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ernesto

unread,
May 19, 1998, 3:00:00 AM5/19/98
to

La Giustizia di Lor Signori
di Marco Travaglio

C’era una volta un paese modello, un paradiso terrestre dove la
classe dirigente pareva linda come il
bucato appena fatto. Gli scandali politici erano rarissimi incidenti
di percorso e le inchieste sui “colletti
bianchi” esercizi di pura temerarietà.
La grande stampa rassicurava la cittadinanza con bollettini all’acqua
di colonia, eccitandosi per delitti
d’onore e storie di pelo e lasciando in pace politici e affaristi. E
le forze dell’ordine e della
magistratura potevano serenamente occuparsi dei “veri” delinquenti:
ladri di polli, cani sciolti del
giornalismo malati di scoop, lavoratori in sciopero. Per quelli sì
tintinnavano le manette. Non certo per
lorsignori.
Era l’Italia edenica degli anni Cinquanta e Sessanta, beatamente
scevra di “conflitti istituzionali”,
felicemente dominata dal “primato della politica”, benedettamente
aliena da quel “partito dei giudici”
che tanti guasti avrebbe provocato in seguito con quella sua assurda
voglia di verità. In quegli anni
andavano di moda i “giudici di partito”. Cioè di palazzo, di regime. E
piacevano un sacco. Niente
polemiche, niente scontri tra parlamento, governo e magistratura: i
tre poteri andavano d’amore e
d’accordo. Come fossero uno solo.
E dire che di verità imbarazzanti da investigare, volendo, ce n’erano
anche allora. La sistematica
corruttela inaugurata e addirittura teorizzata dal presidente dell’Eni
Enrico Mattei. I fiumi di denaro
che cominciano a confluire nelle casse dei partiti di maggioranza e
opposizione da aziende pubbliche e
private, oltreché da paesi stranieri dell’Ovest e dell’Est. Le
scorribande di finanzieri d’assalto,
bancarottieri, palazzinari, pescecani da sottobosco bancario,
ministeriale e vaticano. I primi delitti
politici come Portella della Ginestra, il caso Giuliano, il caso
Pisciotta, la stessa morte di Mattei. E poi
le continue deviazioni affaristiche e golpistiche degli apparati di
sicurezza pubblica. Ogni tanto qualche
giornalista ficcanaso lancia un sassolino nello stagno, ma viene
prontamente zittito, ignorato, magari
processato per lesa maestà. La magistratura che fa? Potrebbe far molto
visto che fin dal 1948 la
Costituzione ne garantisce l’autonomia e indipendenza da ogni altro
potere e le assegna il compito e
gli strumenti per accertare la verità. Il pubblico ministero che,
ancora nel ventennio fascista era il
“rappresentante del potere esecutivo presso l’Ordine giudiziario”, ora
deve rispondere soltanto alla
legge, libero di muoversi ogni qual volta sospetti che una legge è
stata violata. Norma scritte sulla
carta ma inapplicate per decenni. Nella prassi continua l’andazzo dei
bei tempi andati.
I vertici della magistratura sono in mano ai giudici del Ventennio.
Le nuove leve togate provengono dagli stessi ceti sociali della classe
dirigente che dovrebbero
controllare. E l’organizzazione giudiziaria sembra (o è) fatta apposta
per garantire l’obbedienza al
potere: ferrea selezione che premia la pavidità e il conformismo,
rigida gerarchia, sia interna
(procuratori capi) sia esterna (procuratori generali), punizioni
esemplari per chi stona nel coro del
potere.

Soltanto nel 1958 il parlamento si decide ad attuare la Costituzione e
ad istituire l’organo di
autogoverno dei giudici: il CSM (Consiglio Superiore della
Magistratura). Autogoverno si fa per dire,
perché la legge istitutiva calpesta allegramente la Costituzione,
consentendo al potere politico una
serie impressionante di interferenze. E quelle non più previste
continuano ad essere abusivamente
esercitate: i ministri della Giustizia seguitano imperterriti a
diramare le loro famigerate circolari ai
procuratori generali, ordini di scuderia su come vada amministrata la
giustizia. La polizia giudiziaria,
ampiamente inquinata e comunque controllata dal governo, si guarda
bene dal disturbare i
manovratori. La stampa, salvo i soliti rarissimi ficcanaso, bada a
sopire, a troncare. Se si aggiunge che
il governo mantiene il diritto di vet0 sulle nomine dei procuratori, e
lo esercita ferocemente, ecco
spiegato perché le toghe di allora hanno tutte (o quasi) un
rassicurante color grigio-governativo.
debole coi forti, forte coi deboli, il potere giudiziario va bene
così. Se poi qualche rompiscatole cerca
di mettere il naso dove non deve, o viene trasferito lui o viene
trasferita l’inchiesta. Procedimenti
disciplinari pretestuosi, cavillose avocazioni e “rimessioni ad altra
sede”.

