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sul caso gladio [lungo]

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ulisse

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Mar 11, 2001, 6:47:34 AM3/11/01
to

dalla nuova sardegna del 10\03\2001
«Il Sid mi spedì in Cecoslovacchia
per spiare i terroristi delle Br»
Parla l'ex agente segreto "Doctor Franz" addestrato a Poglina e infiltrato
oltre la "cortina di ferro" durante la guerra fredda

dal nostro inviato Piero Mannironi

ROMA. L'appuntamento è in una piccola trattoria di Trastevere. Affollata,
rumorosa e gonfia di odori. Al telefono l'agente di Gladio Franz aveva
detto: «Lei si sieda al terzo tavolino a destra, entrando. Mi riconoscerà
subito: io indosserò un abito blu e una camicia bianca». Il tempo scorre. Il
cellulare squilla di nuovo: «La prego di scusarmi, arriverò con qualche
minuto di ritardo».
La sensazione, forte, è quella di essere osservati. Come se qualcuno stesse
facendo una prudente verifica. In fondo, non ci sarebbe nulla di strano.
Farebbe parte del gioco. E' infatti del tutto naturale che l'ex agente
segreto di Gladio, nome in codice Franz, l'uomo che spiava le Brigate Rosse
quando si addestravano oltre la cortina di ferro, adotti tutte le cautele
per non scoprirsi. E d'altra parte, al telefono Franz era stato esplicito:
«D'accordo, parlerò, ma non posso espormi. Sa, devo tutelare la mia
famiglia: mia moglie, miei figli. Loro non c'entrano nulla con questa storia
e non devono correre alcun rischio».
Dopo mezz'ora, squilla di nuovo il cellulare: «Sono qui, la vedo». Ma nella
saletta fumosa nulla è cambiato. Poi, eccolo, fuori dalla porta a vetri: un
uomo sulla cinquantina, in abito blu e camicia bianca che fa un piccolo
cenno di saluto con la mano. Ancora qualche minuto ed entra nel locale
camminando lentamente. Si siede al tavolo e sorride cortese: «Buonasera,
sono Franz».
La stretta di mano è vigorosa. Il ghiaccio si scioglie subito perché l'ex
gladiatore è un conversatore piacevole e affabile e riesce a dissolvere in
pochi minuti il naturale imbarazzo. «Faccio il dentista - dice -. Ho uno
studio qui a Roma e uno in Germania. Ne avevo uno anche in Sardegna, ma
qualche tempo fa ho deciso di chiuderlo. Ora conduco una vita normale e ho
una famiglia normale. A mia moglie ho detto qualcosa del mio passato, ma non
tutto. Ed è naturale che lei abbia un po' di paura. In quel lavoro, ciò che
hai fatto ti insegue per sempre. Miei figli no, non sanno nulla. Loro
potranno scegliere di fare quello che vogliono del loro futuro. Tutto, ma
non la spia».
«Perché? - continua - Ma perché sono deluso e amareggiato. Noi abbiamo fatto
il nostro dovere, rischiato la pelle e bruciato una stagione della nostra
vita. Non ci aspettavamo certo un grazie, ma neppure di essere liquidati
così brutalmente, azzerati. E poi perfino calunniati. Come dice il mio amico
Nino Arconte, l'agente G.71: "Quando una guerra finisce gli eserciti si
sciolgono e i soldati tornano a casa". Per noi, invece, non c'è stato
neppure l'oblio. Alcuni sono stati infatti pesantemente intimiditi, altri
sono morti in incidenti a dir poco sospetti e altri ancora sono finiti in
camposanto, vittime di improbabili suicidi».
«Sulla nostra storia - continua Franz -, o meglio sulla storia di Gladio, è
stato detto e scritto di tutto. Io, ovviamente, non potevo conoscere la
struttura, perché si articolava in gerarchie che erano protette da soglie di
riservatezza. Come, ovviamente, non conoscevo la vera identità di coloro che
appartenevano al servizio, ma solo i loro nomi in codice. Ma sicuramente la
mia storia personale non ha niente a che fare con quanto è stato scritto
negli ultimi anni. Trovo semplicemente ridicolo, per esempio, che tutto
debba essere ridotto a quella lista di 622 nomi diffusa da Andreotti nel
1990. Suvvia, ci sono bugie anche troppo grossolone! Dov'è, per esempio, il
mio nome? Non c'è. E poi dicono che nella Gladio non c'erano militari... Ma
come si fa a dire queste cose? Io ero un civile, è vero, ma lavoravo con i
militari. A chi crede che consegnassi i documenti e le fotografie sugli
addestramenti della Br nei campi di Carlovy Vary e di Brno? E le fotografie
delle strutture militari libiche nella Sirte, poi bombardate dagli
americani, a chi crede le abbia consegnate? E quel signor Fabrizio
Antonelli, che compare nella fatidica lista dei 622 gladiatori, non è forse
il generale Antonelli che fu, dal 1970 al 1973, il comandante della scuola
allievi sottufficiali di Viterbo?».
«Non ho deciso di parlare - continua Franz - per rivendicare una pensione
dallo Stato. Grazie a Dio non ne ho bisogno, faccio il dentista e vivo
tranquillamente. Lo faccio perché è arrivato il momento di raccontare certe
verità che tardano a emergere. E' proprio per questo che, nei giorni scorsi,
ho risposto ai carabinieri del Ros mandati dal sostituto procuratore di Roma
Franco Ionta, il magistrato che indaga sul "caso Moro"».

