Una vicenda su cui il protagonista yha deciso di scrivere un libro
bianco e di mettere ( a brevve ) il dossier e i retroscenea della
vicenda giudiziaria in rete . eccovi gli articoli sul caso , con
allegati delle foto del protagonista oggi e all'epoca dei fatti
dalla nuova sardegna del 27\12\00 e 28\12\00
Giallo di Borore, dopo quarant'anni l'ultimo atto
Forse la macabra messinscena non c'è stata:
il delitto sarebbe avvenuto sull'auto del ragioniere
dal nostro inviato Agostino Murgia
PALERMO. Udienza forse decisiva, oggi nell'aula della quarta sezione della
corte d'assise di Palermo, per il cosiddetto "Giallo di Borore", che negli
Anni Sessanta venne considerato come una delle più complesse e misteriose
storie criminali della Sardegna. Il principale protagonista della vicenda,
il ragionier Francesco Lutzu, dopo aver scontato 25 anni di carcere, al
termine di una lunga battaglia giudiziaria è riuscito ad ottenere la
revisione del processo.
Tutto ebbe inizio nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 1961. Francesco
Lutzu, ragioniere di Noragugume, tornava da Oristano insieme alla moglie
Domenicangela Atzas: a poche centinaia di metri da Borore, l'auto venne
colpita da alcune scariche di pallettoni. Lutzu, rimasto illeso, fuggì per
dare l'allarme, ma quando arrivarono i soccorsi la donna era ormai in fin di
vita. Domenicangela Atzas era la domestica di famiglia, che il ragioniere
aveva sposato contro la volontà del padre, il colonnello Antonio Lutzu, che
nella Seconda guerra mondiale si era distinto per atti di eroismo. Sembra
però che Lutzu figlio si fosse ben presto stancato della moglie, allacciando
una relazione con la bella Margherita Sequi, in seguito definita la
"Maestrina di Orani". Francesco e il padre si rappacificarono quando si
scoprì che il ragioniere aspettava un bambino, anzi due: uno dalla moglie e
uno dalla maestrina.
Secondo gli inquirenti di allora, il delitto venne meditato in questo
complicato scenario. Il colonnello, disse l'accusa, cercò un killer (o forse
più d'uno), lasciando al figlio il compito di portare la moglie in un punto
predestinato: mentre quest'ultima veniva uccisa, Francesco doveva andare in
paese a preparare la messinscena dell'agguato. Il cadavere della donna
sempre secondo gli inquirenti, venne poi portato nell'auto, che il
ragioniere aveva fatto uscire fuori strada.
Questa versione dei fatti venne ampiamente contestata dai difensori nel
corso di lunghi e ripetuti dibattimenti, ma a niente valsero le grida di
innocenza dei protagonisti. Al termine di un tormentato iter giudiziario,
Francesco Lutzu venne condannato all'ergastolo, il padre a 21 anni.
Assoluzione, invece, per Margherita Sequi, alla quale, in precedenza, erano
stati inflitti 23 anni di reclusione. Nei meandri del processo, con l'accusa
di essere il sicario, era entrato anche Costantino Putzulu, di Sedilo, noto
"Menzusnudda", che però venne assolto.
La storia continuò a fare scalpore anche dopo l'ultima sentenza, poi
lentamente venne quasi dimenticata. Un oblio interrotto ogni tanto dalle
richieste di revisione del processo avviate da Francesco Lutzu. L'ultima,
presentata lo scorso anno (a 38 anni di distanza dal fatto) venne accolta
dalla Corte di cassazione, che giudicò validi gli "elementi nuovi" contenuti
in una perizia effettuata con nuove tecniche.
Il perno dell'accusa, nei processi celebrati negli anni Sessanta, si basava
sul fatto che Domenicangela Atzas era stata colpita dai pallettoni in un
luogo diverso da quello in cui venne in seguito trovata moribonda e nel
quale, secondo il marito Francesco Lutzu, era scattato un misterioso agguato
nel quale anch'egli doveva perdere la vita. I fatti nuovi emergono dalla
perizia curata dal criminologo Giuseppe Puddu, che ha esaminato una grande
quantità di fotografie scattate sul luogo del delitto e sul corpo della
vittima.
Nel 1998, quando Francesco Lutzu (che ormai aveva ottenuto la libertà)
cercava elementi a sua discolpa, Puddu riprese in mano quei documenti. La
tecnologia gli consentiva osservazioni al computer impossibili negli anni
Sessanta e Settanta: si accorse così che il nero delle ferite era illuminato
da frammenti di cristallo. Queste particelle, provenienti dal vetro della
"1100" di Lutzu, dimostrerebbero che la donna venne colpita dai pallettoni
nell'auto, e non in un altro luogo, come sostenuto dall'accusa, confermando
così la versione dei fatti che il ragioniere aveva dato sin dal primo
momento.
«In verità Lutzu non voleva arrivare a un nuovo processo - ha detto il
perito nell'ultima udienza -. Più che altro il suo intento era quello di
riabilitare il padre. Casualmente io avevo però conservato tutto, compresi i
negativi dell'autopsia. È così che è venuta fuori la presenza di cristalli
sulle ferite della vittima. Dal primo esame non potevano risultare perché il
medico legale aveva visto Domenicangela Atzas in ospedale quando era già
stata ripulita. A documentare l'accaduto restavano solamente le fotografie».
In precedenza c'era stato un altro tentativo di trovare elementi nuovi. «Nel
1972 - ha ricordato Giuseppe Puddu - fummo autorizzati a un esperimento
giudiziale sul luogo del delitto: portammo una macchina uguale alla "1100"
di Lutzu, usammo i manichini, sparammo. Subito dopo fu ucciso il pastore
grande testimone del processo. Poi, nel giro di tre mesi, altre due persone
legate al "Giallo di Borore" morirono in circostanze misteriose». Questo
tentativo, comunque, non sortì alcun efetto. «Allora - ha ricordato Giuseppe
Puddu - servivano prove certe per far riaprire un processo. Oggi basta il
dubbio».
Ma a favore di Lutzu c'è anche un altro elemento: dalla perizia risulta non
solo che la donna venne colpita quando si trovava dentro l'auto, ma che morì
lentamente. Tutto il contrario di quanto sostenuto dagli inquirenti negli
anni Sessanta, dunque. Ora non resta che attendere il responso dei giudici
di Palermo sull'ultimo tentativo del ragionier Lutzu, il quale ha sempre
sostenuto di essere stato processato per adulterio e condannato per
omicidio.
