta le tue odi come sfondo delle vite che scorrono nel
quotidiano. Così Claudio ritorna. A far male. Perché spesso i pianti son
coltelli, o i sorrisi aghi.
Tredici nuove canzoni che, a principio, non dovevano avere un filo di
concept: stop alle sequenze per una idea base intorno alla quale costruire
situazioni collaterali. Nessun primo attore, ma 13 figli legittimi, ognuno
con la sua storia e la sua vita. Eppure un canale per le sponde c'è, ed è
proprio l'amore, l'urgenza di rimarlo al cuore, con un album che sì, è
plurale quanto si vuole, ma mira alla narrazione quanto più corposa e
dettagliata possibile di questo sentimento che a tutti tocca scontare.
Così, una lunga (76minuti di musica, per una media di 5 minuti a canzone con
picchi di quasi otto), carrellata di vite in simil-copia di quelle di tutti
i giorni, quelle che, raccontate, in fondo resero il Claudione la star che
tutt'ora è. Una sontuosa confezione di pensieri sparsi da innamorato di
tutti gli amori, con echi e refrain in nome di una antologia d'inediti entro
la quale il cantore non rifiuta svelate citazioni proprie o altrui, ma
nemmeno il miscuglio delle due anime del repertorio: quella fresca, calorosa
e aromatica d'esordio, tra melodie ardenti destinate a diventare storia, e
quella più minuziosa, ambiziosa, meditata, robusta e colma di sfarzo
compositivo, figlia dei tredici anni di perlustrazione cellulare della
propria anima, a far da cornice (ma non troppo) del più generale
"traboccamento" d'amore.
Uno dei dischi più riusciti, senza dubbio il più vicino a Strada Facendo, il
primo spartiacque baglioniano. In grado, come questo suo illustre fratello
maggiore, di entusiasmare, trasmettere gioia, positività, malinconia,
tristezza, nostalgia, rimpianti. Di riflessioni globali e intime, di
resoconti sinceri e descrizioni epocali, di forti encicliche, canti soavi o
allegri, di fasti per spe ranze e inni di appartenenza eterna. Come tutta la
sua arte. E la sua musica.
Daniele Silvestri
IL DISCO.
Tredici canzoni sbrogliate dai giochi di squadra, in cui il fuoriclasse
viene accompagnato dai gregari.
Passaggi di pura poesia e tracciati di ribellione sociale. Estasi d'amore e
film di storie al photofinish. Spicchi e sbocchi struggenti e puliti nelle
armonie e negli arrangiamenti. Dominato da toni alti e sbalzi smisurati,
falsetti e roboanti accordoni d'estro rasserenato e raffinato. Influenze
latine, arabe, indiane. Gusto per l'acustica. Ballate leggere e sinfonie di
Bach. Omelie fragili come cristallo. Giri in refrain e tempi di aggancio
evocativi. Elettronica agli angoli. Dediche d'amore suonate con le dita
sugli strumenti. SONO IO: Targhetto iniziale di un disco che a cui dona il
nome; Come prima track list, risponde presente a tutto ciò che le si chiede:
Di essere dinamica, energica, di dare il via. Rimembrante, stracolma di
stacchi riscontrabili in tutte le ultime Hit baglionesche; da Io sono qui a
Cuore di Aliante, passando per Arrivederci e Addio. Sullo sfondo una
orchestrazione dettata dalla necessità di dare un segnale di presenza e
immediatezza, per una canzone fresca, non esageratamente "alta", pungolata
da effetti orientali, ben guidata dalla maestria strumentale di Gianolio e
concertata per dare suggestione, per destare considerazione al riflusso. Non
necessariamente migliore di altre "chicche" presenti nell'album, non suona
neppure fino in fondo, nelle armonie, quella necessità di svilimento del
potere dell'immanità dell'ultimo Baglioni. Ma resta energica e invitante, da
stadio. Testualmente autobiografica, sottolinea il percorso di un "Io"
dapprima rivolto ad una increspata rivolta recondita (Oltre), per poi
riscoprirsi (Io sono qui) e infine essere miccia di un bisogno di una
auto-indagine atemporale (Viaggiatore sulla coda del tempo), quando poi, tra
tutti i dubbi e i rimorsi per ciò che di più personale ed amato si è
lasciato alle spalle, ci si ritrova proprio dove si era deciso di partire.
In fondo la matu razione riporta all'appropriazione del sé.
TUTTO IN UN ABBRACCIO: Il brano che maggiormente fa da sigla al
Baglionesimo. Un arrangiamento mirato e molto sensibile, una interpretazione
sentita e molto calda, nonché potente negli acuti -moltissimi- a far da
breccia tra le piroette di tono e la vibrazioni dell'ugola, tra le
modulazioni e gli allunghi che spesso fanno posto a falsetti a collante
delle parole. Suggestiva, intima, una poetica ricerca del perché il finale
di un addio è sempre mesto, e il rimorso di sapere che mettersi di schiena è
l'ultimo omaggio da erigere ( Citazione magistrale di mille giorni di te e
di me), con la certezza che a volte è più importante un ultimo, sentito
abbraccio, che è un po' come il primo che milioni di parole inutili da
lanciare fuori da labbra morte dal dolore. Le citazioni baglionesche sono
molte ma ben disposte e la sensazione è che più di "Sono io", il vero
manifesto dell'album, così posizionato tra altre storiche icone del suo
genere romantico-commovente, sia questa profonda cartol ina dal sapore,
anche se non soprattutto di una tracciato di "Io" universale, onnipresente.