La Giustizia di Lorsignori vacilla a fine anni Sessanta, quando per la
prima volta si affaccia in
magistratura una nuova generazione di laureati in legge , provenienti
da ceti sociali e filoni culturali i
più disparati. Giudici ragazzini dalla vista aguzza, che la
Costituzione la leggono tutta intera e certi
scandali non riescono proprio a non vederli. E’ da allora che il
Palazzo comincia a tuonare contro il
“partito dei giudici”, a invocare controlli politici sulle “procure
irresponsabili”, a strillare contro le
presunte “invasioni di campo”, a proporre riforme bavaglio. Che però
resteranno sempre nel libro di
sogni: nemmeno Craxi, nemmeno Andreotti, nemmeno DeMita, nemmeno i
compari di Gelli osano (o
riescono) a tradurle in pratica. Bisognerà attendere la Seconda
Repubblica, con i D’Alema e i Boato, i
Berlusconi e i Fini, perché il tanto sospirato guinzaglio alla
magistratura diventi riforma costituzionale.
E ora qualcuno si domanda che ne sarebbe stato delle tante inchieste
scomode degli anni Settanta,
Ottanta e Novanta se la controriforma della Bicamerale fosse stata in
vigore trent’anni fa. La risposta è
semplice: insabbiamenti, depistaggi e avocazioni sarebbero stati
ancora più agevoli di quanto in realtà
non furono. O magari sarebbero stati addirittura superflui.

Qui di seguito una breve documentazione di alcuni dei delitti e delle
ruberie commesse dalla classe
politica e dintorni e la documentata orrenda storia del loro
insabbiamento. Leggendo tali storie sorge
un dubbio: se le Brigate Rosse avessero davvero mirato al cuore dello
Stato, non sarebbe stato
augurabile che avessero fatto centro?

-Uccisione del colonnello Rocca (27/6/1968) suicidato 4 giorni prima
della sua testimonianza contro
il piano Solo, colpo di Stato organizzato dal gen. DeLorenzo

-Piazza Fontana (12/12/1969) cancellazione voluta delle prove da parte
delle forze dell’ordine con
l’assenso del procuratore capo Enrico DePeppo (una bomba “gemella”
rimase inesplosa, era
ovviamente un prezioso elemento che poteva guidare verso gli
attentatori e invece fu fatta brillare!).
Falsa pista anarchica, protezione a Freda e Ventura, spostamento del
processo a Catanzaro, ecc. ecc.
ecc.

-FIAT, il tempio profanato (5/8/1971) scoperta che la Fiat scheda
tutti i propri dipendenti
corrompendo le istituzioni per avere ogni tipo di informazione
riservata. Dalla cassaforte del
colonnello Mario Cellerino, capo dei servizi generali ed ex agente dei
servizi segreti dell’esercito e
della Difesa, saltan fuori decine di bustarelle piene di banconote
pronte per essere consegnate agli
uomini della questura, della prefettura, dei carabinieri, del Sid,
dell’esercito in cambio di informazioni
riservate. Tutti i giornali tacciono, tranne l’Unità. Il procuratore
capo Colli passa la patata bollente alla
procura di Napoli (a Torino la Fiat non si processa). Gianni e Umberto
Agnelli negano di aver mai
conosciuto il loro dipendente Cellerino. Tutti assolti. Prima condanna
Fiat aprile 1997.

-Rosa dei Venti (1974) il giudice istruttore padovano Giovanni
Tamburrino e il pm Luigi Nunziante
scoprono il tentato golpe dei neofascisti della “Rosa dei Venti” e del
“Sid parallelo” una struttura
paramilitare occulta legata alle forze armate e alla Nato (detta anche
Nuclei di difesa dello stato).
Arrestano il colonnello Amos Piazzi, capo dell’ufficio informazioni di
stanza a Verona e incriminano
alcuni alti ufficiali Nato. Roberto Cavallaro, uno dei complottatori,
vuota il sacco: coperture del Sid,
finanziamenti della Piaggio e da Sindona, e quant’altro. Il 31/1074
Tamburrino arresta il capo del SID
Vito Miceli. Ce n’è abbastanza per lavargli l’inchiesta. l’immancabile
procura di Roma solleva il
conflitto di competenza e accorpa l’indagine col golpe Borghese,
seguita già amorevolmente da
Claudio Vitalone, giudice di stretta osservanza andreottiana (poi
coinvolto nell’accusa per l’assassino
del giornalista Pecorelli!). Finale: tutti assolti, anche Miceli che
pur aveva confessato che la struttura
paramilitare “non era pienamente regolare”.