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Francesco Lutzu in aula negli anni Sessanta A sinistra la moglie poco prima
del delitto
Francesco Lutzu al processo di Palermo
sempre daòlla nuova del 28\12\00
PALERMO. Di seguito le date che hanno segnato il caso.
19 luglio 1961 - Domenicangela Atzas viene ferita mortalmente da due colpi
di fucile a pallettoni a poche centinaia di metri da Borore.
20 luglio 1961 - Il marito della Atzas, il ragionier Francesco Lutzu, viene
interrogato dai carabinieri e dichiarato in stato di fermo.
27 luglio 1961 - Il fermo di Francesco Lutzu viene commutato in arresto.
aprile 1962 - Finisce in carcere la giovane maestra di Orani Margherita
Sequi.
2 settembre 1963 - Il colonnello Antonio Lutzu, padre di Francesco, viene
arrestato a Roma su mandato del giudice istruttore di Oristano. E accusato
dell'omicidio della nuora, in concorso con il figlio. Ha 74 anni.
29 luglio 1964 - Dopo tre anni di indagini, viene chiusa l'istruttoria.
Rinvio a giudizio per Francesco Lutzu, accusato dell'omicidio premeditato
della moglie Domenicangela Atzas. A giudizio il padre di Lutzu, Antonio, e
Margherita Sequi per concorso in omicidio. Costantino Putzolu è accusato di
essere il sicario.
10 febbraio 1965 - Si apre il processo davanti ai giudici della corte
d'assise di Cagliari.
23 luglio 1965 - Francesco Lutzu viene condannato all'ergastolo per
omicidio. Al padre, il colonnello Antonio, vengono inflitti 21 anni di
carcere, a Margherita Sequi 23. Costantino Putzolu è assolto per
insufficienza di prove per il secondo agguato e per non aver commesso il
fatto per la seconda aggressione. Il pubblico ministero aveva chiesto
l'assoluzione di Lutzu dal primo agguato, quello del 21 giugno 1961, e la
condanna di tutti gli imputati per la sanguinosa imboscata di San Lussorio.
ottobre 1966 - Salta il processo d'appello per l'intrusione di un
commerciante, che dice di conoscere i nomi dei sicari di Domenicangela
Atzas. Sarebbero siciliani. La corte d'assise d'appello rinvia gli atti al
giudice istruttore per verificare le affermazioni del commerciante, ma le
indagini non approdano ad alcunché. L'uomo non viene incriminato per questa
intrusione, ma per una truffa finirà in carcere, dove poi morirà.
ottobre 1967 - Comincia il processo d'appello a Cagliari.
5 gennaio 1968 - Il procuratore generale chiede la conferma della sentenza
di primo grado. Ma la corte d'appello condanna Francesco Lutzu solo per il
secondo agguato e assolve la Sequi, il colonnello e Putzolu. Quest'ultimo
viene assolto «per non aver commesso il fatto» anche per il secondo agguato.
25 febbraio 1969 - La prima sezione della suprema corte di Cassazione, con
la sentenza numero 282, annulla la sentenza della corte d'assise d'appello
di Cagliari e rinvia il processo alla corte d'appello di Genova. Per effetto
del pronunciamento della Cassazione, rivive la sentenza di primo grado e
l'anziano colonnello (ha 80 anni) torna in carcere.
Margherita Sequi, invece, scompare.
24 febbraio 1970 - Si apre il processo davanti ai giudici della corte
d'assise d'appello di Genova. Margherita Sequi si presenta in aula e viene
arrestata.
14 marzo 1970 - Il procuratore generale sollecita la conferma della sentenza
di primo grado. La corte accoglie le richieste della pubblica accusa e
condanna Francesco Lutzu all'ergastolo per entrambi gli agguati, il
colonnello a 21 anni e la Sequi a 23.
5 aprile 1971 - La Cassazione conferma la sentenza di Genova per i due Lutzu
e stralcia la posizione di Margherita Sequi che viene rimandata al giudizio
della corte d'appello di Roma.
6 novembre 1971 - Margherita Sequi viene assolta ed esce definitivamente
dalla storia del processo.
22 novembre 1974 - La corte di Cassazione convalida con sentenza la rinuncia
di Lutzu alla prima istanza di revisione.
18 marzo 1975 - La corte di Cassazione rigetta la seconda istanza di
revisione del processo presentata da Francesco Lutzu
«Una sconfitta per la legge»
La reazione dell'ex ergastolano dopo il verdetto
LA DELUSIONE Ha atteso insieme alla moglie
a.m.
PALERMO. Il verdetto della corte d'appello di Palermo cade come un macigno
sulle spalle di Francesco Lutzu e della moglie Bianca Maria Scanu,
conosciuta durante i processi e poi diventata colonna portante nella ricerca
delle prove 'decisive'. Speravano molto, entrambi, e non nascondono la loro
delusione. «Soprattutto - aveva detto prima del processo il ragioniere di
Noragugume - voglio riabilitare la memoria di mio padre».
Il colonnello, che quando venne arrestato aveva 74 anni, vecchia gloria
della Seconda guerra mondiale, aveva più volte detto al figlio: «Ci saresti
dovuto 'rimanere', in quell'agguato».
Si riferiva ai guai che avevano causato il matrimonio, non approvato, con
Domenicangela Atzas e la relazione con Margherita Sequi. Ma sono frasi
lontane.
Signor Lutzu, si aspettava questa sentenza?
«In Italia ci si deve aspettare di tutto, compreso questo».
Cosa farete, ora?
«Aspetteremo le motivazioni della sentenza. Io, più che altro, volevo far
sapere all'opinione pubblica cosa succede in Italia. Ci possono essere dei
periti che forzano le situazioni, che falsificano anche i dati. Condannare
un innocente su questi presupposti è gravissimo, così come assolvere un
colpevole».
È una sconfitta?
«Non è una mia sconfitta, ma della giustizia e del popolo italiano. Tutti
sono in grado di ravvisare la verità e di trarne le conseguenze. Ho lavorato
per quarant'anni per scoprire le costruzioni che mi hanno fatto passare 25
anni in carcere. Dopo aver letto le motivazioni della sentenza potrò trarre
le mie conclusioni, che interessano tutti: dal cittadino più umile al
presidente della Repubblica».
