Pubblico qui i contributi di Massimo Introvigne e di Ezio Albrile sulla
magia o alchimia sessuale e vi invito a riflettere. Leggeteli con grande
attenzione, v’è qualcosa in comune. Chiedo scusa per il primo articolo
di Albrile, vi sono molte omissioni dovute all’uso di un carattere non
riconoscibile dal browser. Una premessa mia personale. L’alchimia si
basa anche sulla ingestione del seme maschile e del mestruo femminile.
Nell’antichità si parlava di via ad un vaso, se l’alchimista agiva in
solitario, e di alchimia a due vasi se l’alchimia era praticata in
coppia. Gli alchimisti mescolavano il rosso e il bianco, e facevano la
ROSA-CROCE. Ma la pratica richiede la conoscenza del CICLO 40,
onnipresente nel testo biblico. E qui, mi spiace, non posso e non devo
aggiungere di più.L’Alchimia orientale, soprattutto quella del Tantra, e
del Tao, era molto maschilista. La donna espletava la funzione di creare
un MAG nei confronti dell’uomo, il quale poi, giungendo all’orgasmo,
riteneva l’effusione del seme, spingendo facendo pressione sul perineo.
Successivamente, con una pratica segreta di respirazione, faceva
rifluire l’energia seminale lungo il pilastro dorsale. La donna aiutava
l’uomo, ma il suo compito cessava lì, il che implica che l’illuminazione
fosse un traguardo riservato solo agli iniziati maschi. L’alchimia
occidentale invece prevede lo scambio tra i partner, come suggerirebbe,
fra le altre cose, il Cantico dei Cantici di Salomone, cui rimando.
Rimane il fatto che nel trattato gnostico PISTIS SOPHIA v’è un passo ben
strano in cui si descrive un dialogo tra un discepolo e il Cristo. Il
discepolo dice:
“MAESTRO, SAPPIAMO CHE SULLA TERRA VI SONO ALCUNI CHE MESCOLANO IL SEME
MASCHILE E IL MESTRUO FEMMINILE E POI LO INGERISCONO. COSA DICI AL
RIGUARDO?”
E IL LOGOS RISPOSE: “A QUELLI CHE FANNO CIO’ NON SARA’ PERDONATO NE’ IN
CIELO NE’ IN TERRA”
E’ vero ciò che è scritto nella Pustis Sophia? Certo che è vero, ma sono
certo che il trattato cerchi paradossalmente di allontanare da questa
pratica coloro che non sono degni nè pronti. Non può discutersi il fatto
che dietro la cerimonia del pane e del vino, del sangue e della carne,
del rosso e del bianco, si celi un significato alchemico che parte
dall’intimo del corpo umano, poichè è incontrovertibile che IL REGNO DI
DIO E’ DENTRO DI NOI. Se Introvigne è un profano che si tuffa in un mare
non suo, documentando e registrando, Albrile è un pesce molto più
avvezzo a certe acque calde, è consapevole di ciò che indaga e ciò che
scrive, e non è scettico. Buona lettura, spero di suscitare un vespaio
di polemiche. E mi attendo l’attacco dei soliti noti che ora parleranno
di pratiche sataniche. Ma la prima parte del contributo di Introvigne e
il secondo articolo di Albrile, chiariranno perchè i maestri achimisti
utilizzavano il loro MERCURIO. Sapete perchè lo SPERMA era chiamato
Mercurio? Perche gli spermatozoi sono iper-cinetici, velocissimi, come
topi. Infatti, tra gli animali, i topi, soprattutto se in branco, sono
una figura analoga agli spermatozoi.
E qualcuno si chiederà: COME FACEVANO GLI ANTICHI A SAPERE CHE LO SPERMA
ERA FORMATO DA MILIONI DI SPERMATOZOI E VELOCISSIMI? NON AVEVANO UN
MICROSCOPIO. Eppure io vi chiedo: COME FACEVANO A CONOSCERE IL DNA, SE
IL CADUCEO MERCURIALE E’ LA PROVA CHE IL DNA ERA NOTO ALLE CASTE
SACERDOTALI INIZIATICHE? Misteri dell’antichita!
