Il 25/06/2015 13:34, Bhisma ha scritto:
> Al di là dei testi, colpisce il fatto che un'informazione del genere
> sulla quasi totale circumnavigabilità dell'Africa sia andata dispersa,
> malgrado la sua enorme importanza commerciale.
Ne discute anche Russo.
Secondo lui questo tipo di conoscenze andò disperso insieme a tantissime
altre col crollo del mondo ellenistico a seguito della conquista romana
(lui lo definisce un vero e proprio collasso culturale). Insieme agli
orizzonti culturali - i romani che saccheggiarono le città greche non
avevano i mezzi per capire gran parte dei libri che finirono nelle
biblioteche dei patrizi - si restrinsero di fatto anche quelli
geografici. E' uno degli argomenti centrali della sua tesi.
Copio e incollo...
Il degrado coinvolse naturalmente anche le conoscenze geografiche. L’uso
in questo campo di metodi matematici si perdette completamente per
alcuni secoli: dopo il collasso culturale, studiosi come Strabone
tornarono infatti a una geografia descrittiva e non usarono più le
coordinate sferiche (latitudine e longitudine).
Anche Polibio, nonostante nel 145 a.C. fosse sulla sessantina, per le
sue vicende personali può essere assimilato agli intellettuali
postcrisi. Uomo colto e intelligente, appartenente a un’illustre
famiglia greca, ha una formazione di militare e politico (era stato il
comandante della cavalleria della lega achea), ma le vittorie romane,
troncandogli la carriera, gli fanno raggiungere Roma come ostaggio nel
166 a.C. A Roma il dislivello culturale con i vincitori gli permette di
riciclarsi come studioso, grazie a una famiglia potente e dotata di
curiosità intellettuali come quella degli Scipioni, che può permettersi
di usare un ex statista e generale come precettore e consulente. Polibio
diviene uno storiografo e, capendo che per la comprensione della storia
sono indispensabili conoscenze geografiche, scrive anche di geografia,
ma naturalmente, non avendo una formazione scientifica, non può
comprendere pienamente i metodi della geografia matematica.
La perdita delle conoscenze non riguardò solo le metodologie
scientifiche della geografia matematica e della cartografia, sulle quali
torneremo nel prossimo capitolo, ma anche informazioni qualitative su
paesi e popoli, che spesso risalivano a epoche molto antiche. Il mondo
mediterraneo si chiuse su se stesso e furono in larga misura dimenticate
le conoscenze sulle regioni del mondo non incorporate nel dominio di
Roma. Spesso scomparve, o sfumò nel leggendario, anche il ricordo dei
viaggi del passato, che apparvero incredibili a chi non era più in grado
di ripeterli.
Per illustrare gli effetti del collasso sulle conoscenze geografiche, in
questo paragrafo ricorderemo brevemente (per quanto ci è nota) la loro
estensione precedente, che il più delle volte è dimenticata. Per esempio
nell’immaginario collettivo è profondamente radicata l’idea, trasmessa
anche da Dante, che le Colonne d’Ercole fossero state considerate
«nell’antichità» un limite invalicabile. La falsità di questo luogo
comune è resa evidente innanzitutto dall’esistenza di importanti porti
al di là delle Colonne d’Ercole, che ovviamente vivevano soprattutto di
navigazione nell’Oceano Atlantico. Il più antico di cui abbiamo notizia,
Tartesso, era in un luogo non identificato della costa iberica, forse
non lontano dalla foce del Guadalquivir, e fu distrutto dai Cartaginesi
nel VI secolo a.C. I Fenici avevano fondato varie città portuali sulle
coste atlantiche: le più importanti erano, sulla costa africana, Lixos e
Mogador e su quella iberica Cadice, che nei secoli IV e III a.C. era
divenuto un importante centro commerciale concorrente di Cartagine; dopo
la fine della città cugina e avversaria sarebbe rimasta senza rivali
nella navigazione oceanica. Secondo Strabone, ai suoi tempi (intorno
all’inizio della nostra era) era non solo il principale porto, per
quantità e grandezza di navi mercantili, sia per la navigazione oceanica
sia per quella mediterranea, ma anche la città più popolosa in assoluto
dopo Roma.