Poi di nuovo in viaggio verso Roma, dove il ragionier Lutzu risiede dopo
aver trascorso venticinque anni di carcere a Porto Azzurro. Qui è stato il
caporedattore del periodico 'La grande promessa', il giornale dei detenuti.
Un foglio dal quale osservava attentamente anche il mondo esterno. Scrisse
anche un'appassionata recensione della raccolta di poesie 'Ossi di seppia',
del Nobel Eugenio Montale il quale - colpito - rispose con un commosso
biglietto di ringraziamento.
Sul suo caso personale scrisse: «Credevo che i momenti più terribili della
mia vita fossero quelli delle due aggressioni stradali da me subite con
Domenicangela. Poi, invece, mi sono venute addosso le sentenze di condanna
all'ergastolo, e qualunque morte istantanea, al confronto, mi sarebbe
sembrata un anestetico».
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LA SENTENZA
DI PALERMO
Una breve camera di consiglio
spezza un sogno lungo quarant'anni
Per riaprire il caso i nuovi elementi sono insufficienti
dal nostro inviato Agostino Murgia
PALERMO. Ha vinto la 'sacralità del già giudicato'. Ai magistrati della
quarta corte d'appello di Palermo è bastata un'ora di camera di consiglio
per infrangere quarant'anni di sogni di Francesco Lutzu, il ragioniere di
Noragugume condannato all'ergastolo negli anni Sessanta per l'omicidio della
moglie e tornato in libertà dopo aver trascoro venticinque anni in carcere.
Lutzu, che ora ha settant'anni, era riuscito ad ottenere la revisione del
processo sulla base di nuove perizie tecniche, che sembravano decisive. Ma
la corte d'appello (presieduta da Francesco Ingargiola, lo stesso che
assolse Andreotti) non ha ritenuto i nuovi fatti sufficienti per ribaltare
la precedente sentenza della corte d'assise d'appello di Genova.
Francesco Lutzu era accusato di aver ucciso la moglie Domenicangela Atzas,
di Sedilo, per poter concretizzare la relazione con Margherita Sequi, di
Orani. A far scattare la molla sarebbe stata la scoperta che entrambe le
donne erano in attesa di un bambino. Secondo i giudici dei vari gradi di
giudizio, il ragioniere agì con la complicità del padre, il colonnello
Antonio Lutzu, il quale non aveva mai digerito il suo matrimonio con la
Atzas. Le cose precipitarono il 19 luglio del 1961 alla periferia di Borore,
quando l'auto a bordo della quale viaggiavano l'ex ergastolano e la moglie
venne raggiunta da una serie di fucilate. Lutzu corse a chiedere soccorso,
innescando una serie di sospetti che alla fine si tradussero nella sua
condanna al carcere a vita. Al padre vennero inflitti 23 anni, mentre la
Sequi venne assolta, ma solo in un secondo tempo. Secondo l'ultima sentenza
della corte d'assise d'appello di Genova, l'agguato alla periferia di Borore
era solo una messinscena.
«La Atzas - scrissero i giudici nella motivazione della sentenza - era stata
uccisa in precedenza in un altro luogo, e poi trasportata a San Lussorio».
Questa la tesi dell'accusa, che è stata però nettamente contraddetta dalle
nuove perizie che hanno permesso la procedura di revisione del processo. Con
le nuove tecniche, infatti, è stato dimostrato che la Atzas venne colpita
con le modalità, nei tempi e nel luogo descritti da Lutzu. Venendo a cadere
il pilastro sul quale si era basata la precedente accusa, sembrava che
l'istanza proposta da Lutzu potesse arrivare a buon fine, ma così non è
stato e le speranze del ragioniere di Noragugume sono svanite quasi
definitivamente.
I primi colpi alle nuove tesi sono arrivate ieri dal procuratore generale
Roberto Scalia il quale, pur considerando valide e consistenti le nuove
perizie, non le ha ritenute sufficienti per ribaltare la sentenza emessa
dalla corte d'assise d'appello di Genova nel 1970. «L'ipotesi della
messinscena alla periferia di Borore - ha detto - resta sempre in piedi
nonostante la serietà e l'ineccepibilità del responso dei consulenti
tecnici». Secondo il Pg, è più forte il movente: Lutzu ha sì presentato una
serie di perizie credibili, ma non ha mai prospettato alcun movente
alternativo per l'omicidio della moglie. «Non spetta a noi - ha replicato
l'avvocato Lillo Fiorello (del foro di Palermo) - trovare dei possibili
altri moventi. Il compito spettava agli inquirenti, che però si
concentrarono su un'unica ipotesi, trascurando tutte le altre piste».
Secondo il legale, la collocazione del delitto nell'ora e nel luogo indicati
da Lutzu sin dal primo momento, confermate in pieno dai nuovi accertamenti,
scardinano totalmente la tesi del delitto commesso in precedenza da un'altra
parte. Nessun presupposto per confermare le tesi della corte d'assise
d'appello di Genova, quindi, ma tutti gli elementi per dimostrare
l'innocenza del ragionier Francesco Lutzu.
Eppure, paradossalmente, era stata la stessa corte d'assise d'appello, pur
con un verdetto di condanna, ad aprire la strada per una revisione del
processo basata su 'fatti tecnici'. Con la sentenza, infatti, i giudici di
secondo grado sgombravano il campo da quella folla di personaggi controversi
che aveva popolato l'istruttoria e poi animato, con una serie di colpi di
scena, i vari dibattimenti.
Neanche il riferimento a tutte le contraddizioni emerse nel corso di anni, è
servito ai giudici d'appello di Palermo per riformare la sentenza. La
presenza di un movente 'forte', seppur in assenza di fatti probatori
univoci, è stata ritenuta determinante. Tutto inutile, quindi, compreso il
breve intervento di Francesco Lutzu poco prima che la corte si ritirasse in
camera di consiglio. «Aspetto giustizia da quarant'anni - ha detto - e non
chiedo di essere creduto sulla parola, ma sulle prove che abbiamo portato».