Quasi cadenzato da un ritmo alla Mille giorni, con incipit e tappeti alla
"Se telefonando", nonché da variazioni sul tema della strofa nel conclusivo
aggancio al ritornello, Tutto in un abbraccio è senza dubbio uno dei
tasselli più riusciti, ardenti, mirabili del disco, senza dubbio destinata a
futuri rosei.
GRAND'UOMO: il pezzo più dinamico, più rockettaro, più evocativo,
probabilmente uno dei più significativi, assieme a Patapàn, e tematicamente
più ricchi del disco, con tutte le sue digressioni non solo sul rapporto a
due padre-figlio, ma addirittura nella concatenazione del legame
affettivo-parentale entro il mondo produttivo di Baglioni, sui punti in cui
l'ispirazione è stata toccata da lampi di privacy e su quelli in cui la
medesima è stata accantonata per spicchi di genialità compositiva. Il
misantropo Claudio lo confessa apertamente anche nella prima track, di non
sapere che tipo di padre è stato. Moltissimi padri hanno un rapporto
difficile con i figli, i quali prima vedono, e poi si illudono, e poi
temono, una finestra di futuro in chi l'ha procreati. Spesso distanti, sia
fisicamente che generazionalmente, i padri sono i colpevoli per eccellenza,
la fonte di giudizio critico dei loro più grandi successi, i figli. Ma in
pochi avrebbero reso questo tema dibattuto e ostico da affrontare così
smussato e filtrato dal racchiuderlo entro una canzone. Perché se Avrai era
la speranza di quel che sarebbe stato, Grand'uomo ci dice che ormai il tempo
è andato, gli sbagli sono stati commessi: Ma anche che un padre diventa uomo
per un figlio solo se si libera alle emozioni; capisce un figlio solo se vi
si immedesima, ricordandosi simile a come lui ora è. Il tutto non narrato
con un sottile flusso di melodiche lente strappalacrime, ma con un sound
ricco ed elettrizzato da un acustica viva, ritmata, ed un fiume di parole
limate come il marmo e modellate ai suoni come solo Baglioni riesce a fare.
Un successo da hit, si prevede, per un brano simile a Via, Bolero, Acqua
dalla Luna. Non a caso tutti brani diventati storici. E grand'uomo segna le
tracce di una nuova speranza: Se anche non ti ho dato tutto quello che ti
promisi (Avrai), almeno sappi che sono con te, per cui se tu non mi credi,
fa che io creda sempre in te, così come ora so, che per quanto io abbia
tentato di esserlo, ti giuro che lo sarai tu, un grand'uomo. Interessanti
strappi e drappi a cornice, senza dubbio non ricchissima di rarità musicali
o inediti exploit euritmici, ma fortemente d'impatto.
MAI PIU' COME TE: la canzone più riuscita, in assoluto, del disco. Molti
altri passaggi bellissimi, in questo ultimo cammino del musico-cantore. Ma
qui, Baglioni trova in un colpo solo la ventura, il calore, la sensualità, l
'ispirazione e la suggestione degli esordi, quelli che lo resero immortale
tra i grandi. Ma in più c'è un'acustica quasi denudata di ogni forma di
accorgimento, un canto vecchia maniera, una ode che si mescola alla
semplicità di parole taglienti e non falsate da artificilità sintattiche. L
'essenza della musica melodica. L'atmosfera è rilassata, notturna, né
inquieta né dimessa. E' certezza del tema dell'amore non deviazione retorica
o oscura: Una cantica azzurra, armoniosa e mirabile, dolce e romantica. Una
dedica di appartenenza eterna, quasi beffarda per un incomprensibile addio
ad una persona della quale si ama tutto, compresa la sua assenza. Acuti da
brividi e accompagnamenti ridotti al minimo per il minore impatto sensitivo
possibile entro un cuore melodico dai giri semplici e chiarissimi, con i
consueti sbalzi e le vertiginose progressioni del Baglioni che si conosceva
ed amava, quelle scalate inarrivabili e dolci allo stesso tempo. Una colonna
sonora di amori eterni e senza età destinata a diventare una delle più care
e cantate stelle sonore del divo-Claudio.
Senza dubbio una delle più belle mai scritte in Italia.
SULLA VIA DI CASA MIA: interlocutoria, anche perché intervallo tra due
pezzi da novanta dell'album, rispetto al quale svolge il suo compitino senza
fronzoli, senza strafare. Ma è molto gradevole, spigliata, spensierata e
gustosa nell'arricchimento armonico di una sostanziale opzione di
arrangiamenti più ricercati. Perché, in effetti, questa canzone pare
concludere, in forma conclusiva, la trilogia. Non ha il fascino delle grandi
opere, ma è uno di quegli episodi che danno freschezza ad un lavoro, ne
delineano e ne sfumano i connotati, sottraendone pesantezza e farina per
poterne raschiare un ascolto più leggero e sereno. Uno di quei pezzi ritmati
e accentati nei quali il cantastorie si diverte a giocare con le parole e
con il suono delle stesse. Una intro svilita di destrezze ne dà subito una
linea positiva e allegra; il tracciato di sicurezza con cui si batte il
sentiero dell'amore, la definizione di un rapporto a due come la sola forma
di rifugio al di là dei continui vi aggi, l'armonia degli strumenti suonati
a mano e il ritmo alla "stai su", così come il cavalcare alla "Caravan fanno
di questo pezzo uno dei più limpidi. Non tra i primi in quanto a splendore,