Le acque dell’Atlantico erano state percorse da navi di varia
provenienza sin dall’epoca preclassica. Sappiamo da Erodoto che già nel
VII secolo a.C. l’Africa era stata circumnavigata da navigatori fenici
per incarico del faraone Neco II. Partite dal Mar Rosso, le navi fenicie
avevano costeggiato l’Africa in senso orario ritornando attraverso le
Colonne d’Ercole dopo un viaggio durato tre anni. Poiché la navigazione
era stagionale, interrompendosi ogni anno per seminare e attendere il
raccolto, si tratta di un tempo ragionevole, che di per sé costituisce
un indizio di veridicità. Un particolare lascia poi pochi dubbi
sull’attendibilità di questa testimonianza: Erodoto riferisce, pur
ritenendolo personalmente incredibile, che i marinai avevano detto di
aver circumnavigato l’Africa avendo il Sole a destra, ossia a nord. A
Erodoto, che evidentemente si riferisce al tratto del viaggio compiuto
verso ovest, a sud del continente africano, la circostanza appare
incredibile, poiché ritiene la Terra piatta e crede che il Sole debba
sempre percorrere il suo tragitto lungo un’orbita inclinata verso sud.
Neppure i marinai fenici sapevano che nord e sud invertono i ruoli
nell’emisfero australe, che probabilmente era stato raggiunto per la
prima volta da navigatori di un paese mediterraneo, e non avrebbero
potuto certo riferire questo fenomeno se non l’avessero realmente osservato.
Le conoscenze dei Fenici relative alla navigazione, in particolare
nell’Oceano Atlantico, erano state ereditate dai Cartaginesi, che almeno
in alcune epoche avevano esercitato qualche forma di controllo sulle
Colonne d’Ercole, ma il riserbo punico sulle rotte seguite dalle proprie
navi, unito alla distruzione delle fonti, ci permette di sapere ben poco
sui paesi raggiunti. Per esempio Erodoto aveva avuto notizia di loro
circumnavigazioni dell’Africa, sulle quali non abbiamo altre
informazioni. L’impresa di circumnavigare l’Africa, che secondo Erodoto
era stata tentata senza successo anche da parte del persiano Sataspe nel
V secolo a.C.87, era considerata possibile anche da fonti greche del IV
secolo a.C.88. Secondo Plinio vi era riuscito, nel II secolo a.C., anche
Eudosso di Cizico, che, dopo essere stato espulso dall’Egitto, avrebbe
raggiunto Cadice partendo dal Mar Rosso. Dopo le conquiste romane non vi
riuscì più nessuno prima del viaggio di Vasco da Gama del 1497-1498.
Sappiamo del viaggio lungo le coste atlantiche dell’Africa di una flotta
al comando del cartaginese Annone (certamente prima del IV secolo a.C.;
probabilmente nel V) perché è fortunosamente sopravvissuta una
traduzione in lingua greca (monca e probabilmente alterata) del suo
resoconto. La spedizione di Annone raggiunse l’Africa equatoriale, quasi
certamente fino all’attuale Gabon, e - questo è l’aspetto più
interessante! - tornò certamente indietro, nonostante i venti e le
correnti rendano difficilissima la navigazione lungo le coste atlantiche
dell’Africa in direzione sud-nord. Probabilmente la navigazione
cartaginese nell’Atlantico non era solo costiera.
Due autori ci informano sulla spedizione di un altro cartaginese,
Imilcone, che aveva navigato nell’Atlantico del Nord, anch’egli nel V
secolo a.C.92. Avieno, nel IV secolo d.C., lo cita tre volte, in
apparenza direttamente, attribuendogli notizie su alghe che gli
avrebbero reso difficile la navigazione e mostri marini. Questa
testimonianza è interessante soprattutto come prova dell’impressionante
perdita di conoscenze geografiche che fa ritenere (giustamente!) a uno
scrittore latino della tarda antichità che la migliore fonte di notizie
sull’oceano sia la cronaca di viaggio scritta da un cartaginese
ottocento anni prima.