Reclutato dal capitano Labruna
L'amore travagliato per la figlia di un ufficiale della Stasi
Una struttura occulta che operava all'estero su direttiva della Nato

continua

ROMA. Franz non è un nome inventato ora, uno pseudonimo per nascondere la
mia vera identità ai giornalisti. Era proprio il mio nome in codice nella
struttura Gladio. Perché sono entrato nel servizio segreto? Per tanti
motivi. Un po' per caso, un po' per risolvere una situazione economica
familiare non facile e poi perché credevo in quello che facevo. Se devo
essere sincero, anche un po' per amore. Ero e sono convinto che fosse una
scelta giusta. In quegli anni si combatteva infatti una guerra e io ho fatto
la mia parte. Chiamiamola come volete: guerra fredda, guerra a bassa
intensità o guerra non ortodossa.
Ma era una guerra vera, con due eserciti che si combattevano
silenziosamente. E carpire un segreto al nemico era una battaglia vinta,
come era una vittoria l'arginare o destrutturare certe strategie occulte che
miravano ad allargare la zona d'influenza dei paesi comunisti. Morti? Sì ci
sono stati anche molti morti. Come in tutte le guerre.
Voglio tornare alle origini della mia scelta. Mi sembra però necessaria una
premessa. Dunque, sono nato in un paese del Sassarese ed ero il primogenito
in una famiglia numerosa. Mio padre faceva il commerciante. Morì quando
avevo solo 17 anni. Quando se ne andò, io lo tenevo tra le mie braccia e nel
nostro ultimo sguardo ci fu un'intesa senza parole. Dovevo assumermi le sue
responsabilità, sostituirlo e aiutare mia madre e miei fratelli.
Finito il liceo scientifico, mi iscrissi a Medicina. Il mio sogno era fare
il dentista. All'università ero quello che viene comunemente definito uno
"studente modello", tutto 28 e 30. Ma dovevo anche lavorare per mantenere me
stesso e aiutare la mia famiglia. Così periodicamente mi imbarcavo. Era
dura, molto dura, ma riuscivo a portare a casa quel milione e duecentomila
lire che, nei primi anni Settanta, era una cifra. Mi avanzava anche quanto
bastava per soddisfare una mia innata passione: viaggiare. Fu in uno di
questi viaggi che finii a Praga, in Cecoslovacchia.
Un paese bellissimo, gente straordinaria, civile. E poi, il costo della vita
era bassissimo. Andavo all'ambasciata ceka, a Roma, in via dei Colli della
Farnesina e chiedevo il visto turistico: venti giorni che amavo vivere alla
grande. Mi piaceva andare nei migliori ristoranti, invitare sconosciuti e
lasciare mance che equivalevano a un mese dei loro stipendi. Guasconate?
Certo. Ma era come una sorta di rivalsa: provare la sensazione di essere
ricco proprio io che vivevo una situazione di grande difficioltà.
E lì, in uno di questi viaggi, accadde qualcosa che poi influenzò le mie
scelte future: conobbi una ragazza tedesca. Ci innamorammo. Lo so, può
sembrare la premessa di una spy-story hollywoodiana, ma è la verità. Solo
più tardi scoprii che era la figlia di un colonnello della Stasi, il
dervizio segreto della Ddr.
Bene, da quel giorno cercai di tornare sempre più spesso a Praga per
vederla. Lei mi scriveva interminabili lettere d'amore, nelle quali mi
diceva che avrebbe voluto scappare in Italia e vivere con me. Così, ogni due
mesi, io mi presentavo all'ambasciata cecoslovacca per chiedere il visto.
Poi, una volta a Praga, riuscivo a prolungare la mia permanenza, allungando
qualche banconota sottobanco.
Fu allora che venni avvicinato. Accadde qui a Roma. Erano in due. Si
presentarono e mi invitarono in un bar per scambiare qualche parola. Uno di
loro era il capitano Antonio Labruna, responsabile del Nucleo Operativo
Diretto (Nod) del Sid, il servizio segreto militare; l'altro, un ufficiale
dei carabinieri del quale non ricordo il nome. Sapevano tutto di me, proprio
tutto: chi ero, chi frequentavo, dove vivevo e cosa facevo per mantenermi
agli studi e per campare. Mi proposero di lavorare per il servizio segreto
militare. Il mio compito sarebbe stato quello di aiutare dissidenti dell'est
a fuggire in occidente, procurare documenti riservati e seguire i movimenti