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MAGIA SESSUALE E PARADIGMA ESOTERICO
di Massimo Introvigne
Nel 1990, nel mio “Il cappello del mago – I nuovi movimenti magici dallo
spiritismo al satanismo” (SugarCo, Milano), avanzavo tra l’altro
l’ipotesi che il “segreto” soggiacente a molti (non tutti) gli ordini
iniziatici che si occupano di “alchimia interna” consistesse nell’idea
secondo cui non tutti gli uomini hanno un’anima immortale: solo pochi
iniziati sono in grado di “costruirsi” un’anima attraverso determinate
tecniche. Per generare questo “corpo di luce” o “bambino interiore” si
utilizza come “materia prima” la stessa necessaria per la generazione di
un figlio: il seme maschile, che non è in questo caso “disperso”
all’esterno, ma (si dice) fatto “rifluire” all’interno: o attraverso
tecniche che fermano l’orgasmo prima dell’eiaculazione, ovvero
attraverso la successiva ingestione del seme. L’ipotesi lasciava aperti
due problemi, appena accennati nel testo: uno storico e uno
metodologico. Dal punto di vista storico, era ovvio che le tecniche
ritrovate in ordini iniziatici occidentali dei nostri giorni fossero
estremamente simili ad altre usate in Oriente, dalla Cina all’India,
fino almeno dal Medioevo. Il testo citava, al proposito, la classica
opera di Mircea Eliade (1907-1986) “Occultismo, stregoneria e mode
culturali. Saggi di religioni comparate” (trad. it., Sansoni, Firenze
1982), un capitolo della quale era dedicato all’equivalenza simbolica,
in correnti dello gnosticismo e del tantrismo, fra la luce il seme
maschile e a un’analisi delle tecniche di ingestione.
Tuttavia, rimaneva aperto – con altri – il quesito se e in che misura
fossero tuttora attivi in Asia ordini iniziatici che si sarebbero potuti
utilmente paragonare a quelli studiati in Occidente. Dal punto di vista
metodologico, il testo costituiva già di per sé una risposta a un
dilemma classico nello studio di ordini iniziatici per definizione
segreti: come è possibile allo studioso accertarne le caratteristiche,
dal momento che sono appunto segrete? Nell’ipotesi in cui le abbia
accertate, come può lo studioso divulgarle senza venire meno alla
deontologia delle associazioni professionali che si occupano di
sociologia e storia delle religioni, risolutamente contrarie
all’osservazione partecipante “coperta” e al tradire la fiducia di chi è
stato osservato? In realtà, l’esperienza de Il cappello del mago
mostrava, in primo luogo, che molti segreti in questo campo sono tali
solo di nome, dal momento che le biblioteche e gli archivi abbondano di
materiali che permettono di ricostruire la maggior parte dei rituali, se
solo si abbia, oltre all’indispensabile pazienza, un minimo di
esperienza sul come e dove cercare. E, in secondo luogo, che lo studioso
che abbia svolto il suo “compito a casa” in archivio e in biblioteca e
si presenti a intervistare membri di ordini iniziatici contemporanei
conoscendo già quanto si ricava da fonti scritte, riesce nella maggior
parte dei casi ad aprire un dialogo senza vincolo di segreto (anche
perché gli intervistati sono spesso a loro volta interessati a
confrontare quanto deriva dalla loro esperienza con quanto il
ricercatore ha ricavato dagli archivi, non necessariamente a loro già
noto, dando luogo così a quello che Pierre Bourdieu chiamerebbe uno
scambio di capitale simbolico).
Negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di studiosi del
tantrismo – categoria peraltro contestata da alcuni come mera etichetta
creata da orientalisti occidentali per unificare in un’unica categoria
fenomeni disparati e contraddittori -, i quali criticano autori come
Eliade o come Sir John Woodroffe (che scriveva sotto lo pseudonimo di
Arthur Avalon, 1865-1936) accusandoli di avere ricostruito il tantrismo
sulla base o semplicemente di testi antichi ovvero di contatti con
maestri che rappresentano una tradizione “colta” tipica delle classi (e
caste) alte in India e in altri paesi, trascurando la ricca esperienza
del tantrismo popolare. Un’opera in tal senso esemplare è quella del
1996 di David Gordon White, “The Alchemical Body. Siddha Traditions in
Medieval India” (University of Chicago Press, Chicago), che – nonostante
il titolo – non si limita a rintracciare le radici medievali di certe
tecniche, ma ne esamina la perdurante presenza nell’India contemporanea.