ma molto orecchiabile e piacevole. Senza peraltro disdegnare acuti e scale
non certamente di facile interpretazione. Fà molto "Viaggiatore" con le
valigie a terra ed il dito sul citofono di casa. Il ritorno dopo il viaggio.
PATAPAN: Eccelsa. Sublime. Struggente. Incantevole. Un capolavoro. Un canto
sommo e illustre, un pezzo di genio artistico e uno spaccato di personalità.
Una coraggiosa introspezione limpida, livida, solenne, ora popolare ora
lirica. Una vera e propria operetta, una romanza, un'elegia sentimentale
così ricca di emotività e tenerezza, nonché di rimpianto e nostalgia, dal
toccare le corde della trepidazione di chiunque si rivolga alla musica con l
'intento di emozionarsi. Non solo. È una struggente ode dalla suggestiva
commozione, senza dubbio uno dei pochi segnali, nella musica italiana, di
ispirazione-partecipazione al turbamento, allo stesso trasporto appassionato
di un figlio verso al padre. Difficile trattenere le lacrime. Una
lunghissima pastorale ricca di fotogrammi di aperte confessioni del divo,
che canta con il cuore letteralmente in mano, prima in maniera dimessa, poi
narrativa, poi intimista, e infine solenne e potente, con una continua
salita verso l'apice sia voc ale e musicale. Affascinante. Inarrivabile.
Alla vetta delle meraviglie. Una splendida opera d'arte di oltre sette
minuti di racconto particolareggiato di un viaggio-vita tra padre e figlio,
che ad un certo punto si interrompe. Ed ogni certezza crolla. Il fischio. Il
naso. Le corse a cavallo di un bastone. La fine di un amore terreno che non
ha fine. E rivive nei ricordi. Quando una canzone può toccare le volte
celesti. Quando un suono di fanfara può riecheggiare il tam tam delle
praterie del cuore. Patapàn è una delle più belle canzoni scritte non solo
da Baglioni, ma della discografia italiana intera. Lunga e strappalacrime,
si. Ma sincera.
Si apre con un piano solitario quasi povero e triste. Una voce magistrale,
calda e tenera ci porta dentro la storia, mostrandoci chiare fotografie, e
odori, sapori di una stagione andate. Ma mano il pezzo sale di tono, si
tinge di pomposità e sinfonia, ma Baglioni non perde la via dell'affetto.
QUEI DUE: Altro pezzo da novanta. Canzone bellissima. Anche più ricca di
altri passaggi. Stupendo ritratto della coppia. Un film, una narrazione
eccelsa, incredibilmente superlativa e attraente, un disperato tentativo di
comunicare la disgregazione del rapporto come la sola linea che lega due
amanti capaci di giudicare gli altrui addii senza rendersi conto del
proprio. E gli amanti sono al conto davvero. Un pò echeggiante altre
storiche "fini" baglioniane ("signori si chiude", "fotografie", e
soprattutto "tutto il calcio minuto per minuto", in quanto però ovviamente
allo stile di scrittura dei pezzi, delle vere e proprie sceneggiature
musicate, delle poesie d'addio incastonate nella melodia come il più
sapiente dei registi modella il suono delle battute dei protagonisti di una
scena conclusiva), così cme altre (Reginella e Domani mai) nelle musiche,
Quei due è una straordinaria ballata, comprensiva di interessanti inizi e
finali ad effetto vinile, una canzone dalla diffico ltà interpretativa
estrema, imprervia e inscalabile come un picco tra le nuvole: due amanti, un
lui ed una lei, con tutte le loro posture, le loro espressioni, gli
atteggiamenti, la falsità e le verità celate, la comprensione che l'amore
può essere una cosa divina ma anche diabolica, che si arriva alla
conclusione anche se non lo si vorrebbe mai, che si vivrà ancora a lungo,
forse per sempre, con un grande rimpianto, un grande sentimento finito,
eppur duraturo. Quei due è anche la canzone più interessante ed innovativa
del disco, una variazione quasi del tema antologico di un album nel quale
oltre alle varie citazioni è proprio l'aria generale ad essere
complessivamente baglioniana classica. Quei due è infatti una sorta si slow
bossa nova, una duina latineggiante che si apre con una gustosa, caliente,
fascinosa chitarra spagnoleggiante ed una atmosfera tra il depresso e
l'elettrizzato, quella che anticipa sempre l'ultimo litigio, l'ultimo
sguardo, prima del tracollo. E' davvero una c hicca, un capolavoro,
presumibilmente non solo una delle migliori mai scritte ed interpretate da
Baglioni, ma anche della musica in generale. Procede con un arrangiamento
perennemente sudamericano, con questo canto quasi fastidioso, di un Baglioni
che vocalmente interpreta il rabbioso addio: Il conto arriva presto, dopo
una intro descrittiva nella voce calda e pacata, gli acuti si fanno
incredibili, le scale irrangiungibili e sequenziali al punto dallo
scoraggiare una lunga fila di professionisti cantanti dal provarci, a
cantarla. Il ritmo stuggente ed argentino riprende e si altrena sempre agli
sbalzi ed alle variazioni degli accordi con il sottofondo inziale, mentre le
parole vanno via con la consueta cocciutaggine, con l'atrocità di un
proiettile che si insinua nella carne e fa male e brucia, ma continua a far
battere il cuore, per farlo convivere con questo dolore. Di una difficoltà
estrema è vero, ma di una bellezza indescrivibile.