dei brigatisti rossi che andavano ad addestrarsi in Cecoslovacchia. Lo
stipendio era mica male per quei tempi: un milione al mese. Per anni sono
andato a ritirarlo nella sede dell'Ufficio X, in via XX settembre 8. Poi mi
assicurarono che, alla fine, avrei avuto la mia laurea in medicina e avrei
così potuto fare il dentista. Mantennero solo in parte le loro promesse.
Confesso che rimasi scosso da quell'incontro e chiesi una settimana di tempo
per decidere. Poi accettai. Incontrai di nuovo Labruna e gli parlai anche di
quella ragazza tedesca. Lui sapeva già tutto. "La farò scappare in Italia",
gli dissi. Ma il destino, a volte, ha un'ironia crudele. Sono infatti
riuscito a far fuggire in occidente tantissime persone. Lei no: è stata
l'unica che non sono riuscito ad aiutare.
Lei, invece, mi aiutò tantissimo. Rischiò anche molto. Mi aiutava infatti a
procurarmi documenti riservati che io poi consegnavo ad altri gladiatori che
facevano da collegamento con la centrale di Roma. Quasi sempre si trattava
di militari che, ovviamente, si muovevano sotto copertura. Alla fine, lei fu
scoperta e la rispedirono nella Germania dell'Est. Da allora non l'ho più
sentita nè vista. Ho cercato disperatamente di ristabilire un contatto.
Tutto inutile. Un giorno, dopo tanti anni, venni a sapere che aveva
telefonato al mio vecchio numero. Confesso che, alcuni anni fa, dopo la
caduta del Muro di Berlino, sono andato in Germania. Nella sua città, vicino
a Brema. Volevo rivederla. Sono arrivato davanti a casa sua, ma non ho avuto
il coraggio di suonare alla porta. Ormai mi ero sposato, volevo bene a mia
moglie e avevo due figli. Sì, forse ho avuto paura di perdere tutto,
incontrando un fantasma del passato. E' andata così.
Il mio addestramento è avvenuto a Poglina, nella base di Gladio vicino ad
Alghero. No, non arrivavo a Fertilia su un aereo con i vetri oscurati. Cioé
Argo-16. Ricevevo invece a casa una telefonata in codice da Roma, dal mio
superiore dell'Ufficio X. Io richiamavo da un telefono pubblico e davo il
mio codice identificativo e mi venivano impartite le istruzioni. Andavo a
Poglina con i miei mezzi.Certo, non è che ci andassi tranquillamente: c'era
infatti da rispettare un protocollo molto rigoroso di cautele.
Fu lì che imparai le lingue. Ne conosco cinque perfettamente: inglese,
francese, tedesco, olandese e spagnolo. Ricordo che per il tedesco il corso
fu durissimo: 40 giorni in full-immersion. In qualche modo sarebbe dovuta
diventare la mia seconda lingua, visto che in Cecoslovacchia tutti parlano
il tedesco. No, non conoscevo gli altri agenti che seguivano i corsi a
Poglina. O meglio, ci conoscevamo tutti per nome in codice. Io ero il
"Doctor Franz". E poi, anche se li conoscessi, non farei mai i loro nomi.
A Capo Marragiu non c'è mai stata alcuna base. Si fa un grande equivoco, e
non so fino a che punto è un equivoco voluto. Perché dagli Stati Uniti,
dalla Cia, è arrivato un fiume di soldi per finanziare le strutture per la
guerra non ortodossa e, quindi, Gladio. Non voglio accusare nessuno. Ma tra
noi, che ci definiamo reduci di quella guerra mai dichiarata e che si è
conclusa senza una firma di pace, c'è il sospetto che qualche soldo sia
anche finito nelle tasche di qualche politico o di qualche generale. In quei
costoni tra Alghero e Bosa si addestravano ai corsi di sopravvivenza i
gladiatori militari. Come i miei amici Nino Arconte e Tano Giacomina della
Centuria dei Lupi.
Lo so, ora sta pensando che sono stato reclutato perché ero politicamente
uno di destra. Non è proprio così. Mio padre era socialdemocratico e io, è
vero, avevo vaghe simpatie per la destra. Ma la politica è sempre stata per
me qualcosa di molto lontano. Più che altro seguivo dei principi che
ritenevo moralmente giusti. La differenza stava nel fatto che, quando i miei
colleghi all'università sfilavano in eskimo inneggiando al comunismo, io
invece pensavo solo a studiare e a lavorare. Per mantenere me e aiutare miei
fratelli.
Ecco, questo è l'inizio della mia storia.