-Scandalo petroli. Nel 1973 i pretori genovesi Mario Almerighi,
Adriano Sansa e Carlo Brusco
scoprono un vorticoso giro di mazzette pagate dai petrolieri italiani
per avere in cambio appalti e leggi
fiscali su misura (come Berlusconi dieci anni dopo per avere il
decreto Craxi per le sue TV). Decine di
miliardi a DC, PSI, PSDI, PRI. Incriminati gli ultimi 5 ministri
dell’Industria: Andreotti, Ferrari
Aggradi, Bosco e Valsecchi, Preti e Ferri. Apriti cielo! I partiti
strillano contro i “pretori d’assalto”. La
DC per voce di Gerardo Bianco e Giuseppe Gargani propongono di
ribaltare la maggioranza del CSM
a favore di membri politici (tentativo ripetuto e in parte riuscito da
Berlusconi in Bicamerale). Stavolta
per insabbiare non c’è neppure bisogno di avocare l’inchiesta.
Almerighi viene accusato dal capo della
pretura di “avere attentato alla Costituzione”! La commissione
Inquirente assolve tutti, i finanzieri che
si erano occupati dell’inchiesta vengono tutti trasferiti, Achille
Gallucci consigliere istruttore manda
all’inquirente anche i processi contro i petrolieri, assoluzione in
massa!

-Lockheed, mazzette aeree. Ottobre 1975. Un’inchiesta del Senato
americano accerta che la
Lockheed ha pagato 3 miliardi per corrompere politici italiani e
vendere all’Italia gli Hercules C-130.
La magistratura romana stavolta è costretta a indagare. Guy, Tanassi e
Rumor finiscono davanti
all’inquirente. “Antelope Kobbler”, il cacciatore di gazzelle, ossia
il leone, non viene identificato
(Giovanni Leone era allora il presidente della repubblica...). Guy,
Rumor assolti. Tanassi condannato
ma ben presto liberato e affidato ai servizi sociali. Il povero
Tanassi è il primo e l’unico politico ad
essere stato almeno formalmente condannato prima di Mani Pulite! La
difesa politica di Aldo Moro fu
il famoso discorso in cui affermava che la DC non si sarebbe fatta
processare nelle piazze e che
bisognava pur tener conto che rappresentava milioni di voti. Il povero
Moro verrà processato in modo
assai più barbaro di quanto temeva per la DC.

-Ariscandalo petroli. Autunno 1980. I giudici di Roma e di Treviso
s’imbattono in una mega truffa
all’erario di duemila miliardi, legata ad un gigantesco contrabbando
di petrolio, con fondi neri e
tangenti ai soliti partiti. Coinvolti fino al collo i vertici della
Guardia di Finanza, dal comandante
Raffaele Giudice (piduista, amico di Andreotti, del Vaticano e del
giudice Gallucci) al capo di Stato
Maggiore Donato LoPrete (piduista anche lui) raggiunti da mandati di
cattura insieme agli ex-capi del
Sid Mario Casardi e Gianadelio Maletti. regista dell’operazione Bruno
Musselli, padrone della
Bitumoil, intimo del defunto Aldo Moro e del sue segretario Sereno
Freato, ma anche di Tony
Bisaglia, Salvo Lima, e vari esponenti del PSI e del PDSI: Sullo
sfondo si muovono cardinali, spioni,
dossieranti, ricattatori, faccendieri di ogni razza e colore. Saltano
fuori conti svizzeri collegati a politici
di primissimo piano. Lo scandalo poteva già scoppiare nel 1976 quando
un onesto colonnello della
Finanza, Aldo Vitali, ha scoperto tutto e ha steso un rapporto, ma
Giudice e Lo Prete, come premio
per tanto acume, lo fecero trasferire punendolo con un’indagine
interna.
Nel frattempo Gelli stende il suo “Piano di rinascita nazionale” che
ipotizza la subordinazione dei pm
al governo e del CSM al parlamento, più una lunga serie di geniali
trovate che avranno fortuna grazie a
Berlusconi e D’Alema nella Bicamerale), perché se i pm restano
indipendenti può accadere di tutto. E
infatti accade. Nel 1980 l’inchiesta petroli dilaga in 20 procure! Si
scatena la reazione con falsi dossier
su conti svizzeri inesistenti a nome dei pm! Poi si scopre che sono
battuti con la macchina da scrivere
dell’ufficio di Wilfredo Vitalone, fratello del più noto Claudio,
coadiuvato dal DC piduista Vincenzo
Gissi e ispirato da LoPrete: ma ben presto il processo finirà a Roma:
i calunniatori saranno tutti
assolti! Uno dei pm, Vaudano, è accusato di essere “comunista” e verrà
sottoposto a procedimento
disciplinare per avere osato aprire delle cassette di sicurezza di
alcuni deputati piduisti (ma la legge
non lo vieta affatto!).

