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Psicoterapia funzionale corporea...

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Fra

unread,
Nov 13, 2002, 4:32:17 PM11/13/02
to
cosa ne pensate?

Grazie

Fra

Elrond

unread,
Nov 14, 2002, 3:16:47 AM11/14/02
to
On Wed, 13 Nov 2002 22:32:17 +0100, "Fra" <franxb...@tin.it> wrote:

>cosa ne pensate?

La mia posizione sintetica e disinformata: qualche idea molto valida e
stranamente sottovalutata da altri approcci, ma inserita in un contesto
privo di solidita' scientifica, alquanto idealista/ideologico.
Probabilmente buona per chi ama lavorare su di se' anche come "attivita'
autoremunerante", o forse (ma ovviamente qui c'e' chi se ne intende
*molto* piu' di me!) manifesta difficolta' soprattutto di tipo
psicosomatico
--
ciao,
Elrond

Vincenzo Del Piano

unread,
Nov 14, 2002, 11:56:42 AM11/14/02
to

"Fra" <franxb...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:aqughk$dlav7$1...@ID-126473.news.dfncis.de...

> cosa ne pensate?

Che è una "pratica" senza una teoria adeguata ... anzi *senza nessuna
teoria* alle spalle.
Questo comporta che -anche di fronte a qualche "successo"- si resta in
dubbio se si tratti di una "fantasia" (cioè un vero e proprio prodotto
solipsistico ... ancora meno di un placebo), oppure di un effetto suggestivo
... per cui (al massimo) si tratta di autoinduzione dell'effetto osservabile
(che poi, nel maggior numero di casi, è *solo* AUTO-osservabile ...).

Se (se!) stai facendo riferimento a questo genere di pratiche (chè la
confusione/indeterminazione linguistica la fa alla grande, senza una teoria
anche appena appena definita ...) si deve affermare che l'idea di poter
"cortocircuitare" qualche funzione corporea partendo dalla sfera della
coscienza è cosa verosimile: infatti, così come si può (purtroppo) prodursi
(per es.) una contrazione gastrica a causa di un fare psichico, si
potrebbe -in linea teorica- produrre un rilassamento ... e gli esercizi di
*training autogeno* dimostrano che si può fare! Però ... quelli *non mirano
direttamente* al controllo della muscolatura gastrica: la prendono "alla
larga", e inducono un rilassamento *generale*, solo all'interno del quale
può prodursi anche il rilassamento gastrico.
Ed è vero anche il reciproco: nessuno "riesce" a prodursi una gastrite senza
coinvolgere nella tensione *l'intero* soma ... ed il povero stomaco è solo
il primo (perchè più debole) anello della catena che si spezza.

Per altri versi ... in corso di psicoterapia nell'ambito psicosomatico,
succede con relativa frequenza di avere l'impressione che il paziente
"centri l'attenzione" sull'organo danneggiato, e ***spontaneamente*** sembri
suggestionarsi in una sorta di rapporto coscienza/organo, per cui (per es.)
parla *con* quell'organo, stabilendo con esso qualcosa che appare una
"relazione intrapsichica duale" (simile a quella che si genera tra l'IO e le
istanze inconscie ...).
Credo di aver già citato il caso di una giovane signora che giunse a dire
"IO SONO LA PSORIASI" (nel senso che aveva "scoperto" che la psoriasi era
LEI stessa!) ... e, se da una parte questa "identificazione" emergeva
dalla consapevolezza che la psoriasi era *effetto dell'IO inconscio* ... da
un'altra parte sembrava rendere "possibile" (?) un rapporto di quell'IO
inconscio direttamente con il suo prodotto patologico somatico.
(di fatto ... è addirittura "banale": se era stato l'IO a produrre la
psoriasi, tanto da *identificarsi* in essa ... era *certo* che quello stesso
IO poteva "cortocircuitare" il lungo iter dalla funzione psichica al
distretto somatico dell'epidermide ...; per la "cronaca", alla fine l'IO ...
*cortocircuitò*!!! :-))
Mi consentirai di dire che uno psicosomatologo (prudente), quando intravede
anche una remota possibilità che il paziente trovi una "comunicazione
dialogica" intrapsichica che potrebbe consentirgli una "relazione
trasformativa" con il suo disturbo ... NON FA NIENTE che potrebbe turbare
questa comunicazione intrapsichica; non fa niente ... anche se ciò gli
preclude la possibilità di capire (bene) ciò che succede! Per questo ...
poichè non ho mai privilegiato il "capire" rispetto all'assistere a una pur
relativamente "inspiegata" guarigione, non so dire più di quanto già detto.
Posso solo esprimere l'opinione che *mi sembra improbabile* che si possano
stabilire/produrre questi "cortocircuiti" psico-somatici senza un supporto
psicoterapico ... o per lo meno senza una "attenzione" un po' meno episodica
e superficiale della (per es.) meditazione, oppure dello "ascolto" interno.

Spero di aver parlato della stessa cosa che intendevi tu ... :-))

Ciao! :-)
--
Vincenzo

Fra

unread,
Nov 19, 2002, 12:43:24 PM11/19/02
to
Vincenzo Del Piano wrote in message
ar0ncv$ea0d8$1...@ID-129044.news.dfncis.de...
> "Fra" ha scritto nel messaggio

> news:aqughk$dlav7$1...@ID-126473.news.dfncis.de...
>
> > cosa ne pensate?
>
> Che è una "pratica" senza una teoria adeguata ... anzi *senza nessuna
> teoria* alle spalle.
cut
> Ciao! :-)
> --
> Vincenzo


Ammetto che in termini di linguaggio specifico sono PARECCHIO ignorante,
ma... ho capito appena, forse, il senso generale... :(
Potresti gentilmente rispiegarlo in linguaggio corrente? :)

Io sto seguendo questo tipo di terapia e sto ottenendo risultati discreti, a
differenza del pessimo (seppur breve) rapporto che ho avuto con una
psicoterapia cognitivo-comportamentale (o forse solo con quello
psicoterapeuta).