Tra le spedizioni nell’Oceano Atlantico di cui è rimasto il ricordo, vi
sono quelle di due navigatori provenienti da Massalia: Eutimene e Pitea.
Alcuni hanno supposto che tali esplorazioni fossero state rese possibili
da particolari accordi con Cartagine, ma è anche possibile che il
controllo punico dello stretto non fosse così rigoroso come si è in
genere ritenuto. Nel caso di Pitea parte degli studiosi ritiene
probabile che avesse raggiunto le coste atlantiche attraverso la rete
fluviale della Gallia, senza passare le Colonne d’Ercole.
Eutimene, probabilmente intorno al 500 a.C. (ma la data è molto incerta
e vi è stato anche chi ha voluto collocarlo nel IV secolo a.C.) aveva
navigato lungo le coste atlantiche dell’Africa, ma ci restano
scarsissime notizie sul resoconto che aveva scritto del suo viaggio:
sappiamo solo che aveva raggiunto la foce di un grande fiume, che è
stato congetturalmente identificato con il Senegal, e aveva stranamente
immaginato che potesse trattarsi del Nilo.
Sono disponibili più informazioni sul viaggio esplorativo nell’Atlantico
del Nord del massaliota Pitea, che lo descrisse in dettaglio nel suo
trattato Sull’Oceano. Pitea, il cui viaggio va collocato probabilmente
negli anni Venti del IV secolo a.C.95, aveva raggiunto tra l’altro il
circolo polare artico, approdando nell’isola di Tule (la cui
identificazione ha posto grossi problemi), e la banchisa polare. Pitea
aveva anche interessi scientifici, come provano i frammenti della sua
opera che si occupano delle maree e della determinazione del Polo Nord
celeste, e dette probabilmente un contributo alla nascente scienza della
geografia matematica; certamente costituì un’importante fonte dell’opera
geografica di Eratostene ed era considerato attendibile anche da Ipparco.
Dopo il collasso culturale non si prestò più fede alla testimonianza
dell’esploratore massaliota. Strabone lo considera un mentitore, lo
accomuna a scrittori di opere fantastiche, come Evemero e Antifane di
Berga, e ritiene una grave colpa di Eratostene avergli prestato fede. Il
trattato di Pitea, considerato inattendibile, non fu più copiato e andò
perduto; per fortuna Strabone e altri scettici come lui, denigrandolo,
ce ne hanno trasmesso i frammenti che oggi permettono di verificarne la
veridicità. L’antica diffidenza non è però del tutto scomparsa e alcuni
studiosi moderni, probabilmente perché restii a prendere atto del
successivo crollo delle conoscenze geografiche, sono propensi a
restringere il viaggio dell’antico esploratore alle vicinanze delle
isole britanniche, mostrandosi scettici, in particolare, sul suo
raggiungimento della banchisa polare. In realtà non tutte le
testimonianze sono chiare e il passo in cui Strabone riferisce che Pitea
avrebbe visto luoghi in cui non esistevano né terra, né mare, né aria ma
un misto di tutti gli elementi, simile a un «polmone marino»101, non è
certo di facile interpretazione. Non si capisce però come avrebbe potuto
affermare che a Tule intorno al solstizio d’estate il sole non
tramontava, mentre d’inverno non sorgeva e che a un giorno di
navigazione verso nord il mare era solidificato, se non sulla base
dell’osservazione.