Come l'esatta collocazione della morte della Atzas, avvenuta alle ore 23,30
(e non alle 23,00) nell'ospedale di Ghilarza. Quando sul luogo delitto
arrivarono i soccorritori, quindi, la donna era ancora viva. Non solo,
secondo un perito avrebbe anche potuto salvarsi, se non fosse sopraggiunta
una forte emorragia. Teoricamente, quindi, avrebbe anche potuto raccontare
come esattamente si erano svolti i fatti. Eppure sulla collocazione della
decesso alle ore 23,00 i giudici della corte d'assise avevano fondato le
loro certezze sulla simulazione dell'agguato. Quest'ultima tesi, però, ha
continuato prevalere.
Nessuna influenza ha avuto neanche una precedente incriminazione per 'falso
in perizia' del consulente Pitzus, (poi prosciolto) il quale prima aveva
detto che sul sedile dell'auto non c'era alcuna macchia di sangue, per poi
ammettere, quando le sentenze erano ormai già state emesse, che le macchie
c'erano.
Anche il dottor Raffaele Camba, il medico legale che aveva redatto la
perizia d'ufficio, aveva detto in un secondo tempo di essersi basato su
elementi insufficienti, e che condivideva pienamente i risultati della
relazione del consulente di parte.
Ora potrebbe esserci la possibilità di un ultimo ricorso in Cassazione, ma
tutto fa prevedere che il 'Giallo di Borore' rimarrà tale per sempre.
LA STORIA CHE APPASSIONO' LE CRONACHE
Il primo dramma borghese dell'isola
La pietà avrebbe indotto al silenzio, la gente scelse la strada opposta
di Angelo De Murtas
SASSARI. Oggi sarebbe diverso. Oggi, secondo ogni probabilità, se in un
minuscolo paesino dell'interno della Sardegna un giovane ragioniere figlio
d'un anziano colonnello - baffi di solennità adeguata al grado, tempra
ruvidamente militaresca - venisse accusato d'aver fatto uccidere la giovane
moglie, già sua domestica, perchè innamorato d'una avvenente maestrina, la
vicenda susciterebbe scarsa emozione. Vi sarebbe, al più, chi con sbrigativo
cinismo osserverebbe: «Era proprio necessario ricorrere al'uxoricidio,
quando per liberarsi d'una moglie ingombrante sarebbe stato largamente
sufficiente il divorzio?». Ma allora non vi era ancora il divorzio, ed erano
diversi la Sardegna e il mondo.
E se, in questo mondo e in questa Sardegna così diversi da com'erano allora,
il giovane ragioniere accusato - insieme al colonnello suo padre e alla
stessa maestrina sua compagna di colpevoli svaghi amorosi - di uxoricidio,
restasse impigliato in una vicenda giudiziaria tortuosa e interminabile (un
lungo succedersi di processi, un fitto intrico di episodi dal significato
non sempre facilmente decifrabile, una folla di personaggi dal ruolo
incerto, e poi la condanna all'ergastolo), ben pochi, alla fine,
riuscirebbero a nascondere la noia, a soffocare uno sbadiglio e ad occuparsi
d'altro.
Non fu così allora, quando Francesco Lutzu, l'irrequieto ragioniere di
Noragugume, suo padre, Domenicangela Atzas, la sposa vittima incolpevole, e
la maestrina peccatrice, furono per lungo tempo oggetto d'un interesse
spinto a livelli parossistici. I volti dei personaggi di quella tetra
storia - la fronte alta e il naso adunco del ragioniere, i baffi del
colonnello, i bei lineamenti tesi di Margherita Sequi, la maestrina, seduta
composta davanti ai giudici, la fisionomia incerta dell'uccisa, confusa
nella nebbia di vecchie fotografie - divennero non meno familiari al
pubblico di quanto oggi siano quelli dei melensi eroi della tv.
Della vicenda e di quanto ad essa era in qualche modo connesso i giornali
esplorarono ogni piega con cura minuziosa, ed ai processi che avrebero
dovuto fare luce sull'uccisione di Domenicangela Atzas dedicarono resoconti
non meno dettagliati dei verbali redatti dai cancellieri: pagine e pagine
nelle quali veniva riferita, parola per parola, ogni domanda dei giudici e
degi avvocati ed ogni risposta degli imputati e dei testimoni.
Non era cura inutile, nè scrupolo superfluo, poichè quelle pagine
sterminate, fitte di battute ordinate come nel copione d'un lavoro teatrale,
venivano lette con appassionato interesse e poi discusse con altrettanto
impegno. In tutta la storia della sposa assassinata vi erano, in realtà,
margini di ambiguità ampi abbastanza perchè restasse largo spazio per la
perplessità. Non erano molti, tuttavia, gli incerti, pochi i neutrali che
rinunciassero a schierarsi di qua o di là da un confine (da un lato coloro i
quali erano sicuri della colpevolezza degli imputati, dall'altro quelli
pronti a giurare sulla loro innocenza) che, a giudicare dal modo in cui sono
andate le cose, doveva essere altamente labile.
Ci si dovrà pur chiedere perchè questo accadesse, perchè l'assassinio d'una
giovane donna divenisse un fatto così ampiamente coinvolgente, pur in
un'isola che con le morti violente aveva da lunghissimo tempo un'amara
dimestichezza. Si ha l'impressione che nelle discussioni di quei mesi e di
quegli anni non affiorasse grande pietà: non pietà per l'uccisa, nè per
l'uomo che si avviava a trascorrere gran parte della sua esistenza nel
chiuso d'un reclusorio, nè per il vecchio soldato trascinato in carcere o
per la giovane confinata nel ruolo della peccatrice forse complice in
omicidio.
La pietà avrebbe indotto al silenzio. Vi era, invece, una sorta di curiosità
non del tutto virtuosa, l'attrattiva d'un gioco intellettuale che non
comportava rischi perchè giocato sulla vita e sulla morte altrui: erano gli
stessi stimoli che allora, negli anni dei grandi drammi oscuri e dei grandi
processi, assegnavano un ruolo centrale nella vita e negli interessi del
paese alla vicenda di Giovanni Fenaroli, l'oscuro personaggio processato e
condannato per aver fatto uccidere la moglie da un sicario.
La Sardegna, alla quale non erano sicuramente mancati i drammi d'altra
natura, si trovava di fronte, forse per la prima volta, a un dramma
borghese, nella cui trama s'intrecciavano passione e violenza, e ne subiva
il fascino in qualche modo torbido. Si può pensare che fosse un prezzo,
benchè non il più rilevante, che quest'isola pagava alla modernità, alle cui
soglie proprio allora si affacciava.