Non dico altro perché non son sicura di aver capito molto di ciò che hai
detto; aspetto una tua risposta per continuare questa discussione (sempre se
ti/vi va :) ).

Ciao, grazie! :)

Francesca

Vincenzo Del Piano

unread,
Nov 19, 2002, 3:54:31 PM11/19/02
to

"Fra" <franxb...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:ardtcj$hoe71$1...@ID-126473.news.dfncis.de...

> Vincenzo Del Piano wrote in message

> > Che è una "pratica" senza una teoria adeguata ... anzi *senza nessuna
> > teoria* alle spalle.
>

> Io sto seguendo questo tipo di terapia e sto ottenendo risultati discreti,
a
> differenza del pessimo (seppur breve) rapporto che ho avuto con una
> psicoterapia cognitivo-comportamentale (o forse solo con quello
> psicoterapeuta).
>
> Non dico altro perché non son sicura di aver capito molto di ciò che hai
> detto; aspetto una tua risposta per continuare questa discussione (sempre
se
> ti/vi va :) ).

Certo che "va": però ... puoi dire *cosa* è che fai in/con questo modello
terapeutico?
Dicevo (e mi sa che avevo ragione a dubitare *di me*) che era possibile che
io non avessi ben capito a che cosa facevi riferimento ...

Ciao. :-)
--
Vincenzo

Fra

unread,
Nov 20, 2002, 12:14:27 PM11/20/02
to
Vincenzo Del Piano wrote in message
are8d3$he665$1...@ID-129044.news.dfncis.de...

> Certo che "va": però ... puoi dire *cosa* è che fai in/con questo modello
> terapeutico?

Dunque... Le sedute, a frequenza settimanale, si svolgono generalmente in
due parti: una prima parte di dialogo e una seconda di lavoro sul corpo.
Ovviamente NON è un percorso "obbligatorio": capita a volte di parlare
soltanto e altre volte di dedicare la maggior parte del tempo al lavoro sul
corpo.

Il dialogo è + o - ciò che credo sia in ogni psicoterapia, anche se *in
genere* sono io che decido dove "portare" il discorso, e lui mi "viene
dietro" ponendo le domande del caso.

La parte del lavoro sul corpo avviene solitamente stando distesi in
posizione supina sul lettino e consiste generalmente nella semplice
respirazione, bassa e abbastanza profonda; il terapeuta in questa fase ha un
contatto *fisico* con il/la paziente, in diversi modi: attua, generalmente,
una specie di "massaggio" (non so come altro definirlo) sull'addome,
passando spesso alle spalle, il collo e la testa e, talvolta, alle braccia e
le gambe.
Non so se è per tutti così, io parlo per la mia esperienza, chiaramente.
Si ha in questo modo un rilassamento generale della muscolatura (che io ho
quasi perennemente in tensione), ma l'obiettivo principale è "riprendere il
contatto con se stessi", prendendo anzitutto contatto con le proprie
sensazioni fisiche e psico-emotive.
Alcune volte questo tipo di lavoro può variare con il compimento di
particolari gesti, che talvolta possono apparire senza senso, atti però
quasi sempre (almeno dall'effetto che fanno a *me*) a creare situazioni di
disagio interiore, arrivando quindi *praticamente* a riconoscerne il
significato e successivamente la motivazione per cui portano tale disagio.
Pur non amando particolarmente questa parte della seduta (riesce quasi
sempre a mettermi in crisi, in un modo o nell'altro...), trovo che ci siano
dei riscontri interessanti.
Per non parlare di ciò che *in me* comporta questo tipo di rapporto "senza
ostacoli fisici".
Mi spiego: io patisco molto, in ogni tipo di rapporto "profondo" (rapporti
cioè, in cui si stabilisce un legame di confidenza profonda), l'eventuale
mancanza di contatto fisico (abbracci, carezze e simili, ma anche il
semplice potersi toccare la mano senza "imbarazzo" o senza avere
l'impressione di stare facendo qualcosa di "strano"). Trovo in sostanza, che
il contatto fisico porti un "superiore" tipo di *calore* e *confidenza*.

Ora, il terapeuta non è un amico, è il terapeuta... ma se ci si pensa, a lui
si racconta di noi stessi come e + che ad un amico...

Il terapeuta a cui mi ero rivolta precedentemente, oltre ad avere altre cose
che non mi ispiravano fiducia, mi ha sempre dato del lei (che già, avendo 21
anni, mi sembrava un po' strano... e poi con una persona a cui racconto le
mie cose, sentirmi dare del lei mi gela subito!), mi faceva compilare
questionari e scrivere *i fatti miei* sui suoi fogli *prestampati* in cui
dovevo *sinteticamente* scrivere di particolari situazioni... ODDIO! Io ero
assolutamente stralunata :)
Insomma, io non mi aspettavo un gran rapporto di confidenza (non immaginavo
una confidenza come quella che ho attualmente con il mio terapeuta... non
pensavo mai che ci si potesse, ad esempio, abbracciare! anche se non come
abitudine...), però nemmeno un distacco del genere...

Premetto che il nome del mio terapeuta mi è stato consigliato da un'amica
medico e che io non sapevo assolutamente che genere di terapia esercitasse,
ma sono piuttosto soddisfatta del tipo di rapporto che ho con lui e sono
convinta che questa "non limitazione" appunto, abbia contribuito e stia
contribuendo al mio "lasciarmi andare".

> Dicevo (e mi sa che avevo ragione a dubitare *di me*) che era possibile
che
> io non avessi ben capito a che cosa facevi riferimento ...

Spero adesso ti sia tutto + chiaro... :)
Ho scritto un sacco, forse troppo, ma io, nonostante sia scettica per
natura, trovo che questo tipo di terapia abbia risvolti positivi.