White fa cenno sia a un fine (l’immortalità), sia a tecniche (la
ritenzione ovvero l’assimilazione del seme) assai simili a quelle
praticate in ordini iniziatici occidentali, benché – per quanto
riguarda, in particolare, l’assimilazione – descriva pure una tecnica in
uso in India (non, invece, in Occidente) che (riprendendo un’espressione
di Wendy Doniger O’Flaherty, che ne aveva accennato nel suo “Women,
Androgines, and Other Mythical Beasts”, (University of Chicago Press,
Chicago 1980, p. 38) paragona alla “ricarica di una penna stilografica”
e che consiste nell’imparare a “riaspirare” il seme emesso tramite lo
stesso organo genitale maschile, il che richiede anni di faticoso
addestramento. Dopo altri studi della stessa impostazione (in relazione
ai quali è almeno necessario citare qui l’attività all’Università di
Chicago di Edward C. Dimock, Jr., 1929-2001, e dei suoi allievi), il
panorama è ora arricchito da due volumi di Hugh B. Urban, docente presso
la Ohio State University, entrambi pubblicati nel 2001 dalla University
of Chicago Press: il primo, “The Economics of Ecstasy. Tantra, Secrecy,
and Power in Colonial Bengal”, ricostruisce la storia e le dottrine del
movimento religioso bengalese dei Kartabhaja (“Adoratori del Maestro”),
con importanti considerazioni metodologiche; il secondo, “Songs of
Ecstasy. Tantric and Devotional Songs from Colonial Bengal”, è una
raccolta di fonti primarie sullo stesso tema, che consistono
principalmente in inni e cantici.
Il movimento dei Kartabhaja – del cui fondatore, Aulcand (?-1779) si sa
pochissimo – appartiene al filone Gaudiya Vaisnava, che origina in
Bengala da Krishna Mahaprabhu Chaitanya (1486-1533), la cui derivazione
più nota in Occidente è la società Gaudiya Math, fondata sulla scia di
Thakura Bhaktivinoda (1838-1914) dal figlio di quest’ultimo
Bhaktisiddhanta Sarasvati (1874-1937), con cui a sua volta entra in
contatto nel 1920 Abhay Charan De (1896-1977) – in seguito iniziato al
samnyasa (ordine di rinuncia) con il nome di Bhaktivedanta Svami, e
generalmente più conosciuto con il titolo di Srila Prabhupada (“Colui ai
cui piedi siedono i maestri”) – che è alle origini dei moderni Hare
Krishna. In realtà, secondo Urban, quello di Bhaktivinoda e
Bhaktisiddhanta è un movimento puritano e reazionario che nasce in
ambito Gaudiya Vaisnava, anche per influsso della mentalità vittoriana
importata dagli inglesi, come reazione contro l’ala numericamente più
consistente nel XIX secolo, quella appunto dei Kartabhaja, che godeva di
pessima stampa per le sue “scandalose” attività di magia sessuale e per
il suo reclutamento sociale nei ceti e nelle caste più basse sia tra gli
inglesi (e gli orientalisti ottocenteschi, i quali si rifiutavano di
interessarsi a questi movimenti popolari, benché contassero milioni di
seguaci), sia fra gli esponenti di un induismo “riformato” come i membri
del Brahmo Samaj, che era stato fondato nel 1828 da Raja Ram Mohan Roy
(1772-1833). La società Gaudiya Math, secondo Urban, mirava appunto a
rendere “presentabile” la tradizione Gaudiya Vaisnava depurandola dagli
elementi tantrici e adottando in materia di sessualità uno stile di vita
puritano, che del resto si ritrova tra gli Hare Krishna. Quanto ai
Kartabhaja, la loro fisionomia deriva ampiamente dal discepolo di
Aulcand chiamato Ramsaran Pal, dalla moglie (di famiglia, a differenza
della maggioranza dei dirigenti Kartabhaja, particolarmente benestante)
Sarasvati Devi (“Karti Ma”, a proposito della quale – come del marito –
l’incertezza regna sulle date di nascita e di morte e che operano
comunque tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo), e dal loro
figlio Dulalcand (?-1833), dopo la morte del quale si generano divisioni
e scismi che segnano ancora oggi la comunità, divisa in varie branche
rivali. Dal punto di vista essoterico i Kartabhaja, che incorporano
elementi sufi accanto a quelli di origine Gaudiya Vaisnava, si
presentano come un movimento devozionale che insiste sulla venerazione
del Karta, il “maestro”, reincarnazione di Chaitanya e quindi di
Krishna, della sua consorte e dei suoi discepoli diretti, cui sono
attribuiti poteri miracolosi. Ancora oggi il Ghoshpara Mela, il festival
annuale nel villaggio bengalese di Ghoshpara (sede del principale
pretendente al titolo di Karta), attira migliaia di persone alla ricerca
di miracoli (attribuiti in particolare all’intercessione della prima
Karti Ma), per quanto sia attaccato dalla stampa indiana per la sua