-Assalto a Bankitalia- I primi mesi del 1979 sono una sequenza
allucinante. In gennaio Giovanni
Ventura fugge da Catanzaro in Argentina alla vigilia della condanna
per piazza Fontana, e il giudice
Alessandrini che ora indaga sull’Ambrosiano del piduista Roberto Calvi
è assassinato da Prima Linea.
Il primo marzo Tanassi è condannato dall’Inquirente (caso unico nella
storia) a 2 anni e 4 mesi per lo
scandalo Lockheed. Il 20 marzo viene ucciso il giornalista piduista
Mino Pecorelli e Michele Sindona è
incriminato negli USA per la bancarotta della Franklin National Bank.
Il 21 marzo Andreotti, reduce
dal suo quarto governo, inaugura il quinto. E’ lui il grande sponsor
di Sindona, è lui che si prodiga con
ogni mezzo per salvare il bancarottiere piduista e mafioso sulle cui
malefatte sta indagando il
liquidatore Giorgio Ambrosoli e i vertici della Banca d’Italia.
Ambrosoli verrà assassinato da un killer
di Sindona l’11 luglio. Prima però “qualcuno” decide di togliere di
mezzo il vertice della Banca
d’Italia: il governatore Paolo Baffi e il vicedirettore della
vigilanza, Mario Sarcinelli, due galantuomini
che hanno il torto di opporsi ai tentativi di salvataggio politico di
Sindona. Il 24 marzo la procura di
Roma incrimina il governatore e fa arrestare Sarcinelli accusandoli di
interessi privati in atti d’ufficio e
favoreggiamento per non avere avviato un’ispezione sui finanziamenti
alla SIR di Rovelli (sì, proprio
quello dei miliardi a Previti, Pacifico & soci). Il pm è Luciano
Infelici e il giudice istruttore Antonio
Alibrandi (padre di quell’AliBabà che ha ucciso Walter Rossi, ucciso
poi a sua volta durante una
rapina per finanziare l’estrema destra). Il provvedimento è talmente
pretestuoso e scandaloso che 147
economisti solidarizzano in un pubblico appello coi due imputati.
Ambrosoli assassinato. Baffi fuori
gioco. Sindona ufficialmente rapito dalla mafia. (Lo stesso Alibrandi
assolverà con formula piena Baffi
e Sarcinelli nel 1981).

-Da Sindona alla P2 - L’inchiesta sul delitto Ambrosoli e sul finto
sequestro di Sindona è affidata ai
giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo e al pm Guido
Viola. I tre fanno perquisire la
villa aretina di Gelli e saltano fuori i famosi elenchi della P2!
Subito informato, il procuratore capo
della procura di Milano Mauro Gresti non trova di meglio che suggerire
la restituzione delle carte al
Venerabile!!! (Borrelli non c’era ancora!).
Una busta intestata a Claudio Martelli contiene il numero di un conto
svizzero chiamato “Protezione”,
un’altra documenta un versamento di oltre 7 milioni di dollari a
Bettino Craxi, che propone di
sottoporre le procure al controllo del governo “perché lo Stato e il
cittadino sia adeguatamente
rappresentati al processo” (sembra oggi vero?).
Pertini è all’estero e viene avvertito Forlani, presidente del
consiglio. Lui balbetta, temporeggia, sa già
tutto ma fa lo gnorri, solo due mesi dopo renderà pubblici gli
elenchi. Viene fermata la figlia di Gelli e
cosa le trovano addosso? Ma dei dossier contro Turone, Viola e Colombo
accusati avere conti in
Svizzera e di aver passato documenti a ricattatori.
Il piduista Pietro Longo urlerà che Colombo è mosso da fini politici
(sembra oggi di nuovo, vero?),
finirà in galera, anche lui sfortunato come Tanassi, tutti del debole
PSDI.
Gallucci e Sica si affrettano: per impedire che gli “elencati” possano
testimoniare mandano avvisi di
reato per “reato connesso” esentandoli così dall’obbligo di dire la
verità. Gallucci, Sica, Infelisi fanno
su e giù con Milano, interferendo in tutti i modi, fino
all’immancabile conflitto di competenza. Stavolta
la procura generale si oppone ma il 2 settembre la Cassazione passa
tutte le inchieste alla procura di
Roma, cioè in archivio! Tutti prosciolti, anche gli indifendibili come
Martelli e Craxi. Solo nel 1994
grazie alla confessione di Larini il pool di Milano riuscirà a d
inchiodarli con quelle stesse prove!

-Il pozzo nero dell’Iri.- 1984, si replica. Un ignoto denuncia due
società del gruppo IRI di fondi neri,
falsi in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Gresti (quello
che c’era prima di Borrelli) chiede al
giudice Colombo di archiviare. Colombo non ci sta e comincia a
indagare davvero: gli basta poco per
trovare che l’allora presidente dell’Iri Petrilli dirottava miliardi a
singoli uomini politici o a loro
faccendieri come Mach di Palmstein, Gianni Letta e associazioni tipo
Opus Dei. La stampa ignora o
minimizza. Le istituzioni idem.
Colombo ricorda che la resistenza alle indagini fu enorme, testimoni
che sparivano, documenti ufficiali
falsificati, imputati che inventavano storie inverosimili. Alla fine
riuscirono a recuperare 140 miliardi.
Ma appena arrivano ai gestori dei fondi neri (tra cui Ettore Bernabei,
fanfaniano, amministratore
dell’Italstat) la procura di Roma sembra morsa dalla tarantola e apre
un fascicolo sugli stessi fatti
investigati a Milano. La manovra è talmente spudorata che ben tre pm
romani rifiutano di occuparsene.
Ma la procura romana è spalleggiata dalla procura generale e alla
fine, naturalmente, la Cassazione
manda tutto a Roma. Dopo qualche mese tutti vengono prosciolti. Viva
il porto delle nebbie!