Ed è subito gioia: «Ancora una condanna?»
Sedilo, i familiari della vittima, riuniti, apprendono della revisione
respinta
La famiglia Atzas è stata segnata dai veleni del delitto nonostante i più
giovani sostengano di essere cresciuti senza sentimenti di vendetta e
lontani dalle faide
SEDILO. La notizia della revisione respinta a Lutzu arriva ai familiari di
Domenicangela Atzas qualche ora dopo che si è sciolto un pranzo di famiglia.
Sos Bellos, sono conosciuti in paese: due sorelle e due fratelli, molti
nipoti della donna uccisa quarant'anni fa. Dimentichi sì: non avevano fatto
un passo per contrastare la privata ansia di riscrivere questa storia del
ragioniere che sposò Domenicangela e la uccise, a 25 anni, con una creatura
in grembo. Non un avvocato, un parente in missione a Palermo, e poche parole
in paese. Ma adesso esclamano con intrattenuta gioia: «Abberu, l'han
cundannàu torra?!». «Davvero, condannato di nuovo?», dice Lalla, nipote di
Domenicangela, secondogenita di un fratello di lei, Antonio.
Non parla volentieri, solo quell'esclamazione, quando sa dal cronista della
«Nuova» di com'è andata a Palermo, che la zia mai conosciuta ma della quale
sorte è segnata anche la sua vita di orfana, non era rimasta improvvisamente
senza giustizia. Ed eccola, la memoria ravvivata. Conosciuto come Tonneddu
Bello, il padre di Lalla era tornato dall'emigrazione per cercare di
scoprire gli assassini della sorella data in sposa a Noragugume in quello
che sembrava un bel matrimonio: condusse le indagini prima con il cognato
ragioniere e poi, accortosi della sua colpa, ne fu il più tenace degli
accusatori, nei tanti processi.
Ne morì, ucciso in una faida che si innestò sui veleni di cui il paese era
stato cosparso da quel giallo, dal giro di sicari reali e presunti, dalla
corte dei Lutzu, il colonnello sedilese-noragugumese potente e fascista,
alto con un bastone in mano, i grandi baffi e un paese e mezzo «a picca»,
sotto dominio, Noragugume e Sedilo, che perse la testa per un figlio sposato
alla domestica, figlia di pastori, intollerabile per l'eroe di guerra,
proprietario di tanche.
Ieri il pranzo di famiglia era proprio nella casa di Tonneddu, vicino alla
chiesa, da Lalla e Salvatorangela e dal loro fratello giovane pastore.
Ospiti una sorella e il fratello più giovane di Domenicangela, Salvatore,
segnato anche lui da dieci anni di carcere per un omicidio in un bar del
paese, vendicatore di quello di Tonneddu, si diceva. Storie dimenticate?
Dice Salvatorangela, primogenita di Antonio Atzas: «Ci hanno sempre detto,
questi zii benedetti: dimenticate, dimenticate. A me che ero la più grande
non hanno mai voluto raccontare la storia di Borore. Solo di una zia, che
era bella e venne uccisa sì, ma come in un mistero. Mi raccontò tutto una
suora, in nave, una volta; seppe che mi chiamavo Atzas, mi disse di avere
visto Domenicangela in ospedale a Ghilarza, priva di vita, di conoscere ogni
piega del processo. Ma i parenti, niente: non mantenzas odiu, era
l'insegnamento».
Così in quarant'anni questa famiglia sedilese aveva faticosamente
dimenticato, e il paese con loro. «Trattamus con tuttu sa idda», dice
Salvatorangela.
Così ieri era malinconico il raduno, e velato di tristezza: i telegiornali
regionali davano notizia dell'attesa della sentenza sull'ammissibilità della
revisione del processo Lutzu. Hanno spento la tv, la radio, fatto finta di
niente, tenuto fuori dalle conversazioni l'argomento. Venivano cattivi
presagi: le versioni di una parte sola ancora sui giornali, la rievocazione
che hanno visto fare della loro parente, e l'oblìo di quella morte. E il
vuoto improvviso di una giustizia negata, Lutzu o non Lutzu, dopo più di
trent'anni di una versione molte volte confermata, e creduta da loro reale,
vera, in fondo consumata anche dal ragioniere ormai libero, «mentre i morti
non tornano, li avrebbe dovuti lasciare in pace».
Fra i morti che non tornano, il supertestimone, un bororese ucciso anche lui
dopo qualche anno, non si sa da chi. E morta è l'amante oranese di Lutzu,
per la quale il ragioniere in «Millecento» architettò l'uxoricidio, e alla
quale toccò di sentire dire da lui in un processo: «Era un invaghimento»,
mentre c'era un figlio di mezzo, pure morto, adesso, ragazzino rimasto
ucciso sul motorino fra Oniferi e Orani.
Allora, «Custa este una nova bella», questa è una bella notizia, dicono a
casa degli Atzas. Per esempio per la più piccola della famiglia, figlia di
Salvatore. Si chiama Domenicangela, 9 anni. Dice il padre: «Non sapeva nulla
dell'origine del suo nome. L'ha scoperto a scuola quando Lutzu si ripropose
sui giornali, due anni fa. Tornò a casa arrabbiata, sconvolta, ci fece
sentire in colpa». Adesso? «Adesso che la verità resta in piedi, saprà di
una zia che aveva il suo nome, una senza colpa, uccisa dal marito, che ha
pagato».
unione sarda degli stessi giorni
il 27\12\00
Palermo.