atmosfera dove si mescolano contro ogni convenzione persone di ogni
casta, per il suo carattere trasgressivo (che ricorda a Urban i
carnevali medioevali europei) e per una certa spudorata
commercializzazione. Dietro il livello essoterico ce n’è però uno
esoterico, consacrato alle pratiche tantriche di ritenzione e di
assimilazione del seme. Se queste pratiche sono nella sostanza quelle
descritte da White (“ricarica della penna stilografica” inclusa; qualche
tratto meno comune appare semmai tra i Sahebdhani, che costituiscono
secondo alcuni uno scisma del movimento di Aulcand, secondo altri un
gruppo indipendente influenzato dalle stesse fonti), originali dei
Kartabhaja sono la loro disponibilità a iniziare uomini e donne di ogni
casta, con una prevalenza di persone umili, e il loro uso di metafore
tratte dal linguaggio commerciale della Compagnia delle Indie, per la
quale molti adepti lavoravano come manovali o facchini. Come tutti i
segreti esoterici, anche quello dei Kartabhaja – che pure praticano la
dissimulazione – diventa ben presto generalmente noto nel corso del XIX
secolo, e provoca una reazione violenta sia del potere coloniale inglese
sia dell’establishment religioso indù del Bengala, con la conseguenza di
un declino numerico del movimento (che probabilmente, verso la metà
dell’Ottocento, era invece maggioritario all’interno della tradizione
Gaudiya Vaisnava) e della riduzione della sua branca principale di
Ghoshpara a una realtà puramente devozionale nel XX secolo. Altre
branche conservano invece la dimensione esoterica, anche se alcune –
risolvendo così una discussione che turba il tantrismo fin dalle sue
origini – insegnano che le pratiche di magia sessuale sono lecite solo
fra coniugi, mentre altre mantengono una tradizione ottocentesca che
raccomanda invece (perché elementi affettivi non si mescolino al puro
perseguimento della tecnica) di “praticare” al di fuori del matrimonio e
con partner occasionali (purché scelti tra iniziati di pari grado).
Urban dedica, come si è accennato, molto spazio alle questioni
metodologiche e denuncia in esplicito l’ambizione di affrontare problemi
rilevanti per lo studio dell’esoterismo in genere. Discutendo tesi di
Antoine Faivre e di altri, Urban si concentra sul movimento esoterico
come movimento detentore di segreti. In questo senso, il “paradigma
esoterico” cui fa cenno PierLuigi Zoccatelli (cfr. il suo “Il paradigma
esoterico e un modello di applicazione. Note sul movimento gnostico di
Samael Aun Weor”, La Critica Sociologica, nr. 135, autunno 2000
[ottobre-dicembre], pp. 33-49) non fa riferimento, secondo Urban, a un
contenuto (che per Zoccatelli è di tipo neo-gnostico) ma a un’economia
simbolica (di qui il titolo del suo saggio, con evidente allusione alla
sociologia di Bourdieu). Influenzato da Umberto Eco (il cui testo “I
limiti dell’interpretazione”, Bompiani, Milano 1990, è tra i più citati
da Urban), lo studioso americano descrive i movimenti esoterici come
quelli in cui il segreto rimanda a un altro segreto e così via quasi
all’infinito, così che – più che ai contenuti – lo studioso dovrebbe
essere interessato alla modalità di funzionamento del segreto (che negli
ordini iniziatici opererebbe in una sorta di “mercato nero dell’economia
simbolica”). Si risolverebbe così anche il dilemma deontologico tipico
degli studi scientifici su movimenti “segreti”, dal momento che lo
studioso – senza violare il diritto alla riservatezza degli
intervistati, né farsi scoraggiare dalle loro eventuali reticenze –
potrebbe appunto concentrare la sua attenzione non su “che cosa dice” il
segreto, ma su “come funziona”.
Peraltro, Urban si preoccupa di dissipare l’impressione – inevitabile
per chi di Eco non abbia letto solo I limiti dell’interpretazione ma
anche “Il pendolo di Foucault” (Bompiani, Milano 1988) – secondo cui chi
ragiona in questo modo pensa che in realtà non vi sia nessun segreto, e
tutto si riduca agli inganni di profittatori o ciarlatani. “Non voglio
dire – scrive lo studioso americano – che lo studio del contenuto del
segreto sia la ricerca futile di un’entità inesistente (dopo tutto,
alcuni segreti sono molto reali e molto importanti). Voglio solo
affermare che in molti casi, se non nella maggioranza, è più utile
spostare l’attenzione ed esaminare il segreto nei termini delle sue
forme e tattiche, come specifica strategia discorsiva e meccanismo per
la produzione di valore simbolico” (The Economics of Ecstasy, p. 212).