SERENATA IN SOL: la più divertente ed anche la più scanzonata, "sguaiata",
secondo Baglioni, dell'intero lavoro. Risponde a quel bisogno di "piena
accettazione della propria cialtroneria", sempre a detta dell'autore, ma
senza dubbio maggiormente a quello di concretizzare al massimo quei punti
cardinali portanti del disco quali la leggerezza, la serenità e la
pluralità. Perchè qui ci si imbatte in un pezzo che, oltre ad essere
ironico, scherzoso, allegro, è evidentemente l'icona di quella poliedricità
sia strumentale che tematica su cui Baglioni batte forte come
caratterizzazione del disco. Sapienti i giochi un pò reppati di parole e la
scolpitura di suoni solari e scarni, di un tappeto armonico perfettamente
conciliato a quello che è il leitmotiv di questa serenata: Se non sei un pò
pazzo, in fondo, la vita può sfuggirti di mano. E' in sostanza
l'appropriazione di un lato del suo carattere, parlando di Baglioni, che
troppo poco lo stesso ha diffuso al suo pubblico, e troppo poi ha temuto
potesse diminuirne l'impatto facciale. L'ironia. Questa cantica si aggira un
pò a mò di stornello ed un pò con influenze country, senza disdegnare
elementi musicali di lampante vena popolaresca (chitarre canzonatorie,
fisarmoniche, bassi incalzanti, stacchi divertenti, lievi intromissioni
tecnologiche e un altissimo tasso di ritmicità "calda" e orecchiabile, come
mostrano l'interpretazione e l'estensione tra il giocoso e lo
pseudo-dialettale della voce), nonchè frammenti in cui andare "fuori " per
elencare rime apparentemente senza senso è un altro filtro giocoso, è
infatti un elemento in più per accrescere il livello autoironico di un
Baglioni che, probabilmente, riprende e modella oggi un pezzo nato all'epoca
di Oltre: disco entro il quale si possono ritrovare brani dallo stile e dai
richiami quasi sudamericani (nei timbri e nei ritmi un pò fuori dal suo più
classico repertorio, quali "Io lui e la cana femmina" e "Navigando", nei
quali convivono chiavi vagamen te latineggianti alla tango-pop, se è
possibile una definizione del genere) di cui, appunto, questo brano, per
altro abilissimo nel far da ponte a due cantiche dal grandissimo potere
suggestivo, risponde con evidenti sonorità di richiamo.
TIENIMI CON TE: uno dei passaggi più puramente Baglioniani dell'album. Se ci
sono tutt'ora pochi cantanti che in quanto a generi musicali, cosi come
vocalmente, sono riconoscibili di primo acchito: tra di questi milita senza
dubbio il cantastorie romano, che paradossalmente, attraverso un continuo
sforzo, voleva allontanarsi da se stesso, quando nel frattempo spopolavano e
spuntavano come funghi artisti- fotocopie capaci pressocchè solamente di
attingere nel vasto repertorio baglioniano per trovare ispirazioni testuali,
interpretative e armoniche; ma in definitiva, Baglioni ritorna. E non a caso
questo disco in copertina cita, quasi a voler autodefinirsi "claudio
baglioni", e poi "sono io". In effetti è proprio così. E' lui. E questa
canzone, assieme ad altre presenti in questo disco, non solamente sono
destinate a diventare dominio pubblico, storia, pagine importanti della
musica italiana: Ma ancor di più marchi e sottolineature di come Claudio
Baglioni sia unico ed inimi tabile. Lo si può clonare, ma resta l'originale.
Come lo fu Battisti, come lo è Mina, come lo fu Modugno. Pochi, ma buoni.
Non per delegittimare artisti in crescita attuale, ma Tienimi con te
rappresenta forse il tentativo maggiore, assieme a Mille giorni di te e di
me, di mettere in musica una poesia d'amore assoluto, rivolto e rivolgibile
a tutti e a tutte le diversissime forme d'amore, nonchè un pezzo pregiato,
un diamante spoglio di fumosità, ma proprio per questo specchio della
propria luce, difficilmente parificabile nel mercato discografico attuale.
Riecheggia l'Anima mia riletta tempo addietro dallo stesso Baglioni; ritmica