Dopo 40 anni la parola conclusiva sul giallo di Borore
Lutzu, il giorno della verità
Oggi la sentenza che potrebbe scagionarlo
Questa mattina i giudici della Corte d'Appello di Palermo, davanti ai quali
si celebra il processo di revisione, scriveranno l'ultima verità sul giallo
di Borore. Era l'estate del 1961 e a tarda sera venne uccisa una giovane
donna, Domenicangela Atzas, moglie del ragionerie Francesco Lutzu dal quale
aspettava un figlio. Fu un delitto senza testimoni e il processo indiziario
si concluse con la condanna all'ergastolo del marito della vittima. Ma Lutzu
ha sempre proclamato la sua innocenza e ha lavorato per cercare anche la più
piccola prova che sostenesse la sua verità. Una nuova perizia ha convinto i
giudici a riaprire il caso.Da 13 anni era un uomo libero. Eppure continuava
a ripassare, spulciare, frugare nelle cancellerie di mezza Italia tra le
cinquemila carte del giallo di Borore: il suo processo. Fino a quando, due
anni fa, Francesco Lutzu riuscì a metter mano sull'interrogatorio reso
davanti al giudice istruttore di Oristano dall'ingegnere che aveva eseguito
la perizia balistica sulla Fiat 110 color carta da zucchero, l'unica auto in
quegli anni in circolazione a Noragugume. «Preciso che una macchiolina
verosimilmente di sangue fu da me scoperta all'interno della vettura e da me
fotografata». La scoperta di questa dichiarazione consente all'ormai
settantunenne ragioniere di Noragugume di sperare, al termine del processo
di revisione davanti alla Corte d'appello di Palermo, nell'assoluzione
sempre invocata. Il sangue dentro l'auto potrebbe, infatti, provare la
veridicità del racconto dell'imputato («ero la vittima predestinata dell'
agguato») e scardinare la tesi accusatoria del delitto in due tempi («fu
tutta una messinscena, la donna fu uccisa altrove e trasportata, morta, al
bivio per Borore»).
Questa mattina, dopo la requisitoria del procuratore generale, la parola
passerà all'avvocato Lillo Fiorello. E il difensore dell'imputato condannato
all'ergastolo quale mandante dell'omicidio della moglie, grazie a quella
nuova prova potrà offrire ai giudici una diversa ricostruzione dei fatti
accaduti la sera del 19 luglio 1961, quando Domenicangela Atzas, incinta di
due mesi, fu trovata esanime, riversa per terra, a due passi dall'auto del
marito, colpita da due fucilate calibro 16.
Subito dopo il collegio presieduto da Francesco Ingargiola (che ha fissato
un'udienza straordinaria sotto Natale per definire la quarantennale vicenda
giudiziaria) si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza. La difesa è
fiduciosa perché potrà finalmente discutere in aula le differenti versioni
offerte dal perito dell'epoca: nei panni di esperto durante il processo
Lutzu e poi in quelli di imputato quando venne chiamato a rispondere di
falso (l'inchiesta, avviata su denuncia del ragioniere, si concluse con l'
archiviazione). Nel primo caso il perito si espresse così: «L'ispezione
accurata delle parti esterne e interne dell'autovettura ha permesso di
constatare la mancanza totale di tracce di sangue all'interno della vettura
stessa». Questo significava che Lutzu mentiva. E se mentiva era colpevole.
Era il 1975 quando il perito cambiò versione e riferì di quella macchia di
sangue dentro l'auto. Ma era troppo tardi: la sentenza che infliggeva l'
ergastolo a Francesco Lutzu e 23 anni al padre, il colonnello Antonio, era
già passata in giudicato. Entrambi erano stati definitivamente condannati
per l'omicidio di Domenicangela Atzas, la ex domestica di Sedilo diventata
moglie di Francesco - si diceva - dietro pressione dei fratelli di lei.
Secondo l'accusa, padre e figlio avevano organizzato il delitto nel corso di
una cena in un ristorante di Bosa. Volevano togliere di mezzo una moglie da
cui sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, separarsi e
consentire così a Francesco di vivere alla luce del sole la relazione con
Margherita Sequi, la bellissima maestrina di Orani con cui il trentenne
ragioniere si accompagnava da qualche mese. Anche la Sequi, in primo grado,
fu condannata (21 anni) come mandante dell'omicidio, mentre Costantino
Putzolu, meglio conosciuto come Menzusnudda, portato a giudizio con l'accusa
di aver materialmente premuto il grilletto, fu assolto per insufficienza di
prove. Quella sentenza del 1965 fu parzialmente modificata in appello:
assoluzione piena per Putzolu, insufficienza di prove per il colonnello e la
maestrina, ergastolo per il ragioniere. Dopo l'annullamento della Cassazione
ci fu un nuovo processo davanti ai giudici di Genova che confermarono la
prima sentenza dei giudici cagliaritani. Ma non era ancora finita: un altro
ricorso per Cassazione si concluse, nel 1971 (dieci anni dopo il delitto),
con la condanna ai due Lutzu e un nuovo processo per la Sequi che fu poi
definitivamente assolta a Roma. Francesco Lutzu non si arrese: aiutato da
Bianca Maria Scanu, una cagliaritana conosciuta per corrispondenza e sposata
durante la detenzione nel carcere di Porto Azzurro, nel 1979 chiese la
revisione: istanza bocciata. In carcere il ragioniere lavorava a un
giornalino "La grande promessa" e studiava diritto. Leggeva e rileggeva le
carte alla ricerca di qualcosa che potesse finalmente scagionarlo. Non trovò
nulla che potesse convincere i giudici a occuparsi ancora di lui. Intanto il
tempo passava e nel 1985 (il padre era morto da sette anni) uscì per buona
condotta. «Sono stato processato per adulterio e condannato per omicidio»,
continuava a ripetere. In effetti non lo aiutarono né la relazione extra
coniugale né la negazione della stessa attraverso quella frase che fece
epoca: «La Sequi? Un'escursione sessuale» da portare avanti fino a quando
non si fosse rifatto delle «spese sostenute per l'avventura». Senza
dimenticare che un testimone rivelò ai giudici una confidenza (negata da
Lutzu): il ragioniere cercava sicari. Non solo: Lutzu avrebbe detto all'
amico che l'agguato al quale era sfuggito, sempre in compagnia della moglie,
sempre al bivio per Borore, il 20 giugno precedente, era «purtroppo fallito»
ma ormai «l'affare era concluso». I particolari erano stati studiati nel
corso della cena a Bosa tra il ragioniere, il colonnello e la maestrina.
I periti fecero il resto. «La simulazione è prova di responsabilità dell'
omicidio», scrissero i giudici con riferimento al racconto di Lutzu secondo
cui scampò miracolosamente all'attentato mentre rientrava in paese dopo una
gita con la moglie a Torregrande. In sintesi: al bivio per Borore non ci fu
nessun agguato; la Atzas fu assassinata (in piedi) chissà dove e poi
trasportata, morta, nel luogo dove fu ritrovata; i massi sulla strada, la
frenata sull'asfalto, la macchina in cunetta, gli spari non furono altro che
una messinscena orchestrata dallo stesso Lutzu. È la tesi del delitto in due
tempi che ha inchiodato il ragioniere di Noragugume.