> Ciao. :-)

Ciao a te :)

> --
> Vincenzo

Francesca

Vincenzo Del Piano

unread,
Nov 21, 2002, 3:09:30 AM11/21/02
to

"Fra" <franxb...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:argg26$i6llq$1...@ID-126473.news.dfncis.de...

> Vincenzo Del Piano wrote in message
> are8d3$he665$1...@ID-129044.news.dfncis.de...
> > Certo che "va": però ... puoi dire *cosa* è che fai in/con questo
modello
> > terapeutico?
>
> Dunque... Le sedute, a frequenza settimanale, si svolgono generalmente in
> due parti: una prima parte di dialogo e una seconda di lavoro sul corpo.
> [cut]

> Per non parlare di ciò che *in me* comporta questo tipo di rapporto "senza
> ostacoli fisici".
> [cut]

> Trovo in sostanza, che
> il contatto fisico porti un "superiore" tipo di *calore* e *confidenza*.
> [cut]

> Insomma, io non mi aspettavo un gran rapporto di confidenza (non
immaginavo
> una confidenza come quella che ho attualmente con il mio terapeuta... non
> pensavo mai che ci si potesse, ad esempio, abbracciare! anche se non come
> abitudine...), però nemmeno un distacco del genere...
> [cut]

> Ho scritto un sacco, forse troppo, ma io, nonostante sia scettica per
> natura, trovo che questo tipo di terapia abbia risvolti positivi.


Gentile "Fra" ... le cose che riferisci provano che quando non si fa una
cosa "conosciuta" (con un retroterra teorico) si possono fare anche cose
"insolite", come quelle che esponi.

Quello che conta è la tua relazione con il terapeuta, quindi ogni mia
osservazione è subordinata ai contenuti di quella realazione, e a *come* te
la vivi tu.
Ciò premesso, sono certo che anche il tuo terapeuta (stante che sono sicuro
anche del fatto che ti sia stata indicata una persona legalmente abilitata
alla psicoterapia) *lo sa* che i "contatti fisici" con il paziente sono
rigorosamente sconsigliati (per non dire *proibiti*), tanto più quando -come
riferisci tu- generano disagio.
Nè -sempre generalmente parlando- si ritiene opportuno che lo psicoterapeuta
entri *personalmente* in una relazione affettiva, contraddistinta da "tipi
superiori di calore e confidenza", oppure giunga ad "abbracciare". Tutte le
teorie (e le tecniche ne ne discendono) "sconsigliano" questi atti: questo
non serve a mantenere distanze ... ma a garantire al Paziente la
*indipendenza affettiva* dal terapeuta, o se posso così esprimermi ... a non
far diventare lo psicoterapeuta *personalmente* importante per il Paziente,
che deve poter avere quegli abbracci e quelle calde confidenze *altrove*
dallo studio psicoterapico.
La relazione terapeutica è già molto squilibrata di sua intrinseca natura
... e -per questo!- di solito si cerca di evitare che si complichi di
dipendenze affettive, anche se "piacevoli" e rassicuranti sul piano
interpersonale.

Ma sei tu, analizzando i contenuti della relazione e il tuo vissuto al
riguardo, che devi/puoi stabilire dei "limiti" al coinvolgimento affettivo
nei confronti della *persona* del terapeuta.

Ciao.
--
Vincenzo

Fra

unread,
Nov 21, 2002, 12:40:48 PM11/21/02
to
Vincenzo Del Piano wrote in message
ari4cj$j3lsg$1...@ID-129044.news.dfncis.de...

> Gentile "Fra" ... le cose che riferisci provano che quando non si fa una
> cosa "conosciuta" (con un retroterra teorico) si possono fare anche cose
> "insolite", come quelle che esponi.

Perché "non conosciuta"?

> Quello che conta è la tua relazione con il terapeuta, quindi ogni mia
> osservazione è subordinata ai contenuti di quella realazione, e a *come*
> te la vivi tu.
> Ciò premesso, sono certo che anche il tuo terapeuta (stante che sono
> sicuro
> anche del fatto che ti sia stata indicata una persona legalmente abilitata
> alla psicoterapia) *lo sa* che i "contatti fisici" con il paziente sono
> rigorosamente sconsigliati (per non dire *proibiti*), tanto più
> quando -come
> riferisci tu- generano disagio.

Non è il contatto con lui che genera disagio... ciò che genera disagio sono
i gesti che si compiono e il loro significato, ed essi avvengono (almeno per
quella che è stata fino ad ora la mia esperienza...) *senza* contatto.
Il contatto, almeno in me, non provoca alcun tipo di disagio. L'unica
sensazione che ne ricavo, a livello emotivo, è di *presenza* (del tipo "ti
appoggio la mano sulla spalla, ci sono, ti osservo, capisco."). A livello
fisico, direi soprattutto rilassamento.

> Nè -sempre generalmente parlando- si ritiene opportuno che lo
> psicoterapeuta
> entri *personalmente* in una relazione affettiva, contraddistinta da "tipi
> superiori di calore e confidenza", oppure giunga ad "abbracciare".

Dunque... forse la mia descrizione è stata un po' troppo entusiasta e forse
da essa si poteva arrivare + lontano di quanto non sia... o forse no, non
so.
In ogni caso probabilmente bisogna chiarire cosa io intendo per calore e
confidenza *in un rapporto del genere*.
Per *calore* intendo una persona che non mi trasmetta freddezza, il che non
significa necessariamente che non dimostri un certo distacco, ma
semplicemente io non riuscirei mai a parlare di me con una persona che non
mi sappia trasmettere un qualche tipo di calore, anche solo con un sorriso.
Si potrebbe anche chiamare *disponibilità*... ad ascoltare e a capire. Il
contatto fisico aumenta questo tipo di calore, o meglio, la vicinanza, ma
non implica nulla "di più".
Per *confidenza* poi, intendo la *mia* confidenza, ossia il *mio* grado di
disponibilità ad aprirmi ad una persona estranea.