dalla nuova sardegna domenica 11 marzo 2001, S. Costantino
Infiltrato dietro la cortina di ferro
«Seguivamo i brigatisti rossi fino ai campi di Carlovy Vary»

2 - fine

ROMA. Nel 1986 ci hanno cancellato: qualcuno aveva deciso che di noi non
doveva restare alcuna traccia. Ricordo che, quando mi accorsi che le cose
stavano cambiando, andai a Roma, da Labruna, l'ufficiale che mi aveva
reclutato in Gladio. «Sparisci Franz - mi disse -, dimenticati di tutto
quello che sai e di tutto quello che è successo. Pensa solo a te stesso e
salvati». E io seguii il suo consiglio.
Così mi inabissai in una vita anonima e tranquilla. Se si può dire,
regolare. Ma dimenticare non è stato facile. Perché, anche se non lo vuoi,
ti porti dentro ricordi ed esperienze che ti segnano per sempre. Non capisco
le oscure dinamiche della politica, ma non posso accettare che vengano
negati fatti per i quali ho anche rischiato la pelle. Questo no. Ora sento
l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga dire che quello delle
Brigate Rosse è stato un fenomeno tutto italiano. Ma io dico: come si fa a
dire questo! Dove sono finiti tutti i nostri rapporti, i documenti che
abbiamo trafugato da Praga e quelle fotografie che provavano i viaggi dei
brigatisti rossi in Cecoslovacchia nei campi di addestramento di Carlovy
Vary e di Brno? Ho letto sui giornali che stanno processando a Roma alcuni
alti ufficiali dei servizi segreti per la distruzione di documenti
riservati. C'erano forse anche quelli che io e altri gladiatori abbiamo
portato dalla Cecoslovacchia?
Il nostro lavoro non era semplice. Non è come nei film, dove tutto appare
semplice, supertecnologico, avventuroso. Almeno a quei tempi, la realtà era
molto diversa. Si lavorava senza rete e con pochi supporti. Ti dicevano:
«Vai, la missione è questa. Fatti onore». E tu allora dovevi ingegnarti,
arrangiarti. Le nostre vere armi erano la nostra fantasia e la nostra
capacità di improvvisazione e di adattamento. Sempre sul filo del rasoio.
Avevamo due punti di riferimento per conoscere i viaggi in Cecoslovacchia
dei brigatisti rossi: l'ambasciata ceka a Roma e il confine tra Italia e
Austria. Lì, infatti, i terroristi chiedevano il visto d'ingresso e noi ci
mettevamo in movimento. Organizzavamo così un servizio di pedinamento e di
sorveglianza, molto complicato per non farci notare. Era come una staffetta.
Gli agenti dovevano seguire i brigatisti per un tragitto determinato, poi li
lasciavano, affidandoli al controllo di altri agenti. Ma il programma poteva
anche variare se si aveva la sensazione di essere stati notati. La loro
strategia di mimetizzazione era abbastanza semplice: quasi sempre fingevano
infatti di essere dei turisti. Una volta abbiamo seguito due brigatisti che
viaggivano su una Ferrari targata Catania. Sembra incredibile, vero? Ma chi
avrebbe mai pensato che non si trattava di due turisti danarosi, ma di due
terroristi?
Io li seguivo spesso oltre i confini ceki, cioé in quella che era la mia
zona di operazioni. Sono così arrivato fino ai cancelli e alle reti di
recinzione dei campi di addestramento, che ufficialmente venivano indicati
dai cartelli come centri termali. Solo che là non c'erano turisti. C'erano
invece terroristi che arrivavano da mezzo mondo: tedeschi della Raf (Rote
armee fraktion), brigatisti rossi, libici e palestinesi. La regia, manco a
dirlo, era tutta del Kgb. La polizia segreta ceka era infatti soltanto una
sigla: tutto era in mano ai russi. E devo ammettere che loro erano i
migliori, i più preparati, i più abili. All interno del nostro servizio
segreto non avevamo una grande considerazione degli americani, tutto dollari
e muscoli. I russi, invece, erano diabolici, capaci di strategie
raffinatissime. All'interno del servizio segreto chiamavamo infatti la
Lubjanka l'«Università».
Comunque noi, nel nostro piccolo, non eravamo da buttare via. Per esempio,
questi movimenti dei brigatisti siamo riusciti a scoprirli e a documentarli.
Anche se oggi, stranamente, non si trova traccia del nostro lavoro. Tutto