A questa ricostruzione ha però assestato un duro colpo il perito nominato
dai giudici di revisione: il professor Paolo Procaccianti, dell'istituto di
Medicina legale dell'Università di Palermo, in perfetta sintonia con il
consulente della difesa, ha sostenuto in aula che la donna era sicuramente
dentro l'auto (seduta) quando fu assassinata: lo provano i frammenti di
cristallo sulle ferite, soltanto ora ben visibili, grazie agli ingrandimenti
delle foto effettuati al computer dal criminologo cagliaritano Giuseppe
Puddu. Inoltre, la Atzas non morì subito, o quasi subito, come sostenne il
medico legale più di 30 anni fa: l'agonia durò almeno tre quarti d'ora.
Quando arrivarono i soccorritori chiamati da Lutzu (sentiti gli spari se la
diede a gambe senza accertarsi se la moglie lo stesse seguendo), la donna
era dunque ancora viva. Il che è incompatibile con quanto scrissero i
giudici nel 1965: «Il medico si limitò a disimpegnare l'ultimo pietoso
ufficio di chiudere gli occhi del cadavere. Ma Lutzu, eccitato, non cessava
di far pressioni presso il medico sollecitando il suo intervento. Fu così
che questi finì per consentire il trasporto della donna in ospedale».
Circostanza, anche questa, smentita da un documento: il certificato di
morte. Domenicangela Atzas risulta deceduta alle ore 23,30 nell'ospedale di
Ghilarza.
Maria Francesca Chiappe
del 28\12\00
Sì, Domenicangela Atzas fu uccisa dentro l'auto ma il marito e il suocero
sono comunque i mandanti di quel delitto. Al bivio di Borore l'agguato ci fu
e andò perfettamente a segno. Nessuno scambio di persona, nessun errore.
La Corte d'appello di Palermo rigetta l'istanza di revisione
Dal nostro inviato
Palermo (...)I sicari che la sera del 19 luglio 1961 si appostarono dietro
il muretto a secco dovevano uccidere proprio lei. E lo fecero sparandole
addosso tre fucilate calibro 16.
In altre parole: la sentenza che nel 1971 sancì la definitiva condanna all'
ergastolo di Francesco Lutzu (il marito) e di Antonio Lutzu (il suocero) non
si tocca. Frantumare con una perizia la tesi del delitto in due tempi non
basta a scardinare il giudicato. Cioè: l'omicidio fu organizzato dai due
Lutzu per liberarsi della moglie di Francesco. Solo così l'allora trentenne
ragioniere di Noragugume poteva vivere alla luce del sole la relazione con
Margherita Sequi.
In poco più di un'ora di camera di consiglio, quando mancavano 15 minuti
alle 16, i giudici della quarta sezione della Corte d'appello di Palermo
hanno rigettato l'istanza di revisione del processo presentata da Francesco
Lutzu e dalla sua attuale moglie, Bianca Maria Scanu, per conto del suocero
morto nel 1978. Il collegio presieduto da Francesco Ingargiola ha confermato
l'ergastolo per il ragioniere (scarcerato nel 1985 per buona condotta) e i
23 anni per il colonnello. Le nuove prove non sono servite a nulla, resta la
sentenza definitiva emessa nel 1971 dalla Corte d'Assise d'appello di
Genova. Più esattamente resta la condanna dei due Lutzu, perché la maestrina
di Orani Margherita Sequi fu successivamente assolta.
Dopo una lunga attesa, è successo tutto molto in fretta ieri, nell'aula al
primo piano del palazzo di giustizia di Palermo. L'appuntamento era fissato
per le 10,15 e Francesco Lutzu con l'inseparabile moglie è arrivato con
largo anticipo. Ma solo alle 12,50 è cominciata la fase finale della
revisione del giallo di Borore. L'energico Ingargiola ha subito voluto
sottolineare: «Sono utilizzabili il certificato di morte di Domenicangela
Atzas, la perizia Procaccianti e tutti gli atti del fascicolo del pubblico
ministero».
Nessun riferimento alla perizia dell'ingegnere che, finito sotto inchiesta
per falso, ammise di aver trovato tracce di sangue nell'auto di Lutzu. «È
stato prosciolto in istruttoria», ha precisato il presidente interrompendo l
'arringa dell'avvocato Lillo Fiorello. E, già in quel momento si poteva
intuire quale sarebbe stata la decisione finale.
Del resto, il procuratore generale Roberto Scalia aveva offerto una chiara
lettura dei fatti alla luce delle nuove prove portate in aula dalla difesa:
«Si vuol dimostrare che non ci fu simulazione. Ebbene, sulla base della
perizia disposta dalla Corte d'appello, si potrebbe anche escludere che la
Atzas sia stata uccisa altrove poiché venne colpita all'interno dell'auto su
cui viaggiava insieme al marito. Ma, anche se fosse vero, c'è una serie di
elementi insuperabili, a cominciare dalla simulazione dell'agguato: la
messinscena, la strada bloccata dai sassi, i colpi d'arma da fuoco, tutto
serviva ad allontanare i sospetti dai due Lutzu. Quindi, anche se l'agguato
non fu simulato nel senso indicato dai giudici genovesi, si trattò pur
sempre di una finzione. Le diverse modalità del delitto non danno una
differente valutazione al materiale probatorio. Il fatto che la Atzas sia
stata assassinata dentro l'auto, è un elemento neutro rispetto all'
accertamento della responsabilità degli imputati».
Il pg ha indicato tutti gli elementi d'accusa: la macchina non sbandò e il
cambio fu trovato in folle; dal muretto che Lutzu disse di aver scavalcato
durante la fuga bastava appoggiarsi perché cadessero le pietre; l'imputato
fuggì dalla parte in cui si trovavano i sicari; non fece nulla per
soccorrere la moglie; tentò di posticipare di un'ora l'orario di partenza da
Oristano; era l'unico ad avere interesse alla morte della moglie.