Si sa ben poco di altre spedizioni greche nell’Atlantico. La notizia
riferita da Plutarco che un certo Demetrio di Tarso avrebbe esplorato le
isole intorno alla Britannia per conto di un re non identificabile
probabilmente non è infondata, poiché iscrizioni greche a firma di un
Demetrio sono state trovate a York. Un altro greco, un misterioso Ofela,
in epoca imprecisata avrebbe esplorato le coste africane dell’Atlantico,
ma l’unica fonte che lo nomina è Strabone, che come d’abitudine mostra
incredulità per l’impresa. Naturalmente, dato il segreto che circondava
le rotte seguite, che si aggiunge alla scomparsa delle fonti, non
possiamo pensare di essere informati su una percentuale significativa
degli antichi viaggi esplorativi.
Le spedizioni nell’Atlantico ebbero apparentemente una brusca fine con
gli eventi del 146-145 a.C. I Romani non si curarono, infatti, di
subentrare a Cartagine nel controllo delle rotte oceaniche. Nello stesso
146 a.C. in cui aveva distrutto la città nemica, Scipione Emiliano mandò
in effetti Polibio a esplorare con una flotta le coste atlantiche
dell’Africa, probabilmente utilizzando informazioni raccolte a Cartagine
e marinai cartaginesi, ma sembra che il risultato della spedizione
(sulla quale abbiamo ben scarse notizie) sia stato del tutto negativo.
Non sappiamo infatti di nessun altro viaggio nell’Oceano Atlantico
organizzato dai vertici dello Stato romano nel secolo successivo.
Inoltre Polibio, dopo la sua spedizione, diffuse scetticismo sulla
possibilità di circumnavigare l’Africa e discredito sul trattato di
Pitea; egli stesso riferisce anche che i Massalioti interrogati da
Scipione non avrebbero avuto nulla di interessante da dire sulle rotte
atlantiche. Certamente lo storico ed ex generale greco non aveva fatto
nulla per attirare l’interesse dei dirigenti romani verso un’espansione
a occidente; forse si era adoperato piuttosto in senso contrario.
Intorno all’inizio della nostra era Seneca il Vecchio, immaginando
argomentazioni atte a persuadere Alessandro a rinunciare al proposito di
affrontare l’oceano, esprime bene il nuovo atteggiamento verso la
navigazione oceanica, che sarebbe prevalso fino alla fine del medioevo e
che oggi molti sono portati ad attribuire a tutti «gli Antichi»:
Dicono che sull’oceano si stendano terre fertili e che oltre l’oceano vi
siano di nuovo altri lidi e un altro mondo nasca […]. Sono supposizioni
gratuite perché l’oceano non si può navigare. […] Immagina dei mostri
immani; guarda con quali tempeste e marosi il mare infierisce, quali
onde spinge sul lido, con quanta violenza vi s’incontrano i venti, con
quanta rabbia esso si sconvolge fin nel profondo; nessun porto s’offre
ai naviganti, nessuna salvezza, nulla ch’essi conoscano; quanto di
primitivo e informe ha la natura vi s’è nascosto e rintanato. Nemmeno
gli eserciti che fuggivano Alessandro si sono arrischiati in questi
mari. La natura ha messo l’oceano tutt’intorno alle terre come una
barriera sacra.
Quanto alle rotte verso oriente, va innanzitutto ricordato che forse già
in epoca faraonica (nel VII secolo a.C., ai tempi del faraone Neco II)
era stato possibile navigare dal Mediterraneo all’Oceano Indiano grazie
allo scavo di un canale che collegava il Mar Rosso a un ramo del Nilo.
Certamente tale canale, del quale restano ancora tracce archeologiche,
era stato scavato, se non ripristinato, all’epoca della dominazione
persiana dell’Egitto, durante il regno di Dario I (522 a.C.-486 a.C.)113
ed era stato poi riattivato in epoca ellenistica da Tolomeo II Filadelfo
(re dal 285 al 246 a.C.)114; risale al regno del Filadelfo anche
l’esplorazione delle coste orientali dell’Africa compiuta per conto del
re da Timostene di Rodi.