-Affare Cossiga-Donat Cattin.- Il 12 aprile 1980 viene catturato a
Torino il terrorista di Prima Linea
Roberto Sandalo che dice che il suo compagno d’armi Marco Donat Cattin
ha potuto fuggire in
Francia perché avvertito dal padre che era stato a sua volta avvertito
dal ministro degli Interni
Francesco Cossiga, diventano nel frattempo presidente del consiglio.
Dodici magistrati di Tornio
chiedono la messa in accusa di Francesco Cossiga. L’Inquirente
ovviamente archivia. L’opposizione
porta il caso in parlamento in seduta comune. Il relatore di
maggioranza è Claudio Vitalone, quello
dell’opposizione è Luciano Violante. Vince Vitalone, l’onesto, 535 a
370. Cossiga, prosciolto dalla
giustizia politica tuona “giudici comunisti!”. Avrà modo di vendicarsi
contro la magistratura da
presidente della repubblica, bloccando il CSM dal 1986 al 1992.

-Calvi, un perseguitato.- Il 20 maggio 1981 mentre Forlani tira
finalmente fuori dal cassetto l’elenco
dei piduisti, il pm Gerardo d’Ambrosio chiede e ottiene l’arresto di
Calvi per esportazione illegale di
capitali. Calvi tenta il suicidio in carcere. Craxi che ha perduto uno
dei suoi più munifici finanziatori,
perde anche la pazienza e il 10 luglio urla alla Camera che i giudici
hanno la responsabilità morale di
quel tentato suicidio (non siamo ancora all’infame Sgarbi, ma siamo
lì). Poiché la Borsa crolla, Craxi
accusa i giudici anche di quello. Il segretario della DC Flaminio
Piccoli invita il ministro della Giustizia
Clelio Darida ad inviare un ‘ispezione, contro chi indaga non contro i
delinquenti naturalmente (come
vede il copione è talmente vecchio da essere usurato, ma lo adoperano
ancora).
Pochi mesi Calvi verrà condannato a 4 anni e poi finirà impiccato
sotto il ponte dei Frati Neri.

-Cappuccini killer al CSM.- L’apice della faccia da culo di Gallucci
alla procura di Roma si tocca
con l’accusa al CSM di consumare troppi cappuccini. Poiché si temeva
che il CSM volesse indagare
sulla procura di Roma che aveva insabbiato TUTTO, Gallucci si mette in
malattia e i mandati di
comparizione li invia un altro strenuo difensore della legalità: il
giudice Squillante (proprio quello che
sta in galera). Li invia a tutto il Consiglio e poi viene chiesto a
Pertini, presidente della repubblica e
anche del CSM, si sospenderli. Fortuna che Pertini era Pertini e non
solo non obbedì, ma strinse
pubblicamente la mano uno per uno a tutti i consiglieri.
Un mese dopo il procuratore reggente Volpari stabilisce che il consumo
di cappuccini è regolare e il
fatto non sussiste, insomma dice che l’inchiesta era una bufala e
subito l’onesto Squillante, con
mirabile giro a U, accoglie la richiesta.
Il CSM potrà così fare pulizia nella magistratura contro i giudici
piduisti (2 espulsi, uno trasferito e
degradato, 4 censurati e 4 assolti). Sarà l’unico dei tre poteri
istituzionali a farlo. Nelle altre istituzioni
i piduisti arriveranno alle massime cariche di governo.

-Il caso Cirillo.- Per Moro duri, pr Cirillo trattative a tutto campo
con terroristi e camorra. Il giudice
Carlo Alemi ha le prove. DeMita urla in parlamento “giudice
comunista!” (lo so che è sempre lo stesso
slogan, ma i nostri deputati sono monotoni).
Dieci anni dopo i pentiti raccontano e provano che il giudice Alemi
aveva visto giusto.

-Zampini & C.- Nel febbraio del 1983 a Torino, la prima avvisaglia di
Tangentopoli. Un piccolo
imprenditore si lamenta col sindaco Diego Novelli del sistema di
corruzione che ruota intorno a
Adriano Zampini. Novelli lo dirotta alla procura della repubblica e
Zampini finisce dentro. Confessa
mazzette date alla DC, al PSI e al PCI. Scatta il blitz. Finiscono in
galera una ventina di politici e
amministratori. Craxi tuona contro la “giustizia politica” (uffa,
ancora! ma non sanno che altro dire,
ascoltate Berlusconi... se vi regge ancora la pompa!) e adombra
perfino che Zampini sia un
provocatore dei servizi segreti! poi nomina Giusy LaGanga commissario
del PSI a Torino ma finisce
anche lui nell’inchiesta!