il passaggio strofa- ritornello con una andatura a metà strada tra una slow
ballad ed una scansione acustica di sound anni'80 al limite dello scarno,
con tuttavia una orchestrazione dell'arrangiamento che, oltre ai tiepidi
influssi ecclesiastici, riporta a galla effetti e "salite" che, tra "Avrai",
"Mille giorni di te e di me" "Tamburi Lontani" e lieve mente "Titoli di
coda", hanno fatto della musica di Baglioni una colonna sonora (e portante)
della discografia nostrana.
Il tema è il classico, dolente, amore, che la sua procreatice racchiudeva in
giorni a tre zeri che andavano via di schiena e che però ora sembra, almeno
in questo pezzo, essere ricordato al meglio, senza rimpianti, senza dolore,
ma con una perenne, assoluta appartenenza senza fine, che è fondamentalmente
riscontrabile in tutto il lavoro neo-nato. Qui, la saggia maturazione della
tripla mansione di Claudio (interprete, arrangiatore, autore) si sposa
magistralmente con la conoscenza musicale di Paolo Gianolio: Le loro quattro
mani hanno fatto in modo di rimodernare un marchio e renderlo, se possibile,
ancora più florido. Come un cavallo di battaglia che non conosce ritiri, ed
arriva sempre primo. Più che primo, a Baglioni ormai interessa arrivare al
cuore, come una volta. Non che abbia mai smesso, ma in "Tienimi con te", ci
riesce senza alcuna ombra di dubbio.
FIANCO A FIANCO: a questo pezzo il ruolo di trade union delle due anime del
disco. Quando la riscoperta dell'uomo, dell'identità, e dell'amore si
arricchisce di un nuovo elemento, quasi si capovolge, si affaccia alla
finestra ed abbraccia idealmente i tanti altri io simili e intonati allo
stesso accordo. Come se la parola io, capovolta, si alimenti di una "N"
diventando un Noi, un sodalizio di tante anime che non si mescolano per
riperdersi nella mischia, ma si ritrovano nella stessa festa per riaffermare
la propria presenza. Fianco a fianco è una sorta di colonna sonora del
rapporto che scorre senza fine tra il cantante e i fan, ma non solamente
sotto forma di fornitore e fruitori di un servizio-musica che si ferma
freddamente senza toccare punti di contatto. Al contrario le corde del cuore
fremono nel canto di ale oò, e battono, in fondo, lo stesso tam tam emotivo.
Perchè non c'è una relazione possibile senza emotività e trasporto, e così
come la gente ritrova in Claudio la gioia (ed il dolore ) delle proprie
esistenze, così quest'ultimo scorge nel lineamenti, nelle braccia alzate,
nelle urla di chi lo ama, quella linfa vitale senza la quale la sua
esistenza non avrebbe il senso che ha e sta avendo.
Perchè ogni barca ha il suo senso di marcia, nel lato delle sensazioni, e
questo ballo ritmico, acustico, chiaramente da euro-pop liberato dalla
pesantezza delle fascinazioni ipertecnologiche (stile viaggiatore) ed
impreziosito della evocazione tematica e sonora da impatti amabili e
cantabili, riesce a leggere il suo copione con grande sicurezza. Ben
suonato, ben arrangiato, probabile sottofondo dei prossimi concerti, Fianco
a fiando evidenzia di nuovo la affidabilità della coppia Baglioni- Gianolio
nella produzione musicale, anche alla luce della scelta rivolta alla
generosità vocale ed allo strappo dagli ausili strumentali. Si apre con un
piano leggero, impalpabile, per poi divenire una crescita di ritmi pop
freschi, con il consuetudinario pre-domi nio delle chitarre e di un grande
lavoro degli amici musici quali Gavin Harrison, senza dubbio molto
determinanti nell'ottima riuscita del pezzo. La voce di Claudio è la solita,
calda, ma più ariosa di altri passaggi, in relazione anche alla fondamentale
impellenza di comunicabilità di un brano dedica al suo fedele pubblico: si
evidenziano i divertenti e moderni stacchi sincronizzati batteria-chitarra
come ulteriori armi in funzione popolaresca. In sostanza uno dei brani più
diretti del cd, magari non grandioso e storico come altri, ma assolutamente