> Tutte le
> teorie (e le tecniche ne ne discendono) "sconsigliano" questi atti: questo
> non serve a mantenere distanze ... ma a garantire al Paziente la
> *indipendenza affettiva* dal terapeuta, o se posso così esprimermi ... a
> non far diventare lo psicoterapeuta *personalmente* importante per il
> Paziente, che deve poter avere quegli abbracci e quelle calde confidenze
> *altrove* dallo studio psicoterapico.

Ok, ma... come può il paziente non affezionarsi al terapeuta?
Io mi ero affezionata persino al mio precedente terapeuta, nonostante abbia
fatto con lui solo 7-8 sedute e fosse + freddo del ghiaccio...!
Insomma, anche da ciò che mi è stato detto, è normale che ci si affezioni
almeno un po' al terapeuta...
Il punto è che ci sono vari modi di affezionarsi... "sani" e "meno sani".
Io non sono affettivamente dipendente dal mio terapeuta.
Le "calde confidenze" di cui tu parli, non mi sono assolutamente mai
aspettata (e non mi aspetto tuttora) di trovarle nello studio del terapeuta.
In questo credo tu mi abbia fraintesa...
Tutto ciò che viene fatto è ai fini terapeutici e *non è in alcun modo
fraintendibile*, in nessun senso.

Non ho detto che ho bisogno del contatto fisico per poter avere un buon
rapporto con il mio terapeuta; probabilmente trovando la persona giusta ci
sarei riuscita tranquillamente anche senza, anche perché quando ho deciso di
rivolgermi ad uno psicoterapeuta non sapevo nemmeno che esistesse una
terapia che includeva un contatto fisico.
Dico soltanto che avendo sperimentato questo tipo di terapia posso dire che
secondo me il contatto aiuta, soprattutto all'inizio, ad aprirsi, a rendere
forse meno "scioccante" il parlare delle nostre cose più personali con un
estraneo, perché lo si sente un po' più vicino.

> La relazione terapeutica è già molto squilibrata di sua intrinseca natura
> ... e -per questo!- di solito si cerca di evitare che si complichi di
> dipendenze affettive, anche se "piacevoli" e rassicuranti sul piano
> interpersonale.

Sinceramente, penso di poter affermare con una certa sicurezza che non ci
saranno complicazioni di questo tipo... e penso anche che il mio terapeuta
lo sappia.
Insomma, credo che un bravo terapeuta non si muova "alla cieca".
Io sono affezionata a lui, ma conosco bene qual'è il suo ruolo nella mia
vita e non ho intenzione di porlo su un altro piano.

> Ma sei tu, analizzando i contenuti della relazione e il tuo vissuto al
> riguardo, che devi/puoi stabilire dei "limiti" al coinvolgimento affettivo
> nei confronti della *persona* del terapeuta.

Persona... io credo si essere + affezionata alla sua *figura* che alla sua
*persona*...
In ogni caso, come ho già detto, non credo il mio essere affezionata possa
diventare controproducente.
Sono in terapia da circa 8 mesi, mi fido di lui e sono intenzionata a
risolvere i miei problemi nel modo migliore, nel tempo che occorrerà.
Può darsi che il contatto sia fortemente sconsigliato e ne capisco anche le
motivazioni... ma almeno nel mio caso penso sia solo di aiuto. Non
indispensabile, ma di aiuto.

> Ciao.

A presto.

> Vincenzo

Francesca

Amelia Ameliae

unread,
Nov 21, 2002, 5:50:58 PM11/21/02
to

"Vincenzo Del Piano" <vinc...@hyle.it> ha scritto nel messaggio
news:ari4cj$j3lsg$1...@ID-129044.news.dfncis.de...
cut

> La relazione terapeutica è già molto squilibrata di sua intrinseca natura
> ... e -per questo!- di solito si cerca di evitare che si complichi di
> dipendenze affettive, anche se "piacevoli" e rassicuranti sul piano
> interpersonale.

sensazione stravagante!
pur abitando in una citta' piuttosto piccola non mi e' mai capitato di
incontrare la mia dottoressa fuori dal suo studio.
mai fino ad una settimana fa.

premesso che il rapporto con lei e' molto amichevole e piacevole e perfino
simpaticamente affettuoso all'interno del suo studio, mi sono sorpresa ad
incontrarla una mattina per le scale di un palazzo a me totalmente estraneo
ed in cui mi trovavo per puro caso.

buffissima situazione ...
ho lasciato il passo alla signora piu' grande di me che sfrecciava a
velocita' e, proprio mentre la lasciavo passare, ho pensato: "toh! eppure
mi pare di conoscerla!".

solo dopo 5 o 6 secondi .. contemporaneamente ... abbiamo realizzato
entrambe che si! ci conoscevamo eccome! :-))) le racconto "i fatti miei" da
circa 2 anni..... :-)))

ecco! e' stata una sensazione di estraneita' che definirei
"interessante"... e per certi versi perfino "illuminante".

in quel momento mi si e' chiarito il quadro che disegna come il proprio
terapeuta sia una figura "determinante" nel momento specifico in cui si e'
all'interno del suo studio..ed altrettanto determinante nel momento in cui
occorre agire il cambiamento .. ma, al tempo stesso, rimane una figura in
qualche modo estranea al complesso della propria vita.

uhm...
a ripensarci.... nei primi momenti... quella sensazione di estraneita' ..
non e' stata esattamente piacevole.
mi e' venuta in mente la fatidica frase: "ma ti rendi conto che racconti i
fatti tuoi ad una estranea???????"
poi pero'... mi sono detta che probabilmente e' normale.... ed anche "buono
cosi'".....


Sergio

unread,
Nov 22, 2002, 8:52:23 AM11/22/02
to

Vincenzo Del Piano ha scritto nel messaggio ...

