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UFO nell'antichità.

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massivan

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Jul 23, 2023, 3:50:48 AM7/23/23
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Chi sosterrebbe che Plinio il Vecchio avesse pensato di scrivere un
libro di fiabe, quando scrisse la sua Naturalis Historia? Eppure nessun
altro autore antico ha mai parlato tanto di UFO come lui.
Ecco che cosa scrive il serissimo generale romano nel secondo libro
della sua opera, dal capitolo 31 al capitolo 35:
[31] E per contro hanno visto molti soli contemporaneamente, né sopra lo
stesso né sotto, ma di traverso, né vicino né contro la terra né di
notte, ma o all’alba o al tramonto. Una volta, riferiscono, furono
avvistati a mezzogiorno sul Bosforo, e durarono da quell’ora del mattino
fino al tramonto. Anche gli antichi videro spesso tre soli, come sotto i
consolati di Spurio Postumio e Quinto Muzio (174 a. C.), di Quinto
Marcio e Marco Porcio (118 a. C.), di Marco Antonio e Publio Dolabella
(44 a. C.), di Marco Lepido e Lucio Planco (42 a. C.), e nella nostra
epoca si vide sotto il principato del Divino Claudio, durante il suo
consolato con il collega Cornelio Orfito (51 d. C.). Più di tre insieme
non furono mai visti alla nostra epoca.
[32] Anche tre lune, essendo consoli Gneo Domizio e Caio Fannio (122 a.
C.), apparvero.
[33] Riguardo a ciò che per lo più definirono soli notturni, una luce
dal cielo fu vista di notte essendo consoli Caio Cecilio e Gneo Papirio
(113 a. C.) e spesse altre volte, sì che la notte era illuminata come il
giorno.
[34] Uno scudo ardente da occidente verso oriente scintillando
attraversò (il cielo) al tramonto del sole, essendo consoli Lucio
Valerio e Caio Mario (100 a. C.).
[35] Fu vista una scintilla cadere da una stella ed accrescersi mentre
si avvicinava alla terra e, dopo essere diventata grande quanto la luna,
illuminare come in un giorno nuvoloso, e poi, risalendo verso il cielo,
diventare una torcia; (questo prodigio) fu visto una sola volta essendo
consoli Gneo Ottavio e Caio Scribonio (76 a. C.). Lo vide il proconsole
Silano insieme al suo seguito.
Plinio il Vecchio, da semplice cronista, non si ferma ai soli
avvistamenti ma riporta anche i fenomeni tipici associati da sempre alla
presenza degli UFO. Ecco cosa dice qualche capitolo dopo:
[57] Inoltre per quanto riguarda il cielo inferiore è registrato nei
documenti che sia piovuto latte e sangue essendo consoli Manlio Acilio e
Caio Porcio (114 a. C.) e spesse altre volte, come (una pioggia di)
carne essendo consoli P. Voumnio e Servio Sulpicio (461 a. C.), e che di
questa non imputridisse quella che gli uccelli non avevano portato via;
inoltre (una pioggia di) ferro in Lucania l’anno prima (54 a. C.) che
Crasso venisse ucciso dai Parti con tutti i soldati lucani che erano con
lui, dei quali vi era un grande numero nell’esercito. La forma che
piovve di quel ferro era simile alle spugne. Gli aruspici predissero
ferite superiori. Essendo poi consoli Lucio Paolo e Caio Marcello (50 a.
C.) piovve lana (capelli d’angelo? N.d.A.) vicino al castello di Conza,
proprio dove l’anno dopo Tito Annio Milone fu ucciso. Durante il
processo per la stessa causa è riportato nei documenti di quell’anno che
piovvero mattoni cotti.
[58] Strepito d’armi e suoni di tromba uditi dal cielo durante le guerre
cimbriche (101 a. C.) ci è stato riferito, spesse volte sia prima che
dopo. Inoltre nel terzo consolato di Mario (103 a. C.) dagli amerini e
dai tudertini furono viste armi celesti (che provenivano) da oriente e
da occidente e che tra di loro si scontravano, ed erano respinte quelle
che erano (giunte) da occidente. Non c’è nessuna meraviglia nel vedere
fiamme nello stesso cielo e spesso si sono viste nubi prese da un fuoco
più grande.
[85] ... un grande portento di terre nella campagna di Modena essendo
consoli Lucio Marcio e Sesto Giulio (91 a. C.). Infatti due monti si
scontrarono tra di loro con un grandissimo frastuono, avanzando e
retrocedendo, tra di loro fiamme e fumo salivano in cielo in pieno
giorno; assisteva dalla via Emilia una grande moltitudine di cavalieri
romani e di loro familiari e di viandanti. Per il loro scontro tutti i
casolari furono rasi al suolo, e molti animali, che si trovavano dentro,
restarono uccisi.
Troviamo anche in Plinio, al capitolo 56, un curioso accenno a strani
fulmini:
In Italia, fra Terracina ed il tempio di Feronia, si è smesso di
fabbricare torri in tempo di guerra, perché tutte erano distrutte dal
fulmine.
I resoconti di Plinio hanno fedeli ed impressionanti riscontri in tutto
il mondo antico, dalla Bibbia al Mahâbhârata, dai racconti sumerici alle
leggende dei popoli precolombiani.
Nella Bibbia, in Es 19, 16 leggiamo: e appunto al terzo giorno,
all’alba, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte, e un
suono fortissimo di tromba...
E più avanti, ai versetti 18-19: Ora il monte Sinai fumava tutto, perché
Iahvé era sceso su di esso nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo
di una fornace: tutto il monte tremava fortemente. Il suono della tromba
diventava sempre più grande: Mosè parlava, e Iahvé gli rispondeva con
dei tuoni.
E’ proprio lo stesso linguaggio di Plinio: i due autori stanno forse
parlando delle stesse cose? Ad esempio quello che dice Plinio nel
capitolo 56, a proposito di strani fulmini che distruggevano,
esclusivamente e sistematicamente, soltanto le fortificazioni militari,
leggiamo in Gios 6, 20 a proposito della distruzione di Gerico: Ed
avvenne che, come il popolo ebbe udito il suono della tromba ed ebbe
lanciato un grande grido di guerra, le mura della città furono
distrutte. Fu forse uno dei “fulmini” descritti da Plinio a distruggere
le mura di Gerico?
Su un arazzo giainista tessuto in memoria del 24° Gina (Maestro di
vita), Mahavira, vissuto nel VI secolo a. C., l’artista indiano, nel
raffigurare la processione in onore del Maestro, ha disegnato anche nel
cielo sullo sfondo, a scopo celebrativo, alcune navicelle sospese in
aria. Questo particolare richiama naturalmente uno dei grandi poemi
dell’India, il Mahâbhârata, che è il più grande poema - lirico, epico e
sapienziale - di tutta la storia dell’umanità. Nel III libro di
quest’opera, il Vanaparva (Libro della foresta), il re Sâlva Salì su per
il cielo con la sua nave Saubha che può andare ovunque (15, 15). La
descrizione di questa nave è esattamente ciò a cui si è ispirato
l’artista nel disegnare le sue navicelle nell’arazzo: frutto di magia
era la nave di Sâlva, decorata d’oro, munita d’asta, di stendardo, di
carena e di lanciamissili (18, 12).

(Michele Manher)
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