era cominciato con l'arresto di Alberto Franceschini nel 1974. Si scoprì
infatti che sul suo passaporto c'era il visto d'ingresso per la
Cecoslovacchia. Lui, naturalmente, disse di non saperne niente. Ovviamente
il Sid cominciò a indagare sui possibili rapporti tra le Brigate Rosse e la
Cecoslovacchia e noi di Gladio trovammo presto la conferma. Non solo:
riuscimmo anche a documentare questo rapporto e a monitorare gli spostamenti
dei terroristi rossi.
Vede, uno dei motivi per i quali preferisco mantenere l'anonimato è che le
Br esistono ancora. Per me non sono mai morte. Temo quindi qualche
ritorsione. Ripeto: non ho paura per me, ma per la mia famiglia che, con
tutte queste storie, non c'entra proprio niente.
Se avevo paura? Certo, e tanta. Non era mica uno scherzo entrare e uscire da
quella frontiera. Non è come oggi. Allora c'erano sbarre, reti elettrificate
e cavalli di frisia. Al momento dei controlli finivi in una sorta di gabbia,
chiuso tra due sbarre e con gli uffici della polizia di frontiera e della
polizia segreta da una parte e dall'altra. Quei momenti duravano
un'eternità. Non sapevi mai, infatti, se riuscivi a farla franca o finivi
nella loro rete con l'accusa di spionaggio. E il rischio era davvero alto:
il plotone di esecuzione...
Una volta ho temuto davvero che finisse male. Ricordo che avevo ricevuto
l'ordine di far espatriare immediatamente due dissidenti. «Ma come faccio -
dissi - ho bisogno di tempo, devo procurarmi i passaporti falsi». «Usa i
tuoi documenti» fu l'unica risposta. Non avevo scelta. Allora rubai il
passaporto a un mio amico che portavo spesso con me a Praga come copertura.
Lui, poverino, non sapeva nulla di me. Li contraffacemmo e li passammo ai
due dissidenti che vennero presi in carico da altri gladiatori a Ceske
Budejovice, vicino al confine austriaco. Io mi presentai alla polizia di
quella città e denunciai il furto dei due passaporti. «Qui non ci sono
ladri» mi rispose gelido un ufficiale, che seppi dopo essere dei loro
servizi segreti. Senza molta diplomazia mi fece capire che non mi credeva.
Ci fermarono. Rimanemmo in una caserma per 24 ore. Loro cercarono di farci
saltare i nervi in tutti i modi e il mio amico, poveretto, era convinto che
finisse male. «Dio mio - mi diceva - questi non ci credono». E io, che non
potevo dirgli niente, lo rassicuravo: «Ma no, vedrai, sono sempre molto
sospettosi». Alla fine ci lasciarono andare, ma mai come quella volta ho
temuto di essere scoperto.
A Praga mi appoggiavo a un veterinario. Era un dissidente e collaborava con
noi. Mi fece installare nel suo ambulatorio una sedia da dentista dove
curavo la gente. Il "dottore italiano" diventò così per molti una sorta di
amico e di confidente. Quell'ambulatorio divenne la mia centrale operativa.
Era un'ottima copertura per il mio lavoro di agente segreto. Fu per me
un'esperienza importante anche perché cementò le mie convinzioni: vedevo un
popolo schiacciato dalla paura, con il ricordo ancora molto vivo dei carri
armati russi che avevano spazzato via la primavera di Praga di Dubcek. E
quando entravo nei loro negozi spogli e tristi pensavo: «Non voglio che miei
figli vivano in un mondo come questo».
Poi c'era lei. La donna della quale mi ero innamorato. Come ho già detto,
era la figlia di un ufficiale della Stasi, i servizi segreti della Germania
dell'Est. Divenne mia complice e mi aiutò moltissimo a recuperare
informazioni preziose per il servizio. Lei lavorava in una specie di
organizzazione per lo sport popolare. Alla fine, però, la scoprirono. Le
ritirarono il passaporto e la rispedirono in Germania, nella sua città
vicino a Brema. Non la rividi più. Cercai in tutti i modi di sentirla, di
raggiungerla e di portarla via, in Italia. Ma non ci riuscii. Di lei non so
più nulla, non so neppure se è ancora viva. Qualche anno fa sono stato in
Germania, nella sua città. Addirittura davanti a casa sua, ma non ho avuto
il coraggio di suonare il campanello. Ho preferito che restasse un dolce
ricordo. (p.m.)