C'è un movente anche per il colonnello, che Scalia valuta «indubitabile»:
padre e figlio ripresero i rapporti soltanto quando nella vita di Francesco
spuntò la Sequi; Antonio ebbe poi «contatti con la malavita fino al giorno
dell'omicidio». Infine, ci sono le dichiarazioni del supertestimone, Michele
Manca, l'ex sindaco di Noragugume: «Disse che Francesco gli chiese chi fosse
in grado di uccidere la Atzas; parlò della cena di Bosa in cui sarebbe stato
organizzato il delitto; riferì di esser stato minacciato dal colonnello».
Quanto al fatto (provato nel processo di revisione) che la Atzas morì a
Ghilarza, per il pg nulla cambia: il marito non poteva temere niente dalla
corsa in ospedale perché era evidente che la moglie era moribonda. E se
anche fosse sopravvissuta, come poteva immaginare che l'agguato era stato
organizzato dai Lutzu?
Fin qui il pg Scalia che ha concluso per il rigetto dell'istanza di
revisione. Alle 13,40 ha preso la parola il difensore di Lutzu. A proposito
della sentenza di Genova, l'avvocato Fiorello ha parlato di una
ricostruzione «romanzata» dell'omicidio. Quindi ha subito affrontato la
questione-simulazione, considerata «la prova della responsabilità» dei
Lutzu. «Il perito ha dimostrato che la Atzas fu uccisa in macchina, dunque
non ci fu silmulazione». Il legale ha poi puntato sulla perizia dell'
ingegnere finito sotto accusa per falso e prosciolto in istruttoria: «I suoi
accertamenti peritali furono determinanti per l'ergastolo ma, quando fu
interrogato in veste di imputato, il perito ammise di non aver indicato il
sangue trovato nell'auto».
Secondo Fiorello quella confessione costituisce un elemento decisivo che,
insieme agli altri, «dà una lettura diversa di quanto accadde la notte del
19 luglio 1961». Prima di concludere sollecitando i giudici a «non valutare
le nuove prove con il caleidoscopio del movente», il difensore di Lutzu ha
ricordato che la prima sentenza d'appello, quella del 1968 annullata dalla
Cassazione, valutò «inattendibile» il supertestimone Manca. «Tutto questo fa
saltare il quadro indiziario su cui si è costruita la responsabilità di
Lutzu».
Alle 14,30 i giudici si sono ritirati in camera di consiglio ma non si sono
trattenuti a lungo: in poco più di 60 minuti hanno spento la speranza del
Noragugume.
Maria Francesca Chiappe
nostro inviato
Palermo Il viso in fiamme, le mani tremolanti, gli occhi lucidi. Francesco
Lutzu il freddo, l'imputato che non grida la sua innocenza, l'ergastolano
alla perenne ricerca di documenti, atti, prove, si lascia andare. «Questa
non è la mia sconfitta, è la sconfitta della giustizia».
Proprio non se l'aspettava un finale così. Quando l'assistente giudiziario,
con un battito di mani, lo aveva avvisato dell'imminente rientro in aula dei
giudici per la sentenza, aveva afferrato la mano della moglie Bianca ed era
letteralmente corso verso l'aula. Presto, era troppo presto: la Corte si era
ritirata da 75 minuti, eppure era già tutto finito. Chissà, poteva anche
essere un segnale positivo. Invece no. Una batosta per Lutzu, convinto com'
era, anzi sicuro, che questa volta gli avrebbero finalmente creduto.
La reazione alla conferma dell'ergastolo è quella di un uomo libero al quale
si spalancano le porte del carcere. Ma dalla prigione il settantunenne
ragioniere di Noragugume è uscito 15 anni fa per buona condotta e non ci
tornerà. «Ci si deve sempre aspettare di tutto alla vita, anche questo». Non
sa che rispondere: «Non avevo pensato a cosa fare in caso di conferma».
Sorride stanco e la fatica che affiora all'improvviso non è dovuta alla
notte trascorsa in attesa del decollo del suo aereo per Palermo, dove è
arrivato alle 4,30 del mattino. Sul volto del Fenaroli sardo è chiara,
piuttosto, la fine della speranza: «Aspetto le motivazioni, saranno senz'
altro interessanti». Vorrebbe dare alle sua parole un tono ironico ma la
delusione è troppo cocente per scherzare ancora. «Io volevo far sapere all'
opinione pubblica quel che succede in Italia, il più delle volte chi
amministra la giustizia non ha la collaborazione del cittadino ma testi
reticenti e periti falsi. Così si danneggia la società. Condannare un
innocente è gravissimo, come assolvere un colpevole, eppure succede. È un
errore perpetuo».
Prima della sentenza, a chi gli parlava di errore giudiziario rispondeva:
«Si è trattato di un delitto giudiziario». Ora non usa parole così forti e
il discorso di Lutzu si fa poco alla volta comizio: «Qui i giudici erano di
fronte all'evidenza. In questa faccenda tutti sono in grado di ravvisare la
verità. Io rispetto la sentenza perché è un dovere del cittadino ma è un
dovere anche far conoscere la verità».
In disparte Bianca, la moglie conosciuta per corrispondenza, la compagna di
mille giornate trascorse alla ricerca della prova che potesse scagionare il
marito, non dice una parola. Soprattutto, non lascia trasparire i suoi
sentimenti: dice soltanto di non essere delusa. E c'è da crederle. Ha l'
atteggiamento sereno di chi ha preventivamente messo tutto nel conto, anche
l'ennesima sconfitta. Francesco Lutzu no: «Ho lavorato 40 anni per scoprire
le malefatte che mi hanno fatto scontare 25 anni di prigione da innocente.
Ho comunque fiducia, dopo le motivazioni tirerò le mie conclusioni che
interessano tutti, non solo me. Se vogliamo vivere in un paese sano dobbiamo
cominciare a curarne i difetti».
Nel finale della chiacchierata con i giornalisti Lutzu ritrova la sua verve:
«Per adesso non ho altro da aggiungere. Mi dispiace di essere stato breve».
Si trattiene qualche minuto con il difensore, l'avvocato Lillo Fiorello, lui
sì, deluso, delusissimo: «Lo scriva, sono arrabbiatissimo, è successo tutto
troppo in fretta».
Lutzu si allontana con la donna che lo aveva spinto a questa nuova avventura
giudiziaria. «Lo avevo promesso a mio suocero in punto di morte, mi chiedeva
di riparare questa vergogna»: Bianca Scanu sorride e saluta. «Torniamo a
casa».
M. F. Ch.