-Savona, Teardo & C.- Savona, giugno 1983. Viene arrestato il
presidente della regione Liguria,
Alberto Teardo del PSI, piduista. E’ accusato di associazione mafiosa:
un vero e proprio racket, con
attentati agli imprenditori renitenti alla mazzetta. La procura di
Genova spinge per l’insabbiamento, ma
i giudici Michele DelGaudio e Francantonio Granero vanno avanti e
accertano in breve ben 368 reati!
Teardo finisce in galera. Risulta che ha creato un clan piduista
chiamato “Centro di azione
democratica”, la cui sede romana è negli uffici dell’ineffabile Enrico
Manca, piduista anche lui, nonché
presidente della RAI!!!
Ma Teardo è contiguo a DeMichelis, si rischia di arrivare a Craxi. La
canea politica diventa furibonda.
Poiché il bravo Teardo era candidato alla Camera e si è sotto
elezioni, Craxi si limita a dire che si
tratta di “strenne elettorali”, ma altri del PSI lo definiscono
“prigioniero politico”. Al giudice
DelGaudio sfasciano la macchina, mandano macabri avvertimenti e lo
Stato da par suo gli leva prima
la segretaria e poi l’auto blindata. I capi dei gruppi investigativi
che affiancano DelGaudio vengono
trasferiti (il colonnello Bozzo e il generale Biscaglia). DelGaudio
terrorizzato si ammala. Vien
condannato solo Teardo insieme a una ventina di pesci piccoli. Il
povero Del Gaudio, parcheggiato al
tribunale civile di Napoli, dice “ avevamo in mano gli stessi atti e
gli stessi nomi che i colleghi di Mani
Pulite avrebbero ritrovato dieci anni dopo”. La pista politica fu
invece insabbiata.

-Trane & C. Brindisi 4 giugno 1987. Viene arrestato a Brindisi Rocco
Trane, segretario piduista del
ministro dei Trasporti, il socialista Claudio Signorile (quest’ultimo
già coinvolto nel 1979 nello
scandalo Eni-Petronim per presunte tangenti all’Arabia Saudita).
Stavolta le tangenti riguardano
l’aeroporto di Venezia e alcuni scali ferroviari. Signorile assolve il
portaborse: “L’ho chiesto a lui,
guardandolo negli occhi. Debbo credere alle sue parole quando mi ha
detto di essere innocente”. Che
bisogno c’è dei giudici? Forse basta giurare sulla testa dei propri
figli.

-Viareggio, Italia.- nell’estate del 1987 la Guardia di Finanza scopre
per caso un giro di tangenti e fa
arrestare alcuni amministratori socialisti locali e anche Walter De
Ninno, funzionario della segreteria
nazionale del PSI. Subito la voce di Craxi che vanta l’innocenza di De
Ninno. Si associano Martelli,
Intini, De Michelis. Intini che fa? Ma è ovvio! Chiede al ministro
della Giustizia, al secolo Virgilio
Rognoni, di indagare contro i giudici che osavano a perseguire i
delinquenti! (Lo so che è sempre lo
stesso copione.... ma questa è la triste verità!)

-Il paradiso del CAF.- La vendetta dei partiti colpiti dalle inchieste
scatta il 13 marzo 1986 quando
PSI, PLI, PSDI e radicali presentano alla Cassazione due referendum
per intimidire la magistratura:
1-il magistrato che sbaglia, non solo per dolo quando è ovvio che
paghi, ma anche per colpa (che in
diritto significa senza la volontà di sbagliare)
2-modifica del sistema elettorale del CSM (chiodo fisso)
La Cassazione passa il primo e boccia il secondo. Sull’onda emotiva
del caso Tortora, il referendum
passa con l’80% dei voti.
Da allora per 5 anni le inchieste sugli scandali di Stato diventano
pochissime: lenzuola d’ora (Ligato,
1988), carceri d’oro(Nicolazzi, 1988) e poco altro.
In compenso trionfa la Cassazione di Carnevale che annulla decine di
sentenze di condanna contro i
mafiosi: liberi i fratelli Greco assassini di Chinnici, libero tutto
il clan dei Catanesi, liberi gli assassini di
Basile, prosciolti in secondo grado gli assassini di Dalla Chiesa.
Torna il venerabile Gelli senza passare
per il carcere, viene smantellato il pool antimafia di Palermo,
Cossiga si scaglia contro i giudici
ragazzini, si intrecciano i loschi affari tangentizi tipo Enimont, si
apre il tempo delle grande mattanze
mafiose in Sicilia, Calabria e Campania, esce la famigerata legge
Mammì sulla falsariga dei ben pagati
decreti di Craxi che riaccese le reti Fininvest chiuse per manifesta
illegalità da alcuni pretori,
Berlusconi scala la Mondadori grazie a un paio di sentenze “bizzarre”
di cui si tenta solo ora di
scoprire il prezzo e di tante altre delizie che verranno smascherate
solo in seguito.

