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De Gennaro : prima bersagliato da Panorama ora elogiato da GIOVANARDI

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Francesco Errante

unread,
May 16, 2002, 7:54:50 AM5/16/02
to
Premetto che non conosco questi tipi, ma mi chiedo come sia possibile
che il neo-ministucchio Giovanardi, in un confronto con l'On. Bersani
durante una recente puntata di Primopiano Rai 3, abbia detto che la
destra non ha sostituito tutti i vertici delle istituzioni con propri
uomini, riconoscendo che anche tra la sinistra vi sono personaggi di
valore e che meritano rispetto.
Per sostanziare la sua affermazione ha citato Gianni De Gennaro,
l'attuale capo della Polizia.

MA NON é lo STESSO DE GENNARO che nell'Agosto del 97 fú BERSAGLIATO da
PANORAMA (n.31) nell'articolo sul cosiddetto "RITO PALERMITANO" a
firma di Andrea Marcenaro ?

Tratto da http://www22.mondadori.com/Panorama/mag/news/news3197/italia/italia_ol.shtml

riporto l'articolo per intero


IL RITO PALERMITANO


Regola numero uno: rimanere acquattati, perché possono sempre spuntare
le accuse di qualche pentito. Regola numero due: onorare i grandi
dottori della città malata, Caselli in testa. Altrimenti, volenti o
nolenti, si finisce «mascariati», sporcati dalla mafia.