Si può tuttavia notare che la stessa opera di Urban smentisce questa
teorica ricostruzione del “paradigma esoterico” in termini puramente
formali. Sul contenuto dei segreti dei Kartabhaja lo studioso americano
ha molto da dire, ed è il contenuto che permette di qualificare i
Kartabhaja come un ordine esoterico: se, per esempio, la forma delle
loro oscure metafore mercantili nascondesse un segreto politico di
rivolta anti-coloniale piuttosto che un segreto tantrico, Urban
parlerebbe ancora di esoterismo? Quanto ai dilemmi deontologici del
ricercatore, la strategia di ricerca più sopra menzionata a proposito de
Il cappello del mago offre una possibile alternativa, che forse anche
Urban ha in qualche modo implicitamente praticato in India. Questo non
significa che l’indagine sull’aspetto formale e sui modi di
funzionamento del segreto non sia indispensabile allo studio
dell’esoterismo: semplicemente, non lo esaurisce né lo definisce.
Con queste precisazioni, i lavori di Urban costituiscono una preziosa
integrazione al corpus di conoscenze relative al “tantrismo” (comunque
lo si intenda), agli ordini iniziatici moderni in genere e a quelli che
praticano tecniche di magia sessuale in specie. Lo studio sul campo di
gruppi contemporanei appare al riguardo, come sostiene Urban,
indispensabile, se si vuole evitare che lo studio di movimenti fondati
sul segreto rimanga “generale in modo deludente, universalistico, e
ampiamente separato dal contesto sociale e storico”.
http://mikeplato.myblog.it/2009/08/03/magia-sessuale-e-seme-maschile/
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PATTEGGIAMENTO:
La terminologia esatta di questo istituto è: l’applicazione
della pena su richiesta delle parti.
E’ un procedimento speciale ovvero differisce da quello
ordinario con il quale si celebrano i processi.
E’ pre-dibattimentale poiché si sostituisce al dibattimento
prima che questo venga celebrato.
E’ premiale poiché prevede una riduzione della pena per il
condannato (oltre ad altri benefici. Vedi oltre).
E’ un procedimento speciale come il Giudizio abbreviato (V.
in questa stessa categoria del sito); ma a differenza di
quello che è celebrato a seguito di richiesta dell’imputato
(il PM ed il Giudice possono opporvisi solo per vizi formali
della richiesta) il patteggiamento prevede un accordo
transattivo tra l’accusa e la difesa sia in ordine alla sua
applicabilità sia in ordine alla pena da irrogare (un
eventuale rifiuto ingiustificato del PM può essere rilevato
dal Giudice del dibattimento a richiesta dell’interessato ed
il Giudice potrà applicare l’accordo rifiutato senza valido
motivo dal Pubblico Ministero o nella fase preliminare del
dibattimento o al termine di esso).
In pratica, il difensore (munito di procura speciale
rilasciata dall’imputato ovvero di una nomina che conferisce
al difensore particolari poteri) ed il PM si accordano per
addivenire ad una pena che sarà “ufficializzata” con la
Sentenza del Giudice.
L’imputato – di fatto – rinuncia a far valere la propria
innocenza benché il patteggiamento formalmente non richieda
che il soggetto ammetta l’addebito (formalmente…).
Il Giudice controllerà:
se è esatta la qualificazione giuridica del reato;
la configurazione delle circostanze attenuanti ed
aggravanti e la loro comparazione;
i calcoli meramente matematici della pena;
la redazione esatta del patteggiamento
se la pena è congrua avrà in ogni caso l’obbligo di
dichiarare se vi sono cause di non punibilità.
La richiesta ed il patteggiamento devono intervenire prima
del dibattimento ovvero, se è prevista per quel reato, prima
della chiusura dell’udienza preliminare (e può essere
richiesto anche durante la fase delle indagini preliminari)
o, comunque, durante la fese preliminare del dibattimento
(ovvero prima che lo stesso si apra) se per il reato non è
prevista l’udienza avanti al Giudice dell’udienza
preliminare (l’udienza preliminare, appunto).