>
>Nè -sempre generalmente parlando- si ritiene opportuno che lo
psicoterapeuta
>entri *personalmente* in una relazione affettiva, contraddistinta da "tipi
>superiori di calore e confidenza", oppure giunga ad "abbracciare". Tutte le
>teorie (e le tecniche ne ne discendono) "sconsigliano" questi atti: questo
>non serve a mantenere distanze ... ma a garantire al Paziente la
>*indipendenza affettiva* dal terapeuta, o se posso così esprimermi ... a
non
>far diventare lo psicoterapeuta *personalmente* importante per il Paziente,
>che deve poter avere quegli abbracci e quelle calde confidenze *altrove*
>dallo studio psicoterapico.

E se lo psicoterapeuta si innamora della paziente???
come fate a controllare le emozioni??sempre essere umani siete!
Ciao
Polemico!!

Federico Spano`

unread,
Nov 22, 2002, 12:59:46 PM11/22/02
to
Il Fri, 22 Nov 2002 13:52:23 GMT, "Sergio" <sergio...@inwind.it>
apparentemente scrisse:

>E se lo psicoterapeuta si innamora della paziente???
>come fate a controllare le emozioni??sempre essere umani siete!

Uno psicoterapeuta che abbia attraversato un training personale
efficace non e' soggetto all'innamoramento, ne' a molte altre emozioni
che si ritengono comuni per l'umanita'. Non ha bisogno di controllare
le emozioni, quelle pericolose proprio non le prova. Inoltre tiene
continuamente sotto controllo, analizzandolo, il controtransfert. Per
di piu', il terapeuta sa perfettamente, non solo per teoria ma anche e
soprattutto per esperienza, vissuta in primo luogo su se' stesso, che
la persona in terapia non e' la persona che uscira' dalla terapia
conclusa, e spesso non e' neanche la persona che uscira' dalla
successiva seduta, per cui non ha alcun senso innamorarsene, ne' per
lui ne' per chiunque altro.


--
Federico Spano`

Vincenzo Del Piano

unread,
Nov 23, 2002, 4:57:38 AM11/23/02
to

"Sergio" <sergio...@inwind.it> ha scritto nel messaggio
news:rEqD9.8962$2B1.2...@twister2.libero.it...

>
> Vincenzo Del Piano ha scritto nel messaggio ...
> >
> >Nè -sempre generalmente parlando- si ritiene opportuno che lo
> psicoterapeuta
> >entri *personalmente* in una relazione affettiva, contraddistinta da
"tipi
> >superiori di calore e confidenza"
>
> E se lo psicoterapeuta si innamora della paziente???
> come fate a controllare le emozioni??sempre essere umani siete!

Beh ... è una questione tanto seria che non mi va di scherzarci: se/quando
succede, *si deve* interrompere la terapia. Si racconta *un'altra cosa*
(sennò diventa un "dichiararsi" ...) ma si interrompe *subito*.
Di tutte le "creatività" ammesse (e a volte necessarie) in una terapia ...
questa è *inammissibile*. Ed è anche molto pericoloso *per entrambi*
un'eventuale sottovalutazione delle conseguenze.

Peraltro ... perchè c'è l'aspettativa che debba succedere *per forza*?
Se un rapporto uomo/donna è "formalizzato" entro certi schemi si può provare
affetto, stima, persino "tenerezza" ... ma innamorarsi è un'altra cosa. Se
deve succedere per forza che ci si innamori di una donna con la quale si ha
a che fare ... bisogna stare attenti anche alla frequentazione delle suore
...

Ampilando il discorso, e senza polemiche ...
Parlando di "formalità" in una psicoterapia, e premesso che *l'affetto*
(indichiarato) si prova *sempre* (o almeno a me così succede ...) voglio
dire che (per es.) la prescrizione/consiglio di *darsi del lei* tra
terapeuta e paziente è molto opportuna; anche se il paziente non vi è
abituato (perchè è giovane, oppure "semplicione", oppure "alla mano") quel
che conta è che il terapeuta non appaia voler mettere/mantenere le distanze,
ma che esprima tutta la cordialità e l'interesse verso la persona del
paziente; questo è sufficiente per far superare "la novità" ... e garantisce
da "vicinanze/confidenze (improprie)" che non sono nè necessarie, nè utili
ai fini della terapia. Senza polemiche ... credo che la resistenza al
mantenere una formalità del rapporto sia sottesa dalla fantasia *sbagliata*
che il terapeuta debba diventare un "amico", oppure uno che "consola" ...
per cui la formalità del rapporto è incompatibile.
Invece ... il terapeuta *non deve* diventare nè amico nè tantomeno uno che
consola: deve rimanere *estraneo/esterno* alla vita reale; guardarla *da
fuori*; interessarsene *solo* per le parti che il paziente racconta ... e
deve restare uno che *non c'entra* con la vita del paziente. A parere
mio -ma consentimi la pretesa di far valere anche un po' di esperienza- se
non si è sufficientemente estranei ... come aspettarsi che il paziente possa
raccontare cose che anche ad un amico fidatissimo non si racconterebbero? Se
non si è sufficientemente estranei ... il paziente comincia a preoccuparsi
di "fare una brutta figura"; comincerà a *negare* nel rapporto con il
terapeuta proprio le cose che -invece- devono essere affermate, ancorchè
problematiche, ed esaminate -se posso dire così- *senza pudori*. Se -da
paziente- si ha anche solo la sensazione che il terapeuta stia *dentro* la
nostra vita ... diventa come uno di tutti gli altri ... nei confronti dei
quali si nasconde/dissimula "il problema".
E -scusa la repentorietà :-))- questo "tenersi fuori" deve essere fatto
anche (e soprattutto) quando il paziente tenta di "trascinarti dentro": la
terapia (per es.) di una depressione *fallisce in partenza* se il paziente
riesce a imporre al terapeuta la stessa posizione di "amico/confortatore"
che ha già imposto a tutti gli altri. E considera che -in apparenza, e nel
*cattivo* senso comune- il depresso avrebbe bisogno proprio di quella
"intimità rassicurante" ... e finchè non si rende conto che quella richiesta
è una trappola *per lui* continuerà ad avanzarla, e anche a rinfacciare che
non lo si accontenta/asseconda. E' solo quando "reiterpreta" la
contro-richiesta di *autonomia* che gli viene dal terapeuta ... che egli
trova in sè *la stessa fiducia* che il terapeuta gli ha "imposto".