Un proverbio palermitano dice: «U carbuni, sù nun tinci, mascarìa», il
carbone, anche se non macchia, sporca. Di un tizio che è stato
sporcato, si dice infatti che è «mascariato». Palermo è mascariata per
tre quarti.
Per entrare a far parte della sterminata famiglia dei mascariati basta
niente. È sufficiente che un pentito butti lì il tuo nome. Che accenni
di aver sentito dire, una volta, che sei stato amico di un amico. Che
eri uno «avvicinabile». Chiaro? Non avvicinato, «avvicinabile». A
volte non è nemmeno necessario che un pentito parli davvero. Basta che
in giro si dica che ha parlato di te, o che potrebbe parlarne. Mentre
la chiacchiera incomincia a girare, così, tu perdi i primi colpi.
Finisci su un verbale. O è come se ci fossi finito. Allora sei
mascariato. Non macchiato, perché su di te non c è nulla, ma
ugualmente sporcato dalla mafia. Da quel momento, se starai zitto, se
rinuncerai a dire ciò che pensi e a fare ciò che credi, soprattutto se
la smetterai di dar fastidio ai buoni dottori impegnati al capezzale
della città malata, potrai tirare a campare. Se no, altri due, tre,
cinque pentiti potrebbero spuntare all improvviso. E rovinarti. Perché
a Palermo c è penuria di molte cose, ma non di pentiti.
Luigi Croce, uno dei due procuratori aggiunti di Palermo, non è un
uomo schierato con Gian Carlo Caselli. Nel senso che non fa parte dei
fedelissimi. È un moderato, non ama gli eccessi. Il caso vuole che la
sua situazione personale sia in bilico. Totò Cancemi, lo stesso
pentito che accusa il giudice Corrado Carnevale, ogni tanto butta sul
piatto che i mafiosi hanno favorito Croce nella proprietà di una casa
ad Altavilla. L’inchiesta, a Caltanissetta, non va né avanti né
indietro. Ma Croce è mascariato. A raccogliere le dichiarazioni di
Cancemi che tengono sulla corda l’alto magistrato è stata Teresa
Principato, che fa parte del nocciolo duro della procura antimafia. E
il nome di Croce, che non c’entrava un piffero, è passato e
ripassato ripetutamente dentro il tam tam delle voci e delle
chiacchiere interne al Palazzo di giustizia. L ultima volta fu quando
la procura aprì un’inchiesta sull’ipotetica talpa che
avrebbe fatto filtrare la notizia delle segretissime indagini su
Marcello Dell Utri e Silvio Berlusconi.
Vittorio Aliquò, l altro procuratore aggiunto, è l anziano dell
ufficio. Ha retto la procura nel periodo turbolento del passaggio di
consegne dell ex capo Pietro Giammanco. Dovrebbe essere una figura
prestigiosa. Stranamente, è ai margini del lavoro. Nella città patria
del Delitto, a lui sono affidati un po’ di rapine e qualche
scippo. Niente mafia. Perché la mascariatura di Aliquò è di tipo tutto
particolare. Il figlio Angelo è sindaco di Gratteri per Forza Italia.
E sua nuora, Simona Vicari, sempre di Forza Italia, è deputato
regionale. Motivi sufficienti, evidentemente, per umiliare il
procuratore anziano. Il quale, per paura di qualcosa di peggio,
subisce in silenzio.
Com’è da sempre, qui tutto succede sottovoce. Non esistono
accuse nette, capaci di dare il via a difese altrettanto nette. Se il
sostituto procuratore Luigi Patronaggio chiede di passare dalla
procura alla pretura, cioè di subire un inaudito sacrificio di
carriera, tutti tacciono, o fingono di chiedersi perché. Patronaggio,
i cui rapporti con i magistrati di prima linea non andavano a gonfie
vele, è figlio di un maresciallo di pubblica sicurezza in pensione del
commissariato Libertà. Ma il padre era anche buon amico di Bruno
Contrada, il vicecapo del Sisde condannato di recente per associazione
mafiosa. E il torrentello velenoso porta con sé (non verificata) la
voce secondo cui alcuni pentiti accuserebbero il maresciallo
Patronaggio di avere fatto da tramite tra un dirigente del suo
commissariato e il boss deceduto Stefano Bontade. Vero? Falso? Poco
importa. Così mascariato, il sostituto procuratore Patronaggio
preferisce farsi da parte e retrocedere in pretura.
Per Antonio Di Pietro c era la «dazione ambientale»? Qui c è la cappa
delle parentele e delle amicizie. Con i pentiti pronti a calarsi nel
ruolo del plotone di esecuzione. Il sostituto Giuseppe Pignatone, che
non aveva una concezione etica della giustizia, se n è andato anche
lui prima che qualche pentito si ricordasse come il padre fosse stato
fino a ieri uno dei massimi responsabili degli enti economici
siciliani, la Ems, la Espi e la Azasi... Massimo Ilarda, altro