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A fianco, Cossiga e Andreotti; a destra, in basso, il leader libico Gheddafi

Craxi aveva deciso di rivelare l'esistenza della Gladio segreta
L'agente "Franz" racconta di aver incontrato l'ex presidente del Consiglio
nel 1997 nel suo rifugio di Hammamet, in Tunisia

dal nostro inviato Piero Mannironi

ROMA. In poche ore racconta una vita. Anni "bruciati" pericolosamente in un
mondo di ombre che, quindici anni fa, qualcuno ha voluto cancellare. Lui, il
gladiatore sardo che si nasconde dietro il nome in codice "Franz", racconta
in una piccola trattoria romana la sua vita segreta di "barba finta":
infiltrato dietro la cortina di ferro negli anni Settanta e poi spedito
nella Libia di Gheddafi.
«Non è stato facile decidere di parlare. E' vero: l'ho fatto perchè non si
perda la memoria di quanto abbiamo fatto noi gladiatori. Ma anche perché mi
hanno convinto due amici ed ex compagni di strada come Nino Arconte e Tano
Giacomina. Molti uomini della nostra struttura segreta sono infatti morti
misteriosamente o finiti in guai incredibili. Come se una "manina" stesse
cercando di eliminare ogni prova di quanto abbiamo fatto». Arconte è
l'agente G.71 che, nelle scorse settimane, ha raccontato la sua vita di 007
nella Gladio supersegreta che agiva all'estero, all'interno di una strategia
Nato. Giacomina, anche lui sardo, è morto invece nel 1998. «Doveva andare
con Arconte negli Stati Uniti per chiedere asilo politico, ma non partì mai:
un pesante gancio di metallo lo uccise a Capo Verde, proprio il giorno prima
di imbarcarsi per New York».
"Franz", che oggi fa il dentista, è l'uomo che ha cercato di legittimare la
Gladio supersegreta, chiedendo aiuto a un ex presidente del Consiglio «che
naturalmente sapeva tutto»: Bettino Craxi. «Nel 1997 - racconta l'ex 007 -
andai in Tunisia. Il pretesto era un congresso internazionale di
odontoiatria. Avevo in tasca una lettera di Arconte e di Giacomina che
chiedevano a Craxi di intervenire e di rendere pubblica la storia della
Gladio militare delle centurie. L'ex presidente del Consiglio era in Tunisia
un vero dominus. Tanto che la gente diceva: "Bel Alì è il presidente. Craxi
è molto di più". E non ci voleva molto a capire perché. Craxi era stato
infatti l'ispiratore di quel "golpe morbido" che servì ad abbattere
Bourghiba e a portare al potere proprio Ben Alì. Un colpo di Stato che,
voglio ricordare, era stato organizzato dalla nostra struttura. Alla fine
anche l'ex numero uno del Sismi, l'ammiraglio Fulvio Martini, ha dovuto
ammettere, davanti alla Commissione stragi, che l'Italia negli anni Ottanta
intervenne per modificare il quadro politico in Tunisia. Un'operazione che
venne condotta per impedire quell'alleanza di Bourghiba con Gheddafi, voluta
dall'Unione Sovietica».
Così, nel 1997, "Franz" incontrò Craxi ad Hammamet. «La sua residenza -
dice - era più sorvegliata del palazzo presidenziale. Se sono arrivato a
incontrarlo, evidentemente lui aveva capito molto bene chi ero e chi
