Fabrizio Gatti, "Corriere della Sera" del 6 Luglio
GINEVRA - Un kosovaro in Svizzera vale 3200 franchi, in lire poco meno di
quattro milioni. È il prezzo che la Confederazione ha pagato al regime di
Slobodan Milosevic per ogni profugo che la Jugoslavia si è ripresa. Un
accordo tra il governo di Berna e quello di Belgrado prevedeva che i
cittadini scappati dal Kosovo e non in regola con i documenti fossero
rimpatriati con la forza: senza alcuna preoccupazione per la loro fine.
All'aeroporto di Zurigo le autorità elvetiche ne hanno consegnati 1767:
direttamente nelle mani dei poliziotti serbi che sono stati autorizzati
a volare e operare sul territorio svizzero, sempre a spese
dei contribuenti svizzeri.
È andata avanti così fino a marzo, inizio della guerra, mentre il resto
d'Europa da tempo stava facendo il contrario. Per otto espulsi è già sicura
la scomparsa, dopo gli interrogatori nelle caserme jugoslave. Molti altri
potrebbero essere stati uccisi. Nemmeno gli oppositori si sono salvati.
Anche loro, insieme con gente comune e intere famiglie, sono stati
restituiti allo Stato da cui erano scappati. Contro l'accordo, da mesi in
Svizzera si battono le associazioni impegnate nell'accoglienza, fra cui la
comunità di padre Cornelius Koch, l'amico di don Renzo Beretta ucciso lo
scorso gennaio da un vagabondo al confine comasco. Neppure le conseguenze
della guerra hanno indotto a una revoca. Spiega il console elvetico
Ferruccio Beltrametti: «L'accordo non ha subito nessuna sospensione o
revoca, è ovvio che attualmente non è applicabile. È stato firmato il 3
luglio 1997 e - dice il diplomatico - è entrato in vigore il primo settembre
1997. I firmatari sono stati, da parte della Confederazione svizzera, il
consigliere federale Arnold Koller e, da parte della Repubblica jugoslava,
il ministro degli Interni, Zoran Sokolovic. Fino ad oggi sono stati
rimpatriati 3326 cittadini della Repubblica jugoslava, dei quali 1767 con
l'_aiuto_ delle autorità svizzere, gli altri 1559 hanno lasciato la Svizzera
con i propri mezzi».
Il problema di molti kosovari all'estero è che nessuno, per ovvie ragioni,
prima di scappare ha potuto richiedere a Belgrado il passaporto, il visto e
mettersi in regola con la legge svizzera. Non ha garantito i rifugiati
nemmeno il fatto di essere in gravidanza, avere una casa e un impiego in uno
dei cantoni, di non avere mai commesso reati o di essere perseguitati
politici. Poco più di due anni fa il Consiglio federale ha deciso di non
rinnovare più i permessi stagionali di lavoro. E oltre 12 mila albanesi del
Kosovo si sono trovati, da un giorno all'altro, nella condizione di
immigrati illegali. Ecco l'ultimatum inviato a un oppositore, 50 anni, di
Pristina, che chiede l'anonimato: «Facendo corso a una decisione federale...
lei è autorizzato a risiedere a Ginevra fino al 31 marzo 1999». Non è stato
restituito alla polizia serba con la moglie e i figli perché allo scoppio
della guerra la Jat, la compagnia aerea di Belgrado, ha sospeso i voli.
Sfiora l'umorismo l'ultimatum, mai revocato, spedito a Losanna a un
giornalista kosovaro ricercato: «Se non possedete documenti di viaggio
validi - è scritto - siete tenuti a farne richiesta senza ritardo presso
l'ambasciata della Repubblica federale della Jugoslavia».
Secondo l'ambasciata elvetica a Roma, nel 1998 la Confederazione ha sborsato
l'equivalente di 1200 miliardi di lire per l'assistenza ai rifugiati. Ci
sono, però, anche i miliardi versati al regime di Milosevic. I 3200 franchi
a persona moltiplicati per i 1767 profughi espulsi fanno un totale di 5
milioni 654 mila franchi già spesi: in lire sono quasi 7 miliardi. E se la
guerra non avesse fermato l'operazione, la cifra avrebbe potuto superare i
60 milioni di franchi. Il governo di Berna aveva posto un termine entro cui
eliminare dal territorio la presenza di profughi kosovari. È l'articolo 6,
comma 2: «La Confederazione svizzera si sforza di portare a buon fine, entro
un periodo di 4 anni, il rimpatrio delle persone tenute a partire». Tra
queste persone, anche chi «è stato privato della nazionalità jugoslava in
virtù della legge jugoslava sulla nazionalità, senza possedere altre
nazionalità»: l'identikit dei kosovari in fuga.
Berna non dà informazioni sui costi del patto con la Jugoslavia. È Ueli
Leuenberger, l'attivo fondatore e direttore dell'Università albanese di
Ginevra, a denunciare il versamento di 3200 franchi per ogni profugo
restituito. «Si continua ogni giorno ad espellere una decina di rifugiati
kosovari - scrive inascoltato Leuenberger nel giugno '98, in una lettera
pubblica -, consegnandoli già a Kloten agli sbirri serbi di Milosevic, che
incassano per ogni rifugiato 3200 franchi». Kloten è l'aeroporto di Zurigo.
Fino al 24 marzo atterravano sei voli Jat a settimana. Per ogni volo, 11
posti erano quasi sempre prenotati: 4 per i poliziotti serbi, 7 per i
profughi riconsegnati nelle loro mani dai colleghi svizzeri.
La Germania, prima della Svizzera, aveva stipulato un accordo simile con il
governo jugoslavo. Ma lo aveva revocato dopo la scoperta che 203 degli 860
kosovari rimpatriati erano stati picchiati o torturati all'arrivo dalla
polizia che cercava notizie sull'opposizione in Europa. Gli studenti
dell'Università albanese a Ginevra hanno saputo di quanto stava accadendo da
un connazionale. Una mattina alle 5 il ragazzo è stato svegliato dalla
polizia: «Gli hanno detto di prendersi le sue cose - raccontano due amici,
che chiedono l'anonimato -. A Zurigo, sulla pista dell'aeroporto, non
credeva ai suoi occhi: gli svizzeri lo stavano consegnando ai poliziotti
serbi. Ma sull'aereo c'era un kosovaro di troppo ed è stato l'unico
a poter tornare a Ginevra. Sono venuti a prenderlo un'altra mattina.
Non sappiamo più niente di lui».
Andrea
salo...@mediacomm.it