sostituto importante, dopo uno scontro con Caselli ritenne più
salutare per sé trasferirsi alla procura generale.
Sembra un regime di ferro, quello istituito in procura: chiunque possa
correre anche il minimo rischio di chiacchiera, via, allontanato. Non
sempre, però, è così. Anzi, ficcando il naso, capita di imbattersi in
una fantastica serie di vicende fatali che suggerirebbero l opposto.
Quella del sostituto Antonella Consiglio, magistrato dell antimafia
fedelissima a Caselli, per esempio, racconta che la tolleranza non è
stata del tutto espulsa dal Palazzo di giustizia di Palermo. Che le
colpe dei padri qualche volta evitano di ricadere sui figli. E che non
a tutti, vivaddio, è riservato il maledetto destino dei mascariati. A
nessun pentito, così, è venuto in mente di raccontare che a Terrasini,
nello scandalo dell acqua denunciato con merito da Leoluca Orlando e
dal sindaco locale, Manlio Mele, c era dentro fino al collo anche
Giacomo Consiglio, potente democristiano di Terrasini e papà di
Antonella. Mele ha denunciato i fratelli DAnna, mafiosi, e ha
denunciato come fatto di mafia che il quarto lotto dell’Esa non
fosse mai stato realizzato. Ma non ha detto che a non volerne la
realizzazione, tra gli altri, fu proprio Consiglio. Il quale vendeva
acqua a Terrasini fin dagli anni Settanta e il cui nome compariva in
un documento contro il boss Gaetano Badalamenti del Centro Peppino
Impastato. I magistrati Imbergamo, Teresi e De Luca, che seguono la
inchiesta sui fratelli DAnna e sull acqua, per parte loro Consiglio
non sanno nemmeno chi sia. Nessuna domanda a nessun pentito. Mentre il
marito del sostituto procuratore Antonella Consiglio, il sostituto
procuratore Domenico Gozzo, che nel 1994 aveva concesso un intervista
molto polemica nei confronti di Caselli e della procura palermitana,
si è talmente allineato da far parte con piena soddisfazione del pool
che segue le inchieste su Vittorio Mangano e Dell Utri. Il sindaco
Mele evita tuttora di nominare Consiglio: un po per non inimicarsi la
procura e un po perché Consiglio è suo cugino. Per fortuna, non tutti
i mascariabili finiscono mascariati.
In una procura grande come quella di Palermo capitano molte cose. Può
succedere che marito e moglie si dividano equamente la Democrazia
cristiana. Lui, Roberto Scarpinato, si è preso Giulio Andreotti. Lei,
Teresa Principato, Calogero Mannino. Può capitare che i giudici per le
indagini preliminari, che sono otto in tutto, non possano, per un
verso, leggersi le carte che i 52 pm riversano loro addosso. E, per l
altro verso, che siano obbligati a sposare le tesi dei pm se non
vogliono sentirsi accusare a loro volta di aver fatto scadere i
termini di carcerazione preventiva. Chi non ricorda quel celebre
biglietto spedito dal gip Sergio La Commare al pm Ilarda: «Fammi tu un
appunto, per evitarmi una noiosa camera di consiglio»? Ma capita anche
di assistere a mascariature postume. Come due anni fa, quando tra
Caselli e il suo sostituto Anna Palma qualcosa si ruppe, e Palma, dal
principato di Palermo, chiese il trasferimento alla baronìa di
Caltanissetta. Mai saputo perché se ne fosse andata. Si sa però che, a
stretto giro di posta, il marito di Palma, Elio Cardinale, eminente
radiologo, vicino al repubblicano Aristide Gunnella prima e al dc
Mannino poi, entra nel mirino del dottor Gozzo per la inchiesta sulla
malasanità. E l altra cosa che si sa è che la dottoressa Palma, mentre
le sorti del marito mascariato restano sospese, eviterà accuratamente
di occuparsi, da Caltanissetta, di qualsiasi inchiesta che possa
riguardare magistrati palermitani. Un caso? Forse.
I casi, le coincidenze fatali, d altronde a Palermo si sprecano.
L avvocato Nino Mormino, che aveva guidato la Camera penale
palermitana con un profilo curiosamente basso, senza mai accendere una
miccia di conflitto, si è scoperto adesso, grazie alla richiesta di
rinvio a giudizio per Corrado Carnevale, che si trovava sotto
inchiesta della procura da quattro anni. Sempre per caso il Giornale
di Sicilia, sotto le cui finestre Orlando manifestava fino a due anni
fa («Ardizzone mafioso»), nell ultimo anno ha incassato oltre tre
miliardi di pubblicità dal Comune e si profonde in inchini alla
procura. È dura fare gli editori nella Palermo di Caselli e di
Orlando, se si è stati intimi di Salvo Lima. È vero che Piero
Ardizzone, editore-direttore, ha sempre parlato senza veli del suo