Quanto all'essere "umani" anche i terapeuti ... è vero; ed è
**relativamente** vero anche che "al cuor non si comanda" ... ed è vero che
ci si possa inamorare. Ribadito qual è *la*cosa da fare ... voglio
"confessare" che anche a me successe UNA volta di provare un sentimento
"improprio" ... che riferii *immediatamente* al mio supervisore; non ero
innamorato ... ma mi rendevo conto di essere *troppo* coinvolto
affettivamente nella vicenda umana di una mia paziente. Sostanzialmente mi
"preoccupavo" di quello che le succedeva (e fin qui va bene) ... ma ero
"smanioso" che ne venisse fuori; ciò era obiettivamente una *prepotenza* nei
suoi confronti, perchè *non ne rispettavo i tempi*; il supervisore -fattami
una ramanzina (eufemismo ... sigh) sui miei deliri di onnipotenza- mi
*impose* di parlarne alla paziente ... chiedendole *scusa* della mia
"invadenza" (peraltro mai espressa se non come "sollecitazioni" benevole).
Quella mia "confessione" di frustrazione, e la accettazione da parte mia dei
tempi necessari ... sortirono l'effetto (certamente *previsto* da quel
marpione di supervisore!) per cui *la stessa accettazione/frustrazione* si
riprodusse nella paziente ... ponendosi però allo stesso tempo la
consapevolezza che il tempo passava inefficacemente. Da *quel momento* ...
quella paziente sbaragliò ogni ostacolo ... ma voglio sottolineare che ciò
fu possibile perchè *io mi tirai indietro* rispetto a un impegno eccessivo,
per quanto sostenuto da empatia e sollecitudine.
Questo (credo) sia ciò che conta da tener presente.

Peraltro (e in posizione assolutamente subordinata all'osservazione
precedente) ... dubito fortemente (eufemismo ancora più grosso!) che se
avessi lasciato che quel sentimento diventasse "un amore", e se -come avrei
certamente saputo/potuto fare se avessi avuto "un ruolo" dentro la sua vita-
se -dicevo- avessi "risolto" tutti i suoi problemi immediati/concreti,
dubito che la paziente avrebbe ottenuto quel che aveva diritto di avere da
me: probabilmente (dico per dire) anche se l'avessi sposata ed amata
immensamente ... l'avrei condannata a un immobilismo dal quale mi chiedeva
di essere aiutata a uscire. Sarei potuto essere anche un "buon marito "
(sempre per dire ...) ma da qualche parte, quella donna avrebbe conservata
"l'informazione" di una mia sostanziale inaffidabilità: come terapeuta ero
*un fallito*; come uomo una persona impaziente e irrispettosa; come
"compagno" uno che ti risolve i tuoi problemi ... a modo *suo*.
(manco sotto una pietra, in queste condizioni .... :-))

Ciao, "polemico" :-)); ciao a tutti.
--
Vincenzo

Djizzih

unread,
Nov 24, 2002, 10:24:27 AM11/24/02
to

"Vincenzo Del Piano" <vinc...@hyle.it> ha scritto nel messaggio
news:arnjdn$kgec3$1...@ID-129044.news.dfncis.de...

> che riferii *immediatamente* al mio supervisore

Cos'è un supervisore?
--
Djizzih
(ICQ#94498651)

Vincenzo Del Piano

unread,
Nov 24, 2002, 11:14:30 AM11/24/02
to

"Djizzih" <attilio19...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:arqr3e$l4bfg$1...@ID-90750.news.dfncis.de...
>
> Cos'è un supervisore?

Un supervisore è un terapeuta esperto (ce ne sono di qualsiasi Scuola: non
solo psicoanalisti!) al quale un altro terapeuta si rivolge per essere
"supervionato"/(guidato) nelle psicoterapie che conduce con i suoi pazienti.

Agli inizi della carrierà è *necessario* andare da un supervisore anche
quando "pare" che non ce ne sia bisogno; però (a parere diffuso, anche se
non generale), c'è bisogno del supervisore anche quando si è più "esperti"
... perchè l'analisi del proprio controtransfer (cioè delle dinamiche che
legano il terapeuta al paziente) sono sempre difficili (e forse impossibili
da auto-decifrare).
Questa cautela è particolarmente importante quando capita qualche paziente
che "turba" il terapeuta per gli argomenti che solleva, oppure quando il
terapeuta ha l'impressione che "gli sfugga qualcosa" della richiesta del
paziente; infatti, il turbamento, oppure la incapacità/difficoltà di
"comprendere" (= prendere in sè) il problema del paziente indica
che -probabilmente- il terapeuta ha quello stesso problema. O, quanto meno,
che non l'ha risolto "del tutto" a sua volta.

A scanso di equivoci, preciso che nelle discussioni con il suo supervisore,
il terapeuta è tenuto alla *stessa* riservatezza che avrebbe con un
estraneo; ciò significa che *non si fanno nomi*, nè si scende in dettagli
capaci di far (eventualmente) identificare chi sia il paziente al quale ci
si riferisce. Infine, precisoche non è del paziente che si parla ... ma *di
sè*!
In effetti, si tratta di una ulteriore terapia che il terapeuta opera su di
sè, con il supervisore come terapeuta ...

Spero di essermi spiegato ...

Ciao!
--
Vincenzo

Djizzih

unread,
Nov 25, 2002, 2:39:13 AM11/25/02
to

"Vincenzo Del Piano" <vinc...@hyle.it> ha scritto nel messaggio
news:arqu0l$jmeos$1...@ID-129044.news.dfncis.de...

> Spero di essermi spiegato ...