-Un intruso a Trento. Palermo a Trento. Carlo Palermo ha 33 anni
quando nel 1980 diventa reggente
dell’ufficio istruzioni di Trento. Il primo fascicolo che gli capita
fra le mani riguarda un traffico di
droga dalla Turchia. Normale, ma qualcuno lo accusa di aver cercato di
estorcergli nomi di politici.
Indagine contro il giudice, prosciolto. Però questo gli fa capire che
aveva toccato un tasto pericoloso.
Mafia turca, Cosa Nostra e traffico di armi, anche nucleari, con
mazzette miliardarie. Palermo si vede
boicottare l’inchiesta dalla procura e negare la scorta perché “non
porta la cravatta”. La sua famiglia si
sfascia. Ma lui insiste. Nel giugno del 1983, da una perquisizione a
Roma, salta fuori un documento
che cita il presidente Craxi a proposito di tal Michele Jasparro,
implicato in strane forniture d’armi
all’Argentina. Nel traffico sarebbero coinvolti Pillitteri e
l’immancabile Mach di Palmstein, a proposito
della cooperazione in Somalia e Mozambico (Ilaria, avevi trovato
qualcosa anche tu?)
Palermo scopre quattro società finanziare legate al PSI che lucrano
stecche di centinaia di milioni a
volta. Palermo fa perquisire le sedi di queste società (in una spunta
anche il nome del banchiere BNL
Nerio Nesi, sì, lui, il rifondarolo). Il pg della Cassazione Giuseppe
Tamburrino, informato da Craxi,
minaccia il giudice Palermo di sospensione su due piedi, con l’accusa
di aver compiuto atti contro
parlamentari senza autorizzazione. La perquisizione viene bloccata in
extremis. Craxi lo denuncia al
CSM e lo attacca sui giornali invocando che si fatta giustizia (contro
il giudice, of course!). La procura
di Trento senza neppure esaminare le carte esclude che Craxi abbia
qualcosa a che vedere con le
quattro finanziare del PSI. Tutto viene insabbiato. Carlo Palermo
chiede il trasferimento a Trapani
dov’è ancora caldo il cadavere del giudice Giacomo Ciaccio Montalto.
Appena arrivato là prende il
fascicolo sui cavalieri di Catania, Renzo e Costanzo, in odore di
mafia. Comincia la stagione delle
minacce che culminerà in una bomba che lascia miracolosamente illeso
il giudice ma ammazza una
madre coi suoi due bambini. Nove giorno dopo lo scoppio, L’Inquirente
senza alcun senso del comico,
archivia il caso “Craxi-Palermo”. Adesso Palermo è tornato a Trento
come consigliere regionale della
Rete. Mani Pulite gli ha dato ragione: Craxi, Martelli, Mach di
Palmstein, tutti condannati.