passato. Ma i pentiti, almeno, eviteranno di «ricordare».
Meno dura, anzi, decisamente più lieve, è fare il principe degli
accusatori se ci si chiama Guido Lo Forte. Con lui è come se la
memoria si fosse presa una vacanza. L uomo di fiducia, il braccio
destro del mascariato Giammanco, oggi lo è di Caselli. L uomo che
andava in vacanza con Carlo Vizzini, il potente ministro
socialdemocratico delle Poste, oggi ha le stimmate del grande
moralizzatore. Nell nterminabile verbale dei doni arrivati per il
matrimonio dei Salvo, in cui si cercava affannosamente il vassoio
fantasma di Giulio Andreotti, compare una lunga lista di donatori
politici, nominati col solo cognome: Lima, D’Acquisto, eccetera.
Solo Vizzini è accompagnato dal nome proprio: i magistrati hanno
tenuto a sottolineare che si trattava di Casimiro, non di Carlo.
Casimiro è il padre di Carlo. Mascariare Lo Forte? Non ce n’era
motivo. Così Lo Forte è passato indenne, archiviato a Caltanissetta,
tra le accuse del pentito Giuseppe Li Pera, il capocantiere che lo
aveva indicato come corrotto. E ha saputo compiere, per di più, un
piccolo capolavoro di contrappasso: dopo aver fatto passare Li Pera da
mentitore per ciò che riguardava lui, Lo Forte lo ha utilizzato come
pentito attendibilissimo nel giugno 1993, allorché, proprio grazie a
Li Pera, ha fatto scattare la Tangentopoli siciliana.
Mascariare un pentito e poi recuperarlo? Sembrò il massimo. Ma non lo
fu.
L apice venne toccato più tardi, con Totuccio Contorno. Era il
luogotenente di Stefano Bontade, ma un luogotenente vero, non un
autista come Balduccio Di Maggio, che scarrozzava Totò Riina. Ed era,
Contorno, un pentito della prima ora. Se c era una persona in grado di
confermare o di smentire i rapporti tra Contrada e Bontade, o gli
incontri tra lo stesso Bontade e Andreotti, questi era lui. Bene. In
un processo dove le carte occupano due tir e in cui si verbalizza
perfino la testimonianza della parrucchiera della figlia di Saro
Riccobono, si cerca inutilmente un suo interrogatorio. Contorno, il
pentito che ha parlato su tutto e tutti, non dirà mai le parole che
gli inquirenti palermitani vorrebbero aspettarsi da lui sul processo
del secolo. L anno scorso è stato arrestato dalla procura di Roma per
un traffico di droga avvenuto quattro anni prima. È la prova che per
qualche inquirente il pentito dei pentiti non è più di moda. Anche se
probabilmente ha ragione Luigi Li Gotti, il suo avvocato, quando
garantisce che Totuccio sarà riammesso al programma di protezione. Un
verbale ancora segretato, steso da un comitato ristretto della
commissione Antimafia nel 1989, contiene alcune rivelazioni del
pentito che sarebbero esplosive. Il ministro Giovanni Maria Flick,
ogni volta che è stato sollecitato a rendere pubblico quel documento,
dove si parla in particolare dei rapporti tra Contorno e l attuale
vicecapo della polizia, Gianni De Gennaro, farfuglia qualcosa per dire
di no. Sembra incredibile, anche un mafioso può essere mascariato.
Anche un mafioso pentito.
I mascariati, ormai, sono la maggioranza a Palermo. Nel Polo, con
Gianfranco Micciché, Guido Lo Porto e il presidente della Regione,
Giuseppe Provenzano, toccati dalle inchieste. Ma si scorgono anche tra
gli amici della procura. Pietro Folena, responsabile del Pds per la
giustizia, sotto inchiesta a Palermo per lo scandalo di Tele L Ora, e
che, garantista neonato, si è prestato alla guerra contro il famoso
513 odiato da Caselli, non è mascariato anche lui? E adesso, con
Carnevale, sono mascariati anche i giudici siciliani della Cassazione.
Quale tra loro osa più avventurarsi sul terreno infido delle sentenze
di mafia? C è chi si occupa di civile, chi di furtarelli. Rischiare di
cassare una sentenza palermitana? E finire additati come mafiosi? Chi
glielo fa fare? -------Fine------

Doveroso citare che per questo articolo l'Autore s'é beccato una
querelona, sfociata in una sentenza a sette mesi di reclusione
(presumo sospesa) e 50 milioni di lire di multa - alla stessa pena
detentiva é stato condannato anche il direttore di Panorama dell'epoca
.

Doveroso anche dire che una condanna non é sufficiente a ripristinare
nell'occhio dell'opinione pubblica la percezione delle qualitá morali
dei soggetti esposti.


Ore 13:40, Giovedí, 16 Maggio 2002

Francesco Errante

www.margherita-caminita.org

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