Le conoscenze geografiche ellenistiche si estendevano in profondità
verso oriente. Le prime opere sull’India, dopo i resoconti dell’impresa
di Alessandro, furono scritte da Megastene, che intorno al 300 a.C. era
stato ambasciatore di Seleuco I alla corte del fondatore dell’impero
Maurya, Chandragupta Maurya, e dal suo successore Deimaco, ambasciatore
di Antioco Soter presso il figlio del sovrano precedente. Ne abbiamo
diversi frammenti, che mostrano come i due ambasciatori avessero
raccolto molte notizie di varia attendibilità, senza vagliarle
criticamente, dando così un importante contributo alla nascita
dell’immagine favolosa dell’India che si sarebbe affermata a lungo nella
cultura occidentale. Successivamente, dalla seconda metà del III secolo
a.C., intensi rapporti tra la civiltà ellenistica e i paesi dell’Estremo
Oriente furono assicurati prima dal regno greco-battriano, la cui
capitale era nell’attuale Afghanistan, e poi dal regno indo-greco
fondato da Eutidemo I. Secondo Strabone questo sovrano e il figlio
Demetrio I intorno al 200 a.C. avrebbero esteso le loro conquiste fino
alla Cina. Abbiamo notizia di queste costruzioni politiche, che furono
sopraffatte da popolazioni locali nel corso del I secolo a.C., solo da
poche iscrizioni, accenni di fonti classiche e soprattutto molti
ritrovamenti di monete. Le interazioni culturali tra il mondo
ellenistico e la Cina, che non potevano non accompagnare l’intenso
commercio lungo la via della seta, sono però documentabili su base
archeologica, in particolare esaminando prodotti artistici e tecnologici
cinesi che mostrano influenze ellenistiche.
Mentre l’interesse degli Stati mediterranei per la navigazione atlantica
subisce un decisivo arresto dopo la distruzione di Cartagine, alcune
fonti sembrano indicare una crescita delle relazioni tra Egitto e India
al tempo del re Tolomeo Pancione. Risalgono infatti al suo regno la
nomina di un funzionario «preposto al Mare Eritreo e all’Oceano
Indiano»118, il primo viaggio in India di Eudosso di Cizico e la stesura
della famosa opera Sul Mare Eritreo di Agatarchide di Cnido (all’epoca
si dava il nome di Mare Eritreo agli attuali Mar Rosso, Mare Arabico e
Golfo Persico). Sembra però che il Pancione, nonostante il suo evidente
interesse per il commercio con l’India, non sia riuscito a favorirne
realmente lo sviluppo. Agatarchide conclude infatti la sua opera con
un’osservazione che pare alludere alla crisi del 145: non ha potuto
completare il proprio progetto a causa di difficoltà nell’accesso a
documenti ufficiali sopravvenute in seguito ai problemi sorti in Egitto.
Quanto ai viaggi di Eudosso di Cizico, sappiamo che aveva seguito una
rotta diretta dal Golfo di Aden alle coste indiane, sfruttando con ogni
probabilità la conoscenza dei monsoni, ma anche che al ritorno si era
visto sequestrare dal re tutto il prezioso carico di spezie e gemme. Un
secondo viaggio, effettuato da Eudosso dopo la morte del Pancione, era
finito con un altro sequestro del carico, questa volta a opera del re
Soter II.
È ragionevole supporre che la politica dei sequestri più che
incoraggiare il commercio con l’Oriente l’abbia stroncato. È vero che
Strabone si mostra convinto che il commercio con l’India fosse stato poi
incrementato dalle autorità romane, ma si può sospettare che il suo
giudizio sia influenzato dal desiderio di compiacere i governanti ai
quali rivolge l’opera illustrandone più volte l’utilità a fini politici
e militari. La lettura della prima opera geografica di un autore latino,
la Chorographia di Pomponio Mela (scritta negli anni Quaranta del I
secolo della nostra era, cioè una ventina d’anni dopo la morte di
Strabone), accresce il sospetto. L’India vi è infatti descritta in modo
fantasioso; tra l’altro le formiche laggiù sarebbero grandi come grossi
cani e vi sarebbero serpenti in grado di inghiottire elefanti: notizie,
in parte risalenti alle antiche opere di Megastene e Deimaco, che
sarebbe stato comunque impossibile riproporre se con l’India si fossero
avute realmente le intense relazioni dirette descritte da Strabone.