riuscito nel suo evidente ringraziamento musicale che Baglioni fa: una sorta
di promessa senza età, appunto, di non perdersi ma ritrovarsi sempre, fianco
a fianco.
REQUIEM: il brano più difficile, incredibile, spigoloso ed anche coraggioso
dell'ultimo lavoro di Baglioni. Il quale si veste da pacifista, ma non da
speculatore da quattro soldi. Un epopea sinfonica, un frammento di ghiaccio
tagliente negli occhi e nelle orecchie di chi, letto il titolo, disarmato e
spiazzato, si avvia all'ascolto di una operina classica, quasi ottocentesca,
che però ha il suo anticipo in sordi, mesti, atroci rulli di guerra. Suoni
tristi, come triste e dimesso è, all'inizio,questo requiem di guerra. O di
pace. Si, perchè, scritta a cavallo tra i due ultimi conflitti andati in
onda in prima serata ( afgano e iracheno) questa ode si riavvolge nel freddo
della notte barese tra orchestrali ridotti ad un battito di denti, e si
rivolge a tutti coloro i quali non solo ripudiano la guerra, ma la trovano
uno strumento finalizzante a ben altro rispetto a quello di cui viene
incorniciato. E si attrezzano, anche nel loro piccolo, per combattere. Da
pacifisti, da uomini e donne. E così ci si illude che, anche se non potrà
fermare la morte, la musica possa suonare più forte di essa, possa essere un
segnale di presenza, di appartenenza, a questo schieramento della vita,
contro i carnefici. Scritta a seguito dell'ispirazione avuta nella notte del
Petruzzelli, Requiem è la preghiera affinchè la musica, veicolo di
comunicazione, diventi messagera di una globalità non disgregante, non
umiliante, ma di un universalismo conciliante. E' musicalmente molto
impegnativa, decisamente fuori da un panorama pop dichiaramente alleggerito,
ma fortunatamente resta una intuizione d'amore sociale, umanitario, e sul
piano tematico stringe ugualmente le corde in legame con le restanti canzoni
del disco. Tuttavia è sinonimo della chiara personalità di un artista che
continua ad andare dritto per la sua strada, senza temere giudizi in
relazione ad una presunta pomposità retorica da un pò di tempo seguace
definizione modaiola con cui bollare il cantautore romano. Senza temere di
seguire l'ispirazione. Perchè un canto di guerra e pace non deve avere
sempre la fragranza espositiva di una Ninna Nanna, ma deve anche fare
riflettere che la morte ed il sangue sono pianti di chi resta e lacrime che
scorrono per l'ultima volta. Se sono queste le premesse da cui partire,
Requiem, con tutto il suo arduo andazzo melodico, religioso, quasi frenato
per poi esplodere in un tonante suono di sinfonie liberatorie al grido di un
urlo di tonalità maggiori a quelli funesti, resta comunque una pietra
commercialmente non facilmente digeribile così come di dura assimilazione
corale, ma, personalmente, uno dei canti di maggior onestà verso se stessi,
ed altresì un omaggio alla propria vena creativa, capace di viaggiare
esclusivamente laddove desidera. E non dove le logiche di mercato inquinano
e svendono l'arte di un grande artista. Che sa spiazzare spaziando da un rap
ad una sinfonia.
DI LA' DAL PONTE: Grilli, suoni vivi, i live al punto da sporgere l'orecchio
e udire le variazioni del suono e degli accordi come fatti nella camera
affianco. L'io adesso e un noi... e si vede quasi il volto di un uomo,
avvolto nella sua depressione, trovare comunque la forza di riemergere e
abbracciare una chitarra. Una canzone sociale, che sfida all'ascolto, una
canzone libera, matura, ribelle ma altrettanto diretta e con arrangiamento
da hit. Molto bello l'accostamento leggero e accogliente di chitarre e piani
suonati veramente in maniera scarna, oltre ad un basso ed al ritmo delle
bacchette del buon Gavin che fanno il coro ad un pop dinamico, di presenza,
di vita. Una canzone contro la polveriera della dignità, contro le certezze