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Queste e molte altre cose accadevano nei mitici anni Settanta e
Ottanta. Nonostante le auree norme
della Costituzione che, sulla carta, garantiscono “l’autonomia e
l’indipendenza della magistratura da
ogni altro potere”.
Poi viene Mani Pulite e la nuova primavera di Palermo col giudice
Caselli. E per qualche anno, sia
pure a macchia di leopardo, l’Italia vede quella Costituzione
finalmente attuata.
Nell’indignazione generale della classe politica vecchia e (presunta)
nuova. Che corre subito ai ripari
per rimediare allo scandalo. Prima, con i soliti vecchi sistemi:
campagne di delegittimazione, minacce a
legge armata, dossieraggi, ispezioni, processi trasferiti, giudici
trascinati davanti al CSM, costretti a
dimettersi, processati per reati inesistenti. Tutto inutile: le
inchieste da Milano a Palermo, da Torni a
Napoli, continuano. Non resta che giocare pesante, tentando di
manometterete de jure quella
Costituzione che non si riesce più a manomettere de facto. Prima la
Bicamerale del 1992 , presieduta
da DeMita, tenta subito di scassinare l’indipendenza della
magistratura con la separazione delle
carriere tra pm e giudici. Ma i tempi non sono maturi. Vanno in fumo
anche i decreti salvaladri
Amato-Conso e Biondi-Berlusconi-Previti. Poi la Bicamerale del 1997:
finalmente i tempi sono
propizi.
Silvio Berlusconi, il figlioccio di Gelli e di Craxi, il politico più
inquisito d’Europa, mancato per un
soffio il traguardo del ritorno a palazzo Chigi, trova parziale
consolazione come numero due dei padri
ricostituenti, alle spalle di massimo D’Alema. In soli 6 mesi la
Commissione centra l’obiettivo:
restituire al potere politico quelle armi anti-giudici che fino
all’altro ieri erano tanto diffuse quanto
improprie, inserendole addirittura nella bozza definitiva di nuova
Costituzione. Tutte norme che
avrebbero reso impossibile le inchieste "scomode" degli ultimi
vent’anni, ma che non avrebbero
impedito, anzi incoraggiato, scandali come il caso dei "cappuccini del
CSM" e l’affaire Baffi-Sarcinelli,
per non parlare degli infiniti insabbiamenti.
Eccole in sintesi queste cosiddette riforme:
-separazione di fatto delle carriere
-gerarchizzazione dei singoli pm e delle procure
-sdoppiamento del CSM con minori poteri e maggior peso della
componente politica
-azione disciplinare affidata ad un procuratore generale nominato dai
partiti
-porte aperte alla magistratura agli avvocati
-relazione annuale del ministro della Giustizia al Parlamento con
dibattiti e votazioni sull’esercizio
dell’azione penale e sulle indagini
-inchieste vietate per i reati privi di concreta offensività (cioè
fine dell’azione penale obbligatoria)
-minuziosi codicilli pseudogarantisti per paralizzare i processi più
scomodi
-mani legate ai pm nella ricerca delle notizie di reato (affidata
esclusivamente alla polizia giudiziaria, e
pazienza se questa dipende dal governo ed è sovente neghittosa o
inquinata, anzi meglio così) e via
boateggiando....
Poi, nel 1999, per festeggiare il lieto evento, una bella amnistia
preannunciata con bell’anticipo dal
presidente della Camera e nell’attesa una commissione parlamentare
d’inchiesta sulle inchieste, anzi
-per dirla col capo dello Stato- sulle "torture", gli "abusi", il
"tintinnare di manette" e i "sistemi
abbietti" dei giudici mascalzoni che perseguono persino quel santuomo
di Previti. Affinché
tangentopoli e mafiopoli non si ripetano mai più. E torni a tintinnar
la sabbia.
Quod non fecerunt Gelli et Craxi, fecerunt Dalemoni.
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Dalla testimonianza di Francesco DiCarlo, capo della famiglia mafiosa
di Altofonte dal 1974 al 1978:
"Gaetano Cinà, che conosco da più di 20 anni, mi presentò Dell'Utri in
un bar di Palermo, in via Libertà. Qualche mese dopo lo rividi a
Milano. Avevo appuntamento con Cinà in un ufficio in via Larga di
proprietà di alcuni amici. Là incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano
Bontade. Erano particolarmente eleganti. Mi dissero che dovevano
andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e di Marcello
Dell'Utri e, visto che non avevo niente da fare, mi chiesero di
seguirli. Così conobbi Silvio Berlusconi."
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Dalle deposizioni di : l'avvocato Gaetano Zarcone (affiliato alla
famiglia di SantaMaria del gesù), Gaspare Mutolo e il componente della
cupola Totò Cancemi. Parlà Totò Cancemi:
"Io e lui (Vittorio Mangano, amico di Marcello Dell'Utri, assunto ad
Arcore negli anni "70) viveamo nello stesso rione, per cui tra noi
c'era un rapporto di confidenza ancora prima che io entrassi in Cosa
Nostra. Vittorio nei primi anni settanta mi diceva che Dell'Utri era
nelle sue mani, nel senso che qualsiasi cosa gli poteva chiedere
Dell'Utri l'avrebbe fatta. Per esempio Mangano mi spiegò che nella
tenuta di Arcore furono nascosti anche dei latitanti, tra cui i
fratelli Gardo, Giuseppe Contorno e francesco mafara."
le accuse di Cancemi sono pesantissime. Il boss infatti cita anche tra
gli altri, Mimmo teresi (imparentato con Cinà) e il triumviro capo
della famiglia di Santa Maria del Gesù, Stefano Bontade.
Le parole di Cancemi coincidono alla perfezione con quelle di
Gioacchino Pennino, politico DC affiliato a Cosa Nostra che nel 1993
ha deciso di abbandonare i casinò da lui gestiti in Croazia per
tornare in Italia e costituirsi. Laureato in medicina e proprietario
di laboratori di analisi cliniche a Palermo, Pennino è statao
soprannominato "il Buscetta della politica".
Il 10 novembre del 1994 questo "medico d'onore" riferisce quanto
confidatogli dall'amico avvocato Zarcone, intimo di Stefano Bontade:
"Gaetano mi spiegò che Mangano teneva i rapporti con Silvio Berlusconi
visto che faceva fittiziamente il guardiano in una villa vicino a
Monza. Lì venivano ospitati tutti i latitanti della famiglia di Santa
Maria del Gesù e forse di altre. A un certo punto però Berlusconi
aveva interrotto questa consuetudine perhè qualcuno di questi ospiti
aveva trafugato dalla villa oggetti di valore. Ricordo che commentando
queste vicende lo Zarcone diceva - Come al solito, ni ficimu canusciri
e schifari."

Dal libro "L'Intocabile - Berlusconi e Cosa Nostra - di Leo Sisti e
Peter Gomez. - 1997 -

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