La pena oggetto dell’accordo non può essere superiore a
cinque anni (soli e congiunti a pena pecuniaria) già
detratto un terzo della pena che è lo sconto della sanzione
per l’imputato che decide di patteggiare (lo “sconto” non è
fisso come per l’abbreviato ma FINO ad un terzo) ed è
applicabile anche alla pena economica.
Ed invero, il patteggiamento è un rito premiale che il
Legislatore predilige poiché fa risparmiare la lunga e
costosa celebrazione del dibattimento e, in sostanza,
garantisce una Sentenza di condanna (o, perlomeno, assicura
il difetto di contestazione della colpevolezza e
l’accettazione della pena).
Dunque, il patteggiamento è potenzialmente appetibile per
l’imputato (che, lo ricordiamo, accetta di non obbiettare
alcunché all’ipotesi accusatoria del Pubblico Ministero) poichè:
assicura una riduzione della pena fino ad un terzo;
la richiesta di risarcimento della vittima non è
contemplata nel patteggiamento e, quindi, l’offeso da reato
deve istruire una causa civile (con i suoi tempi) nella
quale, tuttavia, è esclusa l’efficacia civile della Sentenza
di patteggiamento (in ogni caso il Giudice del
patteggiamento – se la persona offesa lo richiede – può
condannare l’imputato alla rifusione delle spese legali
sostenute dalla vittima);
la Sentenza di patteggiamento non è una pronuncia di
condanna né come tale può essere valuta in sede extrapenale
quando la pena patteggiata è uguale o inferiore ad anni
due, il patteggiamento può essere subordinato alla
sospensione condizionale della pena (V. in questa stessa
categoria) che determina l’estinzione del reato decorsi
cinque anni dal patteggiamento subordinato (due anni se si
tratta di contravvenzioni patteggiate);
la sospensione condizionale della pena determina anche
la non menzione della Sentenza nel casellario giudiziario
dell’imputato richiesto dai privati (la c.d. “fedina penale”) ;
vi è esonero dalle spese processuali per l’imputato;
non sono previste pene accessorie e misure di sicurezza
(eccetto la confisca obbligatoria) ma va rilevato che nel
caso di guida in stato di ebbrezza il Giudice applicherà la
sanzione amministrativa accessoria (anche se non oggetto
dell’accordo) della sospensione della patente di guida;
limita le spese legali che l’imputato deve sostenere.
Avverso il patteggiamento è previsto il solo ricorso per
Cassazione (in ipotesi, a dire il vero, piuttosto rare) e
non l’Appello e non è previsto – come gli altri procedimenti
speciali – per i reati giudicati dal Giudice di Pace.
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Il nuovo interlocutore "branchesco", se così si può dire,
ovvero colui con cui accetto di confrontarmi sui temi
misteriosi e "fuffari" che proporrò costantemente qui dentro
per ricordare a tutti che LA REALTA' SPESSO E' PIENA DI COSE
CHE LA SCIENZA ANCORA NON E' IN GRADO DI SPIEGARE E CHE
FORSE MOLTI SUOI ENUNCIATI SONO DA RIVEDERE, è unicamente
DEDALO. L'unico che ha avuto il coraggio, ma soprattutto
l'onestà, di ammettere ciò che TUTTO IL BRANCO SA: ovvero
che GOFFREDO PIERPAOLI E' MARCO.C. Gli altri hanno
dimostrato solo la consueta vigliaccheria da "comunella
ammanicata", lo schifo assoluto, cioè, di quello in cui
consiste questo coacervo di merdacce rancorose e BUGIARDE
del branco scettico-cicappone di IDM.
Fregare questi idioti saccenti e bugiardi è talmente facile
che è quasi un gioco: in un colpo solo, col mio quesito su
Pierpaoli, ho ottenuto due risultati eclatanti:
1-BIMOSTRARE DI CHE PASTA DI MENTITORI IN STILE MAFIOSO SONO
FATTI I BRANCHISTI
2-CHE RAZZA DI BUFFONE SIA MARCO.C., OVVERO CHI, POVERACCIO
E DEVASTATO, SI NASCONDE SOTTO QUESTO PSEUDONIMO.
Ora, chiunque mi rispondesse su questo ed altro 3d che non
sia DEDALO, intendo della parte scettica, non solo non
otterrà controrisposta ma assicuro in modo assoluto che non
otterrà nemmeno lettura. Hai visto mai che qualche loro
ulteriore INFAMMIA BUGIARDA, mi invogliasse a ribattere?
Così ho detto. Mi riservo solo, di tanto in tanto, di
ripetere questo avviso così come l'avete letto qui.