avvilite, una sorta di veglia contro l'impoverimento degli uomini al
cospetto di una delegittimazione ormai fervida di chi dovrebbe fare degli
uomini la loro unica fonte di arrivo. Mentre qui si spera, si urla, in coro,
a sottolineare la necessità d i andare davvero al di là del ponte, di
ripartire daccapo, riappropiarsi del proprio essere uomo, di un futuro
migliore. Piace per la naturalezza strumentale, per la eccentricità di cori,
per l'efficacia del messaggio, oltre che per i bei giochi di parole, e alle
variazioni di tono, ormai evidentementi utilizzati costanti del disco.
Interesssante l'intermezzo voce e rulli tra le strofe in cui il canto si fa
summa di tutti i desideri. In fondo, prosieguo di Un mondo a forma di te,
fattosi universale.
Dal punto di vista produttivo, questo passaggio, utilissimo per accelerare i
battiti lirici dei pezzi da cui è accerchiato, è enfatizzante, ma molto meno
interlocutorio di un altro brano altrettanto d'intermezzo come Sulla via di
casa mia; pezzo al quale, oltre a parentele pop, è legato da influenze
trilogiche e singolarmente, in qualche modo, da citazioni (non solamente)
tematiche, di vecchi canti di enorme suggestione degli ultimi lavori: Noi
no, Le vie dei colori, Un mondo a forma di te. Probabilmente le tre facce
della protesta-speranza; la prima un urlo di rabbioso diniego, un no forte e
ribelle, la seconda è la premessa del viaggio verso il domani migliore ( non
a caso i "tempi" usati sono il presente-nella fase di pre-partenza- il
passato -c'era un cavaliere etc, etc- quando è ad un passo dalla soglia ed
il futuro, nella fase in cui si spera di "trovare" "scavare" tutte le
chimere di un pianeta più umano) e la terza invece è la narrazione di questo
viaggio verso la nuova meta dove non ci sia alienazione, ma appropriazione
dell'io. E qui, invece, di là dal ponte, ne è la summa.
PER INCANTO E PER AMORE: Non inedita, non semplice come buona parte di
questo disco che apparentemente si preannunciava povero per poi essere
definito ecumenico, questa lunga, larga e solenne lirica simil-sinfonica
scritta per ( e non "al", relativo a Requiem) il teatro Petruzzelli, non si
presta a particolari confusioni. Non è una canzone. E' una preghiera, laica
o meno, di speranza e di giustizia.E musicalmente, più che altro si
configura come un continuo bilanciamento, spesso riacquistato con effetti
synt ed eloquenti randellate di sitar oltre che con percussioni indiane ed
afro-americane, un plasmante di un prologo ed epilogo di un'opera classica,
quelle parti ossia di principio e fine di liriche da grandi orchestre. Ed in
effetti questa cantica pastorale, rimodellata nei testi e nella ossatura
melodica attraverso alcuni perfezionamenti nella modulazione dei suoni,
della voce e infine nell'utilizzo di alcune strumentazioni volutamente
orientali, si sottopone agli stessi giud izi di Requiem: quelli ossia del
grande coraggio espositivo, della pomposità e della ricercatezza delle arie
larghe che, da Opere e Omissioni in poi, sembrano piacere molto al duo
Baglioni-Gianolio, ed infine quelli della impervia via della controtendenza.
Perchè, in un disco che si preannuncia semplice e diretto e che conclude il
suo percorso d'identità tramite un triplice impluso classico ( ai due si
deve aggiungere Patapàn e la sua struggente, incantevole larga aria in
crescendo) dalla durata ciclopica, oltre ad altri capitoli dove di
semplicità ( ma non di comunicabilità) c'è poco, val bene anche il tentativo
di far coincidere l'anima dell'immediatezza con quella della raffinatezza,
premesso che entrambe le soluzioni sono diluibili nel medesimo calice senza
che l'opzione per l'una ne impedisca la gustazione dell'altra.
Liberamente tratta dalla celeberrima cantica 147 di J.S.Bach, Per Incanto è
già stata cantata, dal vivo, al teatro barese sopracitato, in una fredda
notte d i inzio Gennaio.