rappresentavo. Fu molto gentile e comprensivo. Mi disse però che forse i
tempi non erano ancora maturi per rivelare la verità su Gladio e quale sia
stata la sua vera funzione. Per questo mi disse che occorreva avere pazienza
perché "certe difficili verità potrebbero creare reazioni illiberali".
Scrisse poi una lettera per Arconte e Giacomina e, congedandomi, me
l'affidò».
Ma i contatti con Craxi non finirono lì. "Franz" racconta infatti che il
dialogo tra l'ex presidente del Consiglio e il gruppo degli ex gladiatori
continuò. Fino a quando, nel 1999, l'ex presidente del Consiglio decise di
parlare. «Chiese di essere sentito dalla Commissione Stragi - dice
"Franz" -, ma non gli fu possibile, perché gli vennero negate alcune
garanzie. Strano, per interrogare il generale Gianadelio Maletti in
Sudafrica, anche lui latitante per la giustizia italiana, nessuno fece
storie».
Il legame tra "Franz" e Arconte si cementò nel 1995. «Ci incontrammo per
caso in Sardegna - dice - ed entrami sentimmo subito di non essere due
estranei. Bastò parlarci un po' per rendermi conto che Arconte era quel G.71
al quale avevo affidato, negli anni Settanta, un gruppo di dissidenti
ucraini sul Danubio, al confine con la Romania. Lo avevo visto per pochi
minuti: il tempo di una parola d'ordine, un'identificazione in codice e
l'augurio di buona fortuna».
Ma Arconte e "Franz" si incontrarono anche un'altra volta, prima del 1995.
Fu in Libia, nel 1979. «Ero stato infiltrato come addetto agli
approvvigionamenti alimentari - racconta "Franz" - nelle cucine di una delle
più grosse imprese di costruzioni italiane che aveva un grosso cantiere in
Libia. Per l'esattezza, stava costruendo un aeroporto a Sirte e due piste
erano già pronte. Una era militare. Vidi infatti i piloti russi e tedeschi
orientali addestrarsi sui Mig. Fotografai così le strutture, documentai la
presenza dei militari sovietici e raccolsi altri documenti riservati.
Consegnai il plico con tutto il materiale a un altro gladiatore: era G.71.
Quando gli americamni bombardarono la Sirte, sapevano benissimo dove
colpire...».
"Franz" racconta che successivamente si spostò a Bengasi e perfino a
Tripoli, dove continuò il suo lavoro di intelligence. «Aiutai molti
oppositori al regime di Gheddafi a fuggire in Italia - dice ancora -. Spero
solo che tra di loro non ci sia qualcuno di quelli rimasti vittime
dell'orribile mattanza avvenuta nel 1980 in Italia. Noi li salvammo, poi
qualcuno tradì e passò i loro nomi alla polizia segreta libica, comandata da
Jallud. Il vero referente del Kgb a Tripoli».
"Franz" si congeda. Dice: «Ho detto tutto al dottor Ionta della procura di
Roma. Spero che serva a restituire alla verità una stagione della storia del
nostro Paese. Arrivederci».


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A fianco, l'ex presidente del Consiglio Bettino Craxi; a sinistra, una
pagina della lettera consegnata da Craxi all'agente "Franz"

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