http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/pigne_furti_ladri/notizie/237773.shtml
ROMA - Sarà la crisi, o sarà la stagione. Quelli che un tempo rubavano
le galline, si sono riconvertiti, salgono sui pini e rubano le pigne.
Gli ultimi li hanno presi a Castelfusano, uno si era arrampicato
sull’albero e gli altri lo aspettavano sotto, poi con il furgone via
sulla Colombo. Il bottino: 400 chili di pigne. Sì, di pigne. Niente di
grave, si dirà, ma sulla strada hanno trovato i carabinieri che li hanno
arrestati, sequestrando i sacchi con la refurtiva e addio pesto. Questa
piccola banda di disperati è l’ultima di una lunga serie di fermi per
questa originale, e non particolarmente efferata, tipologia di ladri. Le
zone più colpite sono le pinete e i parchi, specie quelli meno
controllati come Castelfusano o il parco di Tor Tre Teste, o intorno
alle Capannelle. Più rari i casi di furti in tenute private. Spesso si
tratta di rom, ma ultimamente anche qualche italiano si è dato al
curioso business.
IN TRIBUNALE
A piazzale Clodio di casi così ne capitano più spesso di quanto si
pensi, tra novembre e dicembre (siamo nel pieno della maturazione dei
pinoli) la media è stata di due volte a settimana. Con i frutti dei
pini, in effetti, si fanno un po’ di soldi: i pinoli al mercato costano
circa 63 euro al chilo. Il problema, in realtà, nasce dopo, ovvero con
gli arresti. La procura, infatti, è divisa, per filosofia e per agenda:
alcuni magistrati sposano la linea dura, altri ritengono, anche un po’
seccati, di avere ben altre priorità. A far discutere, intanto, è il
reato da contestare: per i giudici più rigorosi, chi prende delle pigne
dalle pinete pubbliche deve essere condannato per furto e anche per
danneggiamento aggravato, quando durante le operazioni vengono spezzati
i rami. Questa giurisprudenza più restrittiva si basa su un concetto di
fondo: le pigne sono un bene dello Stato, al di là dell’uso che lo Stato
ne fa (spesso nessuno).
COME LE MORE
C’è una parte dei pubblici ministeri che la vede in un’altra maniera:
«È come se arrestassimo la gente che coglie le more o che va a cicoria»,
spiega un magistrato nel corridoio. A lamentarsi sono parecchi pm: «Poi
dicono che la giustizia va a rilento, per forza. Avremmo parecchie
faccende più serie di cui occuparci». Il risultato di questa mancanza di
una linea univoca sul tema è che alcuni pignaroli vengono processati per
direttissima e condannati, di solito, a sei o a otto mesi grazie alle
attenuanti e al rito abbreviato, con una pena pecuniaria che si aggira
tra i 150 ai 516 euro, mentre ad altri, capitati tra altre mani, non
viene nemmeno convalidato l’arresto. Tornano in libertà con i loro
sacchi con i frutti dei pini. E della crisi.
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La morte viene
Silenziosa come un'alce
Dai vivi ci separa
Con il taglio di una falce