grazieeee
daniele silvestri


Clab

unread,
May 30, 2003, 8:23:37 PM5/30/03
to
Dovrei quotarlo tutto... ci ho messo 15min. per leggerlo ma posso solo dire
GRAZIE Daniele...

...a questo punto me lo stampo e lo considero un "manifesto" per questo
album... complimenti davvero di cuore :o)

...mi sentirņ quasi inutile a dire le mie in futuro :o)

Con stima,

Paolo


Didascalos

unread,
May 31, 2003, 7:57:02 AM5/31/03
to

"Ivan" <IvanFedel...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:7ePBa.48212$lK4.1...@twister1.libero.it...

> Ciao, il mio amico Daniele vi saluta e, dato che non riesce a postarla
(per
> problemi con OE) mi ha chiesto di inviarvi questa sua recensione
sull'album
> "Sono io, l'uomo della storia accanto".
>

Davvero complimenti per la recensione. Comunque, secondo me, considerando
testo e musica, la canzone più bella di questo album è "tienimi con te".


Gatto Bleba

unread,
Jun 1, 2003, 4:42:31 AM6/1/03
to
On Sat, 31 May 2003 00:23:37 GMT, "Clab" <cla...@yahoo.it> wrote:

>...a questo punto me lo stampo e lo considero un "manifesto" per questo
>album... complimenti davvero di cuore :o)
>

gia' fatto!!! ^^'

grazie pure da parte mia!

Gatto Bleba (un trovatore perso)


(togli _nospam_ per rispondere in email)

Ivan

unread,
Jun 1, 2003, 7:26:50 AM6/1/03
to

Gatto Bleba <kanno_...@freemail.it> wrote in message

E mi aggiungo anche io (che non glieli avevo ancora fatti) a Paolo e a Gatto
Bleba ("... io ti dono le mie Teba...") nel fare i complimenti a Daniele.

Ciao
:O)
Ivan


Daniele Silvestri

unread,
Jun 1, 2003, 11:19:26 AM6/1/03
to

Ciao a tutti!
Volevo ringraziarvi per i complimenti... per me è una gioia immensa
condividere questa passione baglioniana con voi, specialmente quando
passano le nubi intorno al sole...
Un grazie davvero sentito,
daniele silvestri


--
Posted via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG

Ivan

unread,
Jun 1, 2003, 5:29:28 PM6/1/03
to

Daniele Silvestri <dani...@hotmail.com> wrote in message
1dc3436848e4e117e01...@mygate.mailgate.org...

>
> Ciao a tutti!
> Volevo ringraziarvi per i complimenti...

Ehi, allora ce l'hai fatta a tornare a scrivere?
Dì la verità... quella di farti postare la recensione da me era solo una
trovata pubblicitaria, vero?

Ciao
;O)
Ivan


Giospecial

unread,
Jun 2, 2003, 3:20:37 AM6/2/03
to

"Ivan" <IvanFedel...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:7ePBa.48212$lK4.1...@twister1.libero.it...
> Ciao, il mio amico Daniele vi saluta e, dato che non riesce a postarla
(per
> problemi con OE) mi ha chiesto di inviarvi questa sua recensione
sull'album
> "Sono io, l'uomo della storia accanto".

A Daniè ci ho messo sete ore e mezza per leggerla, ma direi che sei stato
geniale.
Un abbraccio
Gio


---
Outgoing mail is certified Virus Free.
Checked by AVG anti-virus system (http://www.grisoft.com).
Version: 6.0.486 / Virus Database: 284 - Release Date: 29/05/2003


Daniele Silvestri

unread,
Jun 2, 2003, 9:50:50 AM6/2/03
to
> Dì la verità... quella di farti postare la recensione da me era solo una
> trovata pubblicitaria, vero?
>
> Ciao
> ;O)
> Ivan


NOOOOOO! assolutamente no! il fatto è che sto accedendo attraverso un
altro pc, non so come mai ma da quello di casa mia ci sono dei problemi
con internet..
Vabbè vorrà dire che la prossima volta vado a fare gli spot della
omnitel ( o vodafone fate voi)

ciao e grazie,
daniele

Ivan

unread,
Jun 2, 2003, 11:01:20 AM6/2/03
to

Daniele Silvestri <dani...@hotmail.com> wrote in message

> NOOOOOO! assolutamente no! il fatto è che sto accedendo attraverso un


> altro pc, non so come mai ma da quello di casa mia ci sono dei problemi
> con internet..

Sì, sì, dicono tutti così ;opp

> Vabbè vorrà dire che la prossima volta vado a fare gli spot della
> omnitel ( o vodafone fate voi)

Oppure puoi contraffare la tua voce e dire "La più grande recensione di
tutti i tempi... ecc. ecc."

Ciao
;O)
ivan


Lock

unread,
Jun 3, 2003, 5:41:23 AM6/3/03
to
Bla bla bla Didascalos, bla bla bla...

> Davvero complimenti per la recensione. Comunque, secondo me, considerando
> testo e musica, la canzone più bella di questo album è "tienimi con te".

Concordo, l'arrangiamento è favoloso.

--

Lø¢k .·´¨¨)) -:¦:-
¸.·´ .·´¨¨))
((¸¸.·´ .·´ -:¦:-
-:¦:- ((¸¸.·´ http://ow.too.it
::Only Words::

Lock

unread,
Jun 3, 2003, 5:40:23 AM6/3/03
to
Bla bla bla Gatto Bleba, bla bla bla...

> Gatto Bleba (un trovatore perso)

Ma guarda un pò chi ti vado ad incontrare! :]
Vero, però, che me lo sarei dovuto aspettare... ;]

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