L’opinione di Strabone che ai suoi tempi il traffico marittimo tra Roma
e l’India fosse più intenso che all’epoca dei Tolomei sembra anche
contraddetta dal fatto che il canale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso
era stato lasciato insabbiare. Plinio sa che si era tentato di scavarlo,
ma non che fosse mai stato in funzione. Per avere di nuovo la
possibilità di navigare da un mare all’altro bisognò aspettare il 1869.
Anche altri scrittori del primo periodo imperiale vantano spesso
l’incremento dei traffici con lontani paesi assicurato ai loro tempi
dalla benefica cura dell’imperatore e il conseguente progresso delle
conoscenze geografiche. Seneca, per esempio, irridendo le antiche
opinioni professate da Eutimene, assicura che ai suoi tempi le coste
occidentali dell’Africa erano ben note perché percorse «in tutta la loro
lunghezza da navi mercantili»125. La vacuità di questa affermazione è
però mostrata dal contemporaneo Plinio, che nei libri geografici della
sua monumentale Naturalis Historia mostra di non sapere quasi nulla
dell’Africa occidentale a sud dei domini romani. Le sue fonti migliori
su questo argomento sono il re vassallo di Roma Giuba II di Numidia e
Mauretania, dal quale trae alcune notizie sulle Isole Canarie e, per la
terraferma, il console Svetonio Paolino, che avrebbe osato spingersi a
sud della catena dell’Atlante (ossia immediatamente a sud dei domini
romani) «per alcune miglia» (aliquot milium spatio)127. Per le zone più
meridionali il dottissimo Plinio non può far altro che evocare il vago
ricordo dell’antico viaggio del cartaginese Annone.
Se ci si concentra sulle province occidentali dell’impero, si può anche
avere l’impressione di un incremento delle conoscenze geografiche in
epoca romana, ma appena lascia i confini dello Stato romano Plinio
descrive paesi quasi sempre avvolti nella leggenda. Il resto del mondo
lo crede abitato da popolazioni mostruose. In Africa descrive, tra gli
altri, gli Egipani, metà uomini e metà bestie, i Trogloditi che non
sanno parlare ma solo emettere stridii, i Blemnii, senza testa e con
occhi e bocca in mezzo al petto, e i Cinamolgi con la testa di cane;
crede che nel settentrione dell’Europa vi siano gli Arimaspi con un
occhio solo e tra le strane genti dell’India pone gli Astomi, che non
hanno bocca e si nutrono di odori, e i buffi Sciapodi, che per
difendersi dal caldo avrebbero l’abitudine di stendersi facendosi ombra
con l’unico grande piede. Non si tratta, naturalmente, di invenzioni di
Plinio, ma di popoli immaginari presenti in varie mitologie (alcuni dei
quali erano stati citati nei resoconti sull’India di Megastene e di
Deimaco); sua è però l’idea di collezionarli pensando di confezionare
un’opera geografica ed etnografica.
Il più delle volte i moderni lettori di Plinio lo hanno considerato un
tipico esponente delle «concezioni antiche», dimenticando che qualche
secolo prima di lui gli abitanti colti dei paesi mediterranei avevano
notizie attendibili sull’Africa subsahariana, la banchisa polare, la
Cina e chissà cos’altro.
La perdita di conoscenze geografiche da parte del ceto dirigente dello
Stato romano non significa tuttavia che le antiche rotte fossero state
dimenticate del tutto: ignorate da geografi e generali, continuarono
spesso a essere note a piccoli gruppi di navigatori indipendenti dediti
al commercio, alla pirateria o alla pesca.