Perfettamente. Thanks.
--
Djizzih
(ICQ#94498651)

Fra

unread,
Nov 25, 2002, 12:31:19 PM11/25/02
to
Vincenzo Del Piano wrote in message
arnjdn$kgec3$1...@ID-129044.news.dfncis.de...
> "Sergio" ha scritto nel messaggio
> news:rEqD9.8962$2B1.2...@twister2.libero.it...

> > E se lo psicoterapeuta si innamora della paziente???
> > come fate a controllare le emozioni??sempre essere umani siete!
>
> Beh ... è una questione tanto seria che non mi va di scherzarci: se/quando
> succede, *si deve* interrompere la terapia. Si racconta *un'altra cosa*
> (sennò diventa un "dichiararsi" ...) ma si interrompe *subito*.
> Di tutte le "creatività" ammesse (e a volte necessarie) in una terapia ...
> questa è *inammissibile*. Ed è anche molto pericoloso *per entrambi*
> un'eventuale sottovalutazione delle conseguenze.

Su questo sono d'accordo, anche se penso sia abbastanza scioccante per il/la
paziente, che penso si sentirebbe "tradito/a"... no?

Ricordo perfettamente un sogno che feci dopo un paio di sedute con il mio
attuale terapeuta. In tale sogno stavo parlando con lui, nel suo studio
(credo) e ad un tratto, di punto in bianco, lui si avvicinava e mi baciava.
C'è da dire, sicuramente, che in quel periodo io ero piuttosto ossessionata
da questo tipo di cose; ero abbastanza sola e desideravo avere accanto un
*amico* che mi sostenesse, anche nelle decisioni che stavo prendendo (una di
queste era appunto il rivolgermi ad un terapeuta), però ogni volta che
intraprendevo un'amicizia con una persona di sesso opposto, finiva che prima
o poi ci provava (con mio grande (doppio) stupore, anche perché non avevo
mai avuto così tanto "successo" con i ragazzi... ). Ora, sarebbe ragionevole
la domanda sul perché cercassi amicizie di sesso opposto...beh, di preciso
non lo so, comunque io non facevo proprio niente per portarli a
"fraintendere", o almeno niente di evidente (e questo mi è stato confermato
anche in prima persona), però accadeva praticamente sempre... e io mi
sentivo sempre peggio. Più tenevo all'amicizia, più ci rimanevo male,
ovviamente.
Nel sogno quindi rimanevo delusissima, della serie "ma come?! mi sono
rivolta a te perché ho bisogno di aiuto, sei un professionista, mi fido di
te e anche tu mi *tradisci* così???".

> Peraltro ... perchè c'è l'aspettativa che debba succedere *per forza*?

cut

Chi ha questa aspettativa? ... Io mi auguro che non sia così! :)

> Ampilando il discorso, e senza polemiche ...
> Parlando di "formalità" in una psicoterapia, e premesso che *l'affetto*
> (indichiarato) si prova *sempre* (o almeno a me così succede ...) voglio
> dire che (per es.) la prescrizione/consiglio di *darsi del lei* tra
> terapeuta e paziente è molto opportuna; anche se il paziente non vi è
> abituato (perchè è giovane, oppure "semplicione", oppure "alla mano")

Boh, forse è sbagliato, però a me dava terribilmente fastidio sentirmi dare
del lei...
soprattutto mi dava fastidio che *lui* mi desse del lei, io ero
dispostissima a farlo e non mi avrebbe disturbata, anche perché al mio
medico verrebbe spontaneo dare del lei.

> quel
> che conta è che il terapeuta non appaia voler mettere/mantenere le
> distanze,
> ma che esprima tutta la cordialità e l'interesse verso la persona del
> paziente; questo è sufficiente per far superare "la novità" ... e
> garantisce
> da "vicinanze/confidenze (improprie)" che non sono nè necessarie, nè utili
> ai fini della terapia.

Perdonami, senza polemiche, ma io non trovo che darsi del tu crei niente di
"improprio"... insomma, io la vivo come una cosa normale.
Come ho detto sopra mi dà effettivamente fastidio che a me sia dato del lei
(in questo ambito), non il contrario... non saprei spiegarti perché, forse
tu sapresti farlo e forse è anche "sbagliato", però boh... io mi trovo bene
così.
Forse il giorno che anche io sarò dall'"altra parte" (ebbene sì, vorrei
diventare psicoterapeuta... lo sogno da quando ero piccola e forse lo
realizzerò... se non impazzisco prima :) ) ti darò ragione; per adesso però,
la mia (poca) esperienza di paziente mi porta altrove.

>Senza polemiche ... credo che la resistenza al
> mantenere una formalità del rapporto sia sottesa dalla fantasia
> *sbagliata*
> che il terapeuta debba diventare un "amico", oppure uno che "consola" ...
> per cui la formalità del rapporto è incompatibile.

Io non credo di volere che il mio terapeuta sia un amico, né un
"consolatore"... solo una persona, un *professionista*, che sa darmi l'aiuto
di cui ho bisogno.

Tanto + che... io un amico non lo pago per starmi a sentire...

> Invece ... il terapeuta *non deve* diventare nè amico nè tantomeno uno che
> consola: deve rimanere *estraneo/esterno* alla vita reale; guardarla *da
> fuori*; interessarsene *solo* per le parti che il paziente racconta ... e
> deve restare uno che *non c'entra* con la vita del paziente.

E questa estraneità si sente... e a volte, da paziente, non è nemmeno molto
piacevole... però c'è e basta e probabilmente è giusto così, come diceva
anche Amelia.

> A parere
> mio -ma consentimi la pretesa di far valere anche un po' di esperienza- se
> non si è sufficientemente estranei ... come aspettarsi che il paziente
> possa
> raccontare cose che anche ad un amico fidatissimo non si racconterebbero?
> Se non si è sufficientemente estranei ... il paziente comincia a
> preoccuparsi
> di "fare una brutta figura"; comincerà a *negare* nel rapporto con il
> terapeuta proprio le cose che -invece- devono essere affermate, ancorchè
> problematiche, ed esaminate -se posso dire così- *senza pudori*. Se -da
> paziente- si ha anche solo la sensazione che il terapeuta stia *dentro* la
> nostra vita ... diventa come uno di tutti gli altri ... nei confronti dei
> quali si nasconde/dissimula "il problema".

Però scusa... il timore di "fare brutta figura" non si ha mica soltanto con
gli amici...!

... Ascolta, io ti parlo da "profana", da paziente, da ventunenne e da
persona che sta seguendo un percorso che, da quanto tu dici, è "fuori dagli
schemi", ma che a me sta portando buoni risultati. Non interpretare quindi
ciò che ti dico come un voler fare polemica o non avere rispetto per quella
che è la tua esperienza e la tua professionalità, ma solo come "il mio punto
di vista", ok?

Insomma, ho capito cosa intendi, ma resto ferma sulla mia idea (che ha poi
un riscontro nel rapporto paziente-terapeuta da me vissuto) che il darsi del
tu o l'essere un po' meno formali non precluda il necessario distacco ed
"estraneità" del terapeuta rispetto al paziente e alla sua vita.
E non sai quanto a volte la sua estraneità rispetto a ciò che è la mia vita
*fuori* dal suo studio, mi infastidisca. Voglio dire, non è tanto il fatto
del "sto raccontando i fatti miei ad un estraneo", quanto il "come diavolo
fai a dire di capirmi, di capire il mio dolore, come mi sento in certi
momenti... a dire che non sono sola nel dover rivivere tutta la mia storia,
affrontare il male che ho dentro... come fai?! tu non sei parte della mia
vita, non la conosci, non sei qui quando sto male, quando vorrei solo
lasciar perdere tutto, quando sono così triste da non riuscire a trovare
nemmeno la forza di uscire dalla mia stanza... come fai a capire?"
...Poi mi dico che è il suo lavoro, capire... anche più di quanto io gli
racconti, anche + di quanto io sappia o possa esprimere... anche se non è
dentro la mia vita... e che comunque lui ogni settimana è lì ed è lì per me.

> E -scusa la repentorietà :-))- questo "tenersi fuori" deve essere fatto
> anche (e soprattutto) quando il paziente tenta di "trascinarti dentro":

cut

Come fa a tentare di trascinarti dentro?
Curiosità... interessata. :)

> Quanto all'essere "umani" anche i terapeuti ... è vero;

E meno male :)
...Anche se a volte non lo sembrate... :P :)

cut


> Sarei potuto essere anche un "buon marito "
> (sempre per dire ...) ma da qualche parte, quella donna avrebbe conservata
> "l'informazione" di una mia sostanziale inaffidabilità: come terapeuta ero
> *un fallito*; come uomo una persona impaziente e irrispettosa; come
> "compagno" uno che ti risolve i tuoi problemi ... a modo *suo*.
> (manco sotto una pietra, in queste condizioni .... :-))

Caspita! Che quadro catastrofico... :)

Purtroppo c'è chi prova a farlo... risolverti i problemi a modo suo, dico...
e ha la pretesa che tu ci stia anche bene, in questa situazione...!

> Ciao, "polemico" :-)); ciao a tutti.

Ciao.

> --
> Vincenzo

Francesca

Federico Spano`

unread,
Nov 30, 2002, 5:40:56 AM11/30/02
to
Il Fri, 22 Nov 2002 13:52:23 GMT, "Sergio" <sergio...@inwind.it>
apparentemente scrisse:

>E se lo psicoterapeuta si innamora della paziente???


>come fate a controllare le emozioni??sempre essere umani siete!

Uno psicoterapeuta che abbia attraversato un training personale

crescenzi...@gmail.com

unread,
Jul 16, 2014, 8:23:20 AM7/16/14
to
Il giorno mercoled� 13 novembre 2002 22:51:04 UTC+1, Fra ha scritto:
> cosa ne pensate?
>
> Grazie
>
> Fra



sto cercado di saperne capierne qualcosa di piu... ho letto appena adesso qualche riga ... questo passo per� mi ha interessato molto positivamente .... non si rif�, dunque, a "tipologie" (di qualsiasi tipo esse siano) ma individua una diagnosi calibrata esattamente sulla persona. .... oggi purtroppo in tutti i settori, e purtroppo per comodit�, rapidit�, per non sbattersi quindi, di fatto, per generale e generalizzato menefreghismo ...

bonvissu...@googlemail.com

unread,
Dec 8, 2014, 9:35:02 AM12/8/14
to
Il giorno mercoledì 13 novembre 2002 22:51:04 UTC+1, Fra ha scritto:
> cosa ne pensate?
>
> Grazie
>
> Fra

Ciao a tutti!


vorrei iscrivermi alla scuola di psicoterapia funzionale...secondo voi è valida?ho qualche perplessità circa l'analisi intrapsichica,so che non è la caratteristica centrale del pensiero funzionalista, ma tra tutti i livelli presi in considerazione (cognitivo, posturale, emotivo ecc..) non è contemplato quello specificamente dinamico.
Che ne pensate?

elledi

unread,
Dec 10, 2014, 4:18:02 AM12/10/14
to
Il 08/12/14 14.13, bonvissu...@googlemail.com ha scritto:
> Il giorno mercoledì 13 novembre 2002 22:51:04 UTC+1, Fra ha scritto:

Avviso ai naviganti :-) state rispondendo a post del 2002.
Or ora arrivano reply a post del 2001.
Non sono approvabili e, anche facendolo come in questo caso, non
apparirebbe tutto il thread che sarebbe leggibile solo da server
particolari come quelli a pagamento o il pessimo google.
Il ogni caso il thread é qui e i contributi assai esaustivi:
http://groups.google.com/forum/#!msg/it.discussioni.psicologia/oLhnSBwktj8/Sgp